Amour Fou: Una lettera aperta a Gianni Alemanno in relazione alle polemiche su De Pedis


Nei due post precedenti (La Repubblica ed Il Messaggero) gli attacchi a “I Moralisti”, di seguito la risposta che si legge sul sito degli Amour Fou

Un appello ai registi del cinema inchiesta e ai politici per un confronto reale fra autori e istituzioni  sul ruolo educativo e di inchiesta dell’arte,  contro il disimpegno dilagante, contro le censure preventive.

Gentile Sindaco Alemanno,

In relazione alla pubblicazione del brano ‘De Pedis’, da me composto insieme al gruppo Amor Fou, Lei ha dichiarato che sarebbe in atto “il tentativo di dipingere in maniera romantica una vicenda brutta e criminale”. Cercherò di replicarLe con completezza auspicando di poter trarre elementi costruttivi da un’inattesa occasione di confronto fra alcune istanze della mia professione e le Istituzioni che Lei rappresenta.

Confido nella Sua volontà di non sprecare l’ennesima opportunità per approfondire le ragioni dei fraintendimenti che troppo spesso contaminano il rapporto fra autori e Istituzioni in Italia, danneggiando la qualità della vita di ognuno di noi. Premetto di avere condiviso le Sue perplessità circa l’uso di statue di polistirolo raffiguranti quattro boss della Magliana al solo scopo di promuovere una fiction tv. Non posso però non ricordare di avere seguito la fiction stessa in onda su Canale 5, ovvero sulle reti di proprietà del nostro premier che pure di recente ha denunciato un’ eccessiva spettacolarizzazione del crimine, e non ricordo inviti a boicottare la visione da parte di  nessun esponente politico della Sua area.

Premetto di aver enormemente apprezzato la decisione del Ministero di Giustizia di riaprire le indagini  sulla morte di Pierpaolo Pasolini, sollecitate dalla diffusione di un filmato del povero Sergio Citti e dalle parole di Walter Veltroni. Ciò premesso vorrei poterLe chiarire alcuni presupposti della mia professione di cantautore.

Se ho scelto di dedicare la mia vita alla musica e alla cultura del nostro paese, è anche perché sono stato educato a valori e a gesti che per decenni hanno reso l’Italia una culla esemplare di civiltà e una fucina inesauribile di contenuti. Un’Italia che sapeva ancora produrre da sè gli anticorpi per cercare di guarire da certe malattie croniche, in cui le parole di condanna di un giovane Giulio Andreotti non scalfivano la verità di un capolavoro come ‘Umberto D.’ di Vittorio De Sica, girato al fine di rappresentare la meschinità del paese reale. Gettando luce sulle miserie morali di un’Italia in piena ricostruzione non credo che De Sica amasse meno gli italiani. Credo anzi che cercasse di aiutarli a rispettarsi e a capirsi di piu’ e credo che questa missione vada condivisa tanto dagli artisti quanto dalla politica che Lei rappresenta.

Nel Liceo di provincia che mi sono onorato di frequentare studiammo i classici greci e scoprimmo che nella cultura europea, grazie al realismo di Euripide, l’eroe non è sempre un risoluto protagonista positivo, ma sovente una persona problematica ed insicura, non priva di conflitti interiori. Imparammo che già nel quinto secolo avanti Cristo, attraverso l’arte, la tormentata sensibilità e le pulsioni irrazionali e distruttive di un uomo potevano scontrarsi con la ragione e con la morale degli spettatori a cui quest’arte era proposta. Da questa esperienza non sorgeva mai un’esigenza di censura, ma un momento di identificazione collettiva. Esattamente quello che accade oggi a milioni di persone, non tanto davanti alle opere di Ronconi ma – piu’ sovente – alle puntate del Grande Fratello.

La lezione dei tragici greci non l’ho mai dimenticata e forse mi è servita ad elaborare meglio l’insensatezza dell’agire umano, del crimine, della volontà di sopruso che percorre la nostra storia. Non so quali intenti abbiano animato Giancarlo De Cataldo, Michele Placido, Paolo Sorrentino, Roberto Saviano, Matteo Garrone, Francesco Rosi e i grandi registi del cinema di inchiesta nell’atto di  rappresentare personalità così spietate nell’imporre la legge del crimine. Sono certo però non lo abbiano fatto per fomentare il disordine sociale. Le scrivo dunque sulla base delle ragioni che Lei adotta per stigmatizzare la mia presunta ‘ indulgenza ‘  verso certe tematiche, confidando nel fatto che anche Lei condivida che certe tematiche vadano in qualche modo documentate. Secondo il Suo collega Renato Brunetta infatti è quasi solo il potenziale commerciale a determinare il valore e la ‘sostenibilità’ di un’opera culturale. Va da sè che se questa tesi venisse applicata alla storia del cinema nessun produttore avrebbe mai investito un centesimo su molti capolavori dal modestissimo appeal commerciale, privando la nostra esistenza della visione di certe opere di Pietro Germi, De Sica o Michelangelo Antonioni.

