I giudici: «A Maniero nessun regalo Ha contribuito a sconfiggere la Mala»


Gli inquirenti sono concordi: la sua collaborazione è stata decisiva

Felice Maniero

VENEZIA — «Senza la confessione di Felice Maniero probabilmente la mala del Brenta sarebbe ancora attiva». Paola Mossa è il pm che per ultima ha affrontato le vicende di «Faccia d’angelo». Il 22 dicembre di due anni fa il magistrato della procura della Repubblica di Venezia ha infatti ottenuto dal tribunale in primo grado una maxi-condanna a 541 anni di reclusione 41 sodali dell’ex boss di Campolongo Maggiore. Ed ora che Maniero — sulle cui dichiarazioni quel processo si fondava — è diventato un uomo libero, lei e tutti i magistrati che ne hanno seguito le tracce difendono il percorso della collaborazione e ribadiscono che «tutto è stato fatto secondo quanto dicono le leggi».

«Maniero è stato un teste affidabile, credibile, tutte le cose che ha detto sono state riscontrate », conferma l’ex procuratore capo di Venezia Vittorio Borraccetti, che già un paio di anni fa aveva dato il suo consenso all’istanza del suo legale di ottenere la piena libertà, allora rigettata dal tribunale. «La sua attendibilità è stata riconosciuta da più giudici», spiega il pm Mossa. «Maniero ha preso le sue condanne e le ha scontate, il come l’ha deciso il magistrato di sorveglianza», aggiunge il procuratore capo di Trieste Michele Dalla Costa, che rappresentò l’accusa nei primi processi.

Un «abbraccio», quello tra lo Stato e Maniero, fatto nella legalità, ma che ha fatto comodo ad entrambi. «Io non so se lui si sia mai pentito, ma non è rilevante ai fini giudiziari – continua – la legge sui pentimenti è una legge utilitaristica: e in questo senso le sue confessioni sono state utili». «Non abbiamo mai avuto problemi di riscontri», conferma Dalla Costa, il quale però con un po’ di orgoglio sottolinea anche che «Maniero ci ha dato una chiave di lettura per episodi che avevamo già accertato: i fatti commessi erano già individuati, mancava solo una voce che consentisse di collegarli alla medesima associazione criminale». I magistrati allontanano però qualsiasi minimo retro- pensiero su un possibile trattamento di favore di Maniero. «Non gli abbiamo fatto regali, né sconti, né benefici non dovuti – afferma – La misura di prevenzione l’ha scontata tutta. Non ha goduto di istituti speciali, ma solo di quello che prevede la legge: riti alternativi, pene in continuazione e sconti per la collaborazione ». «La concessione dei benefici è stata rivista più volte, la sua posizione è sempre stata messa sotto la lente della commissione per i programmi di protezione», aggiunge Dalla Costa. «Le sanzioni e le loro durate sono previste dalla legge, dunque quando quel termine finisce una persona ha il diritto di tornare libero – chiosa Borraccetti – l’attività repressiva deve essere svolta ai sensi della legge, non secondo il senso comune».

Alla tesi secondo cui Maniero aveva già calcolato tutto, crede Carmine Damiano, questore di Treviso, allora capo della squadra mobile di Padova. «Vidi un Maniero sicuro, probabilmente già pronto al pentimento; aveva già messo in conto che molto probabilmente sarebbe stato catturato e aveva messo in atto il suo piano per avere una pena ridotta », dice Damiano, che ricorda quel 24 settembre 1994, data dell’arresto del boss a Torino, come «uno dei giorni più belli della mia vita professionale ». Dopo il pentimento per qualche mese aveva vissuto in una villetta a Castagnole di Paese. «Ma amava la bella vita, non si atteneva al programma di protezione, per cui gli venne revocato», ricorda. Due gli episodi che maggiormente lo colpirono: il furto del mento del Santo a Padova e l’assalto al vagone postale di Vigonza, in cui morì la studentessa di Conegliano Cristina Pavesi: «Una scena vista solo nei film».

Alberto Zorzi, Sebastiano Pozzobon

24 agosto 2010

Fonte: Corriere del Veneto


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