Ma la legalità esige uomini che rischiano


Giorgio Ambrosoli

Giulio Andreotti si è scusato. «Sono molto dispiaciuto – ha detto – che una mia espressione di gergo romanesco abbia causato un grave fraintendimento sulle mie valutazioni delle tragiche circostanze della morte del dottor Ambrosoli». Io, aggiunge Andreotti, volevo solo «fare riferimento ai gravi rischi ai quali il dottor Ambrosoli si era consapevolmente esposto con il difficile incarico assunto». La frase “incriminata” del senatore a vita è stata pronunciata durante un’intervista per la trasmissione La storia siamo noi, in onda ieri sera e dedicata a Giorgio Ambrosoli, il liquidatore dell’impero di Michele Sindona ucciso l’11 luglio del 1979, eroe civile di una delle stagioni più buie della politica e dell’economia italiana. «Perché Ambrosoli è stato ucciso?» ha chiesto l’intervistatore. «Non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici – ha risposto Andreotti – certo è che se l’andava cercando».

Giulio Andreotti

Al di là della rettifica, la frase del senatore a vita dovrebbe essere dedicata a tutti coloro che, nella temperie politica di oggi, esprimono una qualche nostalgia per la Prima Repubblica, perché in quella sintesi dialettale e nelle sue derivazioni – “non andartela a cercare”, “te la sei cercata” – è riassunta tutta l’ambiguità di una politica che considerava i valori civili praticati (e non solo declamati dai palchi) una cosa da sciocchi, da temerari, da estremisti. In romanesco, il complemento inespresso della frase è “rogna”. Cercar rogna è sinonimo di andare a caccia di guai, con un atteggiamento provocatorio, bullesco, scioccamente intransigente.

Paolo Borsellino

Ambrosoli non è il solo a essere stato giudicato, silentemente e per molti anni, “uno che se la cercava”. Lo stesso giudizio è stato dato in forme e modi differenti per altre vittime eccellenti della notte della Repubblica, a cominciare da Paolo Borsellino e Walter Tobagi: personalità molto diverse ma accomunate dal rifiuto di scendere a compromessi e dal coraggio di accettare le scelte rischiose che sempre sono connesse alla legalità e alla difesa della propria dignità. A tutti potrebbe in qualche modo adattarsi la scena-clou del film su Ambrosoli Un eroe borghese, girato nel ’95 da Michele Placido, dove l’avvocato milanese viene invitato a turarsi il naso per salvare la banca di Sindona, che poi riferisce ai suoi: «Noi l’osso glielo tiriamo. Bisogna vedere se viene fuori a rosicchiarlo».

Walter Tobagi

Ecco, Ambrosoli si rifiutò di “rosicchiare”, e altrettanto fecero Borsellino e Tobagi, tre galantuomini che rappresentarono un modo di fare, di comportarsi e più oltre una vocazione intellettuale improntata all’onestà e al rifiuto del modello compromissorio e familista che era dato per scontato a certi livelli di responsabilità e di potere.
Stupisce un po’, nella galleria di dichiarazioni più o meno indignate che hanno fatto seguito alle dichiarazioni di Andreotti, il sostanziale silenzio del Popolo della libertà. Il governo ha parlato per bocca del sottosegretario Mantovano, il gruppo di Futuro e Libertà si è espresso con una severa dichiarazione di Fabio Granata («Ambrosoli è stato un eroe che non si è fermato davanti alle minacce e alla violenza dell’Italia mafiosa, affarista e piduista. Andreotti, se vuole trovare l’esempio vero di chi se l’andava cercando, pensi a Salvo Lima e ai suoi rapporti organici e spregiudicati con Cosa Nostra»), ma mancano altre voci all’appello. Strano, in un centrodestra che si sbraccia a ogni riga di Italo Bocchino, a ogni battuta sui tacchi a spillo, a ogni fremito sui temi della giustizia. Eppure è proprio qui, nel giudizio su figure come quelle di Ambrosoli e nella loro spassionata difesa, che si gioca l’idea che il Paese, la politica, le istituzioni, hanno di sè. Giulio Andreotti, in fondo, appartiene a un passato che aveva come massimo slogan il “tirare a campare”, e la sua ricostruzione, il suo giudizio, le sue scuse, sono legate comunque alla storia della Prima Repubblica.

La domanda che dovrebbe interessarci tutti non riguarda lui ma le istituzioni di oggi: c’è davvero discontinuità tra quel tipo di potere e l’Italia di oggi? Purtroppo crediamo di no. Anzi, crediamo che il tema sfugga del tutto alla attuale classe dirigente. Siamo arrivati al punto che di recente il ministro Gelmini ha indicato Mike Bongiorno come figura di riferimento da portare in tutte le scuole e da spiegare nell’ora di Educazione alla cittadinanza. Con tutto il rispetto per Mike, pensiamo che un centrodestra serio dovrebbe proporre piuttosto le storie di Giorgio Ambrosoli, insieme a quelle di Borsellino e Tobagi, servitori del dovere civico e non degli interessi di parte, figure-modello per un’Italia nuova dove il valore della legalità e dell’onestà dovrebbero costituire la regola e non la provocazione di chi “cerca rogne”.

Flavia Perina

Fonte Il Secolo d’Italia


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