“L’intervista” a Carlo Bonini (2ªparte)


Rispetto a quello di Coen, il suo libro è nato in maniera differente, in un periodo differente. Ci può raccontare come?

Il libro, è nato un po’ per caso ed un po’ no. All’epoca lavoravo per il Corriere della sera a Milano era uno di quei momenti in cui Milano per una serie di coincidenza, in città si erano consumati una serie di delitti anche abbastanza gravi in un lasso di tempo, anche molto breve. L’idea era stata quella di andare a cercare anche qualcuno dei vecchi banditi milanesi, per provare a leggere e sollecitarli a dare una spiegazione sullla nuova o ritorno della Milano nera. In quei giorni Vallanzasca era atteso a Milano era atteso per una delle tante udienze della sua coda processuale, al Tribunale di Milano. Lo aspettai, mi feci trovare nella camera d’udienza dove lui doveva comparire. Mi presentai e gli dissi il motivo per cui avevo bisogno di parlare con lui. La cosa lo stupì. Lo stupì innanzi tutto che qualcuno lo cercasse per chiedergli un’opinione sulla Milano nera e non per parlare di lui. Allo stesso tempo, rimase stupito perché la differenza d’età era tale che non capiva perché avrebbe dovuto parlare con “uno come me”, molto più giovane di lui e che non aveva vissuto la Milano che aveva vissuto lui. Insomma reagì tra l’infastidito e l’incuriosito ed ovviamente, in quell’occasione, rispose di non aver voglia di rispondere. Passarono un po’ di giorni ed io ricevetti una lettera al giornale, Il Corriere della Sera, dal carcere di massima sicurezza di Novara, dove lui, all’epoca, era detenuto in cui, tra lo scherzo e la provocazione, mi diceva “se non sei un pennivendolo, se non sei uno di questi che una volta preso un no passano oltre, se hai davvero voglia di sapere cosa penso, chi sono…chiedi un permesso e ti aspetto al carcere di Novara”. Cosa che io feci: chiesi un permesso di colloquio con renato Vallanzasca al direttore del carcere di Novara dove ci incontrammo una prima volta.

In quell’occasione chiacchierammo a lungo, chiacchierammo della Milano nera con l’accordo che io non avrei potuto utilizzare nulla di questo nostro incontro, dove alla fine, io dissi “ma non avresti voglia, visto che non ti piacciono i giornalisti, di provare a scrivere allora qualcosa di più robusto di un articolo, e provare a riprendere da capo la tua storia?” . La cosa, evidentemente, lo intrigò. Non passo molto tempo, infatti, da quando mi rispose che questa cosa voleva farla. A quel punto, cominciò questo lavoro. Un lavoro durato molti mesi. Per circa tre o quattro mesi ho viaggiato tra Milano e Novara dove avevo con lui lunghi incontri, lunghe sessioni nella sala colloqui del carcere di Novara.

Mi ricordo che portava giù delle bottiglie di fanta ed enormi portaceneri. Così cominciammo a lavorare. Il libro, nasce in questo contesto: carcere di massima sicurezza, regime di isolamento diurno, senza nessuna prospettiva in quel momento come uomo. Vallanzasca, infatti, non aveva davanti a sé una prospettiva di semilibertà. L’unica prospettiva che aveva era uscire da un regime di detenzione speciale per passare ad una detenzione ordinaria. Trovai un uomo che aveva, in qualche modo, deciso di deporre le armi. Era un uomo meno arrogante, meno aggressivo rispetto al passato. Un uomo che aveva deciso e decideva di prendere da capo la sua vita provando a ragionarci sopra…forse, anche per metterci un punto.

Raccontare, e raccontare tutto o comunque la sostanza di ciò che si è stati, di ciò che si è fatto, forse è anche un modo per provare a fare un passo avanti. E’ così che nasce il libro. Vallanzasca, all’ora non era che un detenuto sepolto in un carcere. Di lui non si parlava più sui giornali. Si è smesso di parlarne da tempo. Fu un lavoro lungo e non disturbato da urgenze immediate. Da questo punto di vista, visto il suo esito, fu un lavoro sincero per quello che posso dire. Per quello che mi è sembrato all’ora e per quello che mi sembra anche oggi a distanza ormai di dieci anni.

Quando scriveva e mentre leggeva i racconti di Vallanzasca, cosa provava? pensava alle vittime e ai familiari?

