Bologna e il “suo” romanzo criminale: «Mi chiamavano Maremma. E anche qui avevamo il Libano e il Freddo»


Bologna – Il clamore di “Romanzo criminale”, nelle sue varie declinazioni tra libro, film e doppia stagione televisiva, riporta a galla storie dimenticate. Lasciati i cortili capitolini tra la Magliana, Trastevere e le periferie degradate degli anni Settanta, oggi caduti in preda alla movida notturna a suon di cocaina e alcol forte, questa volta la scena si sposta a Bologna. Però il capoluogo emiliano non è quello della massiccia emigrazione dal sud incasellata tra Pilastro e Barca e nemmeno assume i toni della suggestiva ma mai esistita Quinta Mafia oltre tangenziale nord. È quella di autoctone bande di più o meno ragazzini che, negli anni Ottanta, non erano stati lambiti dal riflusso paninaro che accendeva l’edonismo sotto le Due Torri e spegneva le coscienze.

A raccontare una storia che, pur lontana, ha lasciato il segno nella memoria dei ragazzi di allora è un ex componente della banda che preferisce mantenere l’anonimato. Poco più di quarant’anni, oggi è un professionista, ma non dimentica ciò che fu il “Tir”, il nome del gruppo in cui militava con un soprannome che, come per gli altri, mai corrispondeva alle generalità anagrafiche.

«Che grande il Freddo che ammazza Buffoni piangendo. Come lo capisco sull’amicizia tradita…» esordisce l’ex ragazzo di strada sulla scia del serial diretto da Stefano Sollima. «Ho un richiamo della foresta in quella storia: i soprannomi e il loro gergo di strada. Anch’io davo i soprannomi ai miei amici e avevamo una lingua nostra. Basica e un po’ stupida, ma nessuno dalla “banda” ci capiva niente».

E il tuo soprannome qual era?

«Ne avevo pochi perché quelle carte le davo io. Ma l’Oliva, il nostalgico del gruppo, quello che non ci lascia invecchiare in pace, mi chiamava “Maremma”».

Perché?

«Io sono pieno di storie simpatiche. Il cazzeggio era che avevo estinto cinghiali a forza di addentarli nei boschi toscani».

Niente meno. E com’era nata questa leggenda?

«Da come addentavo i toast compulsivamente sotto il banco di scuola. E non sai come chiamavamo collettivamente le donne del gruppo. Non avevamo diritto a identità singole».

Come le chiamavate?

«Rimorchio. Il rimorchio del Tir».

Giovani, ma già con una certa sprezzante sagacia.

«Finché siamo rimasti insieme nessuno riusciva ad avere una storia normale. Il Tir arrivava ovunque a rompere a chi tentava un approccio. Non potevi uscire che c’era sempre qualche stronzo che ti seguiva…»

Guerre fra bande?

«Ma no, era che ci divertivamo a prenderci per in giro in vari modi. Ovviamente se stavi con una donna eri più vulnerabile. E spesso prevaleva il dileggio sulla privacy. Puoi immaginare gli sguardi allucinati dei “rimorchi” occasionali»

In quanti eravate tra zoccolo duro e banditi più occasionali?

«Ai tempi d’oro, fino ai 25 anni, il “nucleo storico” era di una dozzina, più gli occasionali. Era diventato un problema andare in pizzeria la sera perché si aggregavano un 10-15 ragazze che volevano vedere il teatrino. Ma il rimorchio aveva un certo turn over. Non tutte reggevano psicologicamente».

Ma alle ragazze piaceva fare la donna del bandito?

«Era il gruppo che le attirava. Poi le storie singole erano un’altra cosa (spesso tormentata). È incredibile, fatte le proporzioni, come certe logiche nei gruppi di giovani maschi siano sempre quelle. Tutti hanno il loro Libano, Freddo e Dandi».

Perché Bologna, il suo romanzo criminale non ce l’ha avuto. Almeno non della portata della Magliana. Ma le sue strade ne hanno ancora di storie da raccontare.

Antonella Beccaria

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