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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Seconda parte
La mia storia spero sia d’esempio ad altri sport. Le regole, sì, devono essere uguali per tutti. Non esiste lavoro che per esercitare si deve dare il sangue. I controlli di notte alle famiglie degli atleti… Io non mi sono sentito più sereno perché controllato in casa, in albergo, dalle telecamere e sono finito per farmi del male per non rinunciare alla mia intimità, all’intimità della mia donna e degli altri colleghi che hanno perso. E molte storie di famiglie violentate. Ma andate a vedere cos’è un ciclista e alla torbida tristezza per cercare di ritornare a quei sogni di uomo che si infrangono con le droghe [...]. Questo documento è verità. La mia speranza che è un uomo vero o una donna legga e si ponga in difesa di chi, come si deve dire al momento, regole [...]. E non sono un falso, mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare.
Ciao, Marco
Così scriveva Marco Pantani nella sua ultima lettera. E nella sofferenza che lo stava portando alla morte, avvenuta il 14 febbraio 2004 in un residence di Rimini, tornava sempre lì, a un’altra data, quella che segnerà di fatto la fine della sua carriera di sportivo.

Occorre tornare al 5 giugno 1999, quando mancavano ancora due tappe alla fine del Giro d’Italia. Pantani è in sella da 19 anni. Ha avuto qualche incidente, alcuni gravi, ma si è sempre rialzato, ha ripreso a pedalare in un crescendo di vittorie e di popolarità che sembra inarrestabile. Fino a quella mattina, quando nel suo sangue viene trovato un livello di ematocrito troppo alto, il 52 per cento, due punti sopra il tasso consentito.
L’ematocrito è la percentuale occupata dai globuli rossi rispetto alla parte liquida e un picco, che rende il sangue troppo denso, può comportare rischi per la salute. Dunque, ufficialmente, controllarne i livelli degli atleti sarebbe un provvedimento per tutelare il loro stato fisico ancor prima di andare a caccia di sostanze dopanti. Ma proprio su questo valore si concentrano dubbi mai dissipati a proposito di quanto successe a Marco Pantani. Tanto che ancora oggi c’è chi continua a parlare dell’”imboscata” di Madonna di Campiglio.
Nel passato del Pirata non c’erano state ombre che potessero far pensare, anche in via ipotetica, al ricorso alla chimica e alla farmacologia per vincere. Nessun dubbio nemmeno quando nel 1998 aveva stupito tutto aggiudicandosi uno spettacolare Tour de France, che gli era valso numerosi riconoscimenti quando era rientrato in Italia. E da almeno due anni Pantani aveva iniziato campagne contro il doping.
Era accaduto nel 1996, quando si era fatta impellente la necessità di fare piazza pulita nel mondo del ciclismo. Così un pugno di sportivi, senza alcun input che venisse dalla Federazione o dal Coni, si riunì. Al tavolo c’erano, oltre allo stesso Pantani, Gianni Bugno, Maurizio Fondriest, Claudio Chiappucci e altri. Insieme decisero di sottoporsi a controlli del sangue e così facendo volevano dimostrare la loro volontà nello sconfiggere il doping. Sul come farlo, venne trovato un accordo comune con i medici e il risultato fu questo: andava considerato illegale qualsiasi valore superiore a 50.
Dunque Marco Pantani era tra coloro che avevano sottoscritto il valore massimo di ematocrito nel sangue per un ciclista. E la mattina del 5 giugno 1999 sapeva che gli ispettori dell’Unione ciclistica internazionale lo avrebbero controllato perché ai test, in genere, vengono sottoposti i primi dieci della classifica e a lui non era ancora toccato. Se non fosse stato quel giorno, il suo sangue sarebbe stato analizzato al più tardi il successivo. Inoltre il 5 giugno si pensò anche che gli ispettori non sarebbero arrivati perché erano in ritardo rispetto al solito. Pantani, vedendo il tempo che passava, avrebbe potuto far colazione e dunque di essere escluso dai controlli.
Se lo avesse fatto, i protocolli previsti per i controlli antidoping lo avrebbero escluso perché i test devono essere svolti a stomaco vuoto. Invece attese e quando lo staff ispettivo si presentò si sottopose alle verifiche sportive senza timori. Venne chiamato per ultimo, nonostante ci si aspettasse che fosse il primo essendo colui che vestiva la maglia rosa. Inoltre non gli si fece scegliere la provetta, che invece venne consegnata dagli ispettori.
La provetta dentro la quale c’è un anticoagulante è importante perché rimane un elemento di perplessità sull’attendibilità di quel controllo. Dentro di essa, fu versato il sangue di Pantani mentre il regolamento prescriveva che fosse distribuito in due fiale. Se infatti fossero stati riscontrati dei problemi con la prima, si sarebbe dovuto ripetere il test sul campione contenuto nella seconda, cosa che non fu possibile. Infine, quell’unica fiala non venne riposta nella borsa frigorifera in cui dovevano essere conservati i campioni, ma finì nella tasca dell’ispettore.
C’è dell’altro. Fino a un certo punto, i controlli sul sangue degli atleti dovevano avvenire alla presenza di un medico della società a cui appartenevano per controllarne la correttezza. Ma poi, per ragioni di costi e per cercare di estendere i test a quanti più ciclisti possibile, le procedure vennero modificate senza che venisse cambiato anche il regolamento. Il nucleo delle modifiche verteva intorno alla rilevanza di un medico sociale.
Stranezze del controllo, devono essere sembrate al ciclista, che – si diceva – appariva totalmente tranquillo perché sicuro di essere in regola. Ogni team sportivo aveva le proprie apparecchiature per verificare i livelli dell’ematocrito e la sera prima, a un controllo interno, il tasso di Pantani era del 48 per cento, lo stesso che risultò il mattino successivo quando si sottopose sempre a una verifica della sua equipe. Il 4 per cento in meno rispetto a quanto stabilirà il testo dell’Unione. Inoltre, secondo i medici del team di Pantani, la relazione tra l’emoglobina e l’ematocrito – che deve essere di 1 a 3 – nel caso di Marco Pantani era conforme: 16,4 di emoglobina e 48 di ematocrito.
Invece l’esito dei controlli degli ispettori, comunicato ai giornalisti prima che a Pantani stesso, fu diverso. Pantani risultò avere un valore del 52 per cento di ematocrito. Possibile? Lo stesso Pantani, in un’intervista concessa nelle settimane successive a Gianni Minà, adombra il sospetto che qualcuno abbia manipolato la sua provetta
L’uomo è corrompibile. E quest’anno si è cominciato a scommettere nel ciclismo. Non credo sia troppo positivo: sappiamo che c’erano 200 miliardi di scommesse».
E ancora, si chiese Pantani, perché non venne riesaminato? Di fatto, non ci sarà mai una controanalisi, ma solo altre analisi sullo stesso campione di sangue, quello inserito nella provetta che poi il medico si sarebbe messo in tasca. L’unico ulteriore test Pantani lo fece due ore dopo aver lasciato Madonna di Campiglio. Lo effettuò in laboratorio di Imola abilitato Uci (Unione Ciclistica Internazionale). Risultato: 48,1 per cento. Ma questo esito non ebbe nessuna rilevanza: perseguito poi dalla giustizia sportiva, gli si ribatté che, lasciato il Giro d’Italia, aveva avuto tutto il tempo di mettersi in regola.
