Munnezza – Lazio: 1-0


Il risultato è pessimo. Certo che, mantenere le città pulite, non dovrebbe essere neppure un match su cui scommettere. Ma lo è a Roma come a Napoli, a Pomezia come ad Anzio e potremmo continuare senza trovare almeno un pareggio sulla schedina per comuni, province e regioni. Il debito è troppo alto. Le casse al “verde”.

E come se non bastasse, ci tocca assistere a risse simili a quelle del calcio-spazzatura.

Non è una partita. Siamo al consiglio comunale di Pomezia dove ieri, dopo l’inno di Mameli, si è alzato forte un altro coro che faceva rima con decoro.
Si, veniva urlata la perdita di dignità da parte dei netturbini stanchi di attendere il pagamento degli stipendi arretrati e che restano comunque, dopo i cittadini, i “responsabili” dello splendore in strada.

E proprio per mettere l’accento che fa la differenza sulla “a” di responsabilità, gli operatori ecologici hanno urlato davanti al sindaco De Fusco, con tutta la rabbia a disposizione: «Siamo senza stipendio, dateci i nostri soldi».

Le vie della città laziale, infatti, restano invase dalla spazzatura perché il municipio non paga la società di smaltimento da mesi. Pomezia, poco più di un anno fa, si era accordata per rateizzare un debito da 13 milioni di euro con le ditte di smaltimento che, senza cash, non hanno versato gli stipendi ai lavoratori.

Una storia già vista sulle “reti” campane e che, anche questa volta, ci fa vomitare quando da Torvaianica arriviamo alla Pontina. Stando alla proverbiale saggezza siciliana, se è vero però che “u pisci fete da testa” (il pesce puzza dalla testa) lo spettacolo che fa più schifo, non è quello che nausea vista ed olfatto, bensì quello che resta celato dai gestori delle “casse comuni”.

L’allarme fa fatica a contenersi e avanza, insieme alla calda stagione, tanto sul litorale romano come ad Anzio (dove «I dipendenti di una delle due ditte che effettuano la raccolta –denuncia il consigliere del Pd Massimo Creo – hanno avuto l’amara sorpresa di non trovare l’accredito dei propri stipendi, sembra almeno tre mensilità non versate, conseguenza del mancato pagamento da parte del Comune alle ditte interessate»), quanto sui più freschi colli dei Castelli.

I debiti con i gestori delle discariche laziali aderenti a Federlazio, (pari a 250 milioni di euro) pare siano diffusi su una quarantina di comuni tra cui Roma. Molte di più quindi, le città dove i lavoratori delle discariche incrociano le braccia perché “in rosso” sul conto e sulla faccia.

«Dovete pagare, me fate schifo». Gridano tra gli applausi i netturbini (se precari o meno come i loro conti, però, non ci è dato sapere) E chi spiega a Brunetta che il lavoro va pagato?

Un vero e proprio crimine. Già come allo spettacolo che si assiste per l’insediamento del nuovo consiglio comunale nominato alle elezioni di maggio. Con l’abito più bello e, come l’etica del bravo politico impone, non ci si dimentica dei “buoni amici” e delle promesse.

I neo eletti, infatti, non hanno abbandonato i “pezzi scaduti” della vecchia consiliatura. Di e con loro resta la puzza di quei pesci catturati per mazzette ma “ripuliti” penalmente dalla prescrizione. Manovra, questa, che ne ha consentito la rielezione.

E allora tra la saggezza dei proverbi e le diverse maree, viene da chiedersi: chi fa di un’acciuga un pesce re?

Marina Angelo

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