“L’Intervista” a Mario Morcellini


Perché il crimine diventa mito?

Perché gli uomini non hanno trovato un modo diverso di vivere, capire, accettare profondamente la presenza del male. Nella storia degli uomini, questa frase va declinata in maniera diversa e così, nella storia del teatro greco, che è certamente il punto d’ispirazione, almeno per la cultura classica ovviamente quella in cui, ahimè, cadono i professori  universitari, la prima dimensione del mito è stata quella della catarsi. E’ passata cioè l’idea che mettere in scena il male, il delitto, la devianza, fosse un elemento per stigmatizzarlo ovvero per segnalarlo agli altri esseri umani come un elemento riprovevole e, anche, per confortare quelli che si sentivano normali (era quello un tempo felice dove c’erano delle persone che si auto definivano, coraggiosamente, normali). Questa vicenda è molto interessante e facendo semplicemente riferimento alle teorie di Aristotele sulla catarsi, sulla tragedia, per noi è possibile capire quanti passi in avanti (ma ci vuole coraggio per chiamarli “in avanti”) abbiamo fatto da quell’epoca. Oggi, non siamo più in grado di costruire, davvero, una differenza tra devianti e normali, nel senso che il numero dei devianti si confonde, sconvolgentemente, con l’universalismo: tutti noi, trasgrediamo troppo spesso per essere e sentirci normali. Al tempo stesso, forse, è diventato più difficile che in passato, stigmatizzare dei veri e propri devianti e quindi, questa funzione di mitizzazione del male, di fatto, si sta dissolvendo.

Come giudica le critiche sulle pellicole da parte delle istituzioni, finanziatrici delle stesse?

E’ difficile dare un giudizio universale. Bisognerebbe avere il coraggio di analizzare caso per caso. In generale noi stiamo stretti su due fenomeni che hanno, entrambi, diritto di udienza e di tribuna in un dibattito elaborato sul piano culturale. Il rischio è che qualche tendenza contemporanea alla raffigurazione del crimine, finisca per abbracciare troppo intimamente l’oggetto di cui si parla. Sappiamo che tra chi studia un fenomeno, come ad esempio il crimine e chi lo fa, si creano dei contagi. Il fenomeno è soprattutto noto tra gli psicanalisti e le loro “vittime” (se posso chiamarle così ndr).

C’è un primo problema che dobbiamo denunciare in questi termini: qualche volta il piacere della narrazione, l’amore per il formato, l’amore per la comunicazione (come se fosse un’astratta regola di effetti speciali), finisce per non far apparire delle distanze etiche e valoriali tra chi mette in scena un programma e i suoi protagonisti. E’ successo per alcune rappresentazioni delle Brigate Rosse in cui, onestamente, soprattutto agli occhi di quelli che più da vicino hanno sofferto a questi drammatici scippi alla vita, non hanno capito perché bisognasse ritrarre a tutto tondo dei criminali. La prima porzione di verità è: dobbiamo stare attenti al contagio. Su questo, devo dire, le professioni comunicative, non sanno fare un po’ di autocritica perché intanto “se la tirano” moltissimo e sono poco disponibili a mettersi in discussione (già lo fanno un po’ di più i giornalisti); il contagio, invece, è un problema serio.

Il secondo è il fatto che ovviamente dal punto di vista della restituzione della verità storica, per capire una realtà, è necessario approfondirla. Per approfondirla, qualche volta, la si deve abbracciare. Si può capire che la narrazione finisca per essere un privilegio dato al protagonista della narrazione e quindi c’è anche il rischio che il criminale finisca per uscire dalla vicenda come un Santo. Io, ovviamente, non sono contento, ma bisogna capire i meccanismi produttivi che rendono possibile questo fenomeno prima di giudicarlo.

Mi dispiace dividere il mondo in due (perché non è mai in due) ma, da un lato le Istituzioni sono spesso improvvide nel non costruire delle regole d’ingaggio – ammesso che sia legittimo che ci siano regole d’ingaggio che vadano a frenare l’immaginario (e quindi, anche in questo caso, si apre una disputa) però, se un patto viene condiviso, poi deve essere rispettato- quindi: o le Istituzioni sono chiare all’inizio o non possono intervenire dopo perché sembra una stupida censura. Anche quando si tratta di una difesa di valori collettivamente condivisi, la censura, non è mai desiderabile e sembra sempre un’interruzione di un percorso di verità che comunque è sempre meglio di un eccesso di controlli.

