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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Seconda parte
La mia storia spero sia d’esempio ad altri sport. Le regole, sì, devono essere uguali per tutti. Non esiste lavoro che per esercitare si deve dare il sangue. I controlli di notte alle famiglie degli atleti… Io non mi sono sentito più sereno perché controllato in casa, in albergo, dalle telecamere e sono finito per farmi del male per non rinunciare alla mia intimità, all’intimità della mia donna e degli altri colleghi che hanno perso. E molte storie di famiglie violentate. Ma andate a vedere cos’è un ciclista e alla torbida tristezza per cercare di ritornare a quei sogni di uomo che si infrangono con le droghe [...]. Questo documento è verità. La mia speranza che è un uomo vero o una donna legga e si ponga in difesa di chi, come si deve dire al momento, regole [...]. E non sono un falso, mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare.
Ciao, Marco
Così scriveva Marco Pantani nella sua ultima lettera. E nella sofferenza che lo stava portando alla morte, avvenuta il 14 febbraio 2004 in un residence di Rimini, tornava sempre lì, a un’altra data, quella che segnerà di fatto la fine della sua carriera di sportivo.

Occorre tornare al 5 giugno 1999, quando mancavano ancora due tappe alla fine del Giro d’Italia. Pantani è in sella da 19 anni. Ha avuto qualche incidente, alcuni gravi, ma si è sempre rialzato, ha ripreso a pedalare in un crescendo di vittorie e di popolarità che sembra inarrestabile. Fino a quella mattina, quando nel suo sangue viene trovato un livello di ematocrito troppo alto, il 52 per cento, due punti sopra il tasso consentito.
L’ematocrito è la percentuale occupata dai globuli rossi rispetto alla parte liquida e un picco, che rende il sangue troppo denso, può comportare rischi per la salute. Dunque, ufficialmente, controllarne i livelli degli atleti sarebbe un provvedimento per tutelare il loro stato fisico ancor prima di andare a caccia di sostanze dopanti. Ma proprio su questo valore si concentrano dubbi mai dissipati a proposito di quanto successe a Marco Pantani. Tanto che ancora oggi c’è chi continua a parlare dell’”imboscata” di Madonna di Campiglio.
Nel passato del Pirata non c’erano state ombre che potessero far pensare, anche in via ipotetica, al ricorso alla chimica e alla farmacologia per vincere. Nessun dubbio nemmeno quando nel 1998 aveva stupito tutto aggiudicandosi uno spettacolare Tour de France, che gli era valso numerosi riconoscimenti quando era rientrato in Italia. E da almeno due anni Pantani aveva iniziato campagne contro il doping.
Era accaduto nel 1996, quando si era fatta impellente la necessità di fare piazza pulita nel mondo del ciclismo. Così un pugno di sportivi, senza alcun input che venisse dalla Federazione o dal Coni, si riunì. Al tavolo c’erano, oltre allo stesso Pantani, Gianni Bugno, Maurizio Fondriest, Claudio Chiappucci e altri. Insieme decisero di sottoporsi a controlli del sangue e così facendo volevano dimostrare la loro volontà nello sconfiggere il doping. Sul come farlo, venne trovato un accordo comune con i medici e il risultato fu questo: andava considerato illegale qualsiasi valore superiore a 50.
Dunque Marco Pantani era tra coloro che avevano sottoscritto il valore massimo di ematocrito nel sangue per un ciclista. E la mattina del 5 giugno 1999 sapeva che gli ispettori dell’Unione ciclistica internazionale lo avrebbero controllato perché ai test, in genere, vengono sottoposti i primi dieci della classifica e a lui non era ancora toccato. Se non fosse stato quel giorno, il suo sangue sarebbe stato analizzato al più tardi il successivo. Inoltre il 5 giugno si pensò anche che gli ispettori non sarebbero arrivati perché erano in ritardo rispetto al solito. Pantani, vedendo il tempo che passava, avrebbe potuto far colazione e dunque di essere escluso dai controlli.
Se lo avesse fatto, i protocolli previsti per i controlli antidoping lo avrebbero escluso perché i test devono essere svolti a stomaco vuoto. Invece attese e quando lo staff ispettivo si presentò si sottopose alle verifiche sportive senza timori. Venne chiamato per ultimo, nonostante ci si aspettasse che fosse il primo essendo colui che vestiva la maglia rosa. Inoltre non gli si fece scegliere la provetta, che invece venne consegnata dagli ispettori.