Così, quel 5 giugno 1999 non è solo la fine della carriera sportiva di Marco Pantani, ma anche – forse – l’inizio della fine della sua vita. Avrebbe potuto fare come molti altri atleti, “scontare” la condanna etica che gli venne inflitta e poi risalire in bicicletta, dimenticandosi delle insinuazioni. Anzi, a voler usare i termini corretti, il Pirata avrebbe potuto riprendersi in fretta: l’unico obbligo a cui all’inizio doveva essere sottoposto era un fermo di quindici giorni, tanto gli imponeva la “sospensione cautelativa” per la sua salute. Non era stato squalificato e avrebbe potuto partecipare al Tour de France del 1999, ma a quel punto era iniziato un attacco mediatico intenso. E prevalse la vergogna, indipendentemente dalla fondatezza delle accuse che gli venivano rivolte. Una vergogna che si rivelerà, meno di cinque anni più tardi, fatale.
Sul momento dichiarò:
È qualcosa che ti colpisce nel morale, nell’anima. Non è l’incidente [...], questa volta si parte da molto più in basso [...]. Purtroppo nella società, non solo nello sport, ci accorgiamo che si viene condannati ancora prima che ci si possa difendere.
I giornali a stretto giro iniziarono a scagliarglisi contro dandogli del traditore. Le persone comuni, anche i tifosi, quelli che l’avevano portato in palmo di mano, dopo l’episodio di Madonna di Campiglio lo chiamano “drogato”, “fasullo”. E nelle settimane successive ci aveva provato a continuare con gli allenamenti, ma in quel periodo se ne tornava a casa rapido, quasi subito, e passava ore seduto sui gradini delle scale di casa sua in lacrime. Non reagiva, restava ancora alle primissime dichiarazioni:
C’è qualcosa di strano, sono ripartito dopo dei grossi incidenti, ma questa volta credo che moralmente abbiamo toccato il fondo.
Marco Pantani ci provò ancora in seguito a rimettersi in sella. E forse, una delle sue ultime imprese da sportivo, è stata al Tour de France del 2000, durante la tappa di Courchevel. Ma non è stato sufficiente perché potesse tornare a essere il campione di prima.
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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte –
La Fiat di Cesare Romiti e il mistero del Mig libico
Fabrizio Colarieti con resti Dc9
Che Gheddafi sappia la verità sull’affaire Ustica è un dato incontrovertibile, non fosse altro perché quella notte nei cieli del basso Tirreno – lo ha ripetuto lui stesso decine di volte – il vero obiettivo (degli americani e dei francesi), era proprio lui e non il Dc9 dell’Itavia. E trentuno anni dopo quella tragedia, mentre il regime del Muammar si sgretola su se stesso, riemergono inquietanti particolari sui rapporti tra Italia e Libia, sulla vicenda di quel Mig caduto sulla Sila, forse lo stesso giorno in cui fu abbattuto il Dc9, e sull’atteggiamento, assai sospetto, del Governo italiano, del Sismi e degli allora vertici della Fiat. Cosa c’entra la più grande azienda automobilistica italiana, con Ustica e con Gheddafi, lo spiega oggi Cesare Romiti, l’uomo che guidò i vertici del Lingotto dal ‘74 al ’98.
«Gianni Agnelli informò George Bush senior, che allora era alla guida della Cia: ne ricevette una serie di raccomandazioni e il via libera. Poi, insieme, andammo da Carlo Azeglio Ciampi, e ricevemmo la benedizione anche del Governatore della Banca d’Italia». Queste le sue parole, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera lo scorso 23 febbraio, con cui racconta le «trattative lunghissime, durate quasi due anni» per l’ingresso della Libia nell’azionariato Fiat. Nei dieci anni della Libia in Fiat, con circa il 10 per cento, dice Romiti, non ci fu «mai un’interferenza, mai una richiesta. Si sono sempre comportati come banchieri svizzeri», gli accordi del resto erano chiari: «Non sarebbero mai entrati nella gestione, non avrebbero mai avuto notizie sensibili».
Ma Romiti ricorda al Corriere anche un’altra cosa, che non può passare inosservata: narra di una telefonata ricevuta da Regeb Misellati, uno dei due consiglieri in Fiat della Libyan Arab Foreign Investment Company (Lafico), l’organizzazione pubblica libica, controllato al 100 per centro dal Tesoro, che si occupava degli investimenti internazionali e di gestire i proventi petroliferi. In quella telefonata Misellati, ex impiegato della filiale di Tripoli della Barclays Bank, poi diventato uno dei finanzieri di punta di Gheddafi, chiese a Romiti «una mano per recuperare i resti dell’aereo». Il presidente della Fiat, oltre che con Misellati, parlerà della tragedia del volo Itavia anche con un altro consigliere di Lafico, Abdullah Saudi: «Li avevo sentiti, naturalmente, subito dopo l’incidente di Ustica. Incidente, poi… Temevamo tutti – afferma ancora Romiti – fosse stato un missile. Uno sconfinamento, una battaglia segreta nei cieli, l’arma che parte e colpisce l’aereo civile. Ne parlammo. Mi rassicurarono. So che qualche settimana più tardi si scoprì il “caccia” libico caduto in Calabria. Misellati mi richiamò».
Il caccia in questione era il Mig 23 Libico, quello ritrovato a Castelsilano, caduto – dice la nostra Aeronautica – il 18 luglio ‘80, perché rimasto senza benzina, ma con dentro un pilota, Ezzedin Fadah El Khalil, siriano di origine palestinese, che indossava divisa e anfibi della nostra Aeronautica, morto almeno venti giorni prima, forse addirittura sempre quel 27 giugno. Un Mig, vale la pena ricordarlo, con qualche buco di troppo sulla carlinga, che interessa a molti: alla Cia, ai nostri Servizi e a quelli di tutto l’Occidente, ai Carabinieri di Crotone, che lo cercano a fine giugno e che negheranno per anni di essersene interessati. Un Mig che verosimilmente “bucò” lo spazio aereo italiano mentre nel basso Mediterraneo era in corso un’imponente esercitazione della Nato.
La Libia rivoleva il suo Mig, questa la richiesta di Misellati ai vertici della Fiat: «Ne parlai con i servizi, a Roma», afferma oggi Romiti, poi il suo parere su quanto accadde quella notte: «Non sapremo mai cos’era successo, né a Ustica né sulla Sila, né durante né dopo. Sappiamo che il Mig fu restituito». Non è affatto vero. Perché i pezzi del Mig furono restituiti solo in parte alla Libia. Per anni una consistente quantità di strumenti del velivolo, compreso il cupolino e gran parte dell’avionica, restarono sotto sequestro, coperti anche dal segreto di Stato, nell’hangar di Pratica di Mare accanto a quelli del Dc9. Agli atti dell’inchiesta sul disastro di Ustica vi è traccia di tutto ciò, in particolare una nota del Sios del 20 novembre ’82 in cui si attesta – conformemente al vero – che non ci furono provvedimenti di sequestro da parte della magistratura e che i pezzi del Mig furono “ufficialmente” restituiti al Governo libico dopo la richiesta pervenuta al Ministero degli Esteri italiano, “tre giorni dopo l’incidente, mentre a seguito di direttive superiori, parti di essi sono stati trattenuti per esigenze informative”.
