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«Sparite due foto della Orlandi»


Giorgetti«Provavano che a metà degli anni ’90 Emanuela era in Turchia, viva»

VITERBO «È passato un mese e mezzo ma non sappiamo dove sia finita». Maurizio Giorgetti torna sulla misteriosa scomparsa della sua convivente Annamaria Lucia Vero di cui non ha più notizie dallo scorso 6 aprile. Otto giorni dopo l’imprenditore di Soriano, a suo dire depositario di molti segreti, presentò formale denuncia ai carabinieri della cittadina cimina. La donna, infatti, con cui Giorgetti ha anche due società in comune, si sarebbe dileguata portandosi via auto, denaro e soprattutto importanti documenti. …

…continua qui

Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -


Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.

A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.

Il pirata - Fotografia di Andrea ParisseIl Pirata, foto di Andrea Parisse

Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.

Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.

Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:

Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.

A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.

Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.

Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.

Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.

Omaggio A Pantani - Foto di Ryoichi TanakaOmaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka

Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.

Scrivono Vicennati e la madre di Marco:

Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Marco Pantani

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.

Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.

Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.

Antonella Beccaria

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La Fiat di Cesare Romiti e il mistero del Mig libico


Fabrizio Colarieti con resti Dc9

Che Gheddafi sappia la verità sull’affaire Ustica è un dato incontrovertibile, non fosse altro perché quella notte nei cieli del basso Tirreno – lo ha ripetuto lui stesso decine di volte – il vero obiettivo (degli americani e dei francesi), era proprio lui e non il Dc9 dell’Itavia. E trentuno anni dopo quella tragedia, mentre il regime del Muammar si sgretola su se stesso, riemergono inquietanti particolari sui rapporti tra Italia e Libia, sulla vicenda di quel Mig caduto sulla Sila, forse lo stesso giorno in cui fu abbattuto il Dc9, e sull’atteggiamento, assai sospetto, del Governo italiano, del Sismi e degli allora vertici della Fiat. Cosa c’entra la più grande azienda automobilistica italiana, con Ustica e con Gheddafi, lo spiega oggi Cesare Romiti, l’uomo che guidò i vertici del Lingotto dal ‘74 al ’98.

Da sinistra: Agnelli, Romiti

«Gianni Agnelli informò George Bush senior, che allora era alla guida della Cia: ne ricevette una serie di raccomandazioni e il via libera. Poi, insieme, andammo da Carlo Azeglio Ciampi, e ricevemmo la benedizione anche del Governatore della Banca d’Italia». Queste le sue parole, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera lo scorso 23 febbraio, con cui racconta le «trattative lunghissime, durate quasi due anni» per l’ingresso della Libia nell’azionariato Fiat. Nei dieci anni della Libia in Fiat, con circa il 10 per cento, dice Romiti, non ci fu «mai un’interferenza, mai una richiesta. Si sono sempre comportati come banchieri svizzeri», gli accordi del resto erano chiari: «Non sarebbero mai entrati nella gestione, non avrebbero mai avuto notizie sensibili».

DC9

Ma Romiti ricorda al Corriere anche un’altra cosa, che non può passare inosservata: narra di una telefonata ricevuta da Regeb Misellati, uno dei due consiglieri in Fiat della Libyan Arab Foreign Investment Company (Lafico), l’organizzazione pubblica libica, controllato al 100 per centro dal Tesoro, che si occupava degli investimenti internazionali e di gestire i proventi petroliferi. In quella telefonata Misellati, ex impiegato della filiale di Tripoli della Barclays Bank, poi diventato uno dei finanzieri di punta di Gheddafi, chiese a Romiti «una mano per recuperare i resti dell’aereo». Il presidente della Fiat, oltre che con Misellati, parlerà della tragedia del volo Itavia anche con un altro consigliere di Lafico, Abdullah Saudi: «Li avevo sentiti, naturalmente, subito dopo l’incidente di Ustica. Incidente, poi… Temevamo tutti – afferma ancora Romiti – fosse stato un missile. Uno sconfinamento, una battaglia segreta nei cieli, l’arma che parte e colpisce l’aereo civile. Ne parlammo. Mi rassicurarono. So che qualche settimana più tardi si scoprì il “caccia” libico caduto in Calabria. Misellati mi richiamò».

