Quando il crimine diventa mito. Da Gomorra a Romanzo Criminale, piccoli criminali crescono.


“Romanzo Criminale” questo il nome dato all’operazione che i carabinieri della compagnia di Gallarate, al comando del capitano Michele La Stella, hanno portato a termine all’alba dell’8 marzo.

Non è un film, non siamo a Roma. Il set, sembra il caso di dire, dove si sono svolte le operazioni dell’indagine, durata circa due anni, era il Gallaratese, in Lombardia. I protagonisti della vicenda e di fitti pedinamenti ed intercettazioni, operavano in un’area che dalla città principale copriva Cardano al Campo e Somma Lombardo fino all’alto Novarese (interessando anche Varallo Pombia).

A finire in manette ragazzi incensurati tra i 17 e i 21 anni (e una ragazza) che, come quella che nelle pellicole ha raccontato l’ascesa e il declino della banda della Magliana, usavano identificarsi tra loro con soprannomi legati al film “Romanzo criminale” (dalla quale, poi, ha preso il nome, l’intera operazione). Il bilancio di due anni di indagini riporta numeri che non lasciano indifferenti: diciotto indagati (di cui undici in carcere), sette ordinanze di custodia cautelare, due arresti in flagranza di reato. Altre due persone coinvolte erano state arrestate in precedenza e ammonta a sette il numero degli indagati a piede libero.

capitano Michele La Stella

L’organizzazione gestita da due fratelli di Gallarate (21 e 19 anni), descritti dal capitano La Stella come «molto cinici e freddi», vedeva al posto di comando il maggiore che, per primo, acquistava la roba per rivenderla, anche attraverso il fratello, ad altri giovani spacciatori. Giovanissimi sia i componenti della banda, molto attenti a come si muovevano e parlavano, sia il giro degli acquirenti e dei consumatori delle sostanze stupefacenti.

«C’è voluto tempo, pazienza, impegno», anche dissimulazione, per far apparire gli interventi di sequestro casuali. Un anno e mezzo-due di lavoro, e ci si è trovati con una messe di strumenti probatori, ben 57 i capi d’accusa che gravano sugli indagati. I quali non andavano per il sottile: in un caso di mancati pagamenti per 700 euro era scattata una “spedizione punitiva” da parte dei capi che aveva mandato un giovane all’ospedale con la mandibola rotta e quaranta giorni di prognosi.

In Questura, la polizia, mostra il materiale sequestrato ai ragazzi di Quarto Oggiaro

Ma proprio qualche giorno fa le parole di Angelo De Simone, dirigente del commissariato di Quarto Oggiaro, costretto ad arrestare insieme ai suoi investigatori, due ragazzini di 16 e 17 anni e i loro ancor più giovani compagni di 12 e 13 anni nella terra di mezzo che spacca il difficile quartiere milanese, tra spaccio e ’ndrangheta, l’omertà e l’appartenenza ad una cultura di cultori criminali, suonavano così: «Se non li avessimo arrestati adesso che sono ancora dei ragazzini, sicuramente tra qualche anno ci saremmo trovati davanti dei veri e propri criminali impegnati su ben altri fronti. Chissà che ora, almeno i più giovani – allontanati dalle famiglie e avviati su percorsi terapeutici all’interno di comunità – non possano cambiare strada».

La baby gang meneghina, oltre a vantare già un curriculum criminale non indifferente (undici rapine accertate su un totale di venticinque colpi a cui si aggiungono numerose denunce sporte alle compagnie dei carabinieri dell’hinterland milanese), godeva di una certa fama nel quartiere tanto da essere considerata come una vera e propria palestra per piccoli malviventi dagli studenti delle scuole medie di via Trilussa e di via Val Lagarina. Una fama che a torso nudo e pompando quei petti ancora troppo giovani ma già disegnati dagli aghi dei primi tatuaggi, cercavano di alimentare immortalandosi in pose che traevano ispirazione dal film «Gomorra»  (dal fortunato romanzo di Roberto Saviano). Stringendo le armi in pugno e mirando all’obiettivo freddo dei telefonini, quei baby criminali ignari da sempre a giochi e rappresentazioni più sane, si sentivano orgogliosi di essere, per un attimo, attori del male e di successo.

Eppure, anche in questa occasione, la loro non era una rappresentazione ma realtà. Sicuramente diversa rispetto alla stratificazione sociale dei “colleghi” di Gallarate dove le famiglie oltre lo stupore non hanno risposto per i piccoli diletti più che dilettanti «Sempre meglio che andare in giro a fare rapine come suo padre, che rischia la vita» come ha fatto la madre milanese.