Museo per la memoria di Bologna
L’intelligence dell’Aeronautica analizzò quelle parti per mesi; l’Ambasciata americana ne ritirò alcune d’interesse inviandole per le analisi al centro della Foreign Technology Division di Wright Patterson. Così come il servizio segreto della Repubblica Federale Tedesca che ricevette, tramite il Sismi, parti del velivolo incidentato “restituendole successivamente e richiedendone altre per effettuare ulteriori analisi”. Nel giugno ‘86 il Sismi si fece tramite anche dell’interesse britannico “all’esame delle componenti avioniche del velivolo”, programmando una riunione di lavoro congiunta e due anni dopo scrive il nostro Servizio militare: “il Servizio inglese appare ancora interessato a verificare la possibilità di controllare le frequenze impiegate dal sistema Lazur e a reperire la documentazione fotografica relativa all’incidente di volo per acquisire elementi sul posizionamento delle antenne di comunicazione sul velivolo e sui cablaggi di collegamento”.Perciò, al contrario di quanto afferma Romiti, non è affatto vero che quel Mig fu restituito ai Libici. Tutti i Servizi occidentali se ne interessano, sin dall’immediatezza, in particolare la Cia che spedì sulla Sila il suo capostazione a Roma, Duane Clarridge.
Scrive il giudice Rosario Priore, nella parte della sua sentenza-ordinanza in cui tratta l’incidente di Castelsilano: “Alcuni perché chiamati da noi come gli Israeliani e gli Americani, altri di iniziativa. Quella macchina, nonostante alcuni la abbiano deprezzata – forse solo gli Americani la conoscevano e ne erano in possesso di esemplari – è stata a lungo oggetto di esame e di studio”. E i libici, accorgendosi che tra i rottami restituiti mancavano molte parti del velivolo, la presero male e di tale mancanza ne fecero motivo di proteste. Quei pezzi finirono anche nello stabilimento Snia di Colleferro, dove il 9 novembre ‘84 fu addirittura effettuata “una prova di scoppio in anfiteatro della testa di guerra del missile Aspide 1-A” per verificare “in modo realistico la capacità delle sfere di danneggiare o distruggere, dopo la perforazione di uno schermo d’acciaio, sistemi ed impianti del Mig”. Dieci anni dopo, nel ’94, quando del Mig e della sua avionica si conosceva ormai ogni segreto, il Sismi su proposta del Sios tentò, addirittura, di affondare in mare quanto rimaneva del Mig di Castelsilano.
Il servizio segreto militare espresse nel maggio dello stesso anno il proprio nulla osta all’operazione di “alienazione di materiali in possesso e non più necessari alle analisi tecniche” e per procedere fu richiesta la disponibilità di un elicottero HH3F. La missione doveva partire da Ciampino e l’affondamento delle casse contenenti i pezzi del caccia libico doveva avvenire a circa 30 miglia da Ostia, ma tutto ciò – scrive ancora Priore – non avvenne “per motivazioni non in atti e mai palesate”. Trentuno anni dopo la caduta di quel Mig, i pezzi mai restituiti alla Libia dovrebbero essere ancora a disposizione dell’Aeronautica militare.
Veniamo alla Fiat, scrive ancora Priore: “Nell’agosto dell’80 il responsabile dell’attività internazionale di questa impresa, successore proprio in quel mese di Romiti alla presidenza del “Comitato mezzi e sistemi per la difesa”, tal Pignatelli Nicolò, accompagnò Romiti dal Direttore del Sismi Santovito. In questo incontro si parlò tra l’altro della questione del recupero dei rottami di quel velivolo. Esso Pignatelli fu investito della questione tra quella fine d’agosto e la prima decade di settembre da Misellati Rageb, vice governatore della banca nazionale libica e “rappresentante dell’azionariato libico”. Questo “senior” – superando il rappresentante libico a Torino, certo Montasseri – richiese che dell’operazione si occupasse la Impresit, azienda Fiat specializzata nelle grandi costruzioni. Pignatelli comunicò la richiesta a Romiti che nulla obiettò; affidò l’incarico all’amministratore delegato dell’Impresit; furono compiuti sopralluogo e previsione dei costi, previsione che superò il mezzo miliardo. Di tutto fu informato Romiti. L’iniziativa però cadde e Pignatelli seppe che l’operazione era stata affidata e portata a termine da un’impresa calabrese. Misellati, che spesso di lamentava della disattenzione della Fiat nei confronti del suo Paese, non tornò più sull’argomento, pur avendo sostenuto che quel recupero era importante per la Libia”.
Quindi ciò che afferma oggi Romiti, in merito alla telefonata e alle pressioni ricevute da Misellati, è vero fino in fondo, ma di ulteriori sollecitazioni libiche sulla Fiat c’è traccia anche nei carteggi sequestrati al Sismi durante l’istruttoria: “Altra persona che parla di questi maneggi è l’ex capo-centro Sismi al Lussembergo, il professor Francesco Pelaia. Costui fu incaricato dal suo Direttore, cioè dal generale Santovito, di organizzare un incontro con l’amministratore delegato della Fiat Romiti. Egli si adoprò tramite il rappresentante della Fiat a Roma, tal Gaspari già appartenente al Sismi, e predispose, anche con l’aiuto del capitano Artinghelli della segreteria del Direttore del Sismi, una colazione al Roof Garden dell’Eden di via Ludovisi. Santovito da parte sua chiese una collaborazione della Fiat ad impiegare sue strutture per fini del Servizio in Paesi dell’allora oltre Cortina. Romiti a sua volta chiese ausilio per il recupero del MiG, riferendo che Gheddafi aveva fatto pressioni in quel senso, addirittura “stava rompendo le palle”.
Romiti aveva riferito tutto ciò anche all’autorità giudiziaria: “Per quanto concerne l’episodio dell’aereo libico caduto in Sila ricordo le circostanze; evidentemente esponenti libici, nell’ambito del consiglio di amministrazione, – che sono quelli con cui noi intratteniamo rapporti – ci rappresentarono l’esigenza di recuperare un aereo militare caduto in Calabria; ricordo che l’aereo non era stato intercettato dalle apparecchiature specializzate italiane. Ciò appresi dalla stampa, ricordo che i rappresentanti libici ci chiesero all’uopo se noi avevamo delle attrezzature tecniche idonee a recuperare l’aereo militare. Prima di fare un qualunque passo volli consultarmi con il direttore Santovito e pertanto si addivenne all’incontro. Gli dissi che non avevamo le attrezzature adeguate per il prelevamento richiestoci. In sostanza io finii per demandare il problema del prelevamento a Santovito e non so poi come fece”.
A quel punto i libici, considerata la situazione – Fiat che propendeva per la costruzione di una teleferica con tempi di intervento lunghissimi; il Sismi che proponeva una gru che non si trovava – affidarono l’incarico all’Elifriuli, che avrebbe dovuto impiegare per il trasferimento dei pezzi un suo elicottero, ma qualcosa andò storto: “Un tecnico di questa impresa incaricato del sopralluogo, si reca a Castelsilano proprio il giorno del rilascio dell’autorizzazione – probabilmente quella nota di nulla osta della Procura della Repubblica – ed avvia i preparativi per le operazioni. Proprio durante il sopralluogo questo tecnico, Vogrig Fabiano, incontra un pastore abitante in una casupola nei pressi – ma nessuna PG lo ha mai individuato, né prima né dopo – che dà una nuova versione della caduta. Il fatto sarebbe avvenuto tra il 28 e il 29 giugno.L’aereo precipitando avrebbe dapprima toccato il terreno con la parte inferiore della coda e poi avrebbe percorso “scivolando sul terreno” alcune centinaia di metri prima di arrestarsi. Il pilota sarebbe stato sbalzato fuori dell’abitacolo al momento del primo urto, e quindi si sarebbe dovuto trovare a diverse centinaia di metri dal relitto”.