Il caccia in questione era il Mig 23 Libico, quello ritrovato a Castelsilano, caduto – dice la nostra Aeronautica – il 18 luglio ‘80, perché rimasto senza benzina, ma con dentro un pilota, Ezzedin Fadah El Khalil, siriano di origine palestinese, che indossava divisa e anfibi della nostra Aeronautica, morto almeno venti giorni prima, forse addirittura sempre quel 27 giugno. Un Mig, vale la pena ricordarlo, con qualche buco di troppo sulla carlinga, che interessa a molti: alla Cia, ai nostri Servizi e a quelli di tutto l’Occidente, ai Carabinieri di Crotone, che lo cercano a fine giugno e che negheranno per anni di essersene interessati. Un Mig che verosimilmente “bucò” lo spazio aereo italiano mentre nel basso Mediterraneo era in corso un’imponente esercitazione della Nato.

La Libia rivoleva il suo Mig, questa la richiesta di Misellati ai vertici della Fiat: «Ne parlai con i servizi, a Roma», afferma oggi Romiti, poi il suo parere su quanto accadde quella notte: «Non sapremo mai cos’era successo, né a Ustica né sulla Sila, né durante né dopo. Sappiamo che il Mig fu restituito». Non è affatto vero. Perché i pezzi del Mig furono restituiti solo in parte alla Libia. Per anni una consistente quantità di strumenti del velivolo, compreso il cupolino e gran parte dell’avionica, restarono sotto sequestro, coperti anche dal segreto di Stato, nell’hangar di Pratica di Mare accanto a quelli del Dc9. Agli atti dell’inchiesta sul disastro di Ustica vi è traccia di tutto ciò, in particolare una nota del Sios del 20 novembre ’82 in cui si attesta – conformemente al vero – che non ci furono provvedimenti di sequestro da parte della magistratura e che i pezzi del Mig furono “ufficialmente” restituiti al Governo libico dopo la richiesta pervenuta al Ministero degli Esteri italiano, “tre giorni dopo l’incidente, mentre a seguito di direttive superiori, parti di essi sono stati trattenuti per esigenze informative”.

Museo per la memoria di Bologna

L’intelligence dell’Aeronautica analizzò quelle parti per mesi; l’Ambasciata americana ne ritirò alcune d’interesse inviandole per le analisi al centro della Foreign Technology Division di Wright Patterson. Così come il servizio segreto della Repubblica Federale Tedesca che ricevette, tramite il Sismi, parti del velivolo incidentato “restituendole successivamente e richiedendone altre per effettuare ulteriori analisi”. Nel giugno ‘86 il Sismi si fece tramite anche dell’interesse britannico “all’esame delle componenti avioniche del velivolo”, programmando una riunione di lavoro congiunta e due anni dopo scrive il nostro Servizio militare: “il Servizio inglese appare ancora interessato a verificare la possibilità di controllare le frequenze impiegate dal sistema Lazur e a reperire la documentazione fotografica relativa all’incidente di volo per acquisire elementi sul posizionamento delle antenne di comunicazione sul velivolo e sui cablaggi di collegamento”.Perciò, al contrario di quanto afferma Romiti, non è affatto vero che quel Mig fu restituito ai Libici. Tutti i Servizi occidentali se ne interessano, sin dall’immediatezza, in particolare la Cia che spedì sulla Sila il suo capostazione a Roma, Duane Clarridge.

