Gomorra: «Non luogo a procedere». Prosciolti 95 imputati


No, non è la seconda stagione del film di Garrone con Toni Servillo. E’ la realtà.

Se ad andare in fumo è, infatti, quell’inchiesta che ispirò «Gomorra» (il romanzo di Roberto Saviano che presto vedremo anche in una fiction), a salvare quei novantacinque indagati, invece, sono arrivati (“strano” ma vero), i bastoni, insinuati dalla burocrazia, tra le ruote dell’iter giudiziario.

Così, errori di notifica, rinvii, scioperi di avvocati, trasferimenti di giudici, astensioni dei penalisti e/o passaggi di competenze, hanno fatto si che il conto relativo alle tonnellate di rifiuti speciali, provenienti dalle industrie di mezza Italia, venisse prescritto. Un finale, quello di Gomorra, che lascia tutti allibiti.

A dire il vero, le associazioni ambientaliste lo avevano annunciato e denunciato ma, di fatto, non si è potuto fare nulla. A deciderlo è stata la sentenza emessa dal gup, Giovanni Caparco, di Santa Maria Capua Vetere. Per i reati più gravi, il disastro ambientale e l’avvelenamento di acque, la prescrizione non è ancora avvenuta, ma per Caparco non ci sono prove, e dunque: non luogo a procedere per tutti gli imputati.

Alla luce di queste nuove decisioni, magra è la consolazione di sapere che «Cassiopea» (questo il nome della più importante operazione nel campo della gestione illecita dei rifiuti portata a termine in Italia) ha scritto un importante capitolo all’interno del codice penale. Prima del 1999, infatti, i reati ambientali si contrastavano semplicemente con delle contravvenzioni.

Il ’99 è dunque l’anno di svolta. L’anno in cui, dagli uffici della Procura di Santa Maria Capua Vetere, il Nucleo operativo ecologico di Caserta, sotto la guida dall’allora pubblico ministero Donato Ceglie, avviava pesanti indagini.

A far partire la miccia dell’inchiesta fu un semplice controllo nella provincia di Napoli, da parte dei carabinieri all’interno di un’azienda di conglomerati bitumosi.

Una delle tante, si seppe in seguito ai successivi accertamenti. Già perché quella, secondo la Procura, non era l’unica che «tombava» rifiuti vicino a corsi d’acqua e accanto alle coltivazioni di frutta e verdura.

Quattro anni dopo, nel 2003, novantotto furono le richieste di ordinanza di custodia cautelare a carico di imprenditori, trasportatori, faccendieri, titolari di cave dismesse e affini. Gente, cioè, che al posto di sversare i rifiuti nelle discariche autorizzate, si affidava a personaggi (spesso legati alla criminalità organizzata del Casertano) per “smaltire” a prezzi stracciati qualsiasi tipo di rifiuto. Un vero risparmio sulle spese di smaltimento dei rifiuti tossici.

Il passo successivo lo facevano i tir che da Piemonte, Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna, prelevavano le scorie direttamente dal produttore e le depositavano nel centro di stoccaggio. Lì, la pericolosità dei rifiuti, veniva drasticamente abbassata semplicemente cambiando la dicitura sulle bolle d’accompagnamento, prima di essere utilizzati come concime negli allevamenti di bufale, nei frutteti e negli orti campani.

Una successiva stima, evidenziò che dalle regioni del Nord quaranta erano i Tir che a settimana, con una media di venti viaggi, raggiungevano la provincia di Caserta. Mentre, sottoterra, solo in quell’inchiesta, finirono un milione di tonnellate di rifiuti tossici.

Il tempo non cancella certo il danno ambientale ma, a ha giovato tanto a quei 95 imprenditori, autotrasportatori e proprietari di terreni, quanto ai loro reati, compreso l’associazione per delinquere: non ci sarà mai il processo.

Molti gli imputati che confessarono davanti al gup prima che decidesse che, per gli estremi del reato di associazione mafiosa, era incompetente. Cento furono, così, i faldoni che passarono alla DDA di Napoli. La Direzione Distrettuale Antimafia valutò, a sua volta quell’accusa, insostenibile in giudizio, proponendone l’archiviazione.

Da lì al verdetto finale, malgrado l’alto numero di imputati, non si è mai fatto ricorso a udienze straordinarie. Al contrario tra lentezze burocratiche udienze preliminari rinviate, competenze territoriali contestate, errori di notifica, trasferimenti di giudici, scioperi degli avvocati, si arriva alla sentenza di proscioglimento.

Se a Cassiopea vanno i meriti di aver bloccato il traffico di rifiuti tossici tra il Nord Italia e la Campania (sebbene, però, è stato dimostrato che continua altrove), introdotto il reato di traffico illecito di rifiuti e aver svelato le connessioni tra il traffico di sostanze tossiche e i tumori, bisogna altrettanto sottolineare come il risultato al quale si è giunti non è, di certo, quello sperato. Ha perso, in altre parole, quell’intenso sapore di giustizia evaporato nell’aria come il caffè appena fatto ma bevuto freddo e amaro.

Roberto Saviano su La Repubblica scrive queste parole…

«A UN PASSO dalla verità tutto si è fermato nella prescrizione. Cassiopea, l’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere che nel 2003 svelò il più grande traffico di rifiuti tra nord e sud Italia, è finita senza colpevoli. Eppure il meccanismo è lì, semplice, registrato dalle telecamere, evidente….

… La prescrizione che ha chiuso senza colpevoli “Cassiopea” mostra la fragilità estrema del nostro sistema giudiziario e la vittoria dell’ingiustizia. Espressione retorica, persino scontata, ma non riesco a trovare altre espressioni forse più di spessore, soltanto questa: è la vittoria dell’ingiustizia. Non so quale sia il motivo per cui questa inchiesta fu chiamata Cassiopea, mi piace trovare un mio significato. Cassiopea la meravigliosa costellazione a forma di w è una delle più visibili e riconoscibili del cielo settentrionale. Come a dire che avevamo sotto gli occhi quello che al nord stava accadendo. Bastava alzare la testa e guardare… ».

Marina Angelo

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