Intervista a Maurizio Lisciandra esperto di economia del crimine


All’interno di OM (Officine Mediterranee – Sentieri di Teatro, Danza, Musica e Parole dei popoli del Mediterraneo) la rassegna culturale svoltasi dall’1 al 4 settembre a Valderice in provincia di Trapani, Notte Criminale, ha intervistato Maurizio Lisciandra, un esperto, tra le altre, di economia e finanza del crimine.

Quale è stato il più grave fatto di economia criminale in Italia?

Nella storia dell’economia criminale, sicuramente la presenza delle organizzazioni criminali cioè cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra.

Le organizzazioni criminali sono un sistema, uno Stato all’interno dello Stato, per cui veicolano l’afflusso di capitali verso interessi criminali e soffocano la crescita.

Altre tipologie di crimine che possono essere la semplice truffa piuttosto che il furto, il furto con scasso ecc… sono presenti in tutto il mondo, però possono essere controllati al contrario delle organizzazioni criminali (specialmente cosa nostra ed altre) che hanno un’influenza enorme sul tessuto economico siciliano-meridionale-italiano.

Chiesa e Finanza: uno schiaffo alla povertà e al “buon Samaritano” o un “fatto criminale”?

Non mi permetto di dire un “fatto criminale” però in un momento in cui si chiedono sacrifici a pensionati, lavoratori pubblici o privati, in cui si bloccano gli scatti (persino l’aggiornamento dell’inflazione-in poche parole si chiedono sacrifici a tutti-) è giusto che anche le istituzioni importanti come la Chiesa, facciano la loro parte.

Le chiese, hanno un ruolo sociale importante, è altrettanto vero però che hanno anche dei privilegi.

Inutile negarlo, è palese. Non bisogna mentire alla popolazione.

È chiaro che una quota di ICI negli immobili commerciali, o quasi commerciali come recita la legge, non viene pagata, perché esiste una legge dello Stato che permette, di fatto, di avere una sorta di concorrenza sleale tra quei conventi che fanno attività alberghiera e gli alberghi privati che invece devono pagare l’ICI.

Oppure ancora: la quota redistribuita dell’8 per mille, in un momento di crisi economica, è giusto che la Chiesa dica “attenzione, noi vogliamo soltanto la parte espressa direttamente dai cittadini non vogliamo la quota redistribuita” e così via.

Secondo me è arrivato il momento per cui ogni categoria sociale dalla Chiesa ai notai agli avvocati ai medici e soprattutto ai politici, faccia la loro parte.

Lo IOR rispetto allo ‘scandalo Markcincus-Calvi’ oggi è diverso?

Ciò che succedeva 20-30 anni fa è ancora un po’ oscuro.

Alcuni giornalisti hanno cercato di indagare, si sono scoperchiate, chiaramente, delle verità spiacevoli per la Chiesa e penso che gran parte di essa se ne sia resa conto.

Gotti Tedeschi, l’attuale presidente dello IOR è una persona molto in gamba. Ecco potrebbe fare in modo che lo IOR, in un momento di crisi economica che pervade le economie occidentali, contribuisse a dare il buon esempio (come penso possa fare).

Una finanza cioè, sana, etica che oltre ad occuparsi esclusivamente del rendimento immediato, investa nell’economia reale e nei buoni propositi dei cittadini.

Come giustifica il “regolamento di conti” fai da te mediante lo “sparo facile”?

Il problema è che ci vuole uno Stato più presente e le regole devono essere applicate. Nel momento in cui le regole non vengono applicate, come dicono gli inglesi, c’è assenza di “law enforcement” (applicazione della legge ndr); i cittadini, dunque, si fanno un po’ giustizia da sé.

Il tutto, non è affatto giustificabile però, lo Stato deve essere cosciente che non si possono ridurre i livelli di finanziamento alla sicurezza bensì aumentarli perché maggiore sicurezza significa anche maggiore certezza economica, maggiore certezza nello scambio, nelle transazioni.

Non esiste, quindi, qualcosa a sé stante.

