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Bari: allo stadio armati
Milano: nel 2011 la ‘ndrangheta ha mirato 3 volte al centro sportivo di via Iseo ma a vincere è lo sport pulito.
Dossier calcio scommesse II parte: quando il lupo perde il pelo ma non il vizio…
Lo scandalo “calcio scommesse” riesploso con il simpatico appellativo di Calciopoli nel 2011, non è purtroppo un inedito nella storia del calcio italiano.
Costituisce più che altro, un classico remake di vicende clamorose che, negli anni ’80, cambiarono, una volta per tutte, l’immagine dello sport più amato dagli Italiani, quelli, per intenderci, che aspettavano la domenica sera per vedere i resoconti filmati della propria squadra del cuore e che domenica 23 marzo, invece, videro le immagini dei più famosi calciatori dell’epoca in manette.
Era esploso, con inaudita ferocia e un incredibile intreccio di combine Continua a leggere
Napoli: scommesse in mano alla camorra. 8 fermi e 150 partite indagate
Un calcio alla camorra? No, pare andassero a braccetto. A scommetterci è la giustizia che all’alba di oggi, su disposizione della Dda e della procura di Torre Annunziata, ha eseguito otto fermi.
Se l’indagine dura da anni, questa è la svolta che a dire il vero, lascia perplessi più sul “come” che sul fatto in se. Che lo sport preferito dalla camorra Continua a leggere
Intervista a Maurizio Lisciandra esperto di economia del crimine
All’interno di OM (Officine Mediterranee – Sentieri di Teatro, Danza, Musica e Parole dei popoli del Mediterraneo) la rassegna culturale svoltasi dall’1 al 4 settembre a Valderice in provincia di Trapani, Notte Criminale, ha intervistato Maurizio Lisciandra, un esperto, tra le altre, di economia e finanza del crimine.
Quale è stato il più grave fatto di economia criminale in Italia?
Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Seconda parte
La mia storia spero sia d’esempio ad altri sport. Le regole, sì, devono essere uguali per tutti. Non esiste lavoro che per esercitare si deve dare il sangue. I controlli di notte alle famiglie degli atleti… Io non mi sono sentito più sereno perché controllato in casa, in albergo, dalle telecamere e sono finito per farmi del male per non rinunciare alla mia intimità, all’intimità della mia donna e degli altri colleghi che hanno perso. E molte storie di famiglie violentate. Ma andate a vedere cos’è un ciclista e alla torbida tristezza per cercare di ritornare a quei sogni di uomo che si infrangono con le droghe [...]. Questo documento è verità. La mia speranza che è un uomo vero o una donna legga e si ponga in difesa di chi, come si deve dire al momento, regole [...]. E non sono un falso, mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare.
Ciao, Marco
Così scriveva Marco Pantani nella sua ultima lettera. E nella sofferenza che lo stava portando alla morte, avvenuta il 14 febbraio 2004 in un residence di Rimini, tornava sempre lì, a un’altra data, quella che segnerà di fatto la fine della sua carriera di sportivo.

Occorre tornare al 5 giugno 1999, quando mancavano ancora due tappe alla fine del Giro d’Italia. Pantani è in sella da 19 anni. Ha avuto qualche incidente, alcuni gravi, ma si è sempre rialzato, ha ripreso a pedalare in un crescendo di vittorie e di popolarità che sembra inarrestabile. Fino a quella mattina, quando nel suo sangue viene trovato un livello di ematocrito troppo alto, il 52 per cento, due punti sopra il tasso consentito.
L’ematocrito è la percentuale occupata dai globuli rossi rispetto alla parte liquida e un picco, che rende il sangue troppo denso, può comportare rischi per la salute. Dunque, ufficialmente, controllarne i livelli degli atleti sarebbe un provvedimento per tutelare il loro stato fisico ancor prima di andare a caccia di sostanze dopanti. Ma proprio su questo valore si concentrano dubbi mai dissipati a proposito di quanto successe a Marco Pantani. Tanto che ancora oggi c’è chi continua a parlare dell’”imboscata” di Madonna di Campiglio.
Nel passato del Pirata non c’erano state ombre che potessero far pensare, anche in via ipotetica, al ricorso alla chimica e alla farmacologia per vincere. Nessun dubbio nemmeno quando nel 1998 aveva stupito tutto aggiudicandosi uno spettacolare Tour de France, che gli era valso numerosi riconoscimenti quando era rientrato in Italia. E da almeno due anni Pantani aveva iniziato campagne contro il doping.