Se il pastore dice la verità (e non sarà l’unico ad affermare tali circostanze) l’incidente sarebbe avvenuto alla fine di giugno e non il 18 luglio. Ma nei giorni in cui la Elifriuli sta organizzando per i libici il recupero dei rottami del Mig accade altro: “il 4 settembre allorché si stanno coordinando i preparativi per la partenza, il figlio del titolare dell’Elifriuli, Coloatto Marco, riceve, nella sede amministrativa della società a Grado di Gorizia, una telefonata anonima a voce maschile e accento meridionale. L’ignoto interlocutore chiedeva di non effettuare il recupero, sotto minaccia di abbattere sulla verticale della Calabria gli elicotteri della società, operante all’epoca sugli aeroporti di Foggia e Catania per il controllo della costruzione di un metanodotto della Snam. Il pomeriggio di quello stesso giorno arrivava una seconda telefonata, questa volta nella sede operativa della società a Cividale del Friuli. Sempre una voce maschile con accento meridionale questa volta minacciava l’abbattimento degli elicotteri dell’Elifriuli, che si trovavano nei due aeroporti sopra menzionati con modalità imprecisate. Quello stesso giorno il titolare della ditta rinuncia al recupero”. Il recupero sarà effettuato da una ditta calabrese, ritenuta dagli inquirenti in odor di mafia.
Diceva Giovanni Spadolini ai giornalisti: «Scoprite il giallo del Mig libico e avrete trovato la chiave per trovare la verità di Ustica». Aveva ragione allora, come ne ha ancora oggi.
26.02.2011
Goodfellas all’amatriciana
La fine di Romanzo Criminale, forse la migliore serie mai realizzata in Italia (e già la seconda stagione è in lavorazione), serve da spunto per una riflessione sui protagonisti reali delle vicende raccontate da Sollima. In esclusiva su questo blog: ecco chi erano, veramente, Libanese, Freddo, Dandi e gli altri.
La migliore serie italiana
L’unico rischio di Romanzo Criminale – libro, film, serie – è quello di dare una dignità letteraria a personaggi che tutto erano fuorché eroi.La Banda della Magliana – che in realtà neanche era una Banda e non riguardava solo la Magliana – riassume i tratti più inquietanti dell’Italia di fine Settanta e tutti gli Ottanta. Un intreccio, mai chiarito fino in fondo, tra criminalità organizzata, servizi segreti deviati, stragi eversive, terrorismo rosso e (soprattutto) nero, Vaticano, logge massoniche e quant’altro.
Fortunatamente questo rischio è stato evitato: l’unica cosa discutibile è stato il martellante marketing quasi-celebrativo di Sky.
La serie, prodotta appunto da Sky e Cattleya, è stata la vera sorpresa televisiva del 2008. Forse la migliore serie mai prodotta in Italia. Una sorta di Goodfellas all’amatriciana, che piacerebbe a Martin Scorsese. Su questo sono concordi pubblico (400mila spettatori a puntata) e critica. Già è in lavorazione la seconda serie.
Il lavoro, diretto da Stefano Sollima, è molto aderente al romanzo omonimo di Giancarlo De Cataldo, che a sua volta raccontava la storia della Banda, mutando nomi di battesimo e circostanze “minori”.
Il film, pur ottimo, di Michele Placido (qui consulente artistico) era molto libero. Non era vero, ad esempio, che Libanese, Freddo e Dandi si conoscessero dall’infanzia (i primi due si incrociarono per caso, dopo il furto dell’auto di Libanese – carica di armi – da parte di uomini del Freddo: fu lì che nacque la loro alleanza per il sequestro del Barone Massimiliano Grazioli Lante della Rovere). Ed è poi del tutto falso che Freddo, prima di costituirsi, si fece iniettare l’Aids per poter fuggire all’estero, prima di morire poco prima di pentirsi – mentre è vero che si finse malato terminale, simulò di essere costretto su una sedia a rotelle e scappò in maniera carambolesca dal carcere per fuggire all’estero, da dove (Venezuela) tornò nel 1992.
Democrazia sospesa
La maniera migliore per capire la storia della Banda, oltremodo inquietante (e ciò che più fa male è il ruolo dei servizi segreti deviati), è leggere il libro di De Cataldo e guardare la serie. Che è di livello assoluto: per la regia, le musiche (la sequenza dell’uccisione del Terribile, con Tutto il resto è noia di Franco Califano, è straordinaria). Per la forza dirompente degli attori (b-r-a-v-i-s-s-i-m-i). Per la tensione, l’asciuttezza, l’adesione al vero fin nei minimi dettagli: le auto di lusso, la grettezza dei protagonisti, i Rolex, le bische, la dipendenza da cocaina, il gioco d’azzardo. Il bar dove si ritrovavano, le orge, i locali di lusso (il Jackie O’). Gli appoggi in alto.
Romanzo criminale è una serie coraggiosa, nella quale la forma si rifà al cinema poliziottesco dei Settanta, creando una sorta di riverbero efficacissimo di quei tempi. La dimostrazione che l’Italia è in grado di fare anche serie vere, non solo fiction rassicuranti (e basta con le Stefania Rocca struccate, su). Sollima, con l’aiuto di De Cataldo, nelle sue 12 ore (12 episodi) non ha raccontato che quattro anni, il quadriennio 1977-1980, dal primo sequestro della Banda alla morte del Libanese. Tutte cose che Placido era stato costretto a condensare in poco più di un’ora. Nella seconda parte ci sarà modo di sviscerare la depravazione definitiva della banda, lo spargimento di sangue per vendicare il Libanese. In calce a questo lungo articolo segnalo alcuni link e consiglio la lettura dell’irrinunciabile Ragazzi di malavita di Giovanni Bianconi (Baldini Castoldi Dalai).
La storia della Banda merita di essere studiata a scuola, non per innamorarsi dei criminali dai bizzarri soprannomi che l’hanno fondata, per poi portarla avanti con le consuete (e ripetitive) tecniche di malavita organizzata, ma per capire quanto in quegli anni la democrazia italiana fu “sospesa”. Secondo la Commissione stragi, negli anni Settanta la Banda della Magliana trasformò Roma in un ”crocevia eversivo, una zona grigia non ancora conoscibile nei dettagli e con indagini ancora in corso, come quella sull’omicidio di Roberto Calvi”.
Tecniche narrative: donne mancanti, morti diverse
A livello narrativo, De Cataldo e Sollima hanno deliberatamente ridimensionato il ruolo delle donne. L’unica fissa nella serie, la prostituta Patrizia, contesa da Dandi e il commissario Scialoja, è solo in parte ispirata a Sabrina Minardi (mentre non è esistito un solo Scialoja). Libanese non era scapolo – nella serie la sola donna della sua vita è la madre, che lo ripudia – ma sposato: curiosamente sua moglie si chiamava Patrizia. E ci fu almeno una figura femminile decisiva all’interno della Banda, quella di Fabiola Moretti, legata prima a Danilo Abbruciati e poi ad Antonio Mancini (Ricotta nella serie, Accattone nella realtà).
Quasi sempre sono mutate per esigenze narrative le dinamiche delle morti. Libanese non morì crivellato sotto casa della madre, ma in ospedale, dove si era recato da solo dopo l’attentato dei fratelli Proietti, ex luogotenenti del Terribile (Gemito nella serie). Lo stesso Terribile, che nella serie ha questioni personali con il Libanese (fatto inventato), non morì scovato nel suo covo tradito dal Sardo, ma in un’imboscata della Banda davanti all’ippodromo di Tor di Valle. E il Barone Rosellini (cioè Massimiliano Grazioli Lante della Rovere) non fu ucciso prima del riscatto, ma giustiziato dopo il pagamento – l’aneddoto macabro delle “foto finte” riguardò un successivo sequestrato, il re del caffé Giovanni Palombini, tenuto a lungo in frigo dopo la morte perché le foto da spedire ai familiari sembrassero ritrarre un uomo ancora vivo.