E’ un po’ tutto collegato e la sicurezza è legata, sicuramente, alla crescita economica.

Perché è importante la “valutazione del costo del crimine”?

La valutazione del costo del crimine è fondamentale nelle scelte di policy in termini di sicurezza perché altrimenti sarebbe uno sport inutile: cioè vado a valutare quello che è il costo delle truffe in Italia piuttosto che il costo delle minacce, delle estorsioni e cosi via…

Nel momento in cui si ha una mappatura più completa del crimine non soltanto in termini di delittuosità ma quanto di costo sociale del crimine, io come “policy maker” (chi prende decisioni politiche ndr) riesco a valutare che è meglio incentivare lo sforzo investigativo in un reato piuttosto che in un altro, cioè in una fattispecie criminale piuttosto che in un’altra.

Quindi avere una mappatura completa del costo del crimine, cosa estremamente difficile che un po’ ha iniziato a fare l’home office in Inghilterra e un po’ anche il dipartimento della sicurezza in America, potrebbe essere fatto in Italia (già il Ministero dell’Interno, ha fatto degli studi a questo proposito).

Sarebbe molto importante per orientare lo sforzo investigativo verso alcune fattispecie criminali.

Ci sono costi che sono diretti e visibili: ad esempio il furto in un ufficio postale, quello è un reato punibile e vi è un’appropriazione che può andare da 100 a 200 , un milione di euro e così via…

Poi vi sono dei costi sociali che non sono facilmente contabilizzabili che hanno un loro impatto sociale, cioè il fatto che qualcuno si ferisca durante un furto piuttosto che la vessazione che subisce un’impresa da parte di un estorsore, questo è un costo sociale.

Un costo che può essere innanzi tutto psicologico ma è anche un costo che si riverbera nella fiducia che gli investitori stranieri hanno nella regione Siciliana piuttosto che in Campania che in Calabria e quindi ci sono una serie di costi indiretti o sociali che non possono essere facilmente contabilizzati però hanno un’importanza notevole nell’economia di un paese e quindi anche nelle scelte di policy di sicurezza di un Ministero.

Devo dire che nell’ultimo periodo il Ministero dell’Interno attraverso il servizio di analisi criminali, sta prendendo in considerazione questa possibilità.

Si spera che si sviluppi questa analisi del costo del crimine e che ci sia una mappatura completa e costante.

Talvolta il riciclaggio è quello che permette ad una società di crescere economicamente perché gli introiti criminali riversati sono sbiancati, quindi paradossalmente il riciclaggio può essere un reato che non ha un costo ma un ricavo per lo Stato.

Se al riciclaggio si associano molti altri reati precedenti e si fa una sorta di somma algebrica, allora può venire fuori che questo ricavo non esiste, anzi è un costo sociale estremamente elevato.

Valutare l’usura è molto ma molto difficile tant’è vero che esistono poche denunce, meno delle estorsioni. Però è un fenomeno molto diffuso e non soltanto nelle regioni meridionali (se le estorsioni sono in un certo senso più concentrate, l’usura no).

L’usura è cresciuta nel momento in cui c’è stata la crisi finanziaria, la stretta creditizia del 2008, dove le banche adesso concedono credito con garanzie quasi impossibili e allora viene fuori che chi ha i soldi li sgancia e si fa pagare molto.

Lo Stato deve favorire lo Stato quindi i mercati legali, però nel momento in cui non fa il suo dovere l’illegalità prende piede.

È come un cancro: o lo debelli definitivamente o se sei lì che cerchi di contrastarlo però non ci credi fino in fondo rischia sempre di prendere piede.

Marina Angelo e Alessandro Ambrosini

Montaggio: Giovanni Mercadante

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Pubblicato su Cronaca, Financial Crime, L'INTERVISTA, Malagiustizia, News interessanti, Notte Criminale
One comment on “Intervista a Maurizio Lisciandra esperto di economia del crimine
  1. sergiomelonari ha detto:

    Reblogged this on sergiomelonari's Blog and commented:
    Scrivi qui i tuoi pensieri… (opzionale)

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