Caro De Cataldo, purtroppo, a Roma, va ora in onda la realtà: Arrestato Nicoletti.


«Tiene molto alla premessa, Giancarlo De Cataldo, magistrato prima ancora che scrittore: “Sull’omicidio in Prati ci sono indagini in corso e bisogna rispettare il lavoro degli inquirenti. Detto questo, non parlate di Banda della Magliana. Quella è tutta un’altra storia”».

Inizia così su La Repubblica l’intervista di Giovanna Vitale a Giancarlo De Cataldo.

Nessun dubbio su quella fama di magistrato di cui godeva prima della più amplificata da scrittore ma, parlare di faciloneria, dopo aver spostato l’attenzione e l’interesse sui riflettori piuttosto che sulle dinamiche che si intersecano sui tempi del set en plen air, beh…ci passa più di una stagione.

Sarà anche un’altra storia o «una stagione che non torna più», fatto sta che questa estate, poco rovente, infatti, continua a far salire il mercurio del termometro criminale a quota 21 morti. Una città che appena dopo aver lavato l’ultima macchia di sangue, non sa che strada imboccare per trovare una soluzione a quei sampietrini che continuamente si macchiano di delitto.
Su una cosa De Cataldo ha però ragione: piccole, medie e grandi testate si sono “parate” da quella lettera immediata come un fulmine dell’avvocato di Roberto Simmi, rettificando il tiro quindi adesso tutti sanno che « la vittima non era il figlio di un componente della banda della Magliana, il padre fu assolto ed è uscito dall’inchiesta».

Detto questo, la vittima era anche stato avvertito a febbraio. Un avvertimento che non è passato inosservato come la sua morte a pochi passi da un tribunale che cerca ancora chi si “fa giustizia” alle 9.30 della mattina.

Ma questo lo scrive bene Bonini. «Punito davanti al “negozio dei sordi”, come qualcuno a Roma ancora chiama il Banco dei Pegni, mentre chiudeva la bottega “compro oro” del padre Roberto, “Robbertone”, un passato di usura, un transito nelle gabbie della Banda della Magliana (nel maxi-processo che segue l’operazione “Colosseo” viene assolto), un presente da oste e gioielliere. Ieri, una rosa di calibro 9 lo ha spedito all’altro mondo. Esplosi, verosimilmente, dalla stessa mano. Per un identico movente. In pieno giorno, nel quartiere Delle Vittorie, a neppure un chilometro di distanza dal Tribunale. Perché tutti vedano, capiscano e mandino a mente la lezione».

Per il suo racconto di oggi, Carlo ascolta altre fonti (non me ne voglia De Cataldo, ma in fondo siamo al terzo atto “forse” di ciò che lui ha ricalcato solo in 2 parti…insomma..c’è altro da dire e, purtroppo, la realtà non è una fiction). Arriva ad altre conclusioni. Insomma, un cenno a De Cataldo resta sul titolo ma, a voler pensar male, diceva qualcuno, potrebbe anche essere un messaggio (potrebbe).

A Roma non «c’è il vizio di richiamarla sempre -la banda della magliana – senza considerare che quella è stata l’unica organizzazione criminale che ha avuto contatti con la mafia, i servizi deviati, la politica» al contrario.

Proprio perché, come ha ben enfatizzato sul suo Romanzo Criminale in serie, sa, da magistrato, che molte cose sono rimaste ancora aperte, irrisolute, indecifrabili: impunite. «Eppure il Caffè Chigi non l’hanno sequestrato a De Cataldo i calabresi – come lui stesso dice-. E quelli non hanno certo bisogno di ispirarsi a un libro per far bene il proprio lavoro». Già.

Bonini restringe il cerchio. Fa parlare Giancarlo Capaldo, procuratore distrettuale antimafia che dice: «Questo regolamento di conti ci dice che in città si stanno ridisegnando gli equilibri e i poteri delle organizzazioni criminali» e passa poi la parola ad Otello Lupacchini, oggi alla Procura Generale.

