Dagli scontri di Pianura agli arresi. La storia di Marco Nonno tra malagiustizia e malainformazione.


Quando parliamo di malagiustizia parliamo anche di quei provvedimenti che toccano, molte volte senza senso, anche cittadini costretti ad usare metodi poco ortodossi per riuscire a non fare calpestare i propri diritti.

E’ il caso del consigliere comunale Marco Nonno che per gli scontri avvenuti nel 2008 a Pianura, dopo tre mesi, è stato arrestato con l’accusa di essere stato uno dei fomentatori della “piazza” e di aver tessuto legami con la camorra per contrastare l’apertura della discarica nel comune campano.

Tredici mesi di arresti domiciliari preventivi per poter dimostrare che, la voce di un pentito di un clan, non è sempre la prova certa di un reato. Difendere il proprio territorio dalla cattiva amministrazione non è sempre sinonimo di criminalità e le ragioni alla lunga emergono contro ogni dubbio.

Ma la domanda ricorrente in questo caso è: chi ridarà dignità alla persona offesa? Chi farà articoli a due colonne per spiegare che ci si era sbagliati ? Nel caso di Marco Nonno è stata la popolazione stessa a ridare la patente di “presentabile” ma chi ridarà la vita e l’onore all’Assessore del Pd Nugnes,(suicidato in quei giorni per il peso di un’accusa così infamante), persi in quei giorni di scontri e polemiche?

Chi e’ Marco Nonno?

«Sono un idealista: Peter Pan. Resto adolescente in tutto nelle mie cose. L’entusiasmo non è mai cambiato. Se questo per me è un pregio, per altri è un difetto»

Pianura: se chiude gli occhi cosa vede?

«Ebbi la capacità di capire che: il Governo Nazionale era debole e non avrebbe avuto il coraggio di forzare, che era una ingiustizia nei confronti del territorio e che su Pianura Bassolino sarebbe caduto. Ebbi l’intuizione di questa rivolta non solo rispetto a Bassolino ma anche gli avversari di partito interni che avevano e che erano in combutta con Bassolino stesso.
Mi accorsi di essere stato scelto dagli abitanti del quartiere come paladino in quella battaglia e non mi tirai indietro.

Oggi, per quello che hanno passato, devo chiedere scusa a due persone: mia moglie e mio figlio .

Poi, vanto un credito che parzialmente mi è stato pagato dal territorio alle ultime elezioni con la valanga di consensi e vanto un credito nei confronti del centrodestra e questo lo dico adesso e non prima delle elezioni, perché se oggi gestisce la Regione Campania è perché Bassolino non aprì la discarica di Pianura. Nel centrodestra non tutti me l’hanno riconosciuto, solo i più onesti. Non pretendo niente e non chiedo niente ma il riconoscimento politico anche postumo me lo aspetto. Rifarei tutto se non fossi sposato e non avessi un figlio. Perché soprattutto mia moglie (mio figlio è troppo piccolo) il colpo l’ha accusato, anche se è stata sempre molto forte e sempre al mio fianco».

Come definisce la sua vicenda giudiziaria?

«Adesso si è parzialmente ridimensionata, perché ho fiducia nel collegio che mi sta giudicando un collegio equilibrato. Questo mi fa capire che esistono ancora tantissimi magistrati che lavorano in maniera encomiabile. Sono amareggiato perché non vedo le motivazioni del mio arresto. Non sono scappato, non potevo reiterare il reato, non potevo inquinare le prove…accetto che mi si metta sotto processo perché a Pianura la protesta fu molto dura.

Bisognava individuare i colpevoli delle azioni violente e avrei accettato anche l’avviso di garanzia. Se sottoponendomi al processo si appurasse la verità io lo accetterei volentieri. Ma l’arresto….quello è stato fatto un anno dopo. E poi l’avviso di garanzia l’ho saputo dai giornali 3 mesi dopo. A Napoli tutti dicevano che mi avrebbero arrestato e io andavo tranquillamente in consiglio comunale, quindi non sono mai scappato.

Tutti dicevano “mò l’arrestano, mò l’arrestano”. C’era qualcuno che addirittura mi aspettava all’entrata del Comune per potermi vedere in manette ma la sensibilità dei poliziotti fece si che non uscii nè con le manette nè dall’uscita posteriore. Questa gentilezza penso sia stata fatta per tutto quello che avevo fatto insieme alla polizia contro la criminalità, per cui qualche merito sul campo me l’ero guadagnato»

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Come ha influito nella sua vita essere considerato un “impresentabile”?

«Ero considerato impresentabile da: i camorristi, dai miei avversari politici e da qualche giornalista in malafede. Infatti se guardiamo su internet per 10 articoli contro ce ne sono almeno 5 a favore. La frase più bella me l’ha detta un mio amico di infanzia il giorno dopo le elezioni: “se la giustizia è amministrata in nome del popolo, il popolo ti ha già assolto”.
Perché io ho ricevuto una valanga di consensi che mi ha permesso non solo di essere eletto a testa alta ma di essere il primo (in base alle preferenze) in senso assoluto.