La provetta dentro la quale c’è un anticoagulante è importante perché rimane un elemento di perplessità sull’attendibilità di quel controllo. Dentro di essa, fu versato il sangue di Pantani mentre il regolamento prescriveva che fosse distribuito in due fiale. Se infatti fossero stati riscontrati dei problemi con la prima, si sarebbe dovuto ripetere il test sul campione contenuto nella seconda, cosa che non fu possibile. Infine, quell’unica fiala non venne riposta nella borsa frigorifera in cui dovevano essere conservati i campioni, ma finì nella tasca dell’ispettore.
C’è dell’altro. Fino a un certo punto, i controlli sul sangue degli atleti dovevano avvenire alla presenza di un medico della società a cui appartenevano per controllarne la correttezza. Ma poi, per ragioni di costi e per cercare di estendere i test a quanti più ciclisti possibile, le procedure vennero modificate senza che venisse cambiato anche il regolamento. Il nucleo delle modifiche verteva intorno alla rilevanza di un medico sociale.
Stranezze del controllo, devono essere sembrate al ciclista, che – si diceva – appariva totalmente tranquillo perché sicuro di essere in regola. Ogni team sportivo aveva le proprie apparecchiature per verificare i livelli dell’ematocrito e la sera prima, a un controllo interno, il tasso di Pantani era del 48 per cento, lo stesso che risultò il mattino successivo quando si sottopose sempre a una verifica della sua equipe. Il 4 per cento in meno rispetto a quanto stabilirà il testo dell’Unione. Inoltre, secondo i medici del team di Pantani, la relazione tra l’emoglobina e l’ematocrito – che deve essere di 1 a 3 – nel caso di Marco Pantani era conforme: 16,4 di emoglobina e 48 di ematocrito.
Invece l’esito dei controlli degli ispettori, comunicato ai giornalisti prima che a Pantani stesso, fu diverso. Pantani risultò avere un valore del 52 per cento di ematocrito. Possibile? Lo stesso Pantani, in un’intervista concessa nelle settimane successive a Gianni Minà, adombra il sospetto che qualcuno abbia manipolato la sua provetta
L’uomo è corrompibile. E quest’anno si è cominciato a scommettere nel ciclismo. Non credo sia troppo positivo: sappiamo che c’erano 200 miliardi di scommesse».
E ancora, si chiese Pantani, perché non venne riesaminato? Di fatto, non ci sarà mai una controanalisi, ma solo altre analisi sullo stesso campione di sangue, quello inserito nella provetta che poi il medico si sarebbe messo in tasca. L’unico ulteriore test Pantani lo fece due ore dopo aver lasciato Madonna di Campiglio. Lo effettuò in laboratorio di Imola abilitato Uci (Unione Ciclistica Internazionale). Risultato: 48,1 per cento. Ma questo esito non ebbe nessuna rilevanza: perseguito poi dalla giustizia sportiva, gli si ribatté che, lasciato il Giro d’Italia, aveva avuto tutto il tempo di mettersi in regola.
Così, quel 5 giugno 1999 non è solo la fine della carriera sportiva di Marco Pantani, ma anche – forse – l’inizio della fine della sua vita. Avrebbe potuto fare come molti altri atleti, “scontare” la condanna etica che gli venne inflitta e poi risalire in bicicletta, dimenticandosi delle insinuazioni. Anzi, a voler usare i termini corretti, il Pirata avrebbe potuto riprendersi in fretta: l’unico obbligo a cui all’inizio doveva essere sottoposto era un fermo di quindici giorni, tanto gli imponeva la “sospensione cautelativa” per la sua salute. Non era stato squalificato e avrebbe potuto partecipare al Tour de France del 1999, ma a quel punto era iniziato un attacco mediatico intenso. E prevalse la vergogna, indipendentemente dalla fondatezza delle accuse che gli venivano rivolte. Una vergogna che si rivelerà, meno di cinque anni più tardi, fatale.
Sul momento dichiarò:
È qualcosa che ti colpisce nel morale, nell’anima. Non è l’incidente [...], questa volta si parte da molto più in basso [...]. Purtroppo nella società, non solo nello sport, ci accorgiamo che si viene condannati ancora prima che ci si possa difendere.
