S&P’s, Moody’s, spread, oro e ….FIL


In questi giorni in Italia siamo subissati -oltre che da escort, tangenti, tribunali ed altre faccende più o meno personali- da rating, spread, quotazioni dell’oro, crolli e repentini ricuperi (non rialzi ma semplicemente ricuperi) delle Borse. Standard & Poor’s e Moody’s stanno diventando come il cappuccino e la brioche, i nuovi record dello spread Btp/Bund sembrano aver assunto lo spazio che nei nostri menù ha preso -secondo me sbagliando- la milanese con la rucola e i pomodorini. L’oro sta entrando nelle discussioni delle assemblee di condominio così come una volta -al debutto dei fondi che fecero “esplodere” Piazza Affari- era stato il turno delle azioni.

E’, in poche parole, la vittoria schiacciante della finanza sull’economia che trova conferma nel fatto che neanche i giornalisti economico/finanziari ti sanno dire su due piedi almeno tre eventi economici importanti degli ultimi giorni.

E’ la vittoria della carta sul riso, della carta sulla spesa al supermercato, della carta sul pieno di benzina e così via.

Ma Standard & Poor’s (S&P’s per gli addetti) e Moody’s chi sono? Chi sono gli uomini e le donne che si celano dietro questi due nomi? E cosa è un rating? A cosa serve?

E lo spread? Decennali tedeschi e italiani, differenziale di rendimento, costo del denaro che sale e che scende, prezzi che al pari del costo del denaro scendono -quasi mai- e salgono -sempre- e così via.

E l’oro? Mai stato così caro, le quotazioni del metallo giallo -sogno di molti, incluso come ben sapete il sottoscritto- hanno raggiunto un tale livello che sui quotidiani cominciano ad affacciarsi sempre più spesso le pubblicità di quelle botteghe che lo acquistano con le valutazioni che variano day by day se non addirittura minuto per minuto.

S&P’s e Moody’s sono due società americane che “danno i voti” a tutto ciò che ha a che fare con i soldi: giudicano (ogni tanto prendendo “cantonate” stratosferiche) quale credibilità hanno Stati, Regioni, enti sovranazionali e nazionali, società pubbliche e private, fondi, ecc.ecc. Le loro triple A sono il “sogno” di ogni ministro delle finanze, di ogni direttore finanziario e, di riflesso, degli investitori. Rappresenta un incubo, al contrario, il taglio di questo giudizio. E sono talmente importanti, quelle AAA e via scendendo sino al voto più basso, che talvolta saltano le teste (difficilmente però rotolano quelle dei top delle due società Usa anche dopo cantonate passate alla storia tipo quelle sui titoli immobiliari americani).

Dall’ambito AAA al temuto BBB- di S&P’s e dall’altrettanto ambito Aaa all’A3 di Moody’s (passando per i decrescenti AA+, AA, AA-, A+, A, A-, BBB+ e BBB di Standard & Poor’s e da Aa1 a Aa1, Aa2, Aa3, A1 e A2 di Moody’s) girano i miliardi. Perche’ se una societa’ o uno stato o un ente o insomma chi emette prestiti ha un rating buono (i famosi AAA e/o Aaa) il prezzo che dovrà pagare per quel prestito sarà inferiore. Se ho bisogno di 100 euro e ho un rating AAA rimborserò quel prestito con un tasso inferiore, se avrò A+ mi toccherà “attirare” i sottoscrittori con un “premio” piu’ alto mentre se avrò un rating BBB- o A3 sarò costretto a pagare molto caro chi mi presterà i soldi.

Quindi più scendo in classifica e più pago per avere denari. Al contrario, più sarò nelle prime posizioni, meno mi costerà avere credito. Dovrò cioè proporre un tasso di interesse maggiore e quindi mi costerà di più -con quel che ne consegue- andare in giro a cercare soldi.

E uno dei sistemi di chiedere soldi da parte degli Stati sono le varie emissioni di Bot, Bund, Btp, Oat, Bill ecc. ecc.

Mettendo insieme le due cose (rating e prestiti statali) ne deriva che l’interesse pagato diventa automaticamente un indice di credibilità finanziaria di un Paese. Ad un alto rendimento corrisponde quindi una minore affidabilità dello Stato emittente. Ecco così che quel numerino espresso in valori percentuali diventa una delle voci più importanti della carta d’identità di quello Stato. In sostanza e semplificando molto (come abbiamo fatto sino ad ora, sia ben chiaro) più quel numerino di uno Stato è alto e più è faticoso e quindi oneroso per quello stesso Stato “prendere” soldi dagli investitori.

