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Padova: investe ed uccide anziano poi scappa. Caccia al pirata della strada
Questa sera un uomo alla guida di un Suv rubato ha investito e ucciso un anziano a Padova, dandosi poi alla fuga. …
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Brindisi: crede che la moglie sia posseduta dal demonio e la uccide con una fucilata.
Antonio Fina, un pensionato di 75 anni, ex dipendente dell’Asl, ha imbracciato il suo fucile da caccia ed ha sparato contro sua moglie, Concetta Milone, di 77 anni, uccidendola….
Verona: Accecato da gelosia, strangola la moglie. Poi si costituisce
Ancora un morto, ancora un assassino, sempre lo stesso movente: gelosia. Sono ancora caldi i corpi della strage conmpiuta da un camionista ieri mattina a Brescia quando, nel pomeriggio si segna la morte di un’altra vittima “d’amore”. Giovani Lucchese 56 anni impiegato in una concesionaria d’auto, ha strangolato la moglie Gabriellla Falzoni 51 anni, impiegata in una ditta di abbigliamento, con un foulard sorprendendola in camera da letto nella loro casa di Mozzecane, tra Verona e Mantova, durante l’ennesimo litigio e poi è andato a costituirsi a carabinieri. È accaduto nel tardo pomeriggio di ieri…
Frosinone: la moglie chatta, lui la picchia per gelosia e minaccia di ucciderla
I carabinieri del capitano Costantino Airoldi hanno arrestato un commerciante di 45 anni, titolare di un’attività nella città dei Papi. È successo ad Anagni, nel Frusinate, dove…
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Campobasso: fratricidio sotto casa
«Ho sentito mio figlio urlare, mi sono affacciato dalla finestra ma non ho visto nulla. Mio figlio era scomparso, allora ho dato l’allarme chiamando i carabinieri».
Così ha raccontato il padre di Tonino Salvatore, la vittima, e Michele, il carnefice.
Si, perché ad uccidere il ventisettenne in contrada Pagliarone a Guardiaregia (provincia di Campobasso) è stato proprio il fratello. E lo ha fatto Continua a leggere
I delitti del Dams – Terza e ultima parte
Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.
È il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.
È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.
La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.
Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Intanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.
Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.
Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.
Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.
E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.
Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.
Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.
Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.
La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.
Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.
Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.
Moreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani
Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.
E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:
Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?
A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.
LINK AI POST PRECEDENTI:
Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -
Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte
L’INTERVISTA al Senatore Achille Serra II parte
In questo circuito dove vittime e carnefici sembrano confondersi, quindi, anche il figlio di Vallanzasca, Maxim, è una vittima?
«Vallanzasca ne ha fatte di vittime oltre che quelle che purtroppo ha eliminato fisicamente. La mamma ha passato una vita di sofferenze per questo figlio, di tragedie interiori come si può facilmente immaginare. Il fratello di Vallanzasca è stato una vittima: dapprima coinvolto da lui e con lui in fatti criminali poi addirittura ha cambiato il cognome, si è ravveduto. Sono tante le vittime che Vallanzasca ha fatto, sia fisicamente che moralmente».
Ciò non toglie che i familiari delle vittime hanno le loro sacrosante ragioni per insorgere…
«I familiari delle vittime hanno sacrosantamente ragione di insorgere per quest’ultima cosa di invitare Vallanzasca a Venezia…»
Piuttosto che dal punto di vista criminale, perché, ad esempio, non è stato fatto un film sul poliziotto senza pistola?
«Si è tentato di fare un film sul “Poliziotto senza Pistola”, cioè sul mio libro, ma questo, caratterizzava particolarmente la figura di Vallanzasca e allora, proprio per questo motivo, io mi sono rifiutato. Il mio libro ha altri contenuti tra questi anche la banda Vallanzasca. ma gli atri contenuti che sono quelli della vita di un poliziotto, dell’uomo poliziotto, dei rapporti privati del poliziotto, delle difficoltà economiche enormi che può trovare un poliziotto o un carabiniere in una città che non è la tua come Milano, dove la vita costa di più e tante altre cose che ho cercato di accennare in quel libro ma, quello che interessava, era Vallanzasca ed allora io ho rifiutato l’autorizzazione a fare un film sul mio libro.
Lei chiede “perché non si scrive su un poliziotto?” Questo, bisognerebbe chiederlo a produttori e registi…probabilmente, perché non fa notizia mentre fa notizia il criminale. Allora io che sono, e lo dico senza nessuna remora, un estimatore di Michele Placido che conosco, trovo che fare un film su Vallanzasca può anche andar bene purchè, e qua non faccio una critica (perché non ho visto il film e quindi non sono in grado di farla), non si sia esaltata la figura del criminale. Io sono rimasto un po’ stupito quando, quella figura viene assegnata a Kim Rossi Stuart che è un idolo delle donne, perchè questo, rischia di esaltare la figura del criminale. Io mi ricordo che il fascino, non consisteva tanto nell’aspetto fisico quanto nell’idea del capo, del bandito, del bel Renè… »
Tornando al film su Vallanzasca le critiche avanzano, senza ancora averlo visto. Lei cosa ne pensa in merito?