La mancanza di Abbruciati e del Falsario Toni
De Cataldo e Sollima non hanno poi dato lo spazio che in realtà ebbero a Raffaele Pernasetti (Er Palletta) e soprattutto Danilo Abbruciati (Nembo Kid nel libro).
Abbruciati fu in realtà il terzo vero leader della banda, almeno fino alla morte di Libanese; fu lui a creare i legami tra Magliana e terrorismo nero, compresi i fratelli Cristiano e Valerio Fioravanti, Alessandro Alibrandi e Massimo Carminati (il Nero della serie). Soltanto una volta ucciso, fu sostituito come terzo (anzi secondo) leader da Dandi, accanto al Freddo. Nel libro, come poi nel film e nella serie, la sua figura viene annacquata e finisce con il confluire un po’ in Nembo Kid (uomo legato alla mafia di Pippo Calò, proprio come Abbruciati) e un po’ nel Nero (che fu invece uno dei “discepoli” portato da Abbruciati dentro la banda, Massimo Carminati).
Nella serie compare poi appena (nona puntata) il Professore Aldo Semerari, demiurgo del terrorismo nero, che offrì perizie psichiatriche false alla Banda in cambio di favori economici (la Banda riciclava il denaro dei brigatisti neri e gli prestava armi). E non è per nulla comparso Toni Chicchiarelli (Larinese nel libro), falsario specializzato in De Chirico, autore – tra le altre cose – del falso comunicato numero 7 durante il sequestro Moro, che sosteneva come il cadavere del Presidente DC (in realtà ancora vivo) fosse nascosto nelle acque del Lago della Duchessa.
Il Caso Moro
Significativo un dato, uno dei tanti. Il 25 marzo 1984, alla Brink’s Securmark, un deposito che faceva capo a una catena bancaria di Michele Sindona, vennero rubati valori per 35 miliardi. Il colpo del secolo, dirà qualcuno. Una rapina molto strana, fatta da uomini in qualche modo legati alla Banda. Sul pavimento della banca, i rapinatori lasciarono una serie di oggetti-simbolo: una granata Energa, sette proiettili calibro 7,62, sette piccole catene e sette chiavi. La bomba Energa era dello stesso tipo usata durante l’agguato al colonnello Varisco. Le sette chiavi e le sette catene vennero lette come un riferimento al falso comunicato n. 7 delle Br sul lago della Duchessa, mentre i sette proiettili calibro 7,62 riportavano all’omicidio del giornalista Mino Pecorelli.
Nella serie si è solo minimamente accennato al luogo dove la Banda nascondeva il suo smisurato arsenale: negli scantinati del Ministero della Sanità. La scoperta del covo diede conferma che la Banda ebbe a che fare sia con la strage di Bologna sia con il sequestro Moro (nel ruolo di intermediari, tramite l’intercessione di Raffaele Cutolo, salvo poi scoprire che molti politici non ne volevano la liberazione – e a quel punto desistettero).
La Banda della Magliana avrebbe poi eseguito, in “appalto”, alcuni omicidi celebri: ad esempio quello di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, e del giornalista Mino Pecorelli. Sono ormai certi legami con la P2 (Licio Gelli era il tramite per fare affari con il Sudamerica). Come è accertato che la Banda avesse contatti con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo (‘O Professore), mentre i testaccini erano vicini al boss mafioso Pippo Calò (Zio Carlo).
Qua e là De Cataldo e Sollima si sono divertiti a confondere le carte, ad esempio dando al Libanese il cognome (Proietti) che era in realtà quello dei suoi carnefici. Molti omicidi “minori”, che cadono nella serie tra decima e dodicesima puntata (Satana, i fratelli Bordini), si rifanno a esecuzioni vere, ad esempio quelle della “Scimmia” Claudio Vannicola (un concorrente di droga), Mario Loria, Sergio Carrozzi, Massimo Barbieri, Angelo De Angelis e Amleto Fabiani.
La sacra sepoltura del Dandi
La storia della Banda, ben raccontata da Gianni Flamini per Kaos Edizioni come da Carlo Lucarelli in una puntata di Blunotte, è così complessa da garantire una seconda serie ricca di spunti, incentrata come detto sul bagno di sangue con cui la Banda volle vendicare il Libanese – unico reale collante della banda, soprattutto quando la mole di soldi fece scivolare tutti i membri nel gorgo della cocaina e della dissipazione di denaro. Nella seconda serie, e forse pure terza, diventerà ancor più primario il ruolo del personaggio più viscido della Banda, Dandi, legatosi – spesso all’insaputa della banda – a mafia, poteri finanziari e Vaticano, come testimonia la sua sepoltura nella cripta della basilica di Sant’Apollinare, ufficialmente perché “benefattore” e secondo molti per un suo aiuto al Cardinale Marcinkus per la scomparsa di Emanuela Orlandi.
La storia della Banda è oltremodo ingarbugliata. Anche per questo, di seguito, segnalo i nomi dei protagonisti (quelli veri e quelli di finzione), elencandone brevemente le gesta.
Libanese – Franco Giuseppucci, detto inizialmente Er Fornaretto (suo padre – inesistente nella serie – era panettiere) e poi Er Negro per il carnato scuro. Leader e fondatore della Banda, fu lui a credere che anche a Roma si potesse creare una criminalità organizzata che andasse oltre al frazionamento delle “batterie”. Da qui l’idea della “stecca para per tutti”, cioè di una cassa comune e di uno spirito di squadra che si ispirasse a quello di associazioni a delinquere come mafia e camorra. Fino a quel tempo nessuno ci aveva mai provato, perché “Roma non vuole padroni, ha già avuto sette Re e hanno fatto tutti una brutta fine”. Fascista (aveva un busto di Mussolini in casa), inizialmente aveva accanto ai vertici della Banda Danilo Abbruciati (Nembo Kid) e Maurizio Abbatino (Freddo, il solo dei tre a venire effettivamente dalla Magliana).Er Negro era inizialmente un piccolo criminale, operava tra Testaccio e Trastevere. Vittima di un delirio di onnipotenza (che sancì la rottura con il Freddo) ben raccontato da Sollima, fu ucciso probabilmente dai fratelli Proietti in un agguato, il 13 settembre 1980. Morì in ospedale, dove si era recato da solo in auto (una Renault 5, non una Porsche) dopo l’agguato. Era appena uscito da una sala biliardo del Bar Castelletti, a Piazza San Cosimato, dove aveva giocato con il fratello minore Augusto (mai presente nella serie) e alcuni membri della Banda. Fu colpito al fianco da un solo colpo, appena entrato in auto (la sua Bmw di ordinanza era stata appena sequestrata). Ebbe la prontezza di mettere la retromarcia e fuggire prima che il suo killer, che poi fuggì in moto (Honda) con il suo complice, sparasse il secondo colpo. La ferita si rivelò però mortale.