A Pianura, su 10 sezioni, De Magistris è rimasto indietro di 1.500 voti. Ho portato avanti la campagna elettorale senza mai avere vergogna, perché sapevo che la mia coscienza era apposto.

Sono fatalista e questo l’ho visto come un segno dall’alto visto che la mia formazione culturale è Dio Patria e famiglia. Di questo, ne vado orgoglioso. Se il Padreterno voleva che io fossi il primo, vuol dire che su di me c’è un progetto e questo, dovrebbe far riflettere molti che continuano a lavarsi la bocca».

Marco Nonno e l’assessore Nugnes, due storie che si incrociano. Ce ne vuole parlare?

«Nugnes era iscritto nell’Msi negli anni 80, quando venne in sezione da noi io ero proprio piccolino (lui era coetaneo di mio fratello). Si arruolò nella Folgore come volontario e divenne ufficiale di complemento. Il massimo per un missino. Nugnes era amico mio e della mia famiglia. Quando tornò, i compagni, proprio perché era di destra, gli spaccarono la testa. Poi la Democrazia Cristiana dell’epoca gli assicurò un posto di lavoro prestigioso e lui fece quello che per noi fu per anni un tradimento. Era molto quotato e veniva sempre eletto con la Dc e il Partito Popolare.

Dall’87 al 2006, non ci siamo rivolti la parola. Per noi, era “il traditore”. Nel 2006 io entrai in Consiglio Comunale e frequentandoci, ricominciammo a parlarci, ad avere contatti e a risolvere i problemi sul campo. Nel quartiere, ad esempio, abbiamo ripristinato l’illuminazione in una strada dove mancava da cinquant’anni, recuperato le vie abbandonate, costruito la rete fognaria dove non era mai esistita, eliminato mura abusive.

Pianura, purtroppo, ancora oggi ha delle vaste aree da “medioevo”. Lì luce e rete fognarie sono assenti. Questi sono luoghi dove volevano aprire le discariche ma la gente dice “volete aprire la discarica e noi non abbiamo marciapiedi, luce, fogne”. I bambini che vanno a scuola, quando la strada si allaga, sono costretti a camminare in fila indiana lungo un muro (alto un metro e mezzo) della carreggiata perché la strada, in mancanza di quanto detto, è impraticabile.

Per bonificare quella zona, lavorai a stretto contatto con Nugnes. Lui, infatti, essendo assessore e mi sostenne sugli interventi fino a quando, poi, c’è stato l’arresto e poi, il suicidio.

Ma ripeto, per molti anni non abbiamo avuto rapporti proprio perché lui, per noi che venivamo dall’MSI o da Alleanza Nazionale, era il “traditore”. Per gli strani casi della vita, lo canzonavamo dicendogli “ti sei sposato pure l’otto di settembre!”.

Quando ci arrestarono, il dodici settembre, stavamo organizzando un lancio col paracadute. Lo avevo convinto a riprendere a fare il paracadutista insieme a me ma, proprio mentre stavamo organizzando questa bellissima cosa, non ci dettero il tempo per poterla finire».

Verità e giustizia, due cose che non vanno sempre a braccetto. E’ d’accordo?

«Io penso che la verità, la vera verità, ha bisogno di tempo. Quando i processi hanno, invece, solo un appeal mediatico, non sono mai dei giusti processi. Sono necessarie serenità e indipendenza emotiva altrimenti un processo, può essere condizionato anche, dal pentito di turno. Nel caso politico, gli avversari cercano vendetta e si appigliano a tutto.

Nel mio caso, io ho dimostrato oltre che ad essere estraneo alle accuse, che quella politica che gridava vendetta (e non solo dalla parte dell’opposizione) era la stessa da chiamare in causa. Per uno dei moralisti del mio partito che mi accusavano, (oggi a Futuro e Libertà) ho fatto notare al Prefetto di Latina (dove tale persona aveva la residenza) che andava cancellato dalle liste elettorali perché condannato ed interdetto per la vicenda di via Dante.

Per appurare la verità processuale ci vuole tempo e, ci vuole tempo, per far decantare rabbia, invidie, rancori. Una mia soddisfazione è quella che, il sindaco Iervoilino, verrà a testimoniare al processo a mio favore.

Me lo ha chiesto lei la sera dell’otto dicembre quando ci incontrammo a fine consiglio (dal quale venni sospeso per un anno) sebbene le avessi detto “dopo che darò il tuo nome al Tribunale, l’indomani, sarai su tutti i giornali”. E infatti uscì su tutti i giornali “Iervolino testimonia per Nonno”. Questo è un riconoscimento che va oltre la politica. Il Ministro Iervolino è una donna sulla quale si può dire di tutto ma mai che lei abbia rubato».

