Dossier De Tomasi: Ecco i fili che si intersecano nei misteri di Roma 1ª parte



La famiglia De Tomasi non è una famiglia normale, non lo è mai stata. A partire dalla “stazza” di “Sergione”, Giuseppe, chiamato anche “Chiattone” per aver raggiunto i 220 kg, al figlio Carlo Alberto – voce anonima a cui una perizia fece corrispondere la sua identità quando, telefonando alla trasmissione Chi l’ha visto? fece riaprire il caso sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, collegandola, in qualche modo, alla sepoltura di Enrico De Pedis.

Riguardando le ordinanze di sentenza dell’operazione Colosseo (unica vera Bibbia sulla banda della Magliana) cerchiamo di delineare quale sia stato il ruolo del De Tomasi senior nel circuito criminale dell’epoca che, come vedremo in seguito, tratta le stesse tematiche di oggi:

Giuseppe De Tomasi è stato sin dagli anni ‘70 un personaggio legato a doppio filo con i maggiori esponenti della criminalità romana: prima sodale dei Proietti e del Nicolini (re di Tor di Valle che ucciso fuori dall’ippodromo capitolino può essere annoverato come “prima presa di potere della banda”), poi un “protetto” del De Pedis e del gruppo dei testaccini.
I suoi interessi spaziavano dal mondo dell’usura (all’interno del quale stringeva forti rapporti con quelli che venivano definiti gli usurai di Campo de’ Fiori), al gioco d’azzardo(organizzato in ville dai proprietari compiacenti), ai videopoker illegali per finire (in tutti i sensi) agli ippodromi e ai cinodromi.

Sergione non si faceva mancare proprio niente grazie anche alla spiccata capacità di barcamenarsi tra i poteri che cambiavano la conformazione del crimine stesso a Roma. Come leggeremo dalla testimonianza di Eugenio Serafini, tabaccaio a Prati e con un secondo lavoro come gestore di picchetti clandestini a Tor Di Valle e Capannelle, De Tomasi applicava tassi del 5% mensile sul cambio di assegni post datati o sulle cambiali, arrivando ad un interesse annuo del 60%.

Le amicizie intraprese nel corso della sua vita, sono degne di un casellario giudiziario. Partendo da Nicoletti e Monselles (recentemente arrestati) si annoverano nomi come De Pedis, Balducci (punto di riferimento degli usurai di Campo de’ Fiori), Diotallevi (compagno di “merende” di Falvio Carboni e implicato nel caso Calvi), Nunzio Barbarossa (uomo di mafia legato a Calò e alle famiglie Zaza e Nuvoletta) Giuseppe Barbaro e Giuseppe Pezone (rispettivamente legati alla famiglia di Nitto Santapaola e alla Nuova Famiglia) con cui aveva una bisca clandestina in Via Antonio Veranzio, vera “lavanderia” a gettone di soldi sporchi sia per mafia sia per camorra.

De Tomasi, Procaccini, Monselles, Simmi e Roberti

Come ogni buon usuraio che si rispetti è nel campo immobiliare che il “Chiattone”, vuole farsi spazio ed è lì che, riciclando assegni, cambiali e contanti, trova il modo per fare “carriera”. Svariate le società immobiliari che rispondono direttamente o indirettamente al suo volere:”Immobiliare Viareggio”, “Immobiliare Arianna”, “L’Ancora s.r.l.”, “Immobiliare Carlo Alberto s.a.s”, “Latimer s.r.l.”. Immuni nemmeno le ditte individuali: “Rossi Anna Maria – vendita di articoli da regalo, bigiotteria ed affini”, “De Tomasi Giuseppe – punto vendita Piazza dei Navigatori”; la “DE.BE.R. s.a.s. – vendita diretta di calzature e abbigliamento”.

De Tomasi si piazza bene sul mercato e con la sua lunga manus arriva a toccare anche il campo della ristorazione e dei locali notturni, tanto da poter finalmente dare, e prendere, vita al suo sogno: il Jackie’o.
Entrato nel mito del crimine, il locale di via Boncompagni, una laterale di Via Veneto, vedeva sfilare tutti i boss della banda della Magliana, in particolar modo i testaccini che, alla vigilia della morte di Edoardo Toscano, nemico di De Pedis, si riunirono, insieme al De Tomasi, proprio all’interno del Jackie’o.

Di cosa parlarono è difficile dirlo perché, di quell’allegra combriccola, morirono quasi tutti. Ma, se quell’occasione fu anche il pretesto per scegliere il menù di nozze per un matrimonio che doveva celebrarsi un anno dopo, assai ed ancor più bizzarro è come, esattamente 48 ore dopo quel meeting, moriva un pericoloso concorrente di De Pedis appartenente alla banda: Edoardo Toscano.