Era accaduto nel 1996, quando si era fatta impellente la necessità di fare piazza pulita nel mondo del ciclismo. Così un pugno di sportivi, senza alcun input che venisse dalla Federazione o dal Coni, si riunì. Al tavolo c’erano, oltre allo stesso Pantani, Gianni Bugno, Maurizio Fondriest, Claudio Chiappucci e altri. Insieme decisero di sottoporsi a controlli del sangue e così facendo volevano dimostrare la loro volontà nello sconfiggere il doping. Sul come farlo, venne trovato un accordo comune con i medici e il risultato fu questo: andava considerato illegale qualsiasi valore superiore a 50.
Dunque Marco Pantani era tra coloro che avevano sottoscritto il valore massimo di ematocrito nel sangue per un ciclista. E la mattina del 5 giugno 1999 sapeva che gli ispettori dell’Unione ciclistica internazionale lo avrebbero controllato perché ai test, in genere, vengono sottoposti i primi dieci della classifica e a lui non era ancora toccato. Se non fosse stato quel giorno, il suo sangue sarebbe stato analizzato al più tardi il successivo. Inoltre il 5 giugno si pensò anche che gli ispettori non sarebbero arrivati perché erano in ritardo rispetto al solito. Pantani, vedendo il tempo che passava, avrebbe potuto far colazione e dunque di essere escluso dai controlli.
Se lo avesse fatto, i protocolli previsti per i controlli antidoping lo avrebbero escluso perché i test devono essere svolti a stomaco vuoto. Invece attese e quando lo staff ispettivo si presentò si sottopose alle verifiche sportive senza timori. Venne chiamato per ultimo, nonostante ci si aspettasse che fosse il primo essendo colui che vestiva la maglia rosa. Inoltre non gli si fece scegliere la provetta, che invece venne consegnata dagli ispettori.
La provetta dentro la quale c’è un anticoagulante è importante perché rimane un elemento di perplessità sull’attendibilità di quel controllo. Dentro di essa, fu versato il sangue di Pantani mentre il regolamento prescriveva che fosse distribuito in due fiale. Se infatti fossero stati riscontrati dei problemi con la prima, si sarebbe dovuto ripetere il test sul campione contenuto nella seconda, cosa che non fu possibile. Infine, quell’unica fiala non venne riposta nella borsa frigorifera in cui dovevano essere conservati i campioni, ma finì nella tasca dell’ispettore.
C’è dell’altro. Fino a un certo punto, i controlli sul sangue degli atleti dovevano avvenire alla presenza di un medico della società a cui appartenevano per controllarne la correttezza. Ma poi, per ragioni di costi e per cercare di estendere i test a quanti più ciclisti possibile, le procedure vennero modificate senza che venisse cambiato anche il regolamento. Il nucleo delle modifiche verteva intorno alla rilevanza di un medico sociale.
Stranezze del controllo, devono essere sembrate al ciclista, che – si diceva – appariva totalmente tranquillo perché sicuro di essere in regola. Ogni team sportivo aveva le proprie apparecchiature per verificare i livelli dell’ematocrito e la sera prima, a un controllo interno, il tasso di Pantani era del 48 per cento, lo stesso che risultò il mattino successivo quando si sottopose sempre a una verifica della sua equipe. Il 4 per cento in meno rispetto a quanto stabilirà il testo dell’Unione. Inoltre, secondo i medici del team di Pantani, la relazione tra l’emoglobina e l’ematocrito – che deve essere di 1 a 3 – nel caso di Marco Pantani era conforme: 16,4 di emoglobina e 48 di ematocrito.
Invece l’esito dei controlli degli ispettori, comunicato ai giornalisti prima che a Pantani stesso, fu diverso. Pantani risultò avere un valore del 52 per cento di ematocrito. Possibile? Lo stesso Pantani, in un’intervista concessa nelle settimane successive a Gianni Minà, adombra il sospetto che qualcuno abbia manipolato la sua provetta
L’uomo è corrompibile. E quest’anno si è cominciato a scommettere nel ciclismo. Non credo sia troppo positivo: sappiamo che c’erano 200 miliardi di scommesse».
