Placido “Vallanzasca a Venezia? Io dico no”


Il bandito: non mi fanno vedere il film su di me, vado al Lido. Il regista Michele Placido: non lo voglio

Renato Vallanzasca sotto i riflettori della Mostra di Venezia. Una sua personale decisione, dovuta al desiderio di vedere, finalmente, il film di cui è protagonista, l’opera cui ha collaborato, in veste di consulente di produzione, la moglie Antonella D’Agostino.

Kim Rossi Stuart nei panni di Vallanzasca nel film di Michele Placido

Ogni giorno sul set, attenta a controllare il modo in cui veniva raccontata la vicenda del suo uomo, anche perché alla base del lavoro, oltre al volume del giornalista Carlo Bonini, Il fiore del male, c’è il suo, intitolato Lettere a Renato. Dal punto di vista pubblicitario è un colpo grosso che darebbe al film di Michele Placido, Vallanzasca – Gli angeli del male, protagonista Kim Rossi Stuart, una visibilità mille volte maggiore di quella normalmente riservata a un film della rassegna. Ma è proprio questo genere di attenzione a provocare la decisa opposizione del regista: «Far venire Vallanzasca a Venezia sarebbe controproducente. Se devo essere sincero, desidererei che stavolta il film restasse fuori dalle beghe. Anzi, dico fermamente che non vorrei Vallanzasca a Venezia».

Il fatto è che la mossa di «René», come lo chiamavano all’epoca d’oro della sua ascesa criminale, nasce da una delusione. Sia Vallanzasca che la sua compagna (sullo schermo l’interpreta l’attrice spagnola Paz Vega) avrebbero chiesto a più riprese, da un mese a questa parte, di vedere la pellicola, ma non ci sono ancora riusciti. In più, raccontano i bene informati, ci sarebbe stato il dispiacere di ascoltare da Michele Placido, in occasione dell’anteprima di venti minuti a Lipari durante la convention della major Fox (produttrice dell’opera con Elide Melli) delle dichiarazioni che sottolineavano la volontà forte di prendere le distanze dal personaggio.

René se la sarebbe presa e avrebbe deciso di chiedere al giudice un permesso speciale per assistere alla proiezione veneziana. Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto. Quante possibilità ci sono che l’autorizzazione venga accordata? A quanto pare, molte, perché Vallanzasca, condannato a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione, ha il permesso di lavorare fuori dalle mura del carcere di Opera con l’obbligo di rientro, ma anche con la possibilità di ottenere, occasionalmente, delle uscite serali. Insomma, la sua apparizione non sarebbe eccezionale: per andare da Milano a Venezia ci vogliono tre ore e, stando attenti ai tempi, ci sarebbe tutto il modo di partire e di rientrare. Certo, da un punto di vista mediatico, la sua presenza sarebbe clamorosa e finirebbe di sicuro per ravvivare le polemiche dei parenti delle vittime, fin dall’inizio decisamente contrari all’operazione.

L’ufficio stampa della Fox replica che no, la presenza del protagonista della storia non è affatto prevista alla kermesse veneziana.

Ma, anche all’interno del gruppo che ha realizzato la pellicola, le posizioni sono diverse. Da una parte, la fermezza di Placido, dall’altra i toni più concilianti di Kim Rossi Stuart: «Non ho la più pallida idea di come andranno le cose – dice al telefono -, l’idea che Renato Vallanzasca venga o non venga al festival non mi fa né piacere né dispiacere. Che poi uno, dopo quarant’anni di carcere, voglia farsi una gita a Venezia, non mi sembra, insomma… Comunque non è un argomento che posso affrontare adesso». Sembra che anche Elide Melli non sia contraria alla proiezione del film per Vallanzasca. Il fatto è che in carcere non ha potuto portarglielo e quindi per l’interessato non resta che l’idea di quella gita.

Una Venezia andata e ritorno, per guardare se stesso negli occhi, nella magia del grande schermo ma anche, forse, con il rimpianto per una vita sballata: «Il film – dice il regista – racconta la storia di un’educazione alla rovescia, la vicenda di un bravo ragazzo che a un certo punto sceglie di saltare sul bancone con un’arma in mano, di mettersi a fare rapine. Il racconto segue il percorso di un criminale, descrive i pensieri nella sua testa, la sua vita di allora ma anche quella di adesso, in galera». Una cosa è certa, ripete Placido: «Non sento di comprendere l’etica criminale, io la condanno e la condanna è tutta nel mio film».

10/08/2010

Fonte: Fulvia Caprara per “La Stampa

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