I giornali a stretto giro iniziarono a scagliarglisi contro dandogli del traditore. Le persone comuni, anche i tifosi, quelli che l’avevano portato in palmo di mano, dopo l’episodio di Madonna di Campiglio lo chiamano “drogato”, “fasullo”. E nelle settimane successive ci aveva provato a continuare con gli allenamenti, ma in quel periodo se ne tornava a casa rapido, quasi subito, e passava ore seduto sui gradini delle scale di casa sua in lacrime. Non reagiva, restava ancora alle primissime dichiarazioni:
C’è qualcosa di strano, sono ripartito dopo dei grossi incidenti, ma questa volta credo che moralmente abbiamo toccato il fondo.
Marco Pantani ci provò ancora in seguito a rimettersi in sella. E forse, una delle sue ultime imprese da sportivo, è stata al Tour de France del 2000, durante la tappa di Courchevel. Ma non è stato sufficiente perché potesse tornare a essere il campione di prima.
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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte –
PAROLE CRIMINALI: CRIMINI GLOBALIZZATI da “Il volo della cicala” di Giorgio Ballario
“Hector Perazzo, investigatore squattrinato e disincantato, è arrivato a Creta alla ricerca di Marzio, il ghostwriter di un famoso scrittore che è scappato portandosi dietro l’unica copia del manoscritto da consegnare all’editore e che adesso ricatta il suo maestro. In breve, però, Hector scopre che il ragazzo si è infilato in una pericolosa faccenda di droga ed è ricercato anche da una banda di narcotrafficanti albanesi, ai quali ha sottratto un grosso quantitativo di stupefacente. Per recuperare il manoscritto, l’investigatore privato deve prima salvare Marzio dai criminali”.
Di fianco a noi c’era un gran viavai di gente, giovani soprattutto. Alzai gli occhi e al balcone del primo piano notai un’enorme bandiera giallonera. Anche molti dei ragazzi che entravano nel portone indossavano magliette e cappellini dello stesso colore.
<<Ma che succede lì dentro?>>.
<<Te l’ho detto, c’è il derby di Salonicco: Aris contro Paok. Questo è club di tifosi dell’Aris, colori giallo e nero. Gli altri, del Paok, hanno maglia bianconera e loro club è un po’ più in là, dopo stazione di autobus>>.
<<Fammi capire: qui siamo a Creta, mica a Salonicco. Com’è possibile che ci siano tanti tifosi di queste due squadre?>>.
<<Creta non molto buona in football, Perasio. Quasi tutti nell’isola tifano per squadre del continente, di Atene e Salonicco. Io sono dell’Olympiakos, poi altri del Panathinaikos e dell’Aek, ma c’è anche tanti di Paok e Aris e siccome oggi c’è derby sono tutti agitati>>.
<<Ho capito, speriamo almeno che non facciano troppo casino, visto che noi siamo a dieci metri dal loro club>>
<<Oh, loro fanno casino di sicuro. Se vince Aris puoi star certo che scendono in piazza per fare festa e picchiarsi con i tifosi del Paok. Se invece vince il Paok, a scendere in piazza saranno tifosi bianconeri e verranno a picchiarsi con quelli dell’Aris>>.
<<Fair play, come direbbero in Inghilterra. E se pareggiano?>>.
<<Oh beh, allora nessuno fa festa ma si picchiano lo stesso>>.
La rapida lezione sul calcio ellenico mi lasciò un po’ basito, ma in fin dei conti erano fatti loro e della polizia, che di certo avrebbe menato più degli altri. Chiacchierammo del più e del meno, poi misi a parte Nikos degli ultimi sviluppi evitando però di scendere nel dettaglio dello scontro del Monte Ida con i sicari macedoni. “Ce la siamo cavata con qualche livido”, mi limitai a raccontargli. Provavo simpatia per l’ex poliziotto ed era senz’altro una brava persona, ma visto che c’era scappato il morto e rimaneva in ballo un carico di droga da contrabbandare a una gang cipro-libanese, preferivo che non sapesse proprio tutto.
Eka e Marzio quasi non aprivano bocca, scuri in volto. Spiegai a Nikos che erano preoccupati per quella sera e li invitai a rilassarsi facendo due passi nei giardini della piazza, in modo da poter parlare liberamente con l’ex agente. All’improvviso dalla casa di fianco si udì un boato, poi il suono di un paio di trombette. Un tizio si affacciò al balcone agitando una sciarpa giallonera e fece esplodere un petardo.
<<Ha segnato l’Aris>>, sentenziò Nikos.
<<Dimmi di Isabella. Come sta?>>.
