Roma: teatro del delitto a mano armata. In meno di un anno, sul palcoscenico, ventidue morti.


Si accendono le luci e un nuovo giorno illumina Roma.

L’estate non è nemmeno troppo calda per potersi annoverare come alibi dei colpi di testa. Meno, dei colpi di pistola che, come tuoni, rimbombano sulle strade della capitale.

La tempesta di piombo è iniziata da mesi ormai e, instancabile, sembra non voler andare in ferie. Nemmeno “tiburtina arrosto” ha spostato l’attenzione sulla nuova pioggia di proiettili che ha bagnato di sangue e di morte via Pietro Bembo. A Primavalle l’orologio di qualche testimone, ritardatario o in anticipo, viene guardato poco prima o poco dopo le 15.30. Nel frattempo il palcoscenico en plein air per il nuovo drammatico spettacolo è pronto.

Il copione per la vittima è più o meno lo stesso degli ultimi giorni, mesi, o, a voler essere ampi, anni. Niente storie, “er teppista” va in scena. A dirla così, potrebbe sembrare uno spettacolo teatrale invece, ancora una volta, purtroppo, è la realtà.

Simone Colaneri, pluripregiudicato con precedenti per droga e rapina, è un trentenne autore di rapine in tutta Italia: Pescara, Lucca, Jesolo, Frosinone, Pisa, Firenze, Riccione ed Empoli. Un curriculum, quello di “spacca facce”, lungo cinque pagine all’interno del quale non mancano nemmeno le sue performance da pugile e le accuse di estorsione e droga.

Colaneri era appena uscito dal carcere ed il suo soprannome non era certo casuale.

Attaccabrighe, spavaldo e violento “er teppista” nella sua breve ma intensa carriera quell’appellativo, se l’era guadagnato anche in carcere, dove non risparmiava dalle sue aggressioni nè i detenuti nè le guardie penitenziarie.

Prima che qualcuno potesse scrivere al suo posto la parola fine, Simone aveva litigato con alcuni pregiudicati e, martedì, era stato visto girare con un coltello in strada pronto a gestire a modo suo diverse discussioni, senza risparmiare, durante i suoi scatti d’ira, nemmeno la madre.

Per l’ultimo litigio in una pizzeria nella zona dell’agguato e della sua abitazione, veniva sottoposto ad un trattamento sanitario obbligatorio.

Ma in questo ventisette luglio velato da temperature che lo fanno sembrare più settembrino, due sono i sicari che, a bordo di uno scooter, lo freddano con quattro colpi di arma da fuoco sparati da una Magnum 44, calibro 12.

La terza sparatoria in strada in pieno giorno, a dire il vero, che fa vibrare la Capitale. Il ventiduesimo morto in meno di un anno.

E il tempo, si sa, può essere veloce come una pallottola che raggiunge il bersaglio o lento come l’agonia che dalla prima all’ultima goccia di sangue ti lascia senza vita.

Lì, dove per terra lasciava la sua vita, al gelido tuono degli spari si susseguivano quelli delle sirene dei carabinieri, della polizia, e dell’ambulanza che invano, correva al San Filippo Neri lasciando, nella zona periferica di Primavalle-Torrevecchia, la folla di curiosi, passanti e testimoni ancora una volta increduli e spaventati.

Simone non ce la fa. E’ stato ferito alla schiena e all’addome ma ad essergli fatale è la rottura dell’aorta che passa dall’inguine. Muore dissanguato poco dopo l’arrivo in ospedale.

Sulla scena del delitto, il sipario non è ancora calato.

Si prendono le misure da un bossolo all’altro per cercare di accorciare le distanze che separano il crimine dalla giustizia. Perché se questo è il modo per regolare i conti tra bande, nessuno è al sicuro.

Non ancora.

Fortunatamente, i sicari, ancora una volta due e in sella ad uno scooter, non hanno ancora sbagliato un colpo mirando solo alle vittime che pare debbano pagare sempre con la vita. In serata vengono fermati quattro sospettati.

Bisognava avere l’ennesimo morto sulla lista nera per fermare e spremere tutta la notte quattro sospettati o forse è il grido che si solleva imponente dalla città a cui si cerca di rispondere e dare in pasto, finalmente, quei colpevoli tanto attesi.

Perché questa volta, la notizia viene data in ritardo rispetto ai pochi minuti che hanno seguito invece gli episodi precedenti? Si, le prime agenzie battono la notizia solo intorno alle 18. Ci si chiede come mai. Dubbi e perché che vanno in coda ai numerosi già esistenti.

Inutile dire come Roma negli ultimi mesi sia stata la piazza da prendersi o da non poter cedere e, per questo, teatro di delitti e violenza per la criminalità a mano armata.