Questa è una questione che ho avuto sempre molto presente e, tanto lo avuta presente che, nello scegliere il format narrativo di quel libro, io ho tenuto distinto il racconto in prima persona di Vallanzasca dalla traccia narrativa che fa da scheletro al libro proprio perché fosse chiaro, al lettore soprattutto, che esisteva un grado di separazione tra me e la persona di cui andavo a raccontare l’esistenza. Questo non soltanto come escamotage narrativa o come forma di precauzione ma, proprio perché credo che fosse utile tanto a me, per mantenere la “barra dritta” nel rievocare eventi lontani ma comunque dolorosi per chi ne era stato vittima, che a lui perché in qualche modo, la sua irruenza ed il suo egocentrismo non finissero, poi, col mangiarsi la realtà dei fatti. Per quanto mi riguarda, ho avuto questo pensiero ben presente e, devo dire, il risultato c’è stato.

Quando uscì il libro, da parte dei familiari delle vittime, non registrai nessuna polemica che, in qualche modo mi avesse ferito. Cioè, per esempio, che il libro fosse stato irrispettoso o irriverente rispetto alla storia delle persone che, per mano di Vallanzasca, hanno perso la vita. Questo non è avvenuto. All’uscita del libro, è stato confermato che il testo non solo non fosse irrispettoso della verità dei fatti ma rispettoso, in qualche modo, anche delle vittime di quest’uomo. Senza prendermi meriti che non ho e rendendo conto anche a quel Vallanzasca di dieci anni fa, credo che non abbia contribuito all’edificazione del mito, anzi. Forse quel libro, ha cominciato un scomporre quel mito, non so se a demolirlo, perché faceva vedere di cosa era fatta quella persona lì. Per farlo, era necessario guardare e non dimenticare le vittime.

Crede ci siano dei punti di contatto tra gli anni di piombo di Vallanzasca e il periodo nero dei nostri giorni?

Io credo che ci sia una differenza fondamentale tra la violenza di Vallanzasca e la violenza delle nostre città di oggi. La violenza di Vallanzasca ed in generale la violenza degli anni ’70 e ’80 in Italia, era una violenza con un progetto. Quando dico “violenza con un progetto”, intendo dire che sia la violenza politica sia, paradossalmente, anche la violenza di strada aveva un progetto il che, non la rendeva, evidentemente, meno feroce ma, la rendeva più comprensibile. E’ chiaro che, quando si viene privati di un affetto, di una proprietà…quando si viene feriti, a volte anche mortalmente da una forma di violenza, può essere di scarso conforto che quella violenza sia più o meno comprensibile. Però se dobbiamo vederla con l’occhio di chi non è vittima ma la osserviamo con l’occhio della collettività, una violenza senza progetto è terribile.E’ una forma di violenza che getta nella paura che, alimenta, una forma di paura irrazionale. Nel momento in cui la violenza assume un lato nichilista definitivo, fine a se stessa, appunto, diventa anche difficile da capire, da curare. Ecco io credo che la differenza sostanziale stia proprio lì: l’Italia di Vallanzasca e non solo di Vallanzasca, era un’Italia percorsa da una violenza con un progetto. Persino Vallanzasca aveva in mente un’idea, quello che voleva diventare, il bandito che voleva essere, quello che voleva dimostrare al Paese. Non penso che oggi, e la cronaca ce lo dimostra, non esistono più quei banditi lì.

Oggi chi rapina, chi sequestra (ed il sequestro è una forma di crimine non più  moderno), il crimine predatorio di oggi ha una carica di brutalità e di ferinità che dimostra l’assenza di un progetto e rende la criminalità così diversa da quella di allora. Mi capita spesso di seguire fatti di cronaca nera che suscitano un richiamo, l’attenzione  dell’opinione pubblica. Spesso, ci si chiede “ma perché?” e altrettanto spesso chi commette questi crimini, non è in grado di darne una spiegazione. Lo stesso Vallanzasca, quando ne discutevamo nel carcere di Novara, ricordo che diceva “in fondo il motivo per cui non ho più voglia di scappare o non ho più voglia di ricominciare è perché se io provassi a ricominciare mi ammazzerebbero al primo angolo di strada, un ragazzino di 17/18 anni, mi aprirebbe la testa come una mela ed io non saprei neanche il perché”. Nemmeno lui riconosce questa violenza, il problema, infatti non è che non esiste più quel tipo di mala, ma che esiste una violenza senza progetto.

Alessandro Ambrosini

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3 comments on ““L’intervista” a Carlo Bonini (2ªparte)
  1. […] Vallanzasca, violenza, vittime anni di piombo, Vittime del Dovere, your plus communication NOTTE CRIMINALE Post Published: 28 gennaio 2011 Author: aggregatore Found in section: Notizie e […]

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