Si è tolta la vita Maria Concetta Cacciola, la nipote del boss Gregorio Bellocco


L’ha fatta finita ingerendo acido muriatico.

Maria Concetta Cacciola, figlia di Michele Cacciola, cognato del boss Gregorio Bellocco, capo della cosca di ‘ndrangheta più potenti del litorale tirrenico di Rosarno, e moglie di Salvatore Figliuzzi (in carcere dal 2002 per scontare una condanna a otto anni per associazione mafiosa) non ha lasciato nessuna parola d’addio. Nessuna lettera, per spiegare il suo gesto.

Ma si fa in fretta a capirne il motivo: Maria Concetta, lo scorso maggio, era andata spontaneamente dai magistrati per fare chiarezza su alcune attività illecite della sua famiglia.

Un gesto che ha spiazzato, oggi come allora, i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria.

Ai pm Alessandra Cerreti e Giovanni Musarò si era presentata forte, determinata e pronta a chiudere col suo passato.

Ammessa al programma di protezione, Maria Concetta viveva in una località segreta dopo aver lasciato Rosarno dove, lo scorso 10 agosto, è improvvisamente tornata, probabilmente per riprendersi i suoi figli. Cambiata e preoccupata, così dicono le persone che l’hanno vista nelle giornate precedenti.

A trovarla esanime sono stati i genitori, zii, di quella stessa cugina Giuseppina Pesce, figlia del boss di Rosarno Salvatore e anch’essa pentita, con la quale la ragazza trentunenne, aveva contribuito, oltre a far trovare due bunker utilizzati dai latitanti della famiglia, a portare alcune richieste di arresto avanzate dalla Procura al gip distrettuale.

Inutile la corsa in ospedale di Polistena. Per Maria Concetta Cacciola, era troppo tardi.

Dopo l’analoga morte che il 18 aprile scorso aveva cercato Tita Buccafusca, 38 anni, moglie di Pantaleone Mancuso, boss di Nicotera (Vibo Valentia), ingerendo acido solforico dopo aver deciso di collaborare con la giustizia, con Maria Concetta il silenzio diventa ancora più pesante.

Il procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo, ha aperto un fascicolo e ordinato l’autopsia per accertare che dietro il suicidio non ci siano eventuali pressioni dei familiari.

Per il senatore Giuseppe Lumia, membro della Commissione antimafia, questo «è l’ennesimo fatto drammatico che mina la credibilità dello Stato e rischia di compromettere in modo irreversibile uno strumento straordinario per la lotta alle mafie».

Marina Angelo

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