E ancora, si chiese Pantani, perché non venne riesaminato? Di fatto, non ci sarà mai una controanalisi, ma solo altre analisi sullo stesso campione di sangue, quello inserito nella provetta che poi il medico si sarebbe messo in tasca. L’unico ulteriore test Pantani lo fece due ore dopo aver lasciato Madonna di Campiglio. Lo effettuò in laboratorio di Imola abilitato Uci (Unione Ciclistica Internazionale). Risultato: 48,1 per cento. Ma questo esito non ebbe nessuna rilevanza: perseguito poi dalla giustizia sportiva, gli si ribatté che, lasciato il Giro d’Italia, aveva avuto tutto il tempo di mettersi in regola.
Così, quel 5 giugno 1999 non è solo la fine della carriera sportiva di Marco Pantani, ma anche – forse – l’inizio della fine della sua vita. Avrebbe potuto fare come molti altri atleti, “scontare” la condanna etica che gli venne inflitta e poi risalire in bicicletta, dimenticandosi delle insinuazioni. Anzi, a voler usare i termini corretti, il Pirata avrebbe potuto riprendersi in fretta: l’unico obbligo a cui all’inizio doveva essere sottoposto era un fermo di quindici giorni, tanto gli imponeva la “sospensione cautelativa” per la sua salute. Non era stato squalificato e avrebbe potuto partecipare al Tour de France del 1999, ma a quel punto era iniziato un attacco mediatico intenso. E prevalse la vergogna, indipendentemente dalla fondatezza delle accuse che gli venivano rivolte. Una vergogna che si rivelerà, meno di cinque anni più tardi, fatale.
Sul momento dichiarò:
È qualcosa che ti colpisce nel morale, nell’anima. Non è l’incidente [...], questa volta si parte da molto più in basso [...]. Purtroppo nella società, non solo nello sport, ci accorgiamo che si viene condannati ancora prima che ci si possa difendere.
I giornali a stretto giro iniziarono a scagliarglisi contro dandogli del traditore. Le persone comuni, anche i tifosi, quelli che l’avevano portato in palmo di mano, dopo l’episodio di Madonna di Campiglio lo chiamano “drogato”, “fasullo”. E nelle settimane successive ci aveva provato a continuare con gli allenamenti, ma in quel periodo se ne tornava a casa rapido, quasi subito, e passava ore seduto sui gradini delle scale di casa sua in lacrime. Non reagiva, restava ancora alle primissime dichiarazioni:
C’è qualcosa di strano, sono ripartito dopo dei grossi incidenti, ma questa volta credo che moralmente abbiamo toccato il fondo.
Marco Pantani ci provò ancora in seguito a rimettersi in sella. E forse, una delle sue ultime imprese da sportivo, è stata al Tour de France del 2000, durante la tappa di Courchevel. Ma non è stato sufficiente perché potesse tornare a essere il campione di prima.
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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte –
Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -
Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.
A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.
Il Pirata, foto di Andrea Parisse
Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.
Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.
Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:
Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.
A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.
Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.
Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.
Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.
Omaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka
Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.
Scrivono Vicennati e la madre di Marco:
Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.
Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.
Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.
“L’INTERVISTA” a Giorgio Ballario un’esclusiva Notte Criminale
Giorgio Ballario*, giornalista di cronaca nera e scrittore noir. Qual è il tuo rapporto con il crimine?
Dopo parecchi anni di frequentazione piuttosto diretta, adesso a La Stampa svolgo un lavoro di redazione, per cui non sono più “sul campo” come una volta. Quindi il mio rapporto con il crimine è per forza di cose mediato dagli altri colleghi cronisti, se rimaniamo nell’ambito professionale. Oppure è visto attraverso gli occhi degli autori di romanzi gialli e noir, che leggo sempre con grande piacere.
Il crimine è passato dalle forme associative violente degl’anni 70 ai colletti bianchi degli anni ’80-‘90. Come si è trasformato il crimine oggi?
Forse dico una banalità, ma il crimine organizzato si è adattato benissimo alla modernità e sfrutta appieno le nuove risorse che la tecnologia mette ormai a disposizione di tutti. Come denunciato da parecchi magistrati in prima linea, anche in questo campo la delinquenza è sempre un passo avanti alla legge e allo Stato. Il criminale non è appesantito da pastoie burocratiche né da limiti di bilancio, per cui approfitta subito delle novità tecnologiche o dei nuovi fenomeni sociali e di costume. Quindi, come sempre accade, i ladri stanno avanti e le guardie dietro, a rincorrere.
