Roma: il Prefetto Pecoraro e le inutili verità


Rinaldo Frignani, per il Corriere della Sera, ha intervistato il Prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro. Il tema, ovviamente, è la lunga scia di delitti e agguati che attraversano la Capitale. Traspare una certa tranquillità dalle sue parole e ciò fa crescere in noi la speranza che sia esattamente come dice.

Sicuramente la sua esperienza e le sue informative sono molto più dettagliate di chi scrive in questa pagina, di chi scrive sui giornali e di chi parla in televisione. Sicuramente avrà il polso della situazione tramite informatori, indagini, intercettazioni. Sicuramente avrà valutato e analizzato ogni caso singolo, l’avrà incrociato con altri e avrà già preso delle contromisure adeguate. Sicuramente non ci saranno legami con vecchi personaggi della Magliana, sicuramente non ci saranno intrecci con le malavite organizzate. Sicuramente potremo girare più tranquillamente per Roma, non temendo di incorrere in qualche proiettile vagante.

Si, tutto normale. Tutto semplice, tutto nella normalità di una grande città. Sbagliamo noi a gridare al lupo al lupo, sbagliamo noi che viviamo sul territorio e qualche voce la sentiamo, sbagliamo noi che riportiamo gli spifferi che escono da qualche ufficio investigativo, sbagliamo noi che incrociamo storie passate e storie recenti trovando stranamente gli stessi nomi di sempre. Ridare un tocco di mascara alla capitale rispetto alla brutta faccia che si presenta adesso è giusto. Cercare di tranquillizzare il popolo di Roma è giusto. Evitare che voci isteriche gridino al far west è giusto. E’ tutto giusto e tutto normale.

Ricorderemo questa intervista ogni volta che una pistola canterà a morto, ogni volta che troveremo un filo che lega tutto . Perché tutto è giusto, anche il fatto di non essere considerati stupidi

«Di sicurezza ormai parla chiunque, anche chi non ne sa niente. Sarebbe bene che a farlo fosse invece solo chi se ne occupa da anni, chi ha il ruolo e la responsabilità. In giro ci sono troppi professori, troppi sociologi che salgono in cattedra: fanno allarmismo, danneggiano l’immagine della città e del Paese, visto che Roma è la Capitale».

Giuseppe Pecoraro parla chiaro, perché «Roma non è Napoli, non è il Bronx e neppure il Far West – assicura il prefetto -. Finiamola con questi paragoni che rischiano di trasformarsi in un boomerang».

Con quali bande abbiamo a che fare?
«Con piccoli gruppi di giovani spacciatori di droga emersi dopo l’eliminazione del clan Senese nel 2009. Cercano di affermare la propria forza controllando spicchi di quartiere. E quando qualcuno non paga le dosi – non grosse partite di stupefacenti ma pochi grammi – arrivano a sparare».

<a C’è davvero una guerra in corso con l’ombra della malavita organizzata?
«Sui 27 omicidi del 2011 solo uno (De Masi, a gennaio) ha collegamenti certi con i clan, mentre sul caso Simmi ancora si indaga. Analizzandoli uno per uno emerge che ci sono stati due delitti per spaccio, altri due per debiti, uno per vendetta, uno per rapina, 5 per futili motivi, 6 in famiglia. Sembra un calcolo cinico, lo so, ma Roma è una metropoli che mobilita quattro milioni di persone: è ovvio che ci possano essere situazioni di tensione che sfociano in casi estremi. Niente a che vedere tuttavia con ciò che accade nelle altre capitali europee, dove le forze dell’ordine non possono entrare neppure in alcune periferie. Noi andiamo dappertutto. E, ci tengo a sottolinearlo, i delitti sono stati risolti quasi tutti».
In 12 casi però sono state usate armi da fuoco, senza contare i numerosi ferimenti…
«È proprio quello che spaventa perché ormai le pistole si usano per risolvere contrasti di poco conto che prima si affrontavano con una scazzottata. Preoccupa il fatto che a prendere le armi siano i più giovani, come a Morena (c’è un indagato per l’omicidio di Edoardo Sforna, ndr.), anche se bisogna accertare se il killer volesse davvero uccidere. Comunque chi spara lo fa per affermare una leadership, ma questo comportamento nasconde una debolezza di base che rivela lo scarso livello di questi criminali».
Come contrastarli?
«Conoscendoli, esaminando le bande alle quali appartengono. Monitorando il fenomeno municipio per municipio. Il prossimo Patto per Roma sicura prevede l’istituzione di gruppi di analisi composti da poliziotti e carabinieri».
Non ci sono eredi della Magliana?
«Macché, al massimo della Maglianella! Battute a parte, è come se qui si sentisse la mancanza della malavita organizzata, che eppure c’è, perché investe sul mercato, in attività commerciali e nel riciclaggio».

Alessandro Ambrosini
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