“L’Intervista” ad Otello Lupacchini – 1ª parte –


Perché il crimine diventa mito?

Il crimine diventa mito perché le storie criminali fanno presa sul pubblico in quanto, normalmente, c’è l’intreccio tra amore e morte e, soprattutto, quando la morte è violenta. Essa attrae, probabilmente, per una sorte di esorcismo che ci poniamo ed attraverso il quale, costringendoci a guardare la morte e la violenza in faccia, finiamo, poi, con il poterci tranquillamente convivere e, conseguentemente, la mitizziamo. D’altra parte se andiamo a rivedere tutte le grandi storie dai poemi omerici a quelli medievali. La commedia dantesca, i romanzi storici del settecento ottocento, i romanzi gotici e tutta la saga dei cosiddetti romanzi gialli che hanno caratterizzato il novecento, dopo quelli magistrali di Edgar Allan Poe, ci accorgiamo di quale grossa presa facciano le storie criminali sul pubblico, di come Felieton vendesse, proprio perché raccontava, fondamentalmente, storie criminali (bellissima la storia di Pinocchio proprio perché la più criminale di tutte ndr) e la Divina Commedia: un bellissimo thriller giocato, appunto, attraverso i personaggi che, di volta in volta, vengono sul proscenio dall’Inferno fino al Paradiso.

Come e perché si veste la realtà con l’abito del romanzo?

Perché la realtà, spesso, non può essere altrimenti rappresentata. Viviamo in una società in cui molta gente, quella che può costituire oggetto in un racconto romanzesco, appunto perché personaggi di romanzo ancor che vivono nella realtà è tanto, tanto permalosa. Per evitare di fare i conti con una realtà che spesso non si conosce, allora, si cerca di esprimere questa verità e questa realtà, attraverso la fantasia. Bisogna ritornare a Schopenhauer cioè al mondo come volontà e rappresentazione e pensare che noi conosciamo solo noi stessi ed il nostro corpo; gli altri, rispetto a noi, sono solo dei castelli rispetto ai quali ci manca il ponte levatoio per entrarci dentro per cui, li possiamo guardare solo dall’esterno. Il romanzo ci consente di inventarci un interno che spesso possiamo solo intuire ma che, di fatto, non vediamo mai.

“Dodici donne un solo assassino” lei lo ha definito un romanzo-inchiesta. “Malagente”, come lo definisce?

Una sorta di outing. In “Malagente” ho cercato di riversare una serie di pensieri cattivi che mi tormentavano nell’osservare una realtà dall’esterno senza poterci entrare dentro. Ovviamente parte da un fatto di cronaca ma, si sviluppa nella forma del romanzo perché, appunto, non conosco la realtà di quel fatto di cronaca. Il problema, poi, diventa quello: una volta che si costruisce la storia attorno ad un fatto di cronaca reale di potersi astrarre, di poter andar fuori da quella storia, non restare vincolati a quella che è la realtà sottostante alla storia che funge da innesco all’operazione di fantasia che è, appunto, la costruzione di una storia romanzesca, tutt’altra cosa rispetto alla storia reale. Storia che vive dentro di noi e rispetto a cui la notizia o la vicenda che si prende a pretesto è stato soltanto l’innesco per un lavoro che ci porta molto lontano da quella che è la realtà che caratterizza la storia iniziale.

Quando definisco romanzo-inchiesta “Dodici donne un solo assassino” è perché cerco di combinare dati di realtà riempiendo i vuoti di conoscenza attraverso ipotesi che tali devono apparire altrimenti si corre il rischio che qualcuno possa dire “…questo conosce chissà quali verità”. In realtà la verità non la conosco. Mi limito ad elaborare una sorta di teorema ed in quanto tale tutto da dimostrare e, sicuramente, assolutamente non dimostrato. I vuoti vengono, appunto, riempiti attraverso ipotesi. Ipotesi che hanno il loro innesco in un dato di realtà. In “Malagente”, invece, il discorso è diverso: la storia è completamente fantastica anche se, anche qui, l’innesco è dato da avvenimenti reali. Avvenimenti reali non nella loro totalità ma, in pezzi diversi, combinati insieme per creare un qualcosa di nuovo quella che i civilisti, i cultori del diritto civile chiamano “la specificazione”. In pratica, prendo pezzi diversi di storia, li combino insieme in maniera di far venir fuori una cosa completamente diversa da quella che è la realtà da cui attingo.

Quanta realtà c’è in “Malagente”?

