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I delitti del Dams – Terza e ultima parte


Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.

Leonarda Polvani. Fonte L'EuropeoÈ il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.

È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.

La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.

Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

L'ingresso della grotta della Croara in cui viene ritrovata Lea Polvani

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Croara - Frazione di San Lazzaro

Un momento del recupero del corpo di Lea Polvani - Fonte L'EuropeoIntanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.

Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.

Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.

Carlo Saronio, rapito e ucciso nel 1975 a Milano

Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.

E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.

Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.

Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.

Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.

La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.

Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.

4 gennaio 1991, la strage del Pilastro. Foto La Repubblica

La stretta contro la mafia del Pilastro. Una falsa pista. Fonte Il Resto del Carlino

Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.

Moreno Pesci e Carmelo Lopes a processo per il delitto Polvani. Saranno assolti. Fonte L'EuropeoMoreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani

Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.

E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:

Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?

A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.

Antonella Beccaria

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Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -


Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte

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Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte


Dunque Angelo Fabbri viene assassinato con dodici coltellate a poche ore dal Capodanno 1982 e il suo delitto resta insoluto. Delitto che viene seguito qualche mese più tardi da un nuovo omicidio. La vittima è nota in città. Si chiama Francesca Alinovi, è nata a Parma il 28 gennaio 1948 ed è con la sua morte che, in città, si inizia a parlare di serialità. E di presagi.

Francesca Alinovi - Foto Gazzetta di Parma

Io non volevo morire… Se tu mi leggi, ora, e io sono morta, ricorda che io non volevo morire, ricorda che io avrei voluto essere immortale e non lasciare spoglie vicarie mortali sulla terra. Ricorda che, anche faticosamente, avrei retto il peso dei miei anni e la fatica di vivere stratta in un corpo putrido e malato. Ricorda poi che, per il fatto che mi leggi, io ti amo, come, in vita, ho amato tutti quelli che mi hanno amato e ho amato essere amata senza mai essere capace di manifestare il mio amore. Sono sentimentale, questa sera del 20 dicembre vicino a Natale, e con la febbre d’amore che riverso su dischi e fantasie di incontri inaccaduti. Faccio il mio testamento di amore e di morte perché ho sempre sentito l’amore come morte (e la morte come amore?). Non voglio morire… e non posso amare.

Queste parole sono state scritte un anno e mezzo prima del delitto e sono raccolte nel diario che la donna ha tenuto per anni fino a poche settimane prima del suo omicidio. Riportato per stralci nel libro Francesca Alinovi. 47 coltellate di Achille Melchionda (Pendragon, 2007), sembra il racconto in presa di diretta degli eventi che porteranno al 15 giugno 1983, un mercoledì, quando un vigile del fuoco i pioli di una scala a pioli per entrare in un appartamento del centro storico, in via del Riccio 7. La proprietaria, Francesca, che insegna al Dams ed è un astro nascente della critica artistica in Italia, non risponde né al telefono né alla porta da tre giorni. E le preoccupazioni di Marcello Iori, un amico della giovane donna che non ha più sue notizie, sono fondate.

Mentre in quella vigilia d’estate le radio iniziano a rimbalzare uno dei tormentoni da ombrellone, “Io ho te” di Donatella Rettore, pezzo che impazzerà da Azzurro ’83 al Festivalbar, il corpo di Francesca Alinovi è a terra, non lontano dalla porta d’ingresso di casa sua. I piedi sono rivolti all’uscio, la testa alla camera da letto e il viso è stato coperto da un paio di grossi e vivaci cuscini. Alle 18.30 di quel 15 giugno, la polizia riesce a entrare e dà inizio ai rilievi, da cui in un primo momento non esce granché. Di certo, chi l’ha assassinata non ha scassinato la porta, richiusa normalmente alle spalle di chi ha commesso il delitto, e ha agito almeno tre giorni prima, a una prima analisi della salma. Ma quando esattamente? Probabilmente domenica 12 giugno, in un orario compreso tra la metà del pomeriggio e la serata.

Intanto il medico legale conta sulla donna 47 coltellate. Molte sono superficiali e la maggior parte è più profonda di un centimetro. Dalla tipologia delle ferite, l’arma è una sola e ha infierito sul lato destro del corpo. Alcune pugnalate hanno raggiunto anche il palmo di una mano, effetto forse di un tentativo di difesa, e sulla schiena. Ma solo una è mortale: è quella inferta al collo della vittima, che ha provocato un’emorragia interna e che ha ucciso Francesca in una decina di minuti.

