Non bastano le lacrime per pagare i conti che non tornano



Registratore di cassa anni ’70

Caro, forse troppo, il riscatto che un genitore paga per la felicità del proprio figlio. Più lunghi, intensi e densi i dispiaceri da scontare a vita per la perdita inaspettata di un discendente, improvvisa o scorrettamente rubata…e pure quelli per l’essenza di un figlio.

Perdita che si lega alla libertà di fare, vivere ed essere giusto sbagliando o sbagliato nel giusto. Come la scelta del bel Renè, criminale “gentiluomo” entrato  in “hotel” ad appena 8 anni. “Il caso Vallanzasca” i suoi furti, rapine, rapimenti e uccisioni, vengono “supportati” in prima pagina dalla stampa che, più tardi, lo incorona “Re delle evasioni”. Eppure, oggi come ieri, il dolore è pena che stringe il petto di chi,  durante rapine,  sparatorie o sequestri, non c’era e probabilmente non c’era anche prima, molto prima che tutto questo diventasse realtà e poi, anche, finzione.


Ed è sempre dolore quello che, come un grido silenzioso di sofferenza, tormento, dispiacere, tristezza, collera, angoscia, sdegno e non ultimo giustizia, straripa e scivola rigando i volti con lacrime amare, calde e salate.

Dolore che brucia, come il sale sulle ferite, mentre ripercorre sia le vie dei bei ricordi sulle rughe disegnate dalle vittime innocenti sui volti dei familiari, sia su quelle diventate solchi, sui visi dove Vallanzasca ha tracciato la “mappa del dispiacere”.

Osvaldo Pistoia e  Marie Vallanzasca. Genitori di Renato Vallanzasca. Fonti Ansa e L’Unità

Benchè consapevoli della legittimità per la pena ricevuta dal figlio, la disperazione del padre, Osvaldo Pistoia, e la madre, Marie Vallanzasca, “rubata” in questa foto, non trova pace. No, non trova pace e non la trovano nemmeno i familiari delle vittime innocenti a cui è stato strappato, per poco o per sempre, un caro.

La difficoltà a rassegnarsi diventa ancor più impossibile se si “giustifica” con un irrazionale “essenza di libertà”. Libertà che, invadendo ed eliminando quella altrui,  viola il senso unico del suo stesso significato. Libertà di vivere che paradossalmente lega, come il più forte collante di “sangue”, genitori di vittime e carnefici incapaci di comprendere i “perché” o concedere il perdono.

O forse no. Forse questo è solo un paradosso dal conto troppo caro per tutti:  quelli che non c’erano prima e durante…il dopo è vera libertà di scelta.

Marina Angelo

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Non bastano le lacrime per pagare i conti che non tornano

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Pubblicato su News interessanti, Notte Criminale, Vallanzasca
7 comments on “Non bastano le lacrime per pagare i conti che non tornano
  1. Al ha detto:

    Marina, prima di citare fatti inesistenti e di dare giudizi si documenti, lei affronta discorsi complessi con la facilita’ con cui si raccontano barzellette.
    quando vuole scrivere nome e cognome di qualcuno ucciso da Vallanzasca …….io aspetto.

    • nottecriminale ha detto:

      Gentile Al,
      probabilmente le sarà anche sembrata una barzelletta, e sa, piacerebbe anche a me. Peccato però che non mi faccia ridere e soprattutto che rifletta la realtà (quella vista con i miei occhi, certo).

      Sicuramente non ho tutte le conoscenze del “caso” proprie ai giudici, avvocati, magistrati, procuratori o agli investigatori che hanno seguito e “diretto” il caso.
      Al suo posto, mi sarei chiesta però: perché deve scontare delle condanne che lui stesso non riesce nemmeno più a contare? perché le sue spalle portano il peso di 3 ergastoli a cui si aggiungono circa 200 anni di reclusione decisi da Corti d’Assise e Tribunali di mezza Italia? perché, il 20 settembre 2007 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha respinto la domanda di grazia presentata da Renato Vallanzasca, dopo il parere negativo espresso anche dal guardasigilli Mastella?

      detto ciò, le riporto le parole dello stesso Vallanzasca:

      Nel ’92 durante il processo d’appello per l’omicidio di Roberto Magalini (un rapinatore ucciso nel settembre’76), il bel Renè si proclama innocente e vittima di un errore giudiziario e nel corso dell’udienza ne confessa ben tre. “Si tratta, racconta, dell’omicidio di un cocomeraio avvenuto nel settembre 1976 in via Fabio Filzi, a Milano, una luparata e via, di quello di un portavalori ucciso, sempre nell’autunno del ‘76, in provincia di Mantova, e di quello di un “infame”, un certo Turci”.