Freddo – Maurizio Abbatino, detto Crispino per i capelli. L’unico, dei leader, sopravvissuto. Autore di molti omicidi e fughe dal carcere. Una volta finse di avere un tumore terminale, un’altra di essere costretto su una sedia a rotelle. Si è pentito nel 1992 di ritorno da Caracas. Le sue rivelazioni sono state decisive per smascherare la Banda e rivelare molti (non tutti) intrecci. Fu indotto al pentimento perché era venuto meno lo spirito di squadra della banda e per il barbaro omicidio a Roma del fratello Roberto (Gigio nella serie), torturato e trovato morto il 26 marzo 1990, otto giorni dopo la sua scomparsa. La figura femminile (Roberta) di cui si innamora, ex del fratello, è un personaggio di finzione, anche se per anni fu latitante all’estero con una compagna estranea alla Banda. Fu l’unico pentito ritenuto credibile. I precedenti – Sorcio e Trentadenari – erano stati sconfessati dal giudice Carnevale, l’Ammazzasentenze. E’ spesso definito “il Buscetta della Magliana”. Dopo di lui si pentirono anche altri membri, ad esempio Ricotta e la sua compagna Fabiola Moretti. Di fatto la Banda della Magliana muore proprio nel 1992, con il suo pentimento (fino a quel momento continuavano a susseguirsi omicidi, spesso orchestrati da Bufalo, ad esempio nel biennio 1990-91).
Nembo Kid – Danilo Abbruciati. Il vero terzo leader, per ora drasticamente ridimensionato da Sollima. Punto di contatto con la mafia di Pippo Calò, legato al terrorismo nero. Fu lui a portare dentro la banda Massimo Carminati (il Nero), che riteneva – come il Libanese – una sorta di figlio. Fu ucciso da una guardia giurata il 27 aprile 1982, mentre stava risalendo in moto, nel corso di un attentato al vicepresidente del Banco Ambrosiano Roberto Rosone, a cui aveva appena sparato (senza ucciderlo, la pistola in un primo momento si inceppò). Questo dato conferma il legame tra Banda e caso Calvi-Banco Ambrosiano, anche se molti membri della banda – tra cui il Freddo, il più contrario (come nella serie) allo scollinamento della Banda in ambienti “politici” – non erano a conoscenza delle trame di Abbruciati. Secondo la voce Wikipedia, Nembo Kid sarebbe diventato nella serie Il Mafioso, che nel libro corrisponderebbe invece a Stefano Bontade. Secondo invece il marketing pubblicitario di Sky, sfociato anche in quattro busti “celebrativi” della Banda, Abbruciati sarebbe divenuto con Sollima il Nero. I tratti di quest’ultimo, però, coincidono pressoché integralmente con la figura di Carminati.
Dandi – Enrico De Pedis, detto Renatino. Con la morte del Libanese (non prima) e Abbruciati diventa il vero burattinaio della Banda, spesso insieme a Trentadenari. Legato a mafia, servizi segreti e probabilmente lo Ior di Marcinkus. A conferma di un suo iniziale ruolo “marginale”, al tempo del sequestro Grazioli era in carcere per reati minori. Fu tra i primi a capire che per moltiplicare il denaro non bastava la droga, investendo sul racket dell’edilizia, sulle rapine (un must del terrorismo nero), sui videogiochi e sul gioco d’azzardo. Secondo alcune testimonianze fu implicato nella scomparsa di Emanuela Orlandi. Fu ucciso in pieno centro storico, a Campo de’ Fiori, il 2 febbraio 1990, da un commando – venne apposta dalla Sicilia anche un killer della mafia – probabilmente scritturato da Bufalo, secondo il quale Dandi non si era sbattuto abbastanza per liberare lui e Ricotta dal carcere. Gli spararono da una moto, era appena uscito da un negozio d’arte (la spiata era agli assassini arrivò proprio dal negoziante). Salì sul suo scooter, che dopo la sparatoria proseguì per alcuni metri senza guida, fino a sbattere contro un muro. De Pedis è sepolto in una cripta della basilica di Sant’Apollinare, ufficialmente perché “benefattore”. Il fatto è stato scoperto dalla redazione di Chi l’ha visto? dopo una telefonata anonima. In molti sospettano che dietro il trattamento di favore riservato al killer ci siano gli strani legami intercorsi tra il Vaticano, Banco Ambrosiano e Banda della Magliana. Qualcuno sostiene inoltre che la strana sepoltura di De Pedis sia appunto legata al mistero di Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana quindicenne scomparsa nel 1983. La basilica in cui è sepolto il bandito fa parte dello stesso edificio in cui aveva sede la scuola di musica dove Emanuela venne vista per l’ultima volta.
Commissario Scialoja – Personaggio di finzione, nel senso che non è esistito un solo Scialoja ma molti commissari che si sono confrontati con la Banda. Nel libro, e forse anche nella serie, alla fine Scialoja fa carriera e diviene il nuovo “Vecchio” dei servizi segreti.
Patrizia – Personaggio in larga parte di finzione, come l’amico omosessuale Ranocchia (interpretato da Fausto Paravidino, regista di Texas). Patrizia è però anche ispirata a Sabrina Minardi, legata a Dandi negli anni ruggenti della Banda e poi ex moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano. E’ stata la Minardi a rivelare retroscena sul caso Orlandi e sui contatti tra alcuni membri della Banda e Giulio Andreotti . Non è però esistita una prostituta legata a Dandi e al tempo stesso innamorata di Scialoja.
Scrocchiazeppi – Edoardo Toscano, detto Operaietto perché era uno che si arrabattava sempre. Nella serie si sposa nella settima puntata (quella della morte del Terribile), ospite di lusso al matrimonio Franco Califano: dato inventato, ma Califano (interpretato nella serie da un truccatissimo Fiorello) era effettivamente il musicista più amato dalla Banda. Ucciso il 6 marzo 1989 per volere e ordine di Dandi, che Toscano voleva a sua volta uccidere, ritenendolo responsabile della sua lunga carcerazione contro la quale Dandi – violando un patto interno alla Banda – non si era adoperato. Curioso anche un altro particolare. Secondo la testimonianza di Fabiola Moretti, l’ex senatore Dc Claudio Vitalone avrebbe commissionato a De Pedis l’omicidio Pecorelli. Un “favore ad Andreotti” per garantire il silenzio su aspetti compromettenti del Caso Moro. Per ricompensa, Vitalone avrebbe organizzato la fuga di Scrocchiazeppi dall’aula Occorsio di piazzale Clodio durante un processo nel 1986. A fuggire fu però Vittorio Carnovale (Carlo Buffoni nella serie). Toscano uscirà di galera tre anni dopo e sarà ammazzato. Vitalone è stato poi assolto perché l’accusa non è riuscita a dimostrare la sua colpevolezza.
Bufalo – Marcello Colafigli, detto Marcellone. Colto in flagrante con Ricotta mentre ammazzava uno dei fratelli Proietti (i killer del Libanese), non poté evitare una lunga – si fa per dire – detenzione. Bufalo e Ricotta aspettarono i fratelli Proietti in via Donna Olimpia 152, dove i due si nascondevano da mesi. Quando li videro arrivare, spararono. Con i Proietti c’erano anche mogli e figli. I due killer della Banda rimasero feriti, le urla e gli spari attirarono l’attenzione dei vicini che chiamarono la polizia. Quando arrivò, Colafigli chiese con strafottenza all’agente: “Ditemi che l’ho ammazzato, quell’infame che ha sparato a Franco mio”. Lo aveva ammazzato, Maurizio “il pescetto” Proietti era morto. Si era invece salvato (per la seconda volta) l’altro fratello Proietti, Mario “Palle d’oro”, che però non sembra aver partecipato al commando che uccise Libanese (l’altro Proietti implicato era probabilmente Fernando, ucciso nel 1982). Una volta uscito, sembra accertato che Colafigli commissionò l’omicidio del Dandi, punendolo dello scarso interesse “giudiziario” per la sua situazione. Bufalo è poi accusato di essere stato anche il mandante di altri omicidi caduti nella fase finale della Banda (1990-91).