<<Eh Perasio, soffre tanto, povera ragazza. Mangia poco, dorme poco e si preoccupa molto per quel cretino, che pure sta con altra. Ieri l’ho accompagnata in ospedale per un controllo, ma per fortuna bambino sta bene, tutto okay ha detto ginecologo>>.
<<Almeno quello… Guarda Nikos, non credo che Marzio ritornerà con lei. Mi sembra tanto spaventato all’idea di diventare padre e poi la relazione con Eka va avanti, malgrado i soliti alti e bassi>>.
<<Povera Isabella, lei è convinciuta…>>.
<<Si dice convinta>>.
<<Sì, convinta che prima o poi Marzio torna con lei, che faranno una famiglia come si deve, magari pure sposandosi>>.
<<Mah, vorrei proprio che avesse ragione. Non lo dico per Eka, che pure lei, poveraccia, in fin dei conti è una brava ragazza… Però, guarda, ad esser sincero Marzio non me lo vedo come marito e padre di famiglia, è troppo una testa calda. Anzi, diciamo le cose come stanno: una testa di cazzo…>>.
In quel momento si sentì un “ooohhhh” collettivo e una raffica di frasi urlate a voce così alta che non potevano che essere imprecazioni all’intero pantheon ellenico.
<<Ha pareggiato il Paok>>, mi avvertì Nikos con la solita flemma.
Guardammo l’ora. La partita era praticamente finita, si giocava il recupero. Un paio di tifosi gialloneri, imbufaliti, stavano già lasciando il club discutendo animatamente sulle responsabilità del gol incassato al novantesimo. Gli altri, invece, bevevano fino in fondo l’amaro calice del pareggio a tempo scaduto e resistevano stoicamente davanti allo schermo.
All’improvviso notai Marzio sbucare dalle palme dei giardini pubblici e attraversare di corsa la piazza, trascinando Eka per una mano. Dietro di loro, a una cinquantina di metri, stavano arrivando due figuri vestiti di nero. Indossavano gli occhiali scuri, anche se di lì a poco sarebbe piovuto. Non li avevo mai visti prima, ma capii subito di chi poteva trattarsi. Uno dei due, che sotto la giacca nera indossava una polo bianca, stava mettendo mano alla fondina che portava nascosta sotto l’ascella.
Mi alzai di scatto, rovesciando il tavolino con i bicchieri ormai vuoti. Tenevo la Glock nella tasca del giubbotto, ma non volevo tirarla fuori se non in caso di vera emergenza. Lanciai un grido al pensionato.
<<Scappa Nikos, sono loro! E sono sicuramente armati>>.
Marzio era riuscito ad attraversare la strada, sempre tenendo Eka per mano, ed era vicinissimo a noi. I due balordi invece rimasero per qualche istante al di là del nastro d’asfalto, bloccati dall’arrivo di una decina di auto che gli impedivano di raggiungere il marciapiede. Dal club dell’Aris stavano intanto sciamando i tifosi, delusi e incazzati. Pensai che se fossimo riusciti a infilarci nel gruppone, forse avremmo avuto qualche chance di scamparla. Ma ancora una volta l’ex agente Nikos Theokaris mi sorprese con un vero colpo di genio.
Agitando le mani, corse incontro ai sostenitori gialloneri e gridano frasi incomprensibili prese a indicare platealmente i due delinquenti, che si stavano facendo largo tra i veicoli e avanzavano con aria minacciosa. I tifosi li guardarono carichi d’odio, gridando a loro volta parole per me indecifrabili. Poi si gettarono avanti, incuranti delle auto che inchiodavano con gran stridìo di freni. Un paio di energumeni si impadronirono delle sedie del bar, altri agitavano le aste delle bandiere che non erano tubi in plastica, come da noi, ma robusti manici di piccone.
I killer di Xherejtari si videro piombare addosso almeno quaranta scalmanati. Quello con la polo bianca aveva estratto la rivoltella, ma non fece in tempo ad alzare il braccio che una bastonata gliela fece volare via dalla mano. L’altro stava cercando di spiegare che non c’entravano niente con la partita, quando un piccoletto esagitato con la maglia dell’Aris gli scagliò una sedia in faccia, facendogli schizzare sangue dal naso. Cercarono rifugio verso i giardini della piazza, ma gli ultrà non avevano nessuna intenzione di mollarli e gli corsero alle calcagna. In giro non si vedeva neppure un poliziotto. Cominciai a pensare che i mafiosi avrebbero passato un bruttissimo quarto d’ora.