      In un articolo di Goffredo Buccini, sul Corriere della Sera datato 25 marzo 1992, viene riportata la vicenda sopra citata che così si conclude: “Vallanzasca ebbe una pausa di libertà durata una ventina di giorni, nell’estate del 1987 quando evase da una nave ancorata nel porto di Genova e che lo avrebbe dovuto portare in carcere in Sardegna. Fu bloccato dopo tre settimane a Grado. I delitti di cui s’ e’ accusato ieri sono realmente avvenuti nel periodo indicato. L’ 8 ottobre 1976, in via Sarpi (e non in via Filzi come sostenuto dal bandito) fu ucciso a colpi di lupara Dino Montagna. Il 15 novembre successivo, invece, a Borgofranco, fu ammazzata la guardia giurata Francesco Mortara che scortava un furgone portavalori.

      In un’altra intervista lo stesso Vallanzasca afferma: “Gli omicidi non li puoi rimuovere. Non mi interessa nemmeno provarci. A distanza di anni solo il carnefice i parenti si ricordano. Ed è giusto così. Io però non saprei con che faccia presentarmi di fronte a un ragazzo a cui ho ucciso il padre. L’unico conto che non ho saldato è proprio nei riguardi dei familiari. Solo loro vantano un credito nei miei confronti: gli vorrei dare l’opportunità di sputarmi addosso” Ed ha poi continuato ” Non mi aspetto che la gente mi dica bravo e mi stringa la mano, perché comunque ho ammazzato, ma almeno c’erano delle regole”.

      facendo riferimento alla sua banda, poi le ricordo date, fatti e nomi:

      Il 23 ottobre del 1976, a Montecatini, viene ucciso l’appuntato Bruno Lucchesi. Il 30 ottobre dello stesso anno, nel tentativo di rubargli l’auto, la banda uccide il passante Umberto Premoli. Il 13 novembre ad Andria è la volta dell’impiegato di banca Emanuele di Ceglie. Il 16 novembre a Piazza Vetra a Milano uccidono il brigadiere Giovanni Ripani, uno degli uomini migliori della volante di Milano. Il 7 febbraio del 1977 al casello di Dalmine vengono uccisi con fredda determinazione due agenti della stradale: Renato Barborini e Luigi d’Andrea.

      Arrestato a Roma il 15 febbraio 1977 Vallanzasca, l’anno dopo tenta di nuovo di evadere da San Vittore. Trasferito nel supercarcere di Novara, Vallanzasca, infierendo sul suo corpo fino a decapitarlo, uccide il ventenne Massimo Loi, un recluso considerato un traditore.

      Vede caro Al, oltre ad esserci i nomi e i morti (volontariamente omessi) ci sono degli argomenti che vanno trattati con delicatezza, quella che ho cercato di usare io.

      Personalmente, però, credo che non ci siano regole né regolamenti che tengano davanti all’uccisione di persone, non c’è galanteria o buon trattamento che tolleri un sequestro. Le giustificazioni, però, trovano il loro tempo e sono personali.

      In questo pezzo, il mio intento, era quello di lasciare proprio al lettorela libertà di pensiero, personale, intimo. Ho infatti iniziato e finito utilizzando la parola libertà, non con una sentenza.
      Ed ancora libertà di scelta è stata quella di “trascurare” alcuni nomi (quasi tutti documentati negli altri post del blog) proprio per non appesantire quella gabbia che se per Vallanzasca è fatta, più o meno, di mura e di sbarre, per altri è fatta di cristallo.

      Lì ci sono ricordi talmente fragili che il tempo può rendere opachi, ma non di certo cancellare.

      Mettevo a confronto la sofferenza, quella che appartiene ai genitori, i familiari, le donne o gli amici di Vallanzasca, e quella che, forse più lecitamente, è dei familiari, amici, parenti, colleghi, mogli, figli o conoscenti di persone strappate alla vita per delle regole che non esistono.
      Tutto questo a lei è sembrato una barzelletta.

      Adesso che spero di aver soddisfatto la sua richiesta, mi auguro che la leggerezza che lei cita, sia stata interpretata dagli altri, come la delicatezza che ho spiegato perchè con una qualsiasi freddura, io, non ci trovo proprio nessuna affinità.

      Marina Angelo

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