Studenti o operai a Gallarate, quasi tutti italiani, provenienti da famiglie normali. Già normali e, come sempre più spesso accade, ignare di quella «consistente attività di consumo di droga in una certa area di Cardano al Campo» gestita dai figli. Ignare tanto alle attività criminali dei figli quanto lontane da discendenze criminali. Eppure tutto avveniva davanti ai loro occhi che non sono riusciti a vedere ciò che accadeva proprio sotto il loro naso. Questo, insieme all’ascesa e –per fortuna- discesa di questa giovane banda, fa riflettere.

Ma sotto accusa, ancora una volta ritornano solo i “prodotti culturali”.

Da un lato Gomorra che estrapolato dalla realtà, evidenzia come resta comunque una cultura pronta ad indottrinare alla criminalità; dall’altro, Romanzo Criminale,distaccato dal contesto, fa risaltare l’assenza delle famiglie che dovrebbero essere pronte sia a spiegare il bene ed il male, sia a seguire il cammino dei figli oltre che ad imparare a guardare piuttosto che fingere di non aver visto o non vedere.

Dopo tante critiche alle possibilità di emulare un film piuttosto che una serie criminale, forse, proprio quelle del gallaratese e di Quarto Oggiaro, sembrano essere davvero i “corti” meglio riusciti. Non manca il rispetto e l’onore di quei codici non scritti appartenenti alle più grandi organizzazioni malavitose. Non mancano le vittime, non manca la violenza, la brama di successo e di apparire grandi in tutti i sensi e a prescindere dai film. Oltre all’ambientazione ed il posizionamento della tv, per le famiglie mi chiedo: «cosa credevano ci facesse con un bilancino in casa il figlio o la figlia? », «da quale cielo pensavano piovessero tanti euro in contanti? », «se non direttamente da loro, chi acquistava cellulari piuttosto che abbigliamento griffato ai loro pargoli? oppure come se li erano “guadagnati”?».

Domande che piovono a cascata se solo ci si ferma a riflettere un pò. «L’operazione è stata condotta a felice conclusione dal punto di vista legale, ma da quello umano, dispiace: parliamo sempre di ragazzi molto giovani» ha detto il  procuratore Francesco Dettori in conferenza stampa.Ed il procuratore ha ragione. Famiglie sempre più assenti nella vita dei figli e sempre più stupite da tali risultati. Al banco degli imputati, allora, è il caso di far salire oltre alle pellicole anche la famiglia, la scuola (che dovrebbe farne le veci educative) ed istituzioni. Altrimenti è inutile, o forse più comodo, sostenere che il prodotto culturale alimenti la violenza e trasmetta modi di fare sbagliati.

procuratore Francesco Dettori

A Quarto Oggiaro il substrato sociale è fortemente corroso dal male. A Gallarate, l’appartenenza alle buone famiglie non giustifica, comunque, l’inesistenza di uno stesso contesto.Se infatti, le piccole menti diaboliche riuscivano a piazzare la droga facendosi largo in un mercato già saturo, non volendo pensare all’ipotesi che dietro ci fosse qualcun altro, è innegabile che, comunque, occuparsi di quella parte marcia della società deve essere il principale obiettivo per qualsiasi istituzione che vuol salvaguardare la mezza mela buona dall’antistato.

Marina Angelo

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3 comments on “Quando il crimine diventa mito. Da Gomorra a Romanzo Criminale, piccoli criminali crescono.
  1. […] Approfondimento fonte:  Quando il crimine diventa mito. Da Gomorra a Romanzo Criminale … […]

  2. Francesco ha detto:

    sintetizzando la frase del dott. Dettori: punto di vista legale perfetto; punto di vista umano, veramente triste. Chiaramente fa davvero rabbrividire in termini di sentimento, di morale, di educazione il coinvolgimento in prima persona, come primi attori di ragazzini, di bambini che non hanno ancora iniziato il periodo adolescenziale. Però, non si possono risolvere o affrontare i problemi con il sentimento o con la tristezza, ma credo sia opportuno affrontare il tutto con razionalità e con molto ragionamento in termini sociali, pedagogici, e, aggiungo io, in termini di qualità urbana.
    Affrontare e pensare il perchè vi è l’assenza dell’educazione e dell’accompagnamento in una fase della vita così delicata da parte dei genitori, ma anche la condizione urbana-sociale che la famiglia deve sopportare. E’ a mio parere un sistema complesso che riguarda diverse discipline e diversi ruoli istituzionali. Credo che però sia opportuno da parte di tutti, a partire dai giovani, un passo indietro, un esame di coscienza interiore, ma al tempo stesso una profonda autocritica da parte dei genitori, diventati più amici dei figli, che persone deputate a prender per mano il figlio e guidarlo, attraverso i suoi sbagli legittimi, a percorrere la strada giusta di una grande autostrada che è la vita.

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