A una prima ricognizione si esclude la rapina. Dall’appartamento non sembra mancare nulla, a accezione di un asciugamano di piccole dimensioni, un coltello da cucina e uno specchietto. E il ritrovamento più strano gli agenti della polizia lo effettuano in bagno, dove qualcuno ha scritto sulla finestra la frase “Your’not alone, any… way”. Gli errori di grammatica sono evidenti, ma il significato è chiaro: ad ogni modo non sarai sola.

Chi l’ha assassinata? Per cercare l’autore di questo delitto, gli investigatori si concentrano sulle persone più prossime a Francesca e isolano una decina di iscritti al Dams che hanno dato vita a un gruppo informale, gli “Enfatisti”, con l’intenzione di dare vita a una nuova corrente artistica.

Invito a una rassegna enfantista. Compare anche la firma di Francesco Ciancabilla

Francesco CiancabillaTra loro c’è Francesco Ciancabilla, 23 anni, legato alla vittima da una relazione sentimentale iniziata un paio d’anni prima e trascinatasi più tra bassi che tra alti. Di lui scrive il 4 marzo 1981:

Sono innamorata di Francesco. Sono incredibilmente innamorata del sosia di me stessa, del mio sosia Gemelli-Acquario. È straordinario come avessi previsto tutto e come io stia tornando alle origini di me. Un io che è quello che ero e insieme quella che sono. Vivo la cultura sulla mia pelle e vivo come scrivo, sento come teorizzo. Ancora una volta è l’avventura di me proiettata al di fuori che rientra nel mio dentro senza saperlo. L’ombelico del mondo. Non so come è successo con Francesco, ma io ho 11 anni e vivo l’esperienza consumata che ho vissuto appunto a 11 anni [...]. Lui è come me e, incredibile a dirsi, non so che fare con me [...]. Dare e non dare, dire e non dire, esserci e non esserci; la paura di concedersi, di lasciarsi andare, la sensazione di lasciar trapelare senza troppo e… fuggire.

Interrogato il 16 e il 17 giugno a proposito dei suoi spostamenti, non mostra segni di agitazione nemmeno quando viene condotto nell’appartamento di via del Riccio. Conservando sempre la sua apparente tranquillità, Ciancabilla spiega agli investigatori di aver salutato Francesca intorno alle 19.30 di domenica 12 giugno. Lo attendeva un treno per Pescara, la sua città natale, e che era alla stazione di piazza delle Medaglie d’Oro lo può confermare un’amica. A Francesca non ha fatto nulla, dice, quando l’ha lasciata era viva, stava bene ed è solo un caso che quel pomeriggio la donna non gli abbia dato un passaggio in macchina verso la stazione.

Gli inquirenti però non gli credono. C’erano già stati episodi quanto meno burrascosi tra la coppia. Una volta Francesca era stata rincorsa da lui che impugnava un paio di forbici, un’altra le aveva fatto un occhio nero e un’altra ancora il giovane aveva spinto la loro auto sull’orlo di un burrone minacciando di lasciarsi entrambi cadere di sotto.

E poi c’erano altri aspetti. La loro difficile intimità, un’identità sessuale del ragazzi non definitiva il fatto che lui dicesse in giro di averle «dato l’anima, ma non il corpo». Racconterà la donna al suo diario il 7 giugno 1981:

Francesco, la perla dei miei sogni recenti, è omosessuale, innamorato di un ragazzino venticinquenne incontrato per caso alla Soffitta la sera della performance di Orlan, mentre io non c’ero, l’unica sera in cui non c’ero [...]. È omosessuale ed eterosessuale, finora non mi era mai capitato. Io divento sempre più asessuata. Mi dispiace per i suoi grandi occhioni gialli, per le sue grandi labbra carnose. Il pensiero di lui mi aveva reso felice per tanto mesi…

E poi c’era il problema dell’eroina: una tossicodipendenza intermittente, subdola, che minava il giovane e che Francesca aveva cercato di stroncare, senza riuscirci. Fino a quando la donna non aveva iniziato a stancarsi di quell’amante più giovane, tormentato e affascinante, che la prendeva e la lasciava e che insinuava in lei il sospetto che a interessarlo fosse più il suo peso nel mondo dell’arte che altro.

Negli ultimi mesi dalla sua vita, Francesca è stanca di quella storia. È stremata da anni di lotte, di punizioni fisiche e psicologiche, di quel giovane uomo che la tratta come una bambola da sbattere via, quando non ha voglia di lei. E scrive sul suo diario il 20 marzo 1983:

Per la prima l’ho visto come un deficiente, gli ho detto deficiente, ho pensato deficiente. Per la prima volta penso che lui sia un deficiente, squallido. L’ho visto già prima lì tra o suoi amici, numero da fiera tra poverini numeri da fiera, baracconate, pagliacciate. Lui come gli altri. Ubriaco? Ma che importa, io l’ho visto come gli altri, Già stasera le sue foto mi fanno incazzare [...]. Crollo di un mito. Crollo di un amore che mi sembra impossibile aver provato. Cieca per due anni, due anni pazza d’amore.