Il giudice Rosario Priore

Scrive il giudice Rosario Priore, nella parte della sua sentenza-ordinanza in cui tratta l’incidente di Castelsilano: “Alcuni perché chiamati da noi come gli Israeliani e gli Americani, altri di iniziativa. Quella macchina, nonostante alcuni la abbiano deprezzata – forse solo gli Americani la conoscevano e ne erano in possesso di esemplari – è stata a lungo oggetto di esame e di studio”. E i libici, accorgendosi che tra i rottami restituiti mancavano molte parti del velivolo, la presero male e di tale mancanza ne fecero motivo di proteste. Quei pezzi finirono anche nello stabilimento Snia di Colleferro, dove il 9 novembre ‘84 fu addirittura effettuata “una prova di scoppio in anfiteatro della testa di guerra del missile Aspide 1-A” per verificare “in modo realistico la capacità delle sfere di danneggiare o distruggere, dopo la perforazione di uno schermo d’acciaio, sistemi ed impianti del Mig”. Dieci anni dopo, nel ’94, quando del Mig e della sua avionica si conosceva ormai ogni segreto, il Sismi su proposta del Sios tentò, addirittura, di affondare in mare quanto rimaneva del Mig di Castelsilano.

Il servizio segreto militare espresse nel maggio dello stesso anno il proprio nulla osta all’operazione di “alienazione di materiali in possesso e non più necessari alle analisi tecniche” e per procedere fu richiesta la disponibilità di un elicottero HH3F. La missione doveva partire da Ciampino e l’affondamento delle casse contenenti i pezzi del caccia libico doveva avvenire a circa 30 miglia da Ostia, ma tutto ciò – scrive ancora Priore – non avvenne “per motivazioni non in atti e mai palesate”. Trentuno anni dopo la caduta di quel Mig, i pezzi mai restituiti alla Libia dovrebbero essere ancora a disposizione dell’Aeronautica militare.

Veniamo alla Fiat, scrive ancora Priore: “Nell’agosto dell’80 il responsabile dell’attività internazionale di questa impresa, successore proprio in quel mese di Romiti alla presidenza del “Comitato mezzi e sistemi per la difesa”, tal Pignatelli Nicolò, accompagnò Romiti dal Direttore del Sismi Santovito. In questo incontro si parlò tra l’altro della questione del recupero dei rottami di quel velivolo. Esso Pignatelli fu investito della questione tra quella fine d’agosto e la prima decade di settembre da Misellati Rageb, vice governatore della banca nazionale libica e “rappresentante dell’azionariato libico”. Questo “senior” – superando il rappresentante libico a Torino, certo Montasseri – richiese che dell’operazione si occupasse la Impresit, azienda Fiat specializzata nelle grandi costruzioni. Pignatelli comunicò la richiesta a Romiti che nulla obiettò; affidò l’incarico all’amministratore delegato dell’Impresit; furono compiuti sopralluogo e previsione dei costi, previsione che superò il mezzo miliardo. Di tutto fu informato Romiti. L’iniziativa però cadde e Pignatelli seppe che l’operazione era stata affidata e portata a termine da un’impresa calabrese. Misellati, che spesso di lamentava della disattenzione della Fiat nei confronti del suo Paese, non tornò più sull’argomento, pur avendo sostenuto che quel recupero era importante per la Libia”.

Quindi ciò che afferma oggi Romiti, in merito alla telefonata e alle pressioni ricevute da Misellati, è vero fino in fondo, ma di ulteriori sollecitazioni libiche sulla Fiat c’è traccia anche nei carteggi sequestrati al Sismi durante l’istruttoria: “Altra persona che parla di questi maneggi è l’ex capo-centro Sismi al Lussembergo, il professor Francesco Pelaia. Costui fu incaricato dal suo Direttore, cioè dal generale Santovito, di organizzare un incontro con l’amministratore delegato della Fiat Romiti. Egli si adoprò tramite il rappresentante della Fiat a Roma, tal Gaspari già appartenente al Sismi, e predispose, anche con l’aiuto del capitano Artinghelli della segreteria del Direttore del Sismi, una colazione al Roof Garden dell’Eden di via Ludovisi. Santovito da parte sua chiese una collaborazione della Fiat ad impiegare sue strutture per fini del Servizio in Paesi dell’allora oltre Cortina. Romiti a sua volta chiese ausilio per il recupero del MiG, riferendo che Gheddafi aveva fatto pressioni in quel senso, addirittura “stava rompendo le palle”.