Scegliendo Paese per Paese un tipo di prestito che presenta caratteristiche analoghe si possono quindi creare delle “belle” classifiche. Lo Stato che ha il titolo con il rendimento più basso diventa “punto di riferimento” per tutti gli altri e la differenza che c’e’ tra il rendimento dei vari titoli altro non è che lo spread. Ecco quindi cosa sono quei 300/350/380/400 e addirittura 412 punti base dei quali in questi giorni tutti i media parlano quando fanno riferimento a Btp e Bund. Sono che la differenza tra quanto rendono i Buoni decennali del Tesoro dei due Paesi. E in quanti si ricordano dei Bond argentini e dei loro rendimenti?

Ma allora, si domanda chi ha qualche soldo (non pochi soldi per la verità) da far fruttare o da preservare, su cosa investo? Sui cosiddetti beni rifugio: il mattone, il conto in franchi svizzeri a Lugano o in qualche isoletta sperduta (ma poi neanche tanto visto che qualcuna e’ situata tra Francia e Gran Bretagna), sui beni alimentari (le cosiddette commodities al centro di un mercato enorme soprattutto al Cme, Chicago Mercantile Exchange, dove si può puntare anche sulle quotazioni del succo d’arancia!) o, ecco quella che sembra la panacea, sull’oro!

Il magnifico, biondo e brillante metallo, voluto da tanti -se non da tutti- ha così raggiunto quotazioni stupefacenti. E visto che l’oro, nelle sue varie forme, piace a tutti ecco che il valore di un’oncia (più o meno 33,3 grammi) e’ praticamente raddoppiato nel giro di un anno arrivando agli odierni 1733, 56 dollari dopo però aver sfiorato nei giorni scorsi quota 1900 usd!.

Qualcuno, se non sbaglio un campione sportivo di qualche anno fa, avrebbe detto “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare” ma …”‘un se po fa”!

E allora ecco che tra un Pil e un indice sulla produzione industriale, un tasso di disoccupazione e un’inflazione, si va alla ricerca di qualcosa che a prima vista potrebbe sembrare quantomeno “esotico” ma che poi tanto “esotico” potrebbe anche non rivelarsi.

E’ il caso di un “nuovo” indice (che in realtà tanto nuovo non è) al quale ha fatto riferimento uno dei più importanti “uomini di denari” di questi tempi: il Governatore della Fed (la Banca d’Italia degli Usa per intenderci), Ben Bernanke.

Lo scorso anno, infatti, l’Uomo del biglietto verde ha rispolverato la questione in una lezione alla Università della Carolina del Sud affermando tra l’altro che “l’economia, nella sua essenza, non è altro che uno studio per accrescere la felicità degli esseri umani e il senso di soddisfazione nella vita”. Concetto peraltro già espresso qualche “decennio” fa dal Signor Adam Smith (conoscete?) secondo il quale “per quanto l’uomo possa sembrare egoista, ci sono principi nella sua natura, che rendono la felicità degli altri necessaria alla propria”.

E proprio sulla felicità si basa il FIL (non il PIL ma proprio il FIL), ovvero l’Indice della Felicità Interna Lorda creato circa 45 anni fa dal Re del Bhutan Jigme Singye Wangchuck. Un indice, l’adozione del quale e’ stata sostenuta anche recentemente dall’Assemblea generale dell’Onu , che però (e qui mostra il suo fianco malgrado il sostegno dello stesso Dalai Lama e di numerose Ong) si basa su una serie di valutazioni soggettive sui valori morali a differenza del Genuine Progress Indicator che cerca effettivamente di misurare il benessere

E l’Italia in questo indice? Mah, forse checchè ne dica o ne pensi qualcuno, “il nostro (sulla base della ricerca World Values Survey ripresa tra gli altri dal sito sconfini.eu, ndr) è uno dei paesi che in termini di qualità di vita, felicità e libertà è tra i più colpiti negli ultimi anni

Ma se tra i parametri di credibilità di un cercatore di denari entra anche l’indice di Felicità …vuoi
vedere, allora, che senza saperlo il fatto che non ridiamo più come una volta ci costa di più?

Una roba seria? Ma, non lo so, però per una volta e’ proprio il caso di dire “dai, ridiamoci su, in fondo che ci costa?

Paperon De Paperoni

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