Dal caso di Cogne al caso di Avetrana la spettacolarizzazione del crimine ha raggiunto livelli altissimi. Come vedi dalla tua scrivania tutto questo?
Con crescente distacco. Non voglio apparire moralista, ma la “spettacolarizzazione” dovrebbe appartenere più che altro alla categoria dell’intrattenimento, non dell’informazione. Nel cosiddetto “infotainment” di scuola americana, cioè la commistione televisiva di intrattenimento e informazione, quest’ultima è necessariamente destinata a ridursi e a lasciare spazio al primo. L’infotainment è finalizzato a colpire lo stomaco dello spettatore, per fare audience, ma lascia tranquillamente da parte alcuni dei principi del giornalismo, che sono la completezza dell’informazione, l’equilibrio, l’equidistanza. E’ una tendenza molto evidente nei casi di cronaca nera che hai citato, ma se osserviamo bene si applica ormai a tutti i generi di informazione, dalla politica allo sport.
Parlando con te, mi hai detto che eri presente all’arresto di Felice Maniero. Parlaci di quel giorno. Si capiva che era stato un blitz organizzato? O come dicono gli inquirenti è stato frutto di pedinamenti e indagini?
Era il 1994 e a quell’epoca facevo il cronista di nera e giudiziaria a Torino per l’agenzia AGI e collaboravo con Il Giorno. Il 12 novembre arriva una telefonata dalla questura in cui si annuncia l’arresto del boss della Mala del Brenta Felice Maniero, evaso pochi mesi prima. Ci precipitiamo negli uffici della Mobile e vediamo questo tipo dall’aria mite, pettinato con la riga in mezzo, vestito elegante: giacca blu, camicia azzurra, foulard al collo. Sorride, attorniato dagli agenti: “Sto benissimo, ditelo a mia madre, che non stia in pensiero. Mi hanno preso non perché sono stati bravi, sono stato scemo io”. Si faceva passare per dirigente di una società immobiliare e abitava in centro, a due passi da via Roma. Andava sempre a mangiare in un ristorantino dove spesso capitavo con alcuni colleghi, all’ora di pranzo. In questura ci dissero che gli stavano dietro da mesi, infatti erano presenti anche investigatori arrivati dal Veneto, ma non si è mai capito bene come sia andata veramente. Di lui mi rimane sempre impressa in mente quest’immagine da persona normale, educata e sorridente, lontana anni luce da quella del feroce boss responsabile di molti omicidi…
Il cinema e l’informazione, cosa ne pensi di questa relazione così discussa?
Penso che siano due cose diverse e tali debbano rimanere. Anche se nell’epoca dell’immagine e della spettacolarizzazione della cronaca, il cinema si nutre dell’informazione, la fagocita. E l’informazione inevitabilmente viene contagiata dal cinema, basti pensare a quanti articoli si scrivono con un taglio cinematografico, per non parlare dei servizi televisivi.
Perché il crimine, soprattutto quando viene riportato o riprodotto nel piccolo e grande schermo, diventa mito?
Credo che accada per due motivi: il primo, che il “male” attrae più del “bene”, da sempre. Essendo statisticamente inferiore il numero dei cattivi rispetto ai buoni, sono i primi che attirano di più l’attenzione, in modo anche morboso. Senza contare che spesso i “cattivi” sono uomini e donne dalla forte personalità, emanano un certo fascino. Il secondo motivo è che i giornalisti, gli scrittori, i registi cinematografici tendono a celebrare l’immagine dei criminali: un po’ a livello inconscio – perché in definitiva sono personaggi più interessanti – e un po’ per motivi di cassetta. Perché il cattivo “vende” più del buono.
Lo scrittore noir quanto prende spunto dalla realtà e quanto dalla sua fantasia?
Posso dire che io prendo sempre spunto dalla realtà, perché non amo le storie inverosimili, quelle troppo costruite a tavolino. Poi, naturalmente, nel corso della narrazione c’è anche una grossa componente di fantasia, che in definitiva è l’aspetto più bello dell’attività di scrittura. E poi a ben guardare la realtà e la cronaca nera spesso vanno al di là della più fervida fantasia; anche se il rovescio della medaglia è la banalità del male: dietro i crimini più abnormi ed efferati c’è spesso una storia mediocre, gente insignificante, motivi futili…
Giorgio Ballario,”Il volo della cicala“, Edizioni Angolo Manzoni
Quanto il tuo romanzo è vicino alla realtà? e dove preferisce confinare con la fantasia?
