Delitto Pecorelli, l’unica cosa che non manca a Palermo sono i killer…



E’ stato lungo, come abbiamo visto, il lavorio dei pentiti per disegnare la formidabile macchina da guerra messa in campo per uccidere un giornalista, certo spregiudicato e coraggioso, ma isolato e inerme. Mandante l’alta politica, organizzatrice un elemento di vertice di Cosa nostra, supporto logistico la banda della Magliana, killer un mafioso rampante e un giovane neofascista dalla vocazione criminale ma dal curriculum del tutto scarso. Una ricostruzione giudiziaria che, a prescindere dalle giravolte e delle contraddizioni dei pentiti, non convince chiunque abbia una sufficiente conoscenza della storia della criminalità organizzata e della fascisteria alla fine degli anni Settanta.

Vediamo perché, a partire dalle dinamiche interne a Cosa nostra.

Giovanni, Carlo e Rosario Gambino

I corleonesi hanno cominciato ad accerchiare il fortino palermitano ma non sono ancora partiti all’assalto. Alla base delle tensioni un evidente conflitto di interessi. I clan urbani, infatti, controllano i canali di rifornimento dell’eroina, il vero business dell’epoca, attraverso gli Spatola, gli Inzerillo e i Gambino. E i “piedi incretati” comandati dal duo Riina & Provenzano sono affamati.

Giuseppe Di Cristina

Il primo momento di attrito si è manifestato nell’estate del 1977, quando i corleonesi, contro l’esplicito parere della Commissione, decidono di ammazzare il colonnello dei carabinieri Russo che si sta muovendo troppo alla loro caccia. La scelta terroristica dei “contadini” costituisce uno strappo culturale profondo: in precedenza la mafia aveva sempre preferito trattare con i poteri costituiti e gli apparati dello Stato. Il più deciso a opporsi in Commissione, è il boss di Riesi, Giuseppe Di Cristina, grande elettore DC.

Ten. Col. Giuseppe Russo

Non passano tre mesi dall’omicidio dell’investigatore che i corleonesi provano ad ammazzarlo. Il tentato omicidio lo getta nelle braccia delle forze dell’ordine ma riesce a incontrarsi una sola volta con gli investigatori. La seconda volta, alla fine di maggio del 1978, lo “squadrone della morte” non fallisce il bersaglio. E stavolta Totò Riina si può fare forte del fatto che Di Critina era diventato un infame. In autunno riesce così a imporsi in Commissione, ottenendo l’espulsione di Badalamenti che si rifugia in Brasile, a organizzare il narcotraffico, e la designazione al vertice di Michele Greco, il “Papa”, che apparentemente si presenta come uomo di mediazione ma in realtà è un pupo nelle mani dei sanguinari corleonesi.

Michele Greco

Ovviamente gli esiti successivi della guerra di mafia di Palermo, che vede massacrati decine di uomini della città di Palermo e i loro alleati,non deve trarre in inganno. Anche la mafia urbana ha i suoi soldati e ha commesso i suoi “omicidi politici”: nello stesso mese di maggio del ’78, infatti, a Cinisi, era stato ucciso Peppino Impastato che, come abbiamo imparato tutti, abitava a cento passi dalla casa di don Tano Badalamenti che, come abbiamo visto, sta per cadere in disgrazia.

Peppino Impastato

E’ in questa fase di sbandamento organizzativo dei clan palermitani che ruotano intorno alla leadership carismatica di Stefano Bontade che andrebbe collocata la richiesta di Andreotti ai fratelli Salvo perché sia risolto il problema del giornalista Pecorelli. I due esattori siciliani all’epoca sono organici alla famiglia Bontade, che ha a Roma una decina ben radicata, guidata da un “soldato” affidabile come Cosentino: che bisogno c’era di mandare un uomo di Palermo, per altro imparentato con il boss Inzerillo, e poi ricorrere a un esterno, senza particolari benemerenze criminali, con il supporto di una banda locale che, seppure in ascesa, non ancora ancora particolari legami con Cosa nostra ma faceva affari indifferentemente con tutte le organizzazioni criminali, dalla ‘ndrangheta alla camorra cutoliana, ai cani sciolti di quattro continenti?

Stefano Bontade

Sarà soltanto negli anni successivi, con la conquista del controllo di Cosa nostra da parte dei corleonesi, che si imporrà un modello organizzativo fortemente centralizzato, con Totò Riina che controlla direttamente tutte le singole “operazioni militari”, si costruisce una “batteria” di killer tra cui spiccano il cognato Luchino Bagarella e il sanguinario Pino “Scarpazzedda” Greco, e ha rapporti diretti con elementi singoli delle diverse famiglie, messi a sua disposizione, scavalcando la tradizionale catena di comando e le regole che prevedevano la non interferenza dei capi della commissione nella vita interna e nelle attività delle famiglie.

Leoluca Bagarella e Giuseppe Greco

Nell’eventualità, non accertata in sede giudiziaria, che i Salvo si fossero fatti carico della richiesta di “liquidare” Pecorelli rivolgendosi a Bontade e a Badalamenti, la mentalità corrente e la cultura organizzativa vigente avrebbe portato ad affidare la missione alla decina romana e non a chiedere supporto logistico e militare a una banda di gangster.

Tano Badalamenti e Pippo Calò

E del resto è solo con la vittoria di Riina e la sua spinta alla gestione “dittatoriale” di Cosa nostra che Pippo Calò guadagnerà l’esclusiva rappresentanza degli interessi mafiosi nella Capitale e stringerà i rapporti con alcuni esponenti della banda della Magliana e del sottobosco affaristico romano: ma all’epoca (inverno 1978-79) era soltanto un dirigente intermedio, uno tra i tanti capifamiglia, per altro latitante lontano dal suo territorio.

continua…

Ugo Maria Tassinari

LINK AI POST CORRELATI:

https://nottecriminale.wordpress.com/2010/11/15/banda-della-magliana-unagenzia-poco-produttiva-il-delitto-pecorelli/

https://nottecriminale.wordpress.com/2010/11/13/unagenzia-poco-produttiva-prima-parte/

Fonti foto: L’Unità, Ansa

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4 comments on “Delitto Pecorelli, l’unica cosa che non manca a Palermo sono i killer…
  1. […] Delitto Pecorelli, l’uncia cosa che non manca a Palermo sono i killer… « NOTTE CRI… 23 novembre 2010 at 10:11 pm […]

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