Francesco Ciancabilla, nel giro di qualche giorno, diventa il principale indiziato per una serie di ragioni. Francesca non avrebbe aperto a uno sconosciuto e quando qualcuno suonava lei si accertava sempre dell’identità del visitatore gettando uno sguardo dalla finestra. Inoltre nessuno aveva una copia delle chiavi di casa e dunque difficile pensare che qualcuno avesse potuto introdursi furtivamente per poi ucciderla.

Il 12 giugno 1983 Francesca Alinovi è sicuramente viva alle 17, quando riceve una telefonata. Ma alle 19.30 non si presenta alla galleria dove aveva un appuntamento. Non avverte nessuno della sua assenza, comportamento inusuale per la donna per quanto, sul momento, nessuno si allarmi più di tanto. Però non accompagna nemmeno Francesco alla stazione, come faceva di solito. Ma quando viene assassinata, Francesca è vestita come se dovesse uscire, scarpe comprese, e la datazione della morte potrebbe essere posticipata fino alle 6 del mattino successivo dato che la donna indossava anche un Rolex che si ricaricava con il movimento del polso.

Una perizia controversa, quella sull’orologio, perché è fermo quando Francesca viene ritrovata. Ma viene maneggiato male e i meccanismi si riattivano. Questo sarà un punto importante su cui premerà la difesa di Francesco Ciancabilla: come credere all’attendibilità delle verifiche effettuate se non si riesce a stabilire con certezza quanto tempo è trascorso da quando Francesca a smesso di muovere il polso? E poi, proseguono gli avvocati del giovane, perché nessuno l’ha sentita gridare nonostante le 47 coltellate? In quei giorni a Bologna fa già il tipico caldo asfissiante dell’estate emiliana e le finestre sono spalancate. Eppure niente: un urlo, un lamento, un rumore. Dall’appartamento di via del Riccio non esce alcun suono. E Ciancabilla, quando viene ufficialmente indagato per omicidio, non reca addosso alcuna traccia di sangue, neanche uno schizzo.

Francesco Ciancabilla durante il processo di primo grado - Archivio L'Unita'

Tanto basterà perché il 31 gennaio 1985 il ragazzo, al termine del processo di primo grado, venga assolto per insufficienza di prova, ma la situazione si ribalta in secondo grado il 3 dicembre 1986, quando la Corte d’Assise d’Appello di Bologna lo condanna a quindici anni di carcere. Lui continua a dichiararsi innocente e a quel punto le forze dell’ordine non faranno in tempo a portarlo in carcere perché Francesco è scomparso, scappato. Solo nel 1997 sarà ritrovato dagli agenti della Digos in Spagna, dove vive dopo aver soggiornato per un po’ in Francia. Nel frattempo la condanna è diventata definitiva e l’assassino di Francesca Alinovi ha un nome, per quanto ancora oggi ci sia chi non crede fino in fondo alla colpevolezza di Francesco Ciancabilla.

Scrive a questo proposito Luigi Bernardi nel suo Macchie di Rosso – Bologna avanti e oltre il delitto Alinov (Zona Editrice, 2002):

A Bologna, per fare un buon piatto di tortellini, bisogna ammazzare tre animali diversi: un maiale per il ripieno; una gallina e un manzo per il brodo.
Sua maestà Tortellino chiede il suo tributo di sangue. Lo chiede e sa ottenerlo. Comincia dunque in macelleria una delle glorie massime di questa città. Gli animali si ammazzano con un colpo secco, micidiale. Chi ammazza gli animali impara presto come si fa. Non fosse altro per non sentire a lungo i lamenti, che prendono subito una tonalità “umana”, da far arricciare la pelle [...].

Nella storia di Bologna c’è un prima e un dopo l’assassinio di Francesca Alinovi, quel delitto è la radiografia di una frattura. Poco meno di tre anni prima [...], Bologna era stata scossa da ben altra deflagrazione, l’attentato alla stazione, la strage. Ne era rimasta tramortita, aveva allentato i riflessi, smorzato gli slanci, persino i desideri. Bologna è sempre stata una città che ha voluto, e potuto, scegliersi la propria velocità, in questo consisteva il suo famoso essere diversa. Bologna era un mondo a parte: per alcuni un paradiso che non si abbandona più, per altri un inferno da spegnare ad ogni costo.

Francesca Alinovi - Archivio L'Unita'

Antonella Beccaria

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