Forse per deformazione professionale, nei miei romanzi cerco sempre di essere molto realista, sia nella trama sia nei personaggi. Non sono portato per gli intrecci investigativi in cui compaiono raffinati serial-killer che uccidono con kriss malesi avvelenati e lasciano indizi in sanscrito per ingaggiare la loro guerra personale con l’investigatore di turno… Mi sembrerebbe di prendere in giro il lettore, perché nella realtà di gente così non ne ho mai incontrata. Quindi per me la fantasia dello scrittore deve rimanere all’interno dei limiti della verosimiglianza.
Il tuo romanzo è ambientato a Torino, è per la conoscenza della città che hai o è perché sotto la Mole Antonelliana c’è una certa propensione al mistero?
“Il volo della cicala” comincia e finisce a Torino, ma gran parte della narrazione si svolge a Creta. La scelta di Torino per me è quasi scontata perché è la mia città, la conosco bene e mi piace descriverla in un romanzo. Ma credo anche che sia un ambiente favorevole per le atmosfere noir, come dimostrano i sempre più numerosi film che vi vengono ambientati. Ad esempio vedendo il booktrailer del romanzo, alcuni “forestieri” si sono stupiti del grande fascino notturno della città.
Se ti proponessero di adattare il tuo romanzo allo schermo, accetteresti?
Sì.
A quale sfumature rinunceresti?
Com’è naturale, mi piacerebbe che un film o una fiction tivù rispettassero lo spirito del libro, però mi rendo conto che “tradire” il romanzo da cui si prende spunto è pressoché inevitabile. E’ uno scotto da pagare per raggiungere una platea molto più vasta, non c’è dubbio.
Cosa pensi di Notte Criminale?
Non per dovere di ospitalità nei vostri confronti, ma è un progetto eccezionale. L’ho visto nascere e l’ho seguito periodicamente, anche grazie agli aggiornamenti su Facebook. Trovo molto interessante la fusione del linguaggio giornalistico con l’uso dei video e dei filmati, e al tempo stesso il rigore storico nell’utilizzo delle fonti.
E poi passerei ore a guardare le vecchie foto in bianco e nero, quelle che vedevo da bambino e da adolescente sui giornali di molti anni fa. Trovo che “Notte Criminale” sia anche uno straordinario archivio di testi e fotografie, utile sia per chi lavora in campo giornalistico, sia per gli appassionati di crimini e storie “nere”.
Alessandro Ambrosini
Fonti fotografiche: Ansa, Unità
*Giorgio Ballario: è nato a Torino nel 1964. Giornalista, ha lavorato per l’agenzia di stampa Agi, è stato corrispondente per svariati quotidiani nazionali (Il Messaggero, Il Giorno, L’Indipendente) e redattore del settimanale Il Borghese. Dal 1999 lavora a La Stampa, dove si è occupato di cronaca nera e giudiziaria.
Nel giugno del 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo, Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni) che ha ottenuto un lusinghiero successo di critica e pubblico ed è stato ristampato a dicembre dello stesso anno. Morire è un attimo ha anche partecipato ad alcuni premi letterari del genere giallo-noir (Premio Scerbanenco, Premio Azzeccagarbugli, Premio Acqui Storia sezione romanzo storico). Nel settembre 2010 ha vinto il Premio Archè Anguillara Sabazia Città d’Arte per la narrativa edita.
Nel gennaio 2009 ha pubblicato il racconto My Generation sulla rivista online www.thrillermagazine.it, nella sezione “Libri gialli, anni di piombo”, dedicata al periodo della violenza politica degli Anni Settanta e Ottanta. Il racconto è poi uscito nell’antologia Crimini di piombo, pubblicata da Laurum Editore nell’autunno dello stesso anno.
Nell’ottobre 2009 è uscito il secondo romanzo del ciclo “coloniale” del maggiore Morosini, Una donna di troppo, sempre pubblicato dalle Edizioni Angolo Manzoni. Il volume è stato selezionato tra i cinque finalisti del Premio Acqui Storia 2010, sezione romanzo storico, vinto poi da Antonio Pennacchi con Canale Mussolini.
Nel novembre del 2010, ancora una volta per i tipi delle Edizioni Angolo Manzoni, è uscito Il volo della cicala, romanzo noir di ambientazione contemporanea, in cui fa la sua comparsa il detective italo-argentino Hector Perazzo.

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