Etichettato: scommesse clandestine
Siracusa: fermata corsa di cavalli clandestina. Quarantaquattro denunciati, arrestato un fantino.
I carabinieri del Comando provinciale di Ragusa hanno interrotto una corsa clandestina di cavalli sulla strada provinciale tra Pozzallo e Pachino, nel siracusano…continua a leggere Siracusa: fermata corsa di cavalli clandestina. Quarantaquattro denunciati, arrestato un fantino.
Dossier calcio scommesse II parte: quando il lupo perde il pelo ma non il vizio…
Lo scandalo “calcio scommesse” riesploso con il simpatico appellativo di Calciopoli nel 2011, non è purtroppo un inedito nella storia del calcio italiano.
Costituisce più che altro, un classico remake di vicende clamorose che, negli anni ’80, cambiarono, una volta per tutte, l’immagine dello sport più amato dagli Italiani, quelli, per intenderci, che aspettavano la domenica sera per vedere i resoconti filmati della propria squadra del cuore e che domenica 23 marzo, invece, videro le immagini dei più famosi calciatori dell’epoca in manette.
Era esploso, con inaudita ferocia e un incredibile intreccio di combine Continua a leggere
Dossier calcio scommesse prima parte
Lo scandalo del primo calcio scommesse colpì profondamente il calcio italiano nella stagione agonista 1979-1980.
Allora, furono coinvolti giocatori, dirigenti e società partecipanti ai campionati di serie A e B,con l’accusa di aver truccato le partite di campionato attraverso scommesse clandestine che, per la Federazione Italia Gioco Calcio, rappresentavano casi di illecito sportivo.
Le società coinvolte nell’inchiesta furono Continua a leggere
Dal “Pijamose Roma” al “pijati tutti” (o quasi). Arrestati due latitanti della gang di Roma Est
“Er Caccola”, il “Biondino”, “Pippetto” o il “Cinesino”, sono nomi che ricorrono spesso nella tradizione linguistica romana e che molte volte richiamano alla malavita.
Per l’appunto, sono i nomignoli di una gang sgominata quasi totalmente e che al grido di “pijamose Roma” aveva iniziato una presa di potere nella zona Est della capitale. Una delle tante bande.
E’ cronaca infatti che il Nucleo Carabinieri di Castel Gandolfo, coadiuvato dalla stazione di Ciampino e di Santa Maria delle Mole, hanno arrestato due latitanti scappati dalle maglie dei Carabinieri del Ros il il 3 Maggio scorso nell’ambito dell’Operazione Orfeo.
Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Terza e ultima parte
Così Lance Armstrong, il ciclista tornato a vincere dopo aver sconfitto il cancro e rivale storico del campione di Cesenatico, ricorda il Pirata dopo la sua morte. Marco Pantani, recita il certificato di morte, viene ucciso a 34 anni il 14 febbraio 2004 per un’overdose di cocaina che gli ha causato un edema polmonare e uno celebrale. La droga, ha stabilito la magistratura, sarebbe stata ingerita in quantità sei volte più elevata – circa un etto – a quella mortale cioè circa un etto. Se l’è mangiata, dicono le indagini, all’interno di un residence di Rimini, “Le Rose”, di certo di qualità inferiore rispetto alle possibilità economiche del ciclista.

Perché lo avesse scelto non è chiaro, qualcuno dice che il motivo sarebbe stato che lì, a Rimini, ci sarebbe stata Christine, la giovane danese che per più di sette anni, dal 1996 fino all’estate 2003, sarà la sua compagna.
Christine non c’è a Rimini, ma Pantani decide di restare nella cittadina romagnola, dov’era giunto il 19 febbraio a bordo di un taxi da Milano, pagando la corsa più di 600 euro. Come trascorra quei cinque giorni non si sa con esattezza. E soprattutto non si sa cosa accada nelle ultime dieci ore di vita di Pantani. Ciò che invece si sa è che l’ultimo giorno chiama due volte alla reception del residence e chiede che vengano chiamati i carabinieri perché ci sarebbe qualcuno che lo infastidisce.
L’addetta alla portineria, la prima volta, glissa, ma alla seconda qualcosa la mette in allarme e allora sale nella stanza del ciclista. Dopo aver bussato, sente una risposta impastata dall’interno. Non coglie esattamente le parole che vengono pronunciate dall’interno ma tutto finisce lì. Non accade nulla.