Lei ha fatto riferimento alla funzionalità del costruire il racconto….è solo una questione di funzionalità oppure…

Ho detto una frase molto dura sui professionisti della comunicazione, frase di cui sono molto convinto ma che necessita di precisazioni perché quando si attacca bisogna essere rigorosi. Chi studia i processi di descrizione di narrazione (ovvero quello che i semiologi chiamano l’indicalizzazione – cioè come avviene il processo di individuazione di un fuoco, di un personaggio) sa che costruire un personaggio centrale significa, in qualche misura, rischiare sempre la simpatia. Se si mette un soggetto al centro di narrazione, anche se lui è un deviante e un delinquente, in qualche modo lui può contare su una rendita di posizione. In generale esiste un problema etico che le professioni comunicative dovrebbero porsi: stare attenti a chi si sceglie come “eroe”. Se è vero che bisogna fare attenzione, un criminale, che è il protagonista principale di una vicenda, rischia di essere “eroe”. Questo ce lo insegna Propp e le favole dei bambini: una lezione che è incredibilmente attuale anche oggi. Se volete capire bene la cronaca nera, basta studiarsi quello che dice Propp sulla favola.

Morfologia della fiaba

Quindi utilizzare il punto di vista del criminale, può giustificarne i comportamenti?

Bisogna stare attenti a non farla uscire come un “eroe alla Carlay” (come dicono anche qui gli studiosi di “serie A”), cioè quelli del tardo romanticismo in cui il protagonista finisce per essere quello che tutti vogliono come padre, come amante e non dico come marito, perché il marito ormai non lo vuole più nessuno (ndr)

Che legame esiste tra la percezione sociale e la rappresentazione mediale?

Questa è una domanda seria. Il legame tra raffigurazione dei media e percezione: questo è il nodo dei problemi del nostro tempo. Noi cominciamo ad avere la precisa sensazione, nonostante non sia facile documentarla con dati (quando si utilizza un aggettivo impegnativo come “precisa” bisognerebbe dire che ci sono tendenze oggettivamente misurabili con gli strumenti dell’osservazione scientifica), che il dramma che i media hanno  regalato alla modernità è stato di duplice profilo. Provo a sintetizzarlo al massimo perché dobbiamo avere la forza di dirlo in termini semplici:

Primo: La costruzione delle narrazioni ha finito per confondersi con le percezioni collettivamente condivise.

Cioè che la costruzione da parte dei media, diventa lo stile cognitivo con cui i soggetti costruiscono il loro mondo e quindi costruiscono anche i loro valori, senza che ci sia un’interferenza, nella costruzione dei valori, da parte degli esseri umani che ti stanno intorno e cioè che i media possano dettare non tanto l’agenda dei giornali, come banalmente e stupidamente abbiamo pensato in passato, ma l’agenda delle cose importanti nella vita.

Mario Morcellini

Se questo rischio c’è, anche se non siamo in grado di misurarlo, è meglio fermarsi, è meglio un principio di precauzione. Noi non possiamo immaginare che i valori, la cosa più preziosa che un uomo ha dopo la sua lingua (ammesso, anche li, che ci sia una differenza tra valori e lingua perché noi, per costruire dei valori ce li dobbiamo dire, quindi sono incredibilmente collegati alla natura degli esseri umani di essere una natura comunicativa). Se rinunciamo al fatto che i valori nascono dal negoziato delle persone, nascono dal rapporto con l’altro, nascono dallo sguardo con l’altro come se fossero dentro il circuito comunicativo che lo sguardo miracolosamente attiva, significa che rinunciamo ad un aspetto fondamentale della tradizione umanistica; significa che le “macchine comunicazione” interferiscono sul nostro corpo e non va bene. Non siamo preparati. Non è vero che siamo così abilitati a subire il cambiamento.

Anche su questo, abbiamo costruito delle certezze pazzesche: credevamo che la comunicazione aiutasse facilmente gli uomini ad accelerare i processi di cambiamento mentre i disagi, sono più forti del modo in cui facciamo finta di essere moderni. E questo è il primo punto critico del mandato dei media.

Il secondo è quello di aver esasperato le aspettative individuali. Ci torneremo ma, se la nostra analisi sull’insieme della comunicazione è corretta o, almeno, plausibile (ovviamente un’analisi che poi andrebbe divisa e circostanziata per i singoli media- la televisione, certamente, quella più disastrosa come medium-), noi pensiamo che il guaio della modernità, in cui la comunicazione interferisce continuamente, è quello di aver non esaltato le competenze del soggetto  (e cioè aiutato la persona a farsi un’idea ordinata del mondo, a ridurre i rischi, a ridurre l’incertezza) ma, ad aver aumentato quella pazzesca dimensione che è l’aspettativa di una vita sempre più dinamica, sempre di corsa. Da questo punto di vista, la comunicazione, ci ha dato un sacco di fregature!

continua…

Marina Angelo

con la partecipazione di Giovanni Marinetti

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4 comments on ““L’Intervista” a Mario Morcellini
  1. […] This post was mentioned on Twitter by marina angelo and marina angelo, marina angelo. marina angelo said: "L’Intervista" a Mario Morcellini http://wp.me/pZjvA-Ve […]

  2. Kanthie De Silva ha detto:

    My Compliments!!!!! I Agree with you 100%. comunicazione, ci ha dato un sacco di fregature even though it’s very sad. instead of progress it is becoming regression

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