Lupacchini è il giudice istruttore che insieme ad Andrea De Gasperis, nel ’93, firmava le 230 pagine del provvedimento giudiziario, di quella meglio definita come “Operazione Colosseo”.

Quello stesso giudice che «ha sostenuto con successo l’accusa nei confronti di Enrico Nicoletti, ex cassiere della Banda e prova vivente di un passato che non passa, dice: “‘Ndrangheta e Camorra si muovono da tempo nello spazio silenzioso e rarefatto dei grandi affari, del riciclaggio, del narcotraffico e non hanno più uomini in grado di garantire un controllo capillare del territorio. O, probabilmente, non ritengono di doverne impiegare, come un tempo accadeva. Dunque, a un livello più basso del mercato criminale si sono aperti grandi spazi, dove la lotta si è fatta sanguinosa. Dove si ammazza o si progetta di ammazzare con impressionante facilità e con altrettanto impressionante sproporzione rispetto al risultato che si vuole ottenere”».

Proprio così, ma poi resta sempre una domanda: Non sarà che tra chi sta dentro e chi fuori, ci sia una guerra per riappropriarsi del territorio che la ‘ndrangheta vuol sottrarre, o con la quale qualcuno (libero o in galera) ha stretto delle alleanze? Di questo, non ci è dato sapere. Restano congetture, troppo facili per essere tali.

Strano è che in un momento di dolore come quello che si prova per la morte di un figlio, si pensi a far tacere, per mano di un avvocato, chi ricorda il passato. Un passato che incuriosisce e fa venir voglia di sapere di più proprio sulle dinamiche processuali che portarono all’assoluzione di Robbertone e di cui si fatica a trovare traccia.

Quell’avvocato non riesce però a silenziare il dolore di un padre che non trova pace: «Flavio era così contento, finalmente si stava riprendendo dall’agguato di qualche mese fa faceva fisioterapia, aveva iniziato a camminare. Era così felice e me l’hanno portato via, l’hanno ammazzato come un cane» racconta disperato Roberto.

E poi, rivolgendosi agli agenti della polizia dice: «Ma tanto quegli infami li becchiamo subito, basta vedere dov’erano un’ora fa. Li trovate vero?» e li implora: «Me lo fate salutare Flavio per l’ultima volta? Lo voglio abbracciare, per favore» e accompagnato davanti la salma del figlio l’uomo in preda all’angoscia che ad un certo punto si fa delirio chiama Flavio: «Flavio, figlio mio svegliati. Mi senti? È colpa mia, solo colpa mia»

E se nemmeno la morte di un figlio riesce a seppellire alcune voci che mormorano anche nelle grandi città, pure su questo, la tv torna a ricordarci un importante insegnamento: tutto può succedere.

E, infatti, coupe de theatre: viene arrestato Enrico Nicoletti (uno dei boss e cassiere della Banda della Magliana). L’accusa è di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di millantato credito, truffa, usura, falso, riciclaggio e ricettazione. Un ultimo atto dell’operazione denominata “Il gioco è fatto”, per la quale la Mobile di Roma aveva già eseguito, lo scorso ottobre, una prima parte di misure cautelari? Forse. Ma questa è la realtà!

Marina Angelo

LINK AI POST CORRELATI:

La domanda è: perché Nicoletti viene arrestato dopo la morte di Simmi?

Roma teatro dei delitti. La vittima, avvertita alle gambe a febbraio, è Flavio Simmi.

Ore 20, a Roma si gambizza.La Banda della Magliana torna a colpire?

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  7. uno dei tanti motivi perche’Roma e’Roma ….questa e’la vera storia d’italia!!!sarebbe poi troppo complicato spiegarlo al..GREGGE!e sarebbe pretendere troppo che capiate gia’solo i…….puntini di sospensione!777 sulla pagina di televideo

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