Il figlio Carlo: ma la chiave e’ nei processi su Andreotti L’INTERVISTA / LO SFOGO DELLA FAMIGLIA.


ROMA – “Sorpreso? No, affatto. Questo provvedimento della magistratura romana coincide con quello che nel corso degli anni noi abbiamo saputo e cioe’ che Carboni a Londra poteva contare sul sostegno di malavitosi italiani trapiantati nella capitale inglese, su questo ormai c’e’ una mole enorme di riscontri. Noi abbiamo sempre creduto molto a questa pista, che via via e’ diventata sempre piu’ concreta”.

Per Carlo Calvi, figlio del presidente del Banco Ambrosiano, e’ il momento della rivincita dopo che per anni la tesi dell’omicidio era stata snobbata. “Finalmente la verita”, gli fa eco la madre Clara, vedova del banchiere, che ha accolto con sollievo, nonostante sia gravemente colpita dal morbo di Parkinson, la notizia dell’arresto dei due presunti assassini del marito.

Eppure, e’ una verita’ amara perche’ il movente, in fin dei conti, sarebbe stato quello di tappare la bocca a suo padre perche’ coinvolto nel riciclaggio di capitali di Cosa Nostra. Dice Carlo Calvi: “Vede, noi crediamo molto al fatto che negli ultimi anni si sia data giustamente un’importanza notevole all’interferenza che la mafia avrebbe avuto negli affari dell’Ambrosiano. Noi vogliamo distinguere pero’ la normale attivita’ commerciale del Banco Ambrosiano, dal fatto specifico della morte di mio padre. Con ogni evidenza, ci sono stati negli ultimi mesi di vita di mio padre parecchi trasferimenti e operazioni che possono essere interpretati in quel modo, senza per questo dire che mio padre faceva tout court affari con la mafia. Posso portare ad esempio due episodi. Uno e’ che, senza dubbio, Carboni rientrando in Svizzera, dopo la trasferta a Londra, non si aspettava che gli venissero subito bloccati sui conti quaranta milioni di dollari da parte del giudice Bernasconi. Quaranta milioni di dollari nell’ambito della vicenda Ambrosiano sono pochi soldi, ma certo per lui non erano tanto pochi e sono senz’altro un movente sufficiente per un omicidio, se vogliamo parlare di Carboni soltanto”.

Poi continua: “Se vogliamo fare riferimento a somme superiori, bisogna ricordare le famose somme documentate nella sentenza di Dublino ottenuta dai liquidatori dell’Ambrosiano contro Tassan Din. Il problema e’ che i soldi furono sequestrati solo a Tassan Din, mentre la gran parte di quelle somme, che facevano capo al banchiere Umberto Ortolani, non sono state recuperate. L’ordine di grandezza e’ di oltre centosessanta milioni di dollari, i famosi fondi Bellatrix, su cui e’ noto che esisteva un dissidio notevole tra mio padre e questi signori. Ed era per questo che mio padre voleva recarsi a Zurigo e non a Londra. Perche’ i fondi Bellatrix (relativi anche a Licio Gelli) erano movimentati dalla Rothschild Bank di Zurigo”.

L’operazione Bellatrix – secondo la sentenza sul crack del Banco Ambrosiano – e’ stata l’operazione finanziaria che piu’ di tutte ha contribuito a distruggere il capitale della banca. Alla Rothschild Bank, del resto, era stato credit manager quel Juerg Heer che in un’esplosiva intervista al Wall Street Journal nel ’92 affermo’ di aver pagato con cinque milioni di dollari i killer di Calvi, per ordine del braccio destro di un esponente della P2. “Un personaggio questo Heer – dice Carlo Calvi – le cui tracce si sono perse nel nulla.

Poi si e’ messo in contatto con noi Francesco Pazienza, dicendo che attraverso la faccenda della contessa Agusta (implicata nella vicenda dei fondi esteri di Bettino Craxi) aveva avuto dei contatti lui; ma Pazienza, si sa, e’ un personaggio da prendere sempre con le pinze…”. Certamente, questi provvedimenti contro Pippo Calo’ e Flavio Carboni costituiranno un puntello importante per i processi di Palermo e Perugia a carico di Giulio Andreotti.

“Secondo noi, quei due processi sono i processi piu’ importanti in corso, dal punto di vista interpretativo – conclude Carlo Calvi -. Su questo non c’e’ alcun dubbio. Soprattutto quello di Perugia. La dinamica dei due delitti e’ identica, anche a Londra Carboni era telecomandato da Vitalone, basta pensare alle telefonate tra i due. Ma Vitalone era solo cinghia di trasmissione di un’altra persona che mia madre ha sempre indicato in Giulio Andreotti”.
10 aprile 1997

Fonte: – Maria Antonietta Calabro’ per il Corriere della Sera

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Pubblicato su Roberto Calvi

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