Sabra e Chatila: 3600 morti in 62 h.


Il 6 giugno 1982, l’esercito israeliano, invade il Libano per distruggere le infrastrutture militari dell’OLP di Arafat che dal confine, minacciavano il nord dello stato ebraico. Pochi giorni dopo, i carro armati israeliani, raggiungeranno Beirut provata dalla guerra civile e trasformata in macerie e miseria.

Il 23 agosto 1982 dopo la firma di un accordo di pace, una forza multinazionale composta da italiani, francesi e americani, sbarca a Beirut per permettere l’evacuazione delle forze palestinesi dalla città assediata. In18 giorni l’operazione si completa e l’esercito di Israele, rispetta la tregua senza, però, ritirarsi.

11 settembre 1982 italiani, francesi e americani, lasciano il Libano e Beirut è di nuovo in mano alle forze sciite, cristiano maronite, druse. E’ ancora guerra civile.

Il contesto nel quale, da lì a poco, si compirà il massacro, è dunque quello della guerra civile libanese e di quella libano-israeliana, nel momento in cui la forza multinazionale lascia il Paese.

Per ricordare gli scempi di cui sono capaci gli uomini, gli uomini malati, gli esseri non classificabili nemmeno tra gli animali, bisogna anche guardare a ritroso. Andare oltre le macerie di quel giorno di cui tutti ricordano ciò che stavano facendo mentre, a km di distanza o, peggio, più vicino, si andavano insinuando tanti corpi esanimi sotto le macerie di quelle due Torri Gemelle. Vittime innocenti in nome di qualche strano dio del male.

In Libano, nel 1982, a pochi passi da Beirut, nei campi profughi contigui di Sabra e Chatila, dalle 18:00 del 16 settembre fino alle 8:00 del 18 settembre 1982, ebbe luogo una vera e propria carneficina a cielo aperto durata sessantadue ore.

Nella sola notte del 17 settembre, vennero barbaramente uccise 1500 persone tra vecchi, donne e bambini.

Non c’era nessuno schermo tra gli israeliani e il massacro. Erano lì. I loro eserciti, controllavano direttamente la zona ma, pur potendo, non hanno fatto nulla per fermare quanto stava avvenendo per mano di uomini arrivati come figli di Attila, armati fino ai denti, pronti a disseminare morte e terrore contro chi, ignaro dell’imminente tragedia, aveva soltanto dei sassi per difendersi.

Sassi. Pietre. Niente di più.

E come pietre, si sono accasciati a terra e ammucchiati in montagne di cadaveri e morte fino a diventare lapidi di se stessi.

Se per il più occidentale e vicino 11 settembre, tutti guardavamo increduli, immobili e impotenti quello che sembrava più un film che la cruda e crudele realtà, nei lontani Sabra e Chatila, gli israeliani restarono, senza nessun cuore, a guardare quello che invece, avrebbero potuto provare a fermare.

Immobili come la morte che amplificava la sua presenza nei due campi di rifugiati palestinesi alla periferia di Beirut e, si diramava su oltre tremilaseicento vittime tra neonati, bambini, anziani,donne, mamme e quasi mamme.

Gente che, prima o dopo essere uccisa, fu mutilata o sviscerata per lasciare, giorni dopo, il campo in un letto di morti, macerie, silenzio e grida strazianti di chi era rimasto.

Un macello a cielo aperto per il quale nessuno ha pagato. Una carneficina alla quale molti, direttamente e indirettamente, dovevano rispondere ma sulla quale, il silenzio continua a mescolarsi con la morte.

Inshallah.

Marina Angelo

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