Il dieci luglio sempre in pieno giorno, è ancora la mano di due sicari in sella ad uno scooter, che raggiungono, dopo averlo aspettato sotto casa, in via Diego Angeli, zona tiburtina, Giulio Saltalippi, 33 anni, (noto pregiudicato uscito dal carcere a novembre dello scorso anno dopo una lunga condanna per lesioni, furto, ricettazione e rapina). Ma Giulio al Pertini riesce a salvarsi dopo un’importante operazione. Cinque giorni prima alla luce del sole, moriva, invece, Flavio Simmi ( e siamo nel residenziale quartiere Prati).

Se vogliamo fermarci solo a questo luglio, il bilancio, tra proiettili e vittime, supera la sufficienza.

Con la morte del teppista, si sono alzate le polemiche, più o meno sterili, di uomini politici a destra e sinistra.

Più o meno perché a parte la vera preoccupazione dei romani, dei turisti e di tutta Italia sulle modalità che vengono scelte per regolare i conti tra bande e la poca sicurezza della grande capitale, sterili ed insensate sono le accuse che colpiscono, quasi come a voler fare campagna elettorale, ora questo ora quello. Pare si cerchi di strumentalizzare anche un morto e non guardare al problema.

«Sembra il far west, e invece siamo nella Capitale targata Alemanno Chiediamo al sindaco e al ministro Maroni di spiegare cosa sta succedendo in una Roma che dà l’impressione di essere in mano a bande criminali e dove certi spudorati episodi di violenza non si vedevano dagli anni ’70. Un sindaco e un governo che hanno vinto le elezioni sulla sicurezza devono rendere conto ai cittadini del fallimento totale delle loro politiche». Questo lo ha affermato Marco Miccoli il segretario del Pd Roma.

E’ vero, sembra il far west. Ma se Alemanno o Maroni sapessero cosa sta effettivamente succedendo, rimarrebbero con le mani in mano a guardare questo cimitero a cielo aperto lasciandosi coprire anche di fango?

La squadra mobile di Roma sta indagando a trecentosessanta gradi per capire se i retroscena dell’agguato siano legati o meno a «tessuti criminosi» ma dedica anche attenzione agli episodi che hanno coinvolto la vittima dell’agguato nelle ultime ore.

Dario Nanni membro della commissione sicurezza del Comune di Roma, ha subito dichiarato in una nota: «Roma è preda di bande criminali in guerra tra loro per il controllo della città. La vittima era un pregiudicato uscito dal carcere da pochi giorni già dedito allo spaccio di droga. Siamo al terzo episodio di questo genere in un mese che fa somigliare sempre più Roma alla Chicago degli anni venti solo che al posto dell’alcool questa volta c’è la droga e gli ingenti proventi che ne derivano alla delinquenza organizzata»

Interessante invece un passaggio che si legge in una nota della deputata del Pd Ileana Argentin, esponente dei democratici di Roma sull’omicidio avvenuto ieri «pomeriggio a Roma sorprende particolarmente per la spavalderia e per la sensazione di impunità con la quale hanno agito i sicari visto che a pochi metri dal luogo del delitto c’è la sede del commissariato di polizia di Primavalle».

Già. E’ l’impunità, la rabbia per non riuscire ad acciuffare almeno i sicari che, come avveniva per la morte di Simmi -freddato a pochi passi dal Tribunale-, continuano a schiaffeggiare la giustizia a pochi metri da casa.

Viviamo tutti sotto gli occhi di telecamere di cui, a volte, non ne sappiamo nemmeno l’esistenza. Eppure in questo Grande Fratello al quale si aggiungono le sofisticate tecnologie nessuno è ancora riuscito a zoommare sui volti, la targa, un particolare che potrebbe identificare gli assassini.

Gianni Alemanno risponde: «Non credo al far west. Sembrano episodi eterogenei l’uno dall’altro. La Questura tende ad escludere l’ipotesi di uno scontro tra bande criminali, avalla più l’ipotesi di un qualche sgarro o conflitto personale». E il primo cittadino continua «La persona uccisa pare fosse molto aggressiva. Non si tratta di criminalità organizzata o di criminalità di alto livello, però questo è solo un primo giudizio che dà la Questura. Ho chiesto ovviamente di avere quanto prima un approfondimento che ci permette di capire esattamente cosa è successo».

Non basta. Non basta più.

In tutti e sette i colli di Roma, e in generale in tutta Italia, manca anche la prevenzione.

Sicuri, che comunque, gli uomini pagati poco più di mille euro al mese per lottare contro il male stiano facendo al meglio il loro lavoro, confidiamo anche negli ottimi risultati che si aggiungeranno a quelli portati a compimento fino ad oggi e di cui, altri, ne hanno preso i meriti.

Marina Angelo

LE FOTO UTILIZZATE SONO DI MASSIMO PERCOSSI PER L’ANSA

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Roma Violenta

Liberatemi da De Pedis.

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