«Ho gestito i miliardi di Maniero, ma lui ha tentato di farmi uccidere tre volte»


Intervista postuma al cassiere di Felicetto: «Si è accusato di un omicidio mai commesso». La storia del maresciallo corrotto

Mario Artuso durante processo

L’ultima verità di Mario Artuso. E’ morto il “contabile” di Felice Maniero, l’uomo che ha contribuito a trasformare una banda di ladri di polli in una holding del crimine organizzato. Quella di Felice Maniero infatti è l’unica banda del Nord Italia che sia mai stata condannata per associazione a delinquere di stampo mafioso. La gang che ha spadroneggiato nel Nordest tra la metà degli anni ’80 e la metà degli anni ’90 contava nel periodo d’oro più di 500 “soldati”.

Una spa del crimine che controllava il mercato dell’eroina e della cocaina, che metteva a segno rapine miliardarie e sequestri di persona. Mario Artuso era uno dei “cervelli finanziari” di Maniero. Senza di lui non sarebbero nate le attività “pulite” e cioè gli investimenti nelle sale giochi, nei casinò della ex Jugoslavia, in immobili e negozi. Artuso era quel che, nel mondo della Finanza, si chiama broker. Cioè un mago dei quattrini. E’ stato lui, a metà degli anni ’80, quando la banda era agli inizi, a consigliare Maniero sugli investimenti all’estero e, soprattutto, è stato lui a fare le prime operazioni di riciclaggio dei quattrini e ad aprire i primi conti correnti in Svizzera e successivamente in Austria. Conti correnti intestati alla mamma e alla sorella di Maniero. Artuso sapeva di essere gravemente malato, ma aveva deciso che la serenità era superiore a qualsiasi altro valore. Per questo ha chiesto che l’intervista, registrata quasi un anno fa, venisse pubblicata solo postuma. Mario Artuso – pochi l’avevano capito – era un pezzo da 90 nella banda di Felice Maniero. In rapporti di confidenza con la madre di Maniero, sapeva tutto della banda e di Maniero. Quel che racconta in questa intervista è su certi punti assolutamente clamoroso.

Mario Artuso

E pensare che Mario Artuso, nato a Venezia il 5 giugno 1940, non aveva il phisique du role del contabile della mafia così come abbiamo imparato a conoscerlo nei film sui gangster americani. Niente occhialini da miope, non gli piaceva vivere nascosto, sepolto sotto montagne di tabulati e libri mastri. Al contrario, gli piaceva fare la bella vita e apparire. Ci teneva tanto che si era fatto il trapianto di capelli «dallo stesso chirurgo di Emilio Fede, che peraltro conoscevo bene. Ci siamo incontrati più volte al tavolo da gioco».

Artuso aveva un amore sfrenato per i soldi e ancor di più per il gioco d’azzardo. «Per queste mani sono passati centinaia di milioni di lire – amava raccontare – Quanti soldi mi sono mangiato! Sarebbero bastati per due vite». Era di casa a Montecarlo e al Casinò di Venezia, frequentava le bische clandestine e qualsiasi altro posto dove si potesse scommettere e perdere soldi. Lasciava ai tavoli verdi anche 200 milioni in una sera e si alzava dal tavolo da gioco con il sorriso sulle labbra. Ma solo perchè stava studiando il modo di svuotare il casinò nel quale stava giocando. E infatti Artuso era finito nell’inchiesta per il colpo miliardario al Casinò di Venezia, ma dal processo era uscito assolto. Anzi, da tutti i processi è uscito assolto e quel che dice in questa intervista, in un passaggio, potrebbe contribuire a spiegare il perchè. Come tutti i giocatori d’azzardo incalliti, Artuso perdeva sempre.

Questo giustifica il fatto che fosse finito nell’unica banda del Nord Italia condannata per associazione a delinquere di stampo mafioso?

«Ma io non facevo parte della banda. Ero in buoni rapporti con la mamma di Maniero, questo sì. Forse, vista l’età, mi considerava come un secondo padre per suo figlio. Gli ho dato una mano. E’ vero».

I CONTI CIFRATI

Anche due visto che ha inventato il sistema che ha permesso a Maniero di portare all’estero i soldi. E questo già nell’81, quando la banda era agli inizi. «Miliardi di lire ho portato all’estero. Se volevo “ghe netavo i conti” in Svizzera e in Germania, a Felicetto. I conti erano intestati alla mamma e alla sorella di Maniero, ma erano conti con numeri cifrati che potevano essere attivati anche solo con un telefonata. Gli avevo aperto tre conti, uno a Graz e due in Svizzera, tra cui uno creato da un certo Ballotti che aveva obbligazioni americane. Il conto 5828 Buvette, era il conto di Maniero. Si gestiva, come ho detto, anche via telefono. Si chiamava, si diceva il numero del conto e loro avevano la voce registrata. Era un tal Bernasconi a Lugano il funzionario della banca che gestiva questi conti. Bastava telefonare e via. Mi ricordo che una volta ho chiamato perchè uno dei nostri, Radetich, era a Milano e aveva bisogno di 250 milioni in contanti. Bernasconi mi ha detto: “Mi dia la descrizione dell’uomo.” «Altissimo, biondo, occhi azzurri, è in piazza Duomo con una copia di Capital sotto il braccio.» Dopo un paio di ore i 250 milioni erano a destinazione. Il mio conto si chiamava brevetto 5827, quando Maniero si è pentito, ha svuotato anche il mio conto, pensa te. Sapevo anche dov’erano i liquidi della banda, sui 3 miliardi di lire».