«Io non critico il film, perché sarebbe fuori luogo non avendolo visto, quindi se il film è il racconto di un periodo storico e criminale, beh allora è storia. Ma critico, ho criticato e continuerò a criticare il fatto che si inviti Vallanzasca. Il palcoscenico, pur avendo detto lo Stato ha il dovere di rieducare (se ci riesce) e di avviare dopo aver fatto scontare la pena al lavoro, o il tappeto rosso no perché rimane, fondamentalmente, un uomo che ha ucciso tante persone…per limitarmi ad alcuni reati».
Uno dei primi film su Vallanzasca è del ’77 «La Banda Vallanzasca». Una delle prime volte che lo si approfondisce televisivamente è in «La storia siamo noi» Rai Educational. Oggi, perché il film è prodotto dalla Fox?
«Non le saprei rispondere…non sapevo neanche questa cosa»
Qual è il suo punto di vista come poliziotto, come uomo e come politico, rispetto al crimine. e perché quest’ultimo viene mitizzato?
«Perché viene mitizzato non lo so e non potrei dare un giudizio. L’ultimo matrimonio di Vallanzasca (peraltro si è separato da una donna che lo ha sempre adorato-questo mi risuta personalmente-…Incredibile che cosa non ha fatto questa donna per lui…ma poi lui ha deciso di lasciarla e di risposarsi con una donna che, credo, non lo abbia mai visto, con una donna che,credo, lo abbia letto sui giornali, cioè, con una donna che comunque non ha avuto un rapporto fisico con lui se non –e questo non lo so- solo attraverso le sbarre) eppure una donna si innamora di lui al punto di sposarlo, di sposare un uomo che è in carcere, di sposare un uomo che esce per andare a lavorare e rientra in carcere. Come si fa da parte mia, e mi consenta, anche da parte sua, a spiegare un fenomeno di questo genere…io non lo so.
Quello che invece da poliziotto, da politico posso dire è che ci sono da parte dello stato errori grossolani e quando parlo dello Stato parlo di governi di centrodestra, di centrosinistra: non faccio distinzioni. Quando parlo di criminalità e di quello che si può fare, non faccio mai una distinzione politica perché credo che le ideologie e la politica, con la criminalità, non dovrebbero proprio dividersi…sottolineo: le ideologie e la politica.
Lo Stato ha operato sempre male nel meridione, per esempio, dove sono cresciute mafia, ‘ndrangheta e da ultimo soprattutto ‘ndrangheta e attenzione a quello che sto per dire perché ho l’impressione che la ‘ndrangheta ci darà dei dispiaceri forti, perché oggi è l’organizzazione criminale – a mio avviso- più potente che c’è nel nostro Paese. Più della mafia e più della camorra. Si è cercato di contrastare sempre questi fenomeni con polizia, carabinieri e magistratura che, hanno sempre dato dei risultati belli, hanno dato tranquillità alla gente e tutto quello che si vuole, ma che hanno vinto soltanto delle battaglie e non la guerra contro queste organizzazioni.
Anche quando andavo nei licei a parlare ai giovani, ho sempre detto “io credo che queste organizzazioni si debbano contrastare su due fronti: lavoro e cultura” (cultura intesa come scuola). Quando ero Prefetto a Palermo io mi ricordo che andavo in certe zone del palermitano dove riscontravo oltre il 50% di diserzione scolastica e oltre il 50% di disoccupazione. Se uno non lavora e se non va a scuola, diventa un gioco da ragazzi per le organizzazioni criminali acchiapparselo e dargli cinquanta euro in mano (allora cinquanta mila lire) e dirgli: “mi vai ad ammazzare un attimo quel signore?”. E per di più, nell’ambito dell’organizzazione, diventi anche un personaggio. Ecco, questo, non è che non lo si sia capito nei governi di centro destra e centro sinistra, ma siccome i governi sono transitori, passano e, allora, guardano a quello che può dargli un’immagine in televisione o sui giornali, ad esempio l’arresto di questo o di quello che serve, si, ma non è assolutamente un fatto definitivo».
Quindi Lei condanna lo Stato e avvalora le parole di Placido?
«Ho stima per Placido, ma le sue dichiarazioni in merito, mi pare siano state eccessive. Non si può fare un paragone tra qualcuno che ha dei processi in politica con un criminale come Vallanzasca».
Marina Angelo
LINK AI POST CORRELATI:
http://nottecriminale.wordpress.com/2010/10/24/lintervista-al-senatore-achille-serra-i-parte/
Nell’ultimo libro del bel René i colpi della “mala” sul Lario
Sequestri, rapine e omicidi. Gli anni ’70 nel ricordo di Vallanzasca
Renato Vallanzasca all’epoca del processo per la rapina alla banca di piazza Cavour, a Como, avvenuta nell’agosto del 1976
«In sette mesi e venti giorni ho bruciato la mia vita: dal luglio del 1976 al febbraio del 1977. Questo è quello che vorrei che capissero i ragazzini, soprattutto i più “montati”: sette mesi da presunto leone e trentanove anni di una esistenza scontata dietro le sbarre». Ai ragazzini, come li chiama adesso, probabilmente il nome di Renato Vallanzasca non dirà nulla.