Ricotta – Antonio Mancini, detto l’Accattone perché sembrava uscito da un film di Pasolini (nella serie si fa menzione a una sua sporadica frequentazione, in realtà inesistente, con il regista). Arrestato con Bufalo per l’omicidio di uno dei Proietti. Si è poi pentito, come la compagna Fabiola Moretti, a sua volta legata un tempo ad Abbruciati. Ha scritto un libro-confessione raccontandosi a Federica Sciarelli (Con il sangue agli occhi, Rizzoli).
Trentadenari – Claudio Sicilia detto Il Vesuviano perché veniva dal Sud. Punto di contatto con la camorra di Corrado Iacolare, Michele Zaza e Lorenzo Nuvoletta. Aveva una compagna, Claudiana Bernacchia, detta Casco d’Oro. Ucciso il 18 novembre 1991, perché si era pentito. Le sue confessioni, in larga parte vere nonostante una condizione mentale a tratti delirante, furono ritenute non credibili dal Giudice Carnevale. Alcuni hanno azzardato un parallelismo tra Trentadenari e il primo pentito di mafia, Leonardo Vitale, “l’uomo di vetro”, ritenuto anch’egli pazzo e poi ucciso.
Ruggero e Sergio Buffoni – Giuseppe (Il tronco) e Vittorio (Il coniglio) Carnovale. Fratelli. Nella serie sono uomini di Freddo che si uniscono subito alla Banda, pur non avendo mai ruoli di primissimo piano. Vittorio, nel 1986, fu protagonista di una teatrale quanto pilotatissima evasione dall’aula Occorsio di Piazzale Clodio durante un processo del 1986, anche se in realtà i patti erano quelli di fare evadere Toscano (Scrocchiazeppi). Nel libro si chiamano Aldo e Carlo Buffoni.
Fierolocchio – Libero Mancone. Altro membro originario della Banda. Faceva parte della Batteria di Aciliia-Ostia, come i fratelli Carnovale (Buffoni), Il Sorcio e il Sardo.
Il Sardo – Nicolino Selis. Punto di contatto e tramite con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Nella serie tradisce il Terribile. Ucciso – probabilmente dal Freddo – il 3 febbraio 1981 perché pretendeva più potere. Il suo cadavere non è mai stato trovato. Vennero uccisi anche il cognato Antonio Leccese e l’amico Giuseppe Magliolo, che intendeva vendicarlo.
Barone Rosellini – Massimiliano Grazioli Lante della Rovere. Il primo sequestrato della Banda. Fu ucciso a 66 anni, nonostante il pagamento del riscatto, perché aveva visto in volto uno degli uomini di Montespaccato, di cui la Banda si servì come appoggio (nella serie vengono poi giustiziati dalla Banda, dato non vero). Sequestrato il 7 novembre 1977 e ucciso dopo il pagamento (non prima, come si vede nella serie). Il cadavere, sepolto nel Napoletano (la testimonianza è di Abbatino) non è mai stato trovato. L’idea venne data al Libanese da un allibratore di Ostia che frequentava l’Ippodromo di Tor di Valle e vestiva abiti militari (nella serie questo personaggio è Satana). Al sequestro parteciparono molte batterie, non solo quella che poi diventò la Banda della Magliana.
Er Sorcio – Fulvio Lucioli. Nella Banda era una sorta di leader degli spacciatori. Poco prima di essere ucciso dal Freddo (almeno nel libro di De Cataldo) fu arrestato. Si pentì, ma non fu ritenuto credibile dal Giudice Carnevale. L’attore che lo interpreta nella serie, Roberto Infascelli, era presente anche nel film di Placido (ma interpretava Gigio, il fratello del Freddo).
Er Puma – Gianfranco Urbani, detto Er Pantera. Nella serie è una sorta di “maestro” del Freddo, legato in maniera equivoca (e accusato più volte di tradimento) alla Banda. Di fatto era il punto di contatto con la ‘ndrangheta calabrese di Paolo De Stefano. All’inizio della undicesima puntata, sulle note dell’hit del tempo Enola Gay, suo nipote viene ucciso dai fratelli Bordini, poi a loro volta giustiziati dal Libanese.
Enrico e Maurizio Gemito – Maurizio e Fernando Proietti, detti “i pesciaroli”. Fratelli. Probabilmente i sicari del Libanese, ucciso perché responsabile della morte del Terribile (a cui i Gemito erano legati), per debiti di gioco e altri screzi (il Libanese li usava ormai come guardaspalle, trattandoli come poco meno che schiavi). La Banda, che si stava sciogliendo perché devastata da droga e mire personali, si ricompattò per vendicare il Libanese (che in realtà cominciava a essere sgradito a molti membri, a causa dei suoi deliri di onnipotenza). Maurizio, detto Il Pescetto, fu ucciso il 16 marzo 1981 da Bufalo e Ricotta, al termine di una lunga sparatoria. Fernando (detto Il Pugile) fu giustiziato il 30 giugno 1982. Il terzo fratello, Mario Palle d’oro, si salvò da due attentati nel 1980 e 1981 (quello nel quale il fratello Maurizio rimase ucciso), così come il cugino Enrico, ferito in un agguato il 27 febbraio 1980. In uno degli agguati sbagliati venne ferita una coppia di fidanzati che non c’entrava nulla (Pierluigi Parente e Nicoletta Marchesi) Il bagno di sangue costò la vita a Orazio e Mariano Proietti, figli di Enrico. Il primo morì di overdose, dopo essere stato ferito in un agguato della Banda il 31 ottobre 1980; il secondo venne ucciso il 14 dicembre 1982, si ritiene però per motivi estranei alla Banda della Magliana. La Banda uccise invece nell’81 Orazio Benedetti, collaboratore dei Proietti, e nell’83 Daniele Raffaello Caruso, ritenendolo responsabile della morte di Mariano Proietti. Questa carneficina, voluta anzitutto da Abbruciati e Abbatino, sarà al centro della seconda serie.
Er Terribile – Franco Nicolini, detto Er Criminale perché era stato più volte in carcere. Prima della Banda della Magliana controllava i maggiori flussi di droga nella Capitale. Fu ucciso in un agguato davanti all’Ipppdromo di Tor de Valle, il 26 luglio 1978. I pesciaroli Proietti lavoravano per lui. E’ vero che si oppose al Libanese, non è vero che tra i due c’erano rancori personali risalenti al loro passato, come ricostruisce la serie (l’episodio dello stupro alla ex fidanzata del Libanese è inventato). Come non è vero che venne ucciso in un covo segreto, con una pugnalata finale del Freddo per volere del Libanese.
Il Banchiere - Roberto Rosone. Vice Presidente del Banco Ambrosiano (quello di Calvi). Scampò il 27 aprile 1982 all’attentato nel quale rimase ucciso Abbruciati.
Satana – Giovanni Girlando, detto Er Roscio. Nella serie è la spia che informa il Libanese delle frequentazioni del Barone Rosellini, decisive per la preparazione del primo sequestro. Al momento della divisione della “stecca”, non accetta di far parte della Banda. Viene poi ucciso dal Libanese nella decima puntata. Nella realtà Girlando fu ucciso il 25 maggio 1990, dieci anni dopo la morte del Libanese, con un colpo alla nuca nella pineta di Castelporziano (nella serie è il cimitero dove vengono “parcheggiati” i cadaveri della Banda). Può essere che Satana sia un mix di vari personaggi realmente esistiti (ad esempio Amleto Fabiani, detto Er Vòto, ucciso il 15 aprile 1980 dopo una lite con Bufalo, come appare nella serie). E’ però vero che anche Girlando si era scontrato con Bufalo, come Pietro Sante Corsello, ucciso a sua volta il 26 marzo 1991.