Romiti aveva riferito tutto ciò anche all’autorità giudiziaria: “Per quanto concerne l’episodio dell’aereo libico caduto in Sila ricordo le circostanze; evidentemente esponenti libici, nell’ambito del consiglio di amministrazione, – che sono quelli con cui noi intratteniamo rapporti – ci rappresentarono l’esigenza di recuperare un aereo militare caduto in Calabria; ricordo che l’aereo non era stato intercettato dalle apparecchiature specializzate italiane. Ciò appresi dalla stampa, ricordo che i rappresentanti libici ci chiesero all’uopo se noi avevamo delle attrezzature tecniche idonee a recuperare l’aereo militare. Prima di fare un qualunque passo volli consultarmi con il direttore Santovito e pertanto si addivenne all’incontro. Gli dissi che non avevamo le attrezzature adeguate per il prelevamento richiestoci. In sostanza io finii per demandare il problema del prelevamento a Santovito e non so poi come fece”.

A quel punto i libici, considerata la situazione – Fiat che propendeva per la costruzione di una teleferica con tempi di intervento lunghissimi; il Sismi che proponeva una gru che non si trovava – affidarono l’incarico all’Elifriuli, che avrebbe dovuto impiegare per il trasferimento dei pezzi un suo elicottero, ma qualcosa andò storto: “Un tecnico di questa impresa incaricato del sopralluogo, si reca a Castelsilano proprio il giorno del rilascio dell’autorizzazione – probabilmente quella nota di nulla osta della Procura della Repubblica – ed avvia i preparativi per le operazioni. Proprio durante il sopralluogo questo tecnico, Vogrig Fabiano, incontra un pastore abitante in una casupola nei pressi – ma nessuna PG lo ha mai individuato, né prima né dopo – che dà una nuova versione della caduta. Il fatto sarebbe avvenuto tra il 28 e il 29 giugno.L’aereo precipitando avrebbe dapprima toccato il terreno con la parte inferiore della coda e poi avrebbe percorso “scivolando sul terreno” alcune centinaia di metri prima di arrestarsi. Il pilota sarebbe stato sbalzato fuori dell’abitacolo al momento del primo urto, e quindi si sarebbe dovuto trovare a diverse centinaia di metri dal relitto”.

Se il pastore dice la verità (e non sarà l’unico ad affermare tali circostanze) l’incidente sarebbe avvenuto alla fine di giugno e non il 18 luglio. Ma nei giorni in cui la Elifriuli sta organizzando per i libici il recupero dei rottami del Mig accade altro: “il 4 settembre allorché si stanno coordinando i preparativi per la partenza, il figlio del titolare dell’Elifriuli, Coloatto Marco, riceve, nella sede amministrativa della società a Grado di Gorizia, una telefonata anonima a voce maschile e accento meridionale. L’ignoto interlocutore chiedeva di non effettuare il recupero, sotto minaccia di abbattere sulla verticale della Calabria gli elicotteri della società, operante all’epoca sugli aeroporti di Foggia e Catania per il controllo della costruzione di un metanodotto della Snam. Il pomeriggio di quello stesso giorno arrivava una seconda telefonata, questa volta nella sede operativa della società a Cividale del Friuli. Sempre una voce maschile con accento meridionale questa volta minacciava l’abbattimento degli elicotteri dell’Elifriuli, che si trovavano nei due aeroporti sopra menzionati con modalità imprecisate. Quello stesso giorno il titolare della ditta rinuncia al recupero”. Il recupero sarà effettuato da una ditta calabrese, ritenuta dagli inquirenti in odor di mafia.

