La giustizia e la malagiustizia. Quando il confine è l’intelligenza


Quando si parla di malagiustizia la prima cosa che ci si domanda è: chi pagherà per gli errori commessi?

In che modo quantificare il risarcimento di giorni, di mesi o di anni rubati alla vita e regalati alle patrie galere, magari per una serie di errori giudiziari o per la lungaggine burocratica?

Secondo le statistiche del caso, i magistrati ogni anno affrontano una media di 190, 71 procedimenti penali gravi (dalle rapine in poi), smaltendone 181,09. Numeri importanti se si aggiunge che per ogni 1000 magistrati ci sono 7,5 sanzioni disciplinari applicate agli stessi.

Numeri che possono giustificare, ma che non tolgono o aggiungono niente a uno dei tanti scandali giudiziari che si leggono nelle cronache quotidiane.

E’ il caso di Manolo Zioni, un giovane di 23 anni che ha scontato da innocente ben 11 mesi di galera per aver commesso tre rapine. La sua colpa? Aver indossato una maglietta uguale a quella del vero rapinatore.

A Roma, dalle parti del Policlinico Gemelli, un supermercato in Via Sancleto Papa fu “visitato” tre volte in un mese da un rapinator cortese. Un personaggio che, a discapito di quello che stava facendo, aveva sempre modi molto gentili e prima di andarsene, salutava educatamente. Sullo stile di Vallanzasca per intenderci.

Il tutto era stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza che gli investigatori hanno studiato bene. Lo Zioni fu arrestato perché presentava somiglianze con il vero rapinatore. Somiglianze che avevano due caratteristiche particolari: una maglietta Billabong e un tatuaggio a forma di diamante sul collo.
Dopo due mesi, periodo nel quale Manolo recitava la sua innocenza giorno per giorno senza che venisse ascoltato, la polizia arrestava il vero rapinatore che indossava la maglietta di sempre e che non perse tempo a denunciare come il povero Manolo fosse in carcere per errore.

A nulla valse il fatto che ammise e confessò le tre rapine. Anzi.

Per una stranissima logica incomprensibile all’umana ragione, i pubblici ministeri pensarono che per scagionare Manolo da quell’accusa ci fosse un accordo tra i due.

A dire il vero, non bastarono neanche i confronti con i tre testimoni oculari. Testimoni che non riconobbero Manolo nelle vesti del colpevole, ma che i giudici della nona sezione collegiale del Tribunale di Roma, per qualche oscuro motivo, non ritennero quelle confessioni importanti per la scarcerazione.

E’ grazie alla testardaggine dei suoi avvocati, Fabio Menichetti e Augusto De Luca, davanti a uno scempio giudiziario, che la storia ha avuto un lieto fine.

Il tatuaggio che si notava nei filmati e che gli investigatori e i pubblici ministeri “vedevano” nel collo di Manolo non era lo stesso. Anzi, Manolo proprio non lo aveva il tatuaggio. Aveva solo una macchia sul collo che venne certificata dalla Polizia scientifica dopo mesi di reclusione.
Davanti a questo, la cecità dei giudicanti non poteva più continuare. Dopo la confessione del vero colpevole, dopo i testimoni che non riconoscevano in Manolo il volto del rapinatore, dopo che anche la scientifica depositava la perizia che lo scagionava, si è aspettato ancora un mese prima di ridare al giovane la libertà. Solo ieri infatti è arrivata la sentenza di assoluzione.

Un piccolo calvario, che in altri casi è durato anni. A volte tutta la vita. Via Crucis che si trascina moltissime domande e pochissime risposte. Meriterebbe ben altro rispetto ad una sentenza di assoluzione (che in questi casi sembra quasi un regalo invece di un inizio di risarcimento).

A volte ci si dimentica che la libertà è un diritto che non va mai calpestato anche se a farlo è un giudice o un pubblico ministero. La responsabilità dei giudicanti è altissima. A volte bisognerebbe cercare l’innocenza di un cittadino piuttosto che non una facile colpevolezza.

Alessandro Ambrosini

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