Feci segno a Marzio di correre verso la macchina, poi mi rivolsi al piccolo ex agente.
<<Grazie Nikos, ma come hai fatto a scatenare quel casino?>>

<<Facile, Perasio. Io detto loro che quelli erano tifosi del Paok che volevano aggredirci. Non hai visto che loro indossavano vestiti bianchi e neri?>>.
GIORGIO BALLARIO
Giorgio Ballario è nato a Torino nel 1964. Giornalista, ha lavorato per l’agenzia di stampa Agi, è stato corrispondente per svariati quotidiani nazionali (Il Messaggero, Il Giorno, L’Indipendente) e redattore del settimanale Il Borghese. Dal 1999 lavora a La Stampa, dove si è occupato di cronaca nera e giudiziaria.
Nel giugno del 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo, Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni) con cui ha partecipato ad alcuni premi letterari del genere giallo-noir (Premio Scerbanenco, Premio Azzeccagarbugli, Premio Acqui Storia sezione romanzo storico). Nel settembre 2010 ha vinto il Premio Archè Anguillara Sabazia Città d’Arte per la narrativa edita.
Nell’ottobre 2009 è uscito il secondo romanzo del ciclo “coloniale” del maggiore Morosini, Una donna di troppo, selezionato tra i cinque finalisti del Premio Acqui Storia 2010, sezione romanzo storico, vinto poi da Antonio Pennacchi con Canale Mussolini.
Nel novembre del 2010, ancora una volta per i tipi delle Edizioni Angolo Manzoni, è uscito Il volo della cicala, romanzo noir di ambientazione contemporanea, in cui fa la sua comparsa il detective italo-argentino Hector Perazzo.
Il volo della cicala
Edizioni Angolo Manzoni
Pagine 288, 14 euro
Caso Maniero:Giù le Bautte!
Le bautte sono maschere veneziane che venivano usate dai nobili o da chi ambiva, al tempo della Serenissima, a nascondere il proprio volto per andare a qualche appuntamento galante, compiere certi crimini, nascondere incontri o “servizi segreti”. Ed è proprio facendo riferimento a questo accessorio, ma senza farne uso, che entro a “gamba tesa” sull’argomento che scotta.
Una delle cose più interessanti che ho riscontrato nell’affaire Maniero si può notare nei suoi due arresti: il primo a Capri, il 13 Agosto del 1993 e successivamente, a Torino, il 12 Novembre 1994…
Esclusivo: Maniero «E’ vero ho pagato poco Ma il mio tesoro non esiste»
L’ex boss: vivo per i figli, lavoro e sono un asso dello scopone. La politica? Feci tessere per il Psi.
Vogliono uccidermi? Non ho paura
Avrà anche cambiato vita diventando innocuo e pantofolaio, come dice. Avrà cioè anche detto addio allo spietato criminale che era, al rapinatore da Far West, al trafficante d’armi, all’assassino di complici traditori, all’irridente fuorilegge che per un ventennio ha dettato nel Nord Est solo la sua legge, quella del superboss calcolatore e imprevedibile. Ma la smania di sfida e l’impulso beffardo l’ha conservato immutato. Un esempio? «Faccio l’imprenditore per dieci ore al giorno, vorrei riuscire… poi ho un hobby, lo scopone scientifico. A proposito, saluto tutti gli appassionati… ».
Incontrare Felice Maniero significa trascorrere mezza giornata fra la realtà e l’iperspazio, fra tutto ciò che pretende il senso comune delle cose e la natura dell’uomo, costantemente irregolare. E’ un boss che al ristorante parla a voce alta delle vecchie rapine senza preoccuparsi dei vicini di tavolo, che divora la pizza ma non beve alcolici, che non bestemmia mai, che non si cura minimamente della sventola bionda seduta di fronte e che quando deve insultare qualcuno arriva a dire «stupidone» o «birichino», come certi veneti di buona famiglia. Ora è libero e dunque gira, incontra, tratta. Impossibile sapere dove abiti ma è possibile seguirlo, mangiarci insieme una margherita, ascoltare le telefonate con fornitori, clienti, dipendenti, familiari, «preparami il materiale», «ordina», «volevo dirti che stasera vengo a casa tardi». Senza sosta. Si sveglia alle sei del mattino, alle sette è con noi, alle nove iniziano gli appuntamenti…