Diceva Giovanni Spadolini ai giornalisti: «Scoprite il giallo del Mig libico e avrete trovato la chiave per trovare la verità di Ustica». Aveva ragione allora, come ne ha ancora oggi.

26.02.2011

Fabrizio Colarieti

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Caso Orlandi. Giorgetti rivela: la banda della Magliana rapì Emanuela


Maurizio Giorgetti

Le rivelazioni di Maurizio Giorgetti, 56 anni, sono state riportate oggi dal ‘Messaggero‘: “Il rapimento di Emanuela Orlandi e’ stato deciso e realizzato dalla Banda della Magliana. La ragazza e’ stata rapita con l’obiettivo di recuperare 15 miliardi di lire appartenenti a Manlio Vitale, ex testaccino, detto ‘Er Gnappa’, arrestato di recente a Caserta”. Queste le rivelazioni di Maurizio Giorgetti, 56 anni, riportate sul ‘Messaggero’.

Manlio Vitale, ‘Er Gnappa’

“Non sto bene in salute – spega Giorgetti – e volevo togliermi questo peso dalla coscienza. Non faccio le cose a caso. Ho in Svizzera molta documentazione, agende, appunti, importanti su quaranta anni di storia italiana. Le ho messe al sicuro e, a breve, andro’ a prenderne una parte. Dovevo partire proprio questo questo fine settimana con il mio avvocato, ma ho dovuto rinviare. Le sembro uno sprovveduto? Mi sono tutelato. Finanzio l’estrema destra e me stesso, e mi fido di pochissime persone”.

Fonte: Adnkronos

LINK AI POST CORRELATI:

Caso Orlandi: spunta nuovo testimone a ‘Chi l’ha visto?’

Caso Orlandi: Maurizio Giorgetti con nuove dichiarazioni a “Chi l’ha visto”

Roma: Pestaggio intimidatorio a Maurizio Giorgetti

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Orlandi, i pm: banda Magliana sa tutto, sotto osservazione “er Gnappa”



Alemanno: opportuno traslare salma di De Pedis. Legali Renatino: nessuna condanna per mafia, sepoltura fatto privato

«Siamo convinti che la Banda della Magliana sappia che fine abbia fatto Emanuela Orlandi. Per far luce sulla sua scomparsa stiamo monitorando attività passate e presenti dell’organizzazione e faremo altrettanto anche per quelle future degli ex appartenenti, di coloro che facevano parte di questa holding criminale». Lo ha detto il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, titolare degli accertamenti, insieme con il sostituto Simona Maisto, sulla sparizione (giugno 1983) della figlia di un dipendente del Vaticano.

Manlio Vitale, «Er Gnappa»

Nella rete degli «osservati», secondo quanto si è appreso, è finito Manlio Vitale, 61 anni, noto come «Er Gnappa», arrestato il 3 ottobre scorso a Caserta, con altre sei persone, durante un tentativo di assalto al caveau di una banca. Quell’indagine, tra l’altro, potrebbe finire per competenza al vaglio della procura di Roma. Il monitoraggio di Vitale, già ritenuto legato a Enrico De Pedis ed a Maurizio Abbatino, scaturirebbe dalle testimonianze, tra gli altri, di Maurizio Giorgetti, 56 anni, ex esponente dell’estrema destra romana il quale, sentito a proposito del caso Orlandi, affermò di aver ascoltato due esponenti della Banda della Magliana mentre parlavano del rapimento della ragazza in un ristorante. L’ipotesi prospettata da Giorgetti è che il rapimento di Emanuela potrebbe essere stato attuato con l’obiettivo di recuperare danaro appartenuto a Vitale.