Uno dei luoghi preferiti dall’organizzazione per le “riunioni” tra sodali era la “Ale.car” concessionaria d’auto intestata ad Alessio Monselles (factotum di Enrico Nicoletti) ed al figlio di De Tomasi, Carlo Alberto. Qui si radunavano personaggi come Renatino De Pedis, Massimo Carminati, Paolo Frau, Ettore Maragnoli,Tiberio Simmi, Manlio Vitale ed Enrico Nicoletti. Praticamente i migliori e maggiori gestori di ogni forma criminale capitolina. Era il 1988.

Enrico De Pedis,Massimo Carminati,Manlio Vitale, Ettore Maragnoli

Per avere un panorama diverso riportiamo uno stralcio dell’ordinanza di sentenza sulla banda della Magliana dove le dichiarazioni fatte da Eugenio Serafini, tabaccaio a Prati e possessore di picchetti clandestini all’Ippodromo di Tor di Valle e Capannelle, ci sembrano molto interessanti.

«…ho conosciuto Sergio DE TOMASI circa quindici anni orsono. Costui aveva all’epoca un negozio: io, pertanto, lo conobbi come imprenditore e non sotto altra luce.

All’epoca in cui conobbi DE TOMASI, ero “impicciato” con le banche, nel senso che non godevo di affidabilità bancaria. Avendo, pertanto, l’esigenza di liquidare assegni che mi venivano dati in pagamento presso gli ippodromi di Tor di Valle e Capannelle, dove avevo dei picchetti clandestini, mi rivolsi a Sergio DE TOMASI, il quale era, per così dire, in società con tal Guelfo FERRARINI, titolare di un banco di pesce ai Mercati Generali in via Ostiense.

Non ricordo come conobbi DE TOMASI, la conoscenza, molto probabilmente, avvenne nel ristorante dell’ippodromo di Tor di Valle, dove lo stesso si recava, pur non essendo un giocatore di cavalli.

Era, comunque, un fatto notorio che, professionalmente, il DE TOMASI svolgesse l’attività per la quale io poi mi rivolsi a lui.-

Io consegnavo al DE TOMASI gli assegni che riscuotevo presso i picchetti clandestini, egli, a sua volta, li consegnava al FERRARINI, il quale provvedeva ad incassarli presso il Banco di Santo Spirito ai Mercati Generali, e, quindi, ricevevo dal DE TOMASI moneta contante.

Capitava anche che, oltre agli assegni che mi provenivano dalla mia attività di clandestino, consegnassi al DE TOMASI assegni tratti su conti correnti magari di mia moglie o di amici: questo per poter disporre immediatamente di liquidità. La contropartita era costituita dagli interessi che corrispondevo al DE TOMASI, per compensare le sue anticipazioni. Tali interessi erano di circa il 5% al mese, ma le anticipazioni erano di circa tre giorni. Su dieci milioni, per tre giorni, gli interessi venivano ad incidere in ragione di venti o trentamila lire».

Oggi che siamo nel 2011, i protagonisti di queste storie criminali sono morti o invecchiati. Ma il tempo ed il sangue versato, sembrano non aver intaccato le attività che hanno creato. Nella famiglia De Tomasi, quasi come un riconoscimento per il tanto lavoro, l’ingegno e l’oculatezza investiti con ardore, resta, per esempio, invariato il “factorum”. Gli “usurati” ascoltati dalla magistratura erano “clienti” da oltre 10 anni.

Ma tra tutti questi illeciti, una domanda veste ancora la legalità: la prevenzione di questi reati esiste? Esiste ancora un minimo di intelligence o l’usura e il gioco d’azzardo servono solo per far si che qualcuno si fregi di qualche retata per calcare le pagine dei giornali o delle tv?

Alessandro Ambrosini

LINK AI POST CORRELATI:

I vecchi nomi della mala, scrivono la cronaca di ieri e di oggi. A Roma, arrestato De Tomasi.

The city of wars. Roma: tempeste di piombo.

Intervista ad Otello Lupacchini sull’arresto di Enrico Nicoletti.

La domanda è: perché Nicoletti viene arrestato dopo la morte di Simmi?

Caro De Cataldo, purtroppo, a Roma, va ora in onda la realtà: Arrestato Nicoletti.


Roma teatro dei delitti. La vittima, avvertita alle gambe a febbraio, è Flavio Simmi.

Ore 20, a Roma si gambizza.La Banda della Magliana torna a colpire?

Roma Violenta

Liberatemi da De Pedis.

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