Il Vecchio – Federico Umberto d’Amato. Il Gran Burattinaio dei Servizi Segreti.
Zeta e Pigreco – Agenti dei servizi segreti che interagiscono direttamente con la Banda, eseguendo gli ordini del Vecchio. Corrispondono a personaggi realmente esistiti. Libanese, nella serie, li chiama Cip & Ciop.
Ispettore Cantoni – L’umile aiutante di Scialoja.
Il Nero – Massimo Carminati. Il terrorista nero più vicino alla Banda della Magliana. Compare a partire dalla ottava puntata (una sua rapina porta all’arresto del Freddo, per via delle moto simili – Kawasaki verde – possedute da entrambi). Il marketing Sky l’ha fatto passare per la figura che si rifà a Danilo Abbruciati, ma è storicamente falso. Accusato di svariati omicidi, esperto nella fabbricazione di esplosivi, aveva il controllo congiunto per conto dei Nar del deposito di armi della Banda, negli scantinati del Ministero della Sanità (il custode era amico della Banda). Carminati vantava rapporti con esponenti dei servizi segreti deviati ed ebbe un ruolo nel depistaggio della strage di Bologna, depositando una valigia carica di armi e munizioni sul treno Taranto-Milano del 13 gennaio 1981. Spesso assolto per insufficienza di prove. Aveva legami con Licio Gelli. Accusato dai pentiti della Banda della Magliana dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, che stava per svelare scottanti retroscena (riguardanti Andreotti e la Dc) sull’omicidio Moro. Ha perso l’occhio sinistro in uno scontro a fuoco con i carabinieri nel 1981. Attualmente indagato per il furto al caveau del palazzo di giustizia di Roma del luglio 1999.
Il Professore Cervellone – Aldo Semerari. Psicanalista e ideologo del brigatismo nero. Compare nella nona puntata. Forniva perizie psichiatriche false alla Banda, utili per uscire presto dal carcere, in cambio di favori vari. Il suo gruppo si chiamava Costruiamo l’azione. Esponente della loggia P2 e in stretti legami con il Sismi. Intratteneva rapporti sia con la Nuova Camorra organizzata di Cutolo, sia con la Nuova famiglia di Umberto Ammaturo. Per questo doppio gioco fu ucciso, a 61 anni, il primo aprile 1982. Il suo corpo, decapitato, fu trovato dentro la sua auto. La testa era dentro un secchio, sopra il tappetino del navigatore. Secondo alcuni pentiti, fu ucciso dai servizi segreti deviati per tappargli la bocca sulla strage di Bologna.
Il Larinese – Toni Chicchiarelli. Non ancora comparso nella serie televisiva. Il falsario della Banda della Magliana, specializzato in De Chirico. È lui a scrivere – durante il sequestro Moro – il falso comunicato n. 7, quello che il 18 aprile 1978 annunciava che il cadavere di Moro si trova nel Lago della Duchessa. Oggi è accertato che quel comunicato fu commissionato dai servizi segreti per smuovere le acque in una fase di stallo del sequestro. Chicchiarelli viene ucciso il 26 settembre 1984. Nel corso della perquisizione della sua abitazione, la polizia trova un filmato della rapina al deposito della Brink’s e altri materiali provenienti dalle Br. Si parla anche di due polaroid di Moro nella “prigione del popolo”. Il suo commercialista Osvaldo Lai sosterrà che la rapina alla storica Brink’s Securmark gli era stata commissionata da “un membro della P2 legato a Sindona”. L’avvocato Pino De Gori, legato all’uomo politico Dc Flaminio Piccoli dichiarerà: ”E’ stato il Mossad (il servizio segreto israeliano) ad autorizzare la rapina. Era una ricompensa per il comunicato falso del Lago della Duchessa, poi però l’hanno fatto fuori”. Ad oggi non si sa chi abbia ucciso Chicchiarelli.
Il Secco – Enrico Nicoletti. Uno dei re della holding del crimine, specializzato nel far fruttare ancora di più i soldi della criminalità (non solo Banda della Magliana) attraverso spericolate operazioni finanziarie. Costruttore, amico di Giuseppe Ciarrapico e politicamente vicino a Giulio Andreotti, Nicoletti svolgeva un’intensa attività di prestiti e depositi che serve a riciclare denaro sporco. Nel mandato di cattura a suo carico, il giudice Lupacchini ha scritto: ”Nicoletti funziona come una banca, nel senso che svolge un’attività di depositi e prestiti e attraverso una serie di operazioni di oculato reinvestimento moltiplica i capitali investiti dell’organizzazione”. Con l’operazione “Colosseo” la polizia sequestrò ai boss della Magliana ottanta miliardi di beni mobili e immobili. Arrestato il 24 maggio 2006 per associazione di stampo mafioso. Nella serie compare a partire dalla ottava puntata. Recentemente è stato intervistato dal Tg1, suscitando le critiche di Marco Travaglio per le domande troppo morbide dei giornalisti, tese quasi a fare di Nicoletti un martire della giustizia. Personaggio analogo a Nicoletti era il faccendiere Flavio Carboni, con cui la banda entrò nella speculazione edilizia (tra i primi investimenti del Libanese).
Botola – Raffaele Pernasetti, detto Er Palletta. Per quanto membro della Batteria Testaccio-Trastevere, come Abbruciati e De Pedis, non è per ora comparso nella serie.
Il Giudice Borgia – Fortemente ispirato al Giudice Ferdinando Imposimato. Inizialmente scettico sull’operato del Commissario Scialoja, poi collaboratore decisivo.
Il Pischello – Antonio D’Inzillo
Il Sellerone – Paolo Aleandri
Zio Carlo – Pippo Calò
Il Mafioso – Stefano Bontade
Il Cravattaro – Domenico Balducci, detto Memmo.
Il Pidocchio – Il giornalista Mino Pecorelli. Fu ucciso il 20 marzo 1979 nel quartiere Prati di Roma, poco distante dalla sua redazione. I proiettili usati, molto rari, erano del tipo Gevelot, analoghi a quelli trovati nell’arsenale della Banda della Magliana, negli scantinati del Ministero della Sanità. Nell’inchiesta sono stati coinvolti Massimo Carminati, Licio Gelli, Antonio Viezzer, Cristiano e Valerio Fioravanti, tutti prosciolti nel 1991.
Ricciolodoro – Antonio Leccese.
Il Maestro – Flavio Carboni.
‘O Professore – Raffaele Cutolo.
Il Nercio – Ettore Maragnoli.
Il Tedesco – Bruno Nieddu.
Mazzocchio – Alessandro D’Ortenzi, detto Er Zanzarone.
Il Conte Ugolino – Dante Del Santo, detto Er Cinghiale.
Il Bar – Il bar-copertura più usato, vera e propria sede della Banda nella serie, era quello in Via Chiabrera. Fu lì che Bufalo e Ricotta, durante la sparatoria con i Proietti, telefonarono per aggiornare la Banda, avvertendoli che c’erano dei guai. “Lo sappiamo già”, risposero i soci dal bar. “Vi stiamo guardando in tivù, al telegiornale”.
17/1/2009
Fonte: Andrea Scanzi per La Stampa
