SOLDI IN CARRIOLA

Sta parlando del bancomat della gang, cioè i contanti che servivano per le transazioni quotidiane, i chili di eroina, l’acquisto delle armi? «I soldi erano conservati in un garage. C’era una carriola piena di soldi. Non scherzo. La prima cosa che ho fatto quando Maniero si è pentito è stato correre a vedere se c’era la carriola. C’era, ma era vuota. E lì ho capito tutto».

Cioè? «Che Maniero aveva concordato il pentimento. La fuga non so, ma il pentimento sì.»

La sparizione di una borsa è un po’ pochino per parlare di pentimento pilotato.

«E come faceva a far sparire i soldi se era sotto stretta sorveglianza? E poi Maniero “gà contà quel che’l vol”. Per esempio mi ha incastrato sulla rapina al Casinò di Venezia dove non  c’entravo proprio.»

Ottaviano Andreoli

OMICIDIO ANDRIOLI

Che vantaggio ne poteva avere Maniero? «Nel mio caso era solo paura per tutto quello che sapevo. Nel caso di altri, incastrati anche se non c’entravano, è una questione di prudenza. Vuol dire che li temeva.» Tipo i mestrini? «Esatto. Ma anche Silvano Maritan. Che non c’entra con l’omicidio di Ottavio Andrioli. Il bello è che non c’entra nemmeno Maniero, che pure si è autoaccusato». Bè, saremmo alla farsa. Maniero dice di aver partecipato ad un omicidio che non ha fatto? E per quale motivo? «Semplice, per incastrare qualcuno che non vuole resti in circolazione. E l’unico modo è dire: io c’ero.» E invece non c’era? «Non c’era no. Era a Parigi con me. Ho la prova provata, un quadro che tengo in garage e che riporta la data dell’omicidio di Andrioli. Eravamo insieme a Parigi. Io e Maniero, appena rientrati dalla Spagna».

VOLEVO PARLARE, MA…

Quindi abbiamo scoperto che Maniero temeva Silvano Maritan. E lei. E poi? «I mestrini. E infatti li ha tolti di mezzo anche loro».

Ma perchè? I mestrini erano così pericolosi per Maniero? Al punto che quando inizia a pentirsi li incastra anche dove non c’entrano?

«Ma certo. Erano gli unici che potevano farlo fuori. Anzi, gli unici no, anche Marietto Pandolfo lo avrebbe “tolto dalle spese” volentieri. La storia è questa: quando Maniero scappa da Padova, con lui evadono anche un turco, Nou Berisa e Antonio “Marietto” Pandolfo. Il “grosso” cioè Pandolfo scappa in Turchia con Nou Berisa il quale, per sdebitarsi, regala a Pandolfo 25 chili di eroina. Solo che Maniero, invece di dividere, si tiene tutto. A quel punto decidono di farlo fuori anche perchè durante la latitanza Mario Pandolfo di quei soldi aveva bisogno. Maniero arriva prima di loro e li fa arrestare».

Mario Pandolfo

Dunque? «Lui ha fatto un patto con lo Stato italiano, i soldi e i familiari.»

Cioè ha salvato i quattrini ed ha evitato che mamma, sorella e cugino fossero imputati. Questo ha continuato a ripetere fino alla nausea Mario Artuso. Secondo il quale si poteva smantellare la banda un anno e mezzo prima del pentimento di Maniero. «Sono andato in Procura, ma non mi hanno voluto dar retta. Sono entrato in ufficio da questo magistrato e appena ho iniziato a parlare, il giudice ha chiamato Paron.» E il maresciallo dei carabinieri Angelo Paron era sul libro paga di Maniero. Dunque, se Artuso avesse iniziato a collaborare con la Giustizia, Maniero l’avrebbe saputo subito. Ma perchè viene chiamato in ufficio il carabiniere visto che gli unici che avevano svolto indagini su Maniero erano gli uomini della Squadra Mobile di Venezia? Mistero. «Anche nel ’95 ho cercato di collaborare, dopo il pentimento di Maniero. Niente da fare. Forse anche per questo Maniero voleva farmi fuori. Tre volte ha tentato, come ha confermato anche Sergio Baron.»

RAPINA ALLE POSTE

E, a proposito di omicidi, Artuso fa altre due grosse rivelazioni. «E’ vero che Maniero non sa chi ha ucciso Sauna. Stefano Carraro è morto per i 780 milioni che aveva in cassaforte. Stava per scappare in Turchia dove voleva aprire un casinò. Lo hanno ucciso i finanziatori, tra cui Mario Pandolfo e Alceo Bartalucci (che si è autoaccusato dell’omicidio, ma è stato assolto). A farsi aprire la porta è stato Battistello.» E Artuso ha una rivelazione anche sul famoso agguato a Donato Agnoletto. «La dritta per l’agguato ad Agnoletto l’ho data io.» Ed è vero che la rapina alle Poste di Mestre non è di Maniero? «E’ vero. L’hanno fatta i mestrini».

Fonte: Il Gazzettino di Venezia

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