«È confortante sapere che la magistratura continui ad indagare per scoprire qualcosa su Emanuela». Maria Orlandi, la mamma della ragazza scomparsa il 22 giugno del 1983, continua a sperare di avere notizie sulla figlia. In questi giorni si sente «molto addolorata» per la barbara uccisione di Sara Scazzi: «Penso allo strazio di quei genitori. Quella ragazza aveva l’età della mia Emanuela», dice. La notizia che la Procura di Roma punti tutto sulla Banda della Magliana per fare luce sulla scomparsa di Emanuela le dà un po’ conforto. Interpellata dall’Adnkronos, la signora Maria afferma: «La speranza di una madre non muore mai anche se 27 anni senza sapere nulla pesano. Ci fa piacere sapere che si continui ad indagare».

La mamma di Emanuela, nonostante gli anni trascorsi, continua a sperare e ad appellarsi affinchè venga fatta luce sulla vicenda. «In passato – ricorda – papa Wojtyla si prodigò parecchio per la causa. Gli appelli sono importanti perchè aiutano a non fare cadere nel dimenticatoio le persone. Io continuerò sempre a farne, sperando sempre che sia la volta buona». Nella casa a due passi dal Vaticano (Emanuela era figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia), Maria Orlandi conserva ancora le bambole con cui giocava Emanuela.

Gianni Alemanno

Alemanno: opportuno traslare salma di De Pedis. «Non voglio interferire con le scelte interne alla chiesa o al mondo cattolico ma credo sarebbe opportuno traslare la salma di un capo di una organizzazione che di fatto è stata mafiosa e portarla fuori dalla chiesa nella quale si trova». Lo ha detto il sindaco di Roma Gianni Alemanno rispondendo a chi gli chiedeva un commento sull’appello di Walter Veltroni affinchè la salma di Renatino De Pedis sia traslata dalla basilica di Sant’ Apollinaire a Roma. «Ricordo – ha aggiunto – che papa Wojtyla ha pronunciato una scomunica nei confronti di tutte le organizzazioni di carattere mafioso e nei confronti della criminalità organizzata. Di fronte a questo credo sia giusto e coerente traslare la salma».

Legali Renatino: nessuna condanna per mafia, sepoltura è un fatto privato. «Di certo non sentivamo la mancanza della politica in questa storia, su cui peraltro è intervenuta la magistratura, chiarendo tutti i fatti, più di 15 anni fa». Così l’avvocato Maurilio Prioreschi, difensore della famiglia di Enrico De Pedis, in merito all’appello fatto da Walter Veltroni affinché si proceda alla rimozione dalla basilica di Sant’Apollinare della tomba dell’ex capo della Banda della Magliana. In merito all’accostamento fatto da Veltroni tra De Pedis e la camorra oppure la mafia, il penalista sottolinea «che sul certificato penale di Renatino vi è solo un episodio di rapina, risalente al 1974, e per cui è stata scontata interamente la pena». Prioreschi, che da tempo assiste la famiglia De Pedis con il penalista Lorenzo Radogna, aggiunge poi: «Enrico De Pedis non ha mai subito condanne per il reato di associazione a delinquere o per concorso nell’omicidio di alcuno. Inoltre si fa presente che nel processo principale che ha riguardato la cosiddetta Banda della Magliana, la Cassazione ha escluso che questa fosse una organizzazione di tipo mafioso».

Walter Veltroni

Riguardo la sepoltura in Sant’Apollinare gli avvocati ribadiscono che «è stato un fatto privato allora e lo dovrebbe rimanere adesso: la famiglia, in ogni caso, da anni – aggiungono – si è resa disponibile a intervenire volontariamente per risolvere la questione. Certo che ogni cosa verrà fatta, però, solo dopo che la Procura avrà effettuato tutti gli accertamenti che ritiene opportuni, che sono stati più volte annunciati con ampio risalto da tutta la stampa e che a tutt’oggi non sono stati effettuati. Questa disponibilità della famiglia De Pedis è stata manifestata agli inquirenti della Procura di Roma, che restano comunque ancora silenziosi».