A chi difende il proprio territorio, soprattutto a Napoli, gli viene automaticamente affiancato l’appellativo di “camorrista”. Lo ha riscontrato anche lei?

«La camorra esiste ma non è certo quella che vogliono far passare taluni (non tutti). Perché se la camorra è il delinquentuccio che va a prendere i soldi al negoziante o che spara alle gambe o ammazza il suo avversario di affari nello spaccio di droga è camorra, ma di “serie b”. I veri camorristi, sono quelli che utilizzano la “serie b” per fare gli affari. Mi riferisco a tutte quelle lobby di colletti bianchi, di destra e di sinistra, che in maniera trasversale sfruttano questi delinquenti da “due lire” per moltiplicare i loro proventi.

In merito alla discarica, io, in Prefettura, alla presenza di sei onorevoli e il Sindaco avevo detto “si può fare questo, quello e quest’altro: assumetevene la responsabilità, perché ci sono tutte le premesse per non aprire quella discarica”. Aprirla avrebbe significato scegliere la strada più breve. Un’assicurazione di tranquillità per il malaffare napoletano ed alla classe politica che disamministra la città lunga dieci anni.

Qualcuno, qui a Pianura, ha provato ad avvicinarmi per corrompermi (ci sono delle testimonianze che lo provano). Lo stesso Pierangelo Maurizio di canale 5 era presente e registrò tutto con la telecamera quando proprio fuori casa sua al cellulare, in vivavoce, mi dissero “Bassolino è nella merda fino al collo: fai tu l’offerta”. Io non so a cosa si riferisse quella voce. So che rifiutai e me ne andai. Lo stesso giornalista, si è offerto, successivamente, di venire a testimoniare a mio favore al processo».

Per lei e Nugnes c’è stata una condanna prima ancora di un giudizio. Cosa si prova a subire un’ingiustizia e non poter fare niente a livello mediatico?

«E’ proprio per questo motivo che ho scritto il libro (Pianura 2008. I giorni della munnezza. Racconto controcorrente di una protesta popolare in difesa del proprio territorio -Poseidon editore-ndr). Però, ripeto, io ho avuto la pazienza di aspettare il mio turno. E il mio turno è arrivato con le elezioni. Io penso che meglio dell’assoluzione del popolo e della sua legittimazione, non c’è niente.

Poi, potranno continuare a remarmi contro, inventarsi storie a me resta sempre un grande entusiasmo, nato dalla mia formazione culturale, e una forte dose di determinazione sviluppata all’età di quattordici anni, non cedendo mai sulle cose in cui ho sempre creduto. Questa certezza del mio essere, del mio ardore, della mia tenacia mi mettono nelle condizioni di avere un serbatoio di carburante talmente pieno che è difficile persino da immaginare.

Quando sono tornato in consiglio, alcuni credevano che sarei arrivato con i capelli bianchi, la pancia e assolutamente devastato. Sono entrato in Consiglio Comunale in perfetta forma fisica (a casa facevo ginnastica ogni giorno anche per smaltire la tensione), più bello del solito, deciso e determinato a non cedere di un millimetro.

Se non avessi avuto i riferimenti ideologici e culturali che ho avuto e che continuo a coltivare, io non ce l’avrei fatta».

Il suo libro racconta la sua verità su ciò che le è successo. E’ un modo per ridare fiducia alla giustizia o è una denuncia alla malagiustizia?

«E’ semplicemente un contributo a voler essere più riflessivi in merito a tutte le vicende. Io lo sapevo già ma l’ho imparato meglio sulla mia pelle. Il mio libro deve servire a chi opera nel campo mediatico che i processi si fanno dentro le aule dei tribunali e che, quando se ne parla, l’accusa e la difesa, in pagina, devono avere gli stessi spazi.

Questa è la causa che mi ha portato a denunciare Peter Gomez ed a farlo rinviare a giudizio anche se, insieme al direttore dell’Espresso, mi offrì un risarcimento danni pari a cinquemila euro che, però, rifiutai con queste parole “io con cinquemila euro, non ci compro nemmeno la colla per i manifesti”. Lui incalzò “cosa è questa storia dei manifesti adesso?”. Io risposi “la mia prossima campagna elettorale, devo pagarla con i soldi suoi”. Fuori dalla stanza del GUP, sicuro come non mai, aggiunse “vedrai che non mi rinvieranno neppure a giudizio”. Entrati in aula del Gup a Velletri, rinviarono a giudizio sia lui sia il all’amico dell’Espresso.

Peter Gomez sull’Espresso di me scrisse che ero un fascista. Se la stessa cosa fosse stata detta come battuta da parte di un amico avrei potuto pure passarci sopra. Ma sulle pagine dell’Espresso, sotto gli occhi di milioni di italiani e aggiungendo anche che fossi un venditore di armi beh, c’è un limite a tutto. Mai oltre la dignità e il rispetto».

Alessandro Ambrosini

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