Alla staffetta della giustizia, la legge, “sconfitta” dagli affiliati Provenzano, vince Vallanzasca.


«Mi permetto di chiedere a Lei, Signor Presidente, e di chiederlo al Dottor Franco Ionta e al Ministro della Giustizia, come mai, dopo due interrogazioni parlamentari e innumerevoli contatti informativi con gli organi preposti ci si ritrova nuovamente a cercare una via di fuga per un individuo che ha palesemente dichiarato insofferenza alle regole».

Con queste parole Gabriella Vitali, vedova del maresciallo di polizia Luigi D’Andrea, ha scritto a Giorgio Napolitano. Un appello contro la semilibertà, momentaneamente sospesa, a Renato Vallanzasca.

Nessuno può sapere quanto dolore possa aver provato questa donna e nessuno, può sapere tante altre cose sulla sua vita dopo quel tragico giorno. Nessuno.

Continua così la signora Vitali: «Forse le giuste aspettative dei cittadini onesti e la supremazia indiscussa della Legge valgono meno di altre considerazioni?»

Forse, o forse gli stessi cittadini onesti a cui lei fa riferimento, pensano che in fondo, proprio quest’uomo è l’esempio di una giustizia che ha difficoltà a trovare azioni di rigore e di intervento simili. Forse, proprio perché ha pagato senza sconto è giusto che come gli altri abbia lo stesso trattamento (beneficio/punizione).

Si, perché se d’inferno parliamo, allora facciamo che tutti i “diavoli vengano al pettine”. E in merito alle “considerazioni”, mi aspettavo una simile eco da parte dei familiari delle vittime del terrorismo, della mafia o di quell’anti stato che giornalmente vede distrutti sogni, presente, futuro, intere famiglie, gente innocente. E mi aspettavo delle lettere simili, soprattutto oggi che la terza sezione della Corte d’appello di Palermo ha rimesso in libertà, per scadenza dei termini di custodia cautelare, quattro affiliati della cosca dei Provenzano condannati per favoreggiamento nei confronti del capo di Cosa nostra: Gioacchino Badagliacca,Giampiero Pitarresi, Vincenzo Paparopoli e Vincenzo Alfano.

E allora, tornando al discusso e discutibile Renato: a quale parole si riferisce la signora? Vallanzasca, come altri assassini, banditi e criminali in genere al quale, in linea con la legge, è stato concesso di poter uscire dal carcere per andare a lavoro e ritornare in cella la sera, sta pagando una punizione (giusta) perché ha sbagliato. E’ un fatto. Nessuna parola.

Forse è proprio con il Renato in questione che il cittadino non “perde la fiducia nelle Istituzioni e nelle Persone che le rappresentano”. A ben guardare la giustizia fa in tempo a catturare i boss ma poi con quel tempo gioca e li lascia “scappare”. Così facendo dà uno schiaffo a se stessa e alle persone che lottano contro quello stesso tempo a rischio vita per bloccare la mafia. Una sberla ai cittadini onesti e ai familiari delle vittime di un dolore sconosciuto a molti ma vissuto da troppi.

La caduta dei termini (e di qualcosa oltre lo stile), manda in fumo il lavoro svolto dagli uomini dell’antimafia e apre le porte della libertà a uomini impuniti (e non certo per una trasgressione che arriva dopo aver scontato oltre trent’anni di pena). Un conto che resta aperto e potrebbe non essere mai saldato. Già, perché probabilmente all’appuntamento con il giorno del giudizio (e non certo quello divino dal quale nessuno sfugge) la mafia potrebbe latitare altrove per portare a termine il lavoro, quello sporco, senza regole né rispetto, iniziato all’esterno.

Nessuna gomma si permette di cancellare il ricordo del male fatto né sui libri neri dei tribunali né davanti alle coscienze. A noi uomini e donne senza toghe, incapaci di perdonare anche solo il torto fatto dal vicino, non spetta giudicare. Accusare la giustizia però è e rimane cosa buona e giusta quando non viene fatta (una questione di fatti, quindi, non parole).

Vallanzasca da oltre trent’anni paga se sbaglia. Ed è giusto così. E’ la regola. Non facciamolo diventare un mito oltre i flash, un’eccezione rispetto a quella giustizia che allora, è proprio il caso di dire, non è proprio uguale per tutti.

Marina Angelo

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