Fonte: Il Messaggero

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Caso Orlandi: Maurizio Giorgetti con nuove dichiarazioni a “Chi l’ha visto”

Togliete dalla chiesa il boss della Magliana

“Sant’Apollinare, un errore seppellire qui De Pedis”

Banda Magliana: Legale De Pedis, sepoltura è fatto privato

Caso Orlandi: spunta nuovo testimone a ‘Chi l’ha visto?’

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Resterà chiusa la tomba di De Pedis



Caso Orlandi. La magistratura orientata a non effettuare rilievi a Sant’Apollinare

Dagli studi televisivi di “Chi l’ha visto?” alla procura di Roma il passo è stato breve. È Maurizio Giorgetti l’ultimo testimone sul rapimento di Emanuela Orlandi ascoltato a Piazzale Clodio qualche giorno fa. Davanti alle telecamere, a volto scoperto, ha raccontato di aver sentito, nel noto ristorante «Il Porto», «due uomini legati alla banda della Magliana – e in particolare al presunto boss Enrico De Pedis*- parlare di una ragazzina da prelevare perché bisognava recuperare del denaro».

Tribunale Piazzale Clodio Roma

Emanuela Orlandi

Questo sarebbe avvenuto pochi giorni prima del 22 giugno 1983, quando la quindicenne, cittadina vaticana, è sparita in circostanze misteriose. E se per la conduttrice di Chi l’ha visto? Federica Sciarelli l’attendibilità di Giorgetti è stata valutata attentamente, per gli investigatori, invece, l’uomo sarebbe «scarsamente attendibile».

Maurizio Giorgetti

Il perché lo spiegherebbe un suo faccia a faccia con uno degli uomini indagati che lui stesso ha chiamato in causa: «Sergio», personaggio più volte indicato come vicino a De Pedis. Ma c’è dell’altro. Secondo indiscrezioni, dal confronto in procura tra i due sarebbero emersi elementi che non hanno affatto convinto i magistrati. Uno su tutti: sembra che in quel periodo il ristorante «Il Porto» fosse chiuso, già da alcuni mesi. Da qui, almeno per ora, l’intenzione degli inquirenti di non ispezionare la tomba di De Pedis nella basilica di Sant’Apollinare, malgrado l’ok del Vaticano sia arrivato dallo scorso luglio.

Basilica di Sant’Apollinare

Potrebbe, dunque, non nascondersi alcun mistero nella cripta del presunto leader della banda della Magliana. A dispetto di quanto si è ipotizzato per anni, quel sepolcro potrebbe non avere alcun legame con il caso Orlandi.

Fonte : Filomena Leone per Leggo

* Renatino fu ucciso in pieno giorno in via del Pellegrino, tra la folla del mercato di Campo de’ Fiori.  Tumulato inizialmente al Verano, fu poi sepolto in grande riservatezza, il successivo 24 aprile 1990, nella Basilica di Sant’Apollinare, dove si era sposato nel 1988.

Post correlati : http://nottecriminale.wordpress.com/2010/09/16/caso-orlandi-nuovo-testimone-a-chi-lha-visto/


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Caso Orlandi: Maurizio Giorgetti con nuove dichiarazioni a “Chi l’ha visto”


http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-aadb2202-eee9-43f5-981a-d5b4071c2ca8.html?p=0

Chi l’ha visto: puntata del 15 settembre 2010

Importanti dichiarazioni sul Caso Orlandi da 01:25:46

Piero Olandi, fratello di Emanuela

Qui sorgeva “Il Porto” ristorante dove Maurizio Giorgetti ha sentito parlare 2 uomini sul rapimento Orlandi

Maurizio Giorgetti, durante le confessioni

Angelo Cassani

Ristorante “Antica Pesa” qui, secondo Giorgetti, si sarebbero incontrati ancora Angelo Cassani e Giuseppe De Tommasi

Maurizio Giorgetti

VATICANO CALL…

il presunto rapitore di Emanuela Orlandi chiamò il Vaticano per parlare con il Cardinale Casaroli

……..

Fonte: Chi l’ha Visto?


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