Quando sarà scoperto il corpo, però, la stanza apparirà in uno stato disastroso: chi ha distrutto l’interno, si è dato tanta pena nella sua azione che anche le bocchette di areazione sono state divelte dal muro. Ma sulle mani di Marco Pantani non verranno trovati segni, graffi o altre ferite compatibili con una furia del genere. Accanto alla bocca del pirata viene invece rinvenuto e repertato un rigurgito, composto da mollica di pane e cocaina mentre sul collo compaiono due ecchimosi, due a destra e una a sinistra, oltre che un’escoriazione sulla fronte.
Il sospetto di chi non crede all’overdose accidentale o al suicidio è che, soprattutto a causa di quei segni a qualche centimetro dalle orecchie, qualcuno abbia afferrato Marco Pantani per la gola costringendolo a ingurgitare una dose letale di droga. Altra stranezza: all’interno della stanza non viene ritrovata alcuna traccia di coca mentre invece il ciclista ne era ormai un assuntore abituale. Possibile che tutto lo stupefacente che avesse se lo fosse inghiottito senza lasciarne qualche particella in giro?
Lo dicano le indagini, a cui si affida la famiglia. Ma l’inchiesta – a detta loro – termina subito giungendo rapidamente a una conclusione: suicidio. Eppure, insisteranno per anni i congiunti dei parenti, non sarebbero state effettuate verifiche sulle impronte digitali nella camera del residence e altrettanto mancano rilievi di tracce biologiche dal corpo e dalle mani di Pantani. Se fossero state cercare e analizzate, aggiungono i familiari, forse avrebbero condotto al dna di un eventuale aggressore.
Questi gli elementi in mano a chi ripete che il Pirata sarebbe stato ammazzato. Ma le prove di un omicidio non sembrano emergere così come un possibile movente. Anzi, per l’entourage poco raccomandabile che frequentava l’ormai ex campione negli ultimi periodi della sua vita, Pantani era più utile da vivo. Di denaro, durante la sua carriera, ne aveva guadagnato davvero molto e c’è chi sostiene che dai pusher fosse considerato una specie di bancomat, uno a cui smerciare quanta più droga possibile ricavandone il maggior profitto.
E poi c’era lo stato di abbruttimento morale e psicologico in cui era scivolato. Chi partecipò ai festeggiamenti dell’ultimo compleanno di Pantani, il 13 gennaio 2004, l’impressione che ne trasse è Pantani fosse arrivato a fine corsa davvero, che fosse in uno stato di profonda prostrazione controbilanciata da una esplicita tossicodipendenza che non si dava pena di nascondere. Anzi la esibiva sniffando di fronte agli altri e cacciando la testa dentro i sacchetti di coca da cui tirava tutto quello che poteva inalare. Un mese dopo, dunque, c’è chi non si stupisce della morte del ciclista. Una morte annunciata che non si voleva vedere avvicinarsi mascherandola dietro un’attività agonistica ancora in corso, per quanto ormai disastrosa.
Nonostante questo, Marco Pantani – sostengono i familiari – sarebbe stato ucciso due volte: se la seconda l’abbiamo appena descritta, la prima torna a Madonna di Campiglio. Torna al 5 giugno 1999, quando viene escluso dal Giro d’Italia dopo un discusso test di cui si è scritto lungamente nel precedente post dedicato al Pirata. Un test che fissava il suo tasso di ematocrito al 52 per cento, 2 punti sopra il limite consentito e 4 il livello individuato da test immediatamente precedenti e successivi. La morte peggiore, per qualcuno, rispetto a quella fisica, perché Pantani era un simbolo per il ciclismo, un idolo per i suoi tifosi. Perché dunque farlo fuori professionalmente? Chi poteva volere la distruzione morale del ciclista?
Il giornalista sportivo francese Philippe Brunel, alle telecamere di La7 dice:
Le ragioni sono politiche perché [Pantani] infastidiva i dirigenti della federazione italiana che volevano imporre dei controlli supplementari sul sangue nel Giro d’Italia. Lui si era battuto perché i corridori si sottoponessero a un unico controllo antidoping. Non voleva diventare una specie di topo da laboratorio costantemente sotto controllo.
Appena prima di quel test a Madonna di Campiglio, Pantani aveva infatti dichiarato alla stampa:
Senza voler girare troppo intorno al problema, allora, il primo giorno siamo stati sottoposti a un controllo del sangue e poi dopo cinque giorni si presenta un altro ente a rifarci i controlli del sangue… Noi siamo qua a correre in bicicletta, non a fare delle donazioni. Quindi se domani o dopodomani o in qualsiasi altro giorno si presenta il Coni a farci fare delle cose che non sono previste, i corridori non partono al Giro d’Italia.