Troppo tempo è passato da quando il bel René riempiva le pagine della cronaca di tutti i quotidiani del Paese. Le sue sono storie di un altro secolo. Sono storie di un’Italia in bianco e nero.
A rileggerle adesso, però fanno ancora venire i brividi sulla schiena. Per la ferocia dei protagonisti, soprattutto. Anche se restano sullo sfondo di un milieu definitivamente scomparso. Un mondo che non c’è più.
Le storie di Renato Vallanzasca sono ora raccolte in un libro, scritto a quattro mani dal bandito della Comasina e dal giornalista di Repubblica Leonardo Coen (L’ultima fuga. Quel che resta di una vita da bandito, Baldini e Castoldi Dalai, pagg. 357, euro 18), che presenterà l’opera giovedì prossimo a Parolario. Storie che intrecciano spesso il Lago di Como, dove Vallanzasca fece alcuni dei suoi colpi più celebri e dove la banda della Comasina progettava e metteva a segno sequestri di persona a scopo di estorsione.
«Molti di questi sequestri – spiega Coen – non sono mai stati denunciati. Vallanzasca studiava con i suoi uomini i movimenti delle vittime, ne scavava in profondità la vita».
E colpiva. Azioni lampo, di cui spesso non si sapeva nulla perché le famiglie dei sequestrati, «che andavano a prendere i soldi del riscatto in Svizzera, non volevano far sapere al fisco di avere un forziere dall’altra parte della frontiera».

È rimasta famosa, poi, la rapina al Credito Italiano di piazza Cavour, l’11 agosto 1976. Una sorta di sfida al questore dell’epoca, che aveva definito il capoluogo lariano “inespugnabile”. «In realtà – dice adesso Coen – Vallanzasca in quel periodo aveva bisogno di soldi, era appena uscito dal carcere e la banca comasca era un obiettivo tutto sommato facile».
In quell’assalto armato successe qualcosa di inatteso. Uno dei banditi chiamò Vallanzasca per nome più volte: «René».
Due sillabe che risuonarono nelle orecchie di clienti e impiegati, la “firma” del colpo.
«Era estate – racconta Coen – il capo della Comasina non aveva uomini a disposizione, i suoi più fidati erano fuori Milano. Dovette prendere manovalanza inesperta, si fidò di persone con cui non aveva mai “lavorato”». Uno di questi era Massimo Loi, un ragazzo di vent’anni con il quale Vallanzasca aveva un debito d’onore. Loi si era reso disponibile ad aiutarlo nella fuga dal Bassi, un ospedale milanese. Non era servito ma il gesto non era stato dimenticato. In seguito Loi aveva però «deluso le aspettative di Vallanzasca».
A causa di una sua «demenziale sbadataggine – così la definisce Coen nelle pagine del libro – ad Andria c’era scappato il morto. Chinandosi per raccattare i soldi caduti dalle cassette dei contanti, Loi aveva bellamente appoggiato il fucile sul bancone di fronte all’impiegato della banca che teneva le braccia alzate. Il cassiere se n’era impossessato».
Un errore fatale. Mario Carluccio, braccio destro di Vallanzasca, esplose una raffica e uccise il «povero impiegato». Ma soprattutto, Loi aveva fatto da autista a due balordi che erano entrati in casa dei genitori del capo della Comasina per tentare di recuperare 100 milioni di lire frutto di una rapina. Per farsi dire dove fosse nascosto il denaro uno dei banditi aveva colpito al volto il 70enne Osvaldo Vallanzasca con il calcio del fucile, spaccandogli la mandibola.
Nel carcere di Novara, il 20 marzo 1981, l’epilogo di quella brutta storia. Vallanzasca è in cella con Francis Turatello, “faccia d’angelo” e gioca a carte. Nino Faro, detto “Sciuscia a pipa”, un catanese della banda dei Cipudda, lo avvisano che Loi è nella sala giochi. René non perde tempo. Raggiunge Loi e lo affronta. Gli getta un coltello tra le gambe. «Difenditi», gli grida. Aspetta che l’ex complice faccia la mossa sbagliata. E quando questi agguanta la lama gli sferra quattro coltellate. Due al petto, una allo stomaco e una alla gola.
L’omicidio di Loi è il settimo commesso da Vallanzasca. Ed è grazie al libro di Leonardo Coen che adesso si conosce la verità. Per anni, infatti, si è pensato che a uccidere Massimo Loi e a decapitarlo fosse stato Vincenzo Andraous. Secondo gli inquirenti il motivo di quel brutale assassinio era chiaro: Loi era sospettato di essere un infame, un delatore. Non era così. «Ho maledettoil destino che ha portato Massimo Loi a Novara. Purtroppo la vita non è un film, non è possibile riavvolgere la pellicola».
31 agosto 2010
Fonte Dario Campione per il Corriere di Como
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Non bastano le lacrime per pagare i conti che non tornano
Vallanzasca oggi guarda ieri: «Sono un pirla che si è bruciato la vita». Maniero oggi guarda…l’Europa!






















