Il barbiere della Banda della Magliana


Del Salone di piazza Trilussa è rimasta solo la vecchia poltrona in ghisa e alluminio. Un pezzo raro, di quelli che ormai si vedono solo in certi film italo-americani. I clienti bussano, e lui li fa accomodare su quella seduta regale, come si farebbe con un vecchio amico. Gente a cui ha visto i capelli crescere e poi imbiancarsi e cadere. Di cui sa vita, morte e miracoli. Si sta lì, si aspetta il proprio turno, si guarda in tv un vecchio telefilm di Zorro. Funziona così da quando, 8 anni fa, lui e suo fratello, tutti e due barbieri, come padre e nonno del resto, lasciarono il vecchio negozio e continuarono ognuno per proprio conto a lavorare a domicilio. Intorno non c’è Trastevere, non ci sono i vicoli, gli odori. Ma lo specchio rimanda le stesse immagini rassicuranti. Lui, che ora ha 73 anni e preferisce non leggere il suo nome sul giornale, che taglia i capelli ai clienti, tutti un po’ più vecchi. «Da me venivano in tanti, e non è che mi mettevo a chiedere i documenti. Gente come Renatino De Pedis ma anche come Pierpaolo Pasolini o Bruno Trentin. Renatino lo conoscevo da quando era piccolo. Fui io a battezzarlo a Santa Dorotea. Ero amico dei suoi genitori. Il padre faceva il trasportatore. Uomo onesto. La madre Edda un giorno la portai di corsa in ospedale e d’allora diventammo amici di famiglia. Ma lei, mi perdoni, come li vuole sti’ capelli?» Cortissimi, grazie. Metta pure il rasoio a 3 millimetri. E Renatino, il Dandi, come li portava? «Era un tipo molto preciso, gli piaceva la scriminatura a sinistra e non si lamentava mai. Se trovava la fila non pretendeva d’essere servito per primo, a differenza di certi prepotenti. I dipendenti si facevano in quattro per servirlo. E lo credo bene: lasciava mance da 5000 lire, 10 volte quello che doveva pagare». …e lei sempre lì, discreto. Mai una domanda di troppo. «Scherziamo? Una mummia. Anche quando s’alzava dalla poltrona e andava sul retro. Non ho mai controllato cosa facesse ma lo sapevo. Tirava cocaina e lasciava sempre l’ultima striscia sul tavolo di ceramica. Poi tornava e diceva: “se qualcuno si vuole servire, prego…”» Si servivano? «Qualcuno accettava, dipendeva da chi c’era in quel momento nel negozio». Mai una parola su Emanuela Orlandi? «Mai. Ma lì c’è poco da dire, dipendesse da me andrei a vedere cosa c’è dentro quella tomba a Sant’Apollinare». Ha qualche sospetto? «No, dicevo per dire. Renatino non parlava mai, mica era scemo! Solo una volta fece un “pezzo” fuori dal negozio con Bruno Giordano, il calciatore, l’ex marito di Sabrina Minardi. Di lei Renatino era innamorato perso. E soprattutto gelosissimo. Sabrina, del resto, era ‘na favola, un fiore. “Lasciale la casa e sparisci”, urlò a Giordano, affrontandolo a brutto muso. Fu sufficiente». Venivano anche altri della banda? «Anni prima, certo. Veniva “Er Negro”, Franco Giuseppucci. Lo conoscevo già da ragazzino, da quando lavorava col padre al forno. Anche dopo, quando già maneggiava milioni, continuava a portare la pizza agli impiegati e al direttore della banca di piazza Sonnino. Un soggettone, Franco! La sera andava al Bar Lucchetti, a Sant’Egidio, a giocare al biliardo. Quando, però, voleva giocare pesante si trasferiva da Marisa, in piazza San Cosimato. Si giocava a zecchinetta. Una volta Franco restò senza soldi e voleva puntare lo stesso. Gli altri protestarono. E lui: “Non ve movete, torno subito”. Tornò dopo 5 minuti con una valigia piena di soldi e li mandò tutti pe’ stracci (con le tasche vuote, ndr). Nel mio salone ne sono passati anche altri: “Er vòto”, (Amleto Fabiani,) e quelli dell’altra banda, “i pesciaroli”, da Enrico Proietti (“Er Cane”),a Mario Proietti (“Palle d’oro”)…è passata una vita».

Fonte: Claudio Marincola per “Il Messaggero

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