Insomma, non le mandava a dire. Ma oltre a questo, un Pantani silurato con l’accusa di doping non aveva gran senso perché lui era anche una macchina da soldi per chi gravitava nell’ambiente del ciclismo agonistico. E qui tornerebbe il discorso delle scommesse clandestine, un giro di miliardi di lire puntati sul Pirata che potevano sbancare i gestori delle puntate illegali.
Forse, su questo punto, ci sarebbe ancora da cercare. Perché l’ultima salita – espressione che dà il titolo anche a una canzone dei Nomadi dedicata al Pirata – rimane ancora irta di passaggi oscuri.
LINK AI POST CORRELATI:
Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Seconda parte
Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -
Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -
Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.
A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.
Il Pirata, foto di Andrea Parisse
Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.
Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.
Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:
Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.
A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.
Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.
Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.
Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.
Omaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka
Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.
Scrivono Vicennati e la madre di Marco:
Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.
Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.
Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.
Matrix-la banda della magliana
CHI L’HA VISTO?: INTERVISTA ESCLUSIVA A MAURIZIO ABBATINO
Chi l’ha visto? intervista esclusiva del 2005
Int.: E’ la prima volta che lei si trova di fronte ad una telecamera a fare un’intervista. La rilascia in questo momento perché lei ha paura, ha paura di qualche cosa. Ha paura, di che cosa? Maurizio Abbatino…
M.A.: Ho paura, ho paura perché è cambiato lo stato di sicurezza, non è più quello che avevo una volta, nonostante che alcune persone siano ancora fuori, dei processi sono ancora in corso, mi trovo particolarmente esposto… io non sapevo neanche che era stato riaperto, il processo Calvi.
Int.: Processo?
M.A.: Processo Calvi. Sarà anche una casualità però io sono stato addirittura arrestato, per una stupidaggine, una crisi insomma, una macchina che non aveva la revisione, sono stato arrestato e sono stato trasferito in un carcere duro, il carcere di Sulmona.
Int.: Sulmona…
M.A.: Sulmona è un carcere…
Int.: Famoso per i suicidi.
M.A.: Famoso per I suicidi… durante questa detenzione sono stato chiamato a Roma per un interrogatorio – per il processo Calvi, come testimone – e nello stesso giorno mi viene detto che durante il trasferimento non sarei più ritornato a Sulmona mai sarei andato in altro carcere che fino all’ultimo momento hanno tenuto segreto.
Int.: Dove volevano mandarla?
M.A.: Nel carcere di Secondigliano.
Int.: Ecco, chi c’è al carcere di Secondigliano?
M.A.: Mi risulta che c’è un componente della Banda della Magliana.
Int.: Come si chiama?
M.A.: Paradisi Giorgio.
Int.: Paradisi è andato a finire dentro anche per le cose che ha detto lei?
M.A.: Certo…
Int.: Soprattutto per le cose che ha detto lei.
M.A.: Ma non solo, sembra che ultimamente abbia ricevuto un mandato di cattura per traffico di stupefacenti, diretto dall’interno del carcere. Penso che sia una persona che quantomeno, come dire, abbia a disposizione dei movimenti all’interno del carcere.
Int.: Lei a Secondigliano per ora non c’è andato.
M.A.: No, sono ritornato a Sulmona.
Int.: Lei ritiene che questi movimenti che lei ritiene “particolari”, siano dovuti al fatto che deve testimoniare al processo Calvi?
M.A.: Secondo me sì, perché non si spiegherebbe questo tempismo…lo stesso magistrato mi ha domandato per che cosa ero detenuto – mi ricordo ancora la parola, dice: – ma questa è un fesseria – sarà una fesseria ma io sto dentro ad uno dei carceri più duri, per una fesseria del genere… A quel punto ho detto proprio io vorrei sapere se, che cosa vuole [questo qualcuno], se vogliono che parli o vogliono che non parli, è questo quello che voglio sapere, che siano più chiari.
Voce: Nel 1998, Maurizio Abbatino, come collaboratore di giustizia, aveva testimoniato nel processo per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli.
M.A.: secondo me dopo quel processo sono cominciati i guai miei, sotto il profilo di… come collaboratore di giustizia.
Voce: A metà degli anni ’70, Maurizio Abbatino, insieme a Franco Giuseppucci, detto “Er Negro”, ed Enrico De Pedis, detto “Renatino”, costituiscono il primo sodalizio che sarà successivamente definito come “La Banda della Magliana”, una organizzazione criminale, che in pochi anni estenderà il suo controllo su tutti i quartieri della capitale, e non solo.