Mai come oggi, di fronte alla disarmante rimozione di senso civico che riguarda e coinvolge ognuno di noi, sarebbe d’uopo riconoscere il reciproco ruolo, e rilanciare un confronto reale fra autori, cittadini e istituzioni che rifletta sugli strumenti di cui disponiamo  per comprendere meglio la quotidianità, siano essi esempi viventi, film, dischi, saggi o occasioni di confronto pubblico.Comprendendo e approfondendo certi contenuti prima di censurarli forse riusciremmo a tutelare l’elemento divulgativo che l’arte, così come la politica al pari dell’insegnamento scolastico, deve recuperare pienamente per fronteggiare la catastrofe del disimpegno. Ci riapproprieremmo di una parvenza di valore civile. E forse eviteremmo una volta per tutte i fraintendimenti alla base del Suo intervento.

Ho 32 anni e qualcosa ho fatto in tempo a vedere. Ricordo per esempio un 30 Marzo a Roma, il giorno della la morte di Peppe Dimitri, un nome che Lei conosce bene. Ricordo nodi di rune sui muri della città, che non Vi premuraste di far cancellare. Ricordo un’orazione funebre che citò l’Iliade e un feretro sorretto anche dalle Sue braccia, circondato da persone dispostesi in modo da rappresentare una runa a forma di freccia. Mi chiedo se Lei si sia posto, nel celebrare la memoria di un amico attraverso quei simboli, il problema del rischio di far involontariamente apparire romantica, o esemplare,  una vicenda – ovvero l’eversione e chi ne fece parte – dai risvolti storicamente, per usare le Sue parole, brutti e criminali.Avrei potuto dedicare una canzone alla pubblica rappresentazione di cotanto idealismo e della storia tragica che questo idealismo rievocava attraverso quel rito funebre. Avrei potuto scrivere ispirandomi alla figura di Peppe Dimitri o a quella del militante di Prima Linea Roberto Rosso, poiché entrambi, hanno rappresentato esistenze emblematiche per la nostra memoria collettiva, esistenze il cui idealismo assunse contorni drammatici e distruttivi.Un idealismo che insanguinò la capitale e l’Italia non meno dei crimini commessi da Enrico De Pedis. Le assicuro che li avrei considerati, innanzitutto, uomini, perché credo che una canzone – che nessuno, né l’autore né l’ascoltatore, deve mai confondere con un manifesto ideologico –  possa dire moltissimo sulla condizione umana. Ce lo insegnano De Andrè, Luigi Tenco, Piero Ciampi e tanti altri. Vorrei poter convenire con Lei che la presunta ‘cattiva pubblicità’ sia la causa prima di tanti comportamenti antisociali, ma Lei sa bene che la realtà, i suoi simboli ed i suoi riti, sono cosa molto piu’ complessa di una mera legge di causa-effetto. La storia ci consegna eroi positivi, negativi e uomini qualunque che spesso riassumono entrambe le polarità. E’ compito di ognuno di noi farsi trovare lucido al cospetto di quanto ci appare controverso o scandaloso, al fine di evitare le mistificazioni del moralismo e dell’ideologia. Che certi personaggi abbiano i tratti seducenti di qualche sanguinario eroe gotico o le sembianze grottesche dei compagni di merende non deve incidere sulla nostra facoltà di comprensione. Non è l’oblio forzato, non è il divieto a rappresentare il peggio di noi stessi che ci permette di elaborare ed esorcizzare il malvagio.

A volte la vita, sig. Alemanno, è di per sè romanzesca, nei suoi momenti di epica, di grandezza e di miseria. Proprio per questa ragione non è con il metro della censura, ma innanzitutto con pazienza e sensibilità, che ci si dovrebbe accostare all’arte che, di tanto in tanto, camminando sul filo, cerca di rappresentare una piccola parte della nostra vita attraverso una canzone e la responsabilità che ci si assume nell’atto di condividerla. In quest’ottica Le ripropongo, congedandomi, le bellissime parole di Francesco Rosi..

Francesco Rosi

“L’arte si accompagna sempre a una sofferenza. (…) Non si è mai sicuri di aver raggiunto la verità di quello che si voleva dire, mai certi di essere capaci di assumersi la responsabilità del legame fra sé e gli altri. Non si può essere solitari. La creazione in origine è certamente un atto solitario, ma l’oggetto della creazione appartiene a tutti, è un oggetto sociale. Essere creatore deriva da questa esigenza: ci si rende conto di avere una responsabilità nei confronti di tutti, e occorre assumersela completamente, malgrado i dubbi e le sofferenze.”

Cordialmente

Alessandro Raina

Milano 13.06.2010

Fonte: http://www.amorfou.it

LE IMMAGINI UTILIZZATE, NON ERANO PRESENTI ALL’INTERNO DELLA LETTERA APERTA SCRITTA DALL’AUTORE.


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