Dipende. Se vogliamo vederla come “realtà della storia” siamo nella fantasia più sfrenata, se invece, vogliamo guardarla come “realtà o modo di rappresentarsi” dei personaggi, probabilmente, di verità ce n’è molta. La costruzione di un carattere, di un atteggiamento, di un comportamento si realizza proprio attraverso l’osservazione di quello che vediamo intorno quindi, è frutto di un’esperienza personale. L’esperienza personale, però, è l’esperienza di chi vede qualcosa ma non può penetrarci completamente e quindi, anche qui, deve inventarsi attraverso procedimenti che possono essere induttivi –che partono cioè partendo dal dato reale a quello sconosciuto- o deduttivi – partire cioè da una regola di esperienza per calarla in una situazione che vuol avere l’apparenza della concretezza e quindi finisce per essere tutta vera -. E’ l’esperienza dell’autore e non la realtà della storia che racconta. E’ uno specchio dei sentimenti dell’autore.

Se esiste, chi è la malagente?

Che esista la mala gente o che esista la buona gente sono dati piuttosto schematici di realtà. Esiste una serie di grigi più che il bianco ed il nero. Non si può dire che esista il male o che esista il bene. Possono esistere combinati nelle stesse persone, negli stessi soggetti, negli stessi avvenimenti aspetti positivi ed aspetti negativi i quali, concorrono a dare un’immagine della realtà. Ovviamente vi sono delle persone che vengono stigmatizzate. Stigmatizzate dal diritto penale, stigmatizzate  da morale, stigmatizzate da codici etici o da un certo modo d’essere rispetto ad una maggioranza o ad una minoranza di osservatori. Chiaramente, tutto questo rende la realtà molto relativa nel senso che, per me, una persona può essere una bravissima persona mentre per un altro, che adotta canoni di valutazione assolutamente diversi rispetto ai miei, può essere un malvivente e viceversa. Nello stesso evolversi della storia vediamo come certi personaggi considerati nella loro epoca dei malviventi siano stati poi rivalutati come persone di altissimo valore morale ed altri, considerati dei benemeriti, in realtà, si siano rivelati più farabutti di tutti quelli che, in quel momento, li assumevano a modello di virtù.

Malagente” è ambientato in un’ipotetica Julia. La sua scelta è casuale o c’è un tessuto sociale più propenso per un racconto di questo genere?

Quella che nel romanzo viene chiamata “Julia” è l’effetto di una semplificazione pretesa dall’editor. La Julia di cui si parla del romanzo era, in effetti, la strausavia cioè la terra delle ombre e il bel paese, di cui si parla nel romanzo, era la gaunerlandra  (da “gauner” e “lant”:  terra dei mascalzoni  ndr). Ovviamente è stato ritenuto troppo colto e cervellotico il riferimento e quindi difficilmente percepibile – perché c’è sempre una sottovalutazione delle capacità del lettore- e conseguentemente si è dovuto ripiegare sulla Julia ed il bel paese rendendo la storia, forse, un po’ troppo italiana. In realtà sia la Julia che il bel Paese (cioè gli originali strausavia e gaunerlandra)  sono due mondi fantastici che però, risentono necessariamente delle esperienze di vita dell’autore e quindi, della conoscenza del mondo che l’autore ha. Se molto vicino al triveneto (la strausavia) e molto vicina all’Italia (la gaunerlandra), cioè la Julia ed il bel Paese di fatto è perché uno vive qui e sugge il latte che gli viene offerto sin da quando è piccolo nel momento della sua stessa formazione.

L’identificazione con il triveneto e l’Italia, può dipendere anche da un’altra cosa: innanzi tutto  dall’uso della lingua. Si usa la lingua italiana e la lingua veneta ed evidentemente questo porta ad una identificazione con determinati luoghi. In realtà c’è qualcosa di molto diverso che spiega perché si sia scelta la lingua veneta nel romanzo. Scrivendo in italiano e dovendo caratterizzare determinati personaggi che, almeno nell’immaginario collettivo hanno qualcosa di diverso (come in “Malagente” rispetto alla buona gente ndr), sono ricorso alla lingua veneta per la semplice ragione che è una delle lingue ad avere ascendenze fortemente letterarie. Basta ricordare non solo Goldoni ma anche Giorgio Baffo. Momenti alti di cultura linguistica veneta che indubbiamente meritano e meritavano di essere presi in considerazione. Poi c’è un altro motivo: qualcuno si era lamentato di un uso eccessivo del romanesco e siciliano nelle fiction, mi sembrava dovesse avere un risarcimento. E’, quindi, un risarcimento dovuto.

Alessandro Ambrosini

Montaggio: Giovanni Mercadante

QUI LA SENCONDA PARTE DELL’INTERVISTA

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2 comments on ““L’Intervista” ad Otello Lupacchini – 1ª parte –
  1. […] seguito l’ultima parte dell’intervista fatta ad Otello Lupacchini magistrato dal 1979 (QUI trovate la prima parte, QUI invece la […]

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