Int.: Voi riuscivate a sapere non solo quello che accadeva nel mondo, diciamo malavitoso, ma anche molte cose che riguardavano voi, ma, per quanto riguarda l’attività di polizia. C’era qualcuno che veniva pagato, voi riuscivate ad avere delle informazioni, da una semplice perquisizione a cose ancora più importanti.
M.A.: Io mi ricordo che in una delle prime rapine una volta siamo stati arrestati in P.zza Pio XI – dovevamo commettere una rapina, avevamo la macchina piena di armi, io avevo dei documenti falsi… – bè è logico, no? – siamo stati fermati e portati al commissariato, e qui Franco (Giuseppucci) ha subito chiesto di un questore.
Int.: un questore… Chi era questo questore?
M.A.: Il questore Pompò. E’ stato portato in una stanza, e nonostante che le persone che ci avevano arrestato erano persone famose, che facevano parte di una squadra antirapina, e quindi io le conoscevo, le indagini si sono subito chiuse, siamo stati arrestati per favoreggiamento e documento falso, la macchina non è stata ritrovata e lì mi sono reso conto che Franco (Giuseppucci) aveva fatto qualcosa perché non si andasse a fondo nella storia.
Alessandro Capograssi, avvocato Maurizio Abbatino
Int.: Quant’era il vostro volume d’affari?
M.A.: Il gruppo Magliana penso che è il gruppo che meno ha accumulato ricchezze, però eravamo diventati una macchina, una pompa, un’idrovora, che poi tutto quello che entrava, la maggior parte dei proventi insomma, andava retribuito ai vari avvocati, perché noi avevamo a disposizione quasi tutti gli avvocati di Roma, medici, dottori e perché no anche qualche politico, cancellieri, c’è stato un periodo in cui noi entravamo con le macchine al servizio di stato, entravamo sotto il tribunale, scricavamo, lasciavamo insomma, pellicce, oggetti di antiquariato, noi avevamo un contatto con un capo cancelliere, poi lui ci diceva che quei giudici erano corrotti, non so se si vantava o no, sta di fatto che poi quei processi prendevano la direzione che volevamo noi.
Int.: Cosa portavate a questo capo cancelliere?
M.A.: di tutto, a parte i soldi ci chiedevano pellicce, cornici, specchi, oggetti di Bulgari, e c’era Claudio Sicilia… [che diceva:] questa cosa si può controllare, aveva un processo per omicidio che doveva andare in definitivo, [e] se lei controlla quanti anni, noi ogni volta che andavamo lì, veniva aperto un armadietto e il fascicolo veniva messo sempre sotto, lasciavamo dieci, quindici milioni, il fascicolo riguardava un omicidio commesso dal Sicilia e già condannato in I° e II° grado, non lo mandavano in definitiva, non veniva mai fatta la Cassazione, veniva sempre ritardato.
Int.: Per quanto riguarda invece, diciamo i rapporti con I politici e con la magistratura, lei teneva i rapporti con la sfera medica soprattutto, con i politici e i magistrati chi è che se ne occupava?
M.A.: Il gruppo del Testaccio (Trastevere – Enrico De Pedis). [Noi] avevamo gli Ospedali di Roma, Sant’Eugenio, San Camillo, le cliniche,il Centro Clinico Regina Coeli, il Centro Clinico di Rebibbia, sono cose importanti, ma sono importanti… il dirigente sanitario del carcere, penso che ha un valore importante ai fini del processo, della carcerazione. Immagini un po’, insomma, una persona importante che entra nel carcere e non vuole fare il carcere, basta insomma che il dirigente sanitario lo manda in clinica, cose che succedono anche adesso, lo manda in clinica, ricoverato, e dopo tre o quattro mesi prende la libertà provvisoria per causa malattia.
Per quanto riguarda il dirigente sanitario di Rebibbia, un giorno venne nella mia cella, mi disse che era in difficoltà perché era stato arrestato, era stato portato [in carcere] Michele Sindona…
Int.: Nel carcere di Rebibbia…
Chi l’ha visto? intervista esclusiva del 2005
M.A.: Era stato messo nella cella di Alì Agca, perché lui era momentaneamente assente, e stava ricevendo delle pressioni sia dalla Chiesa che dalla politica per il trasferimento, c’era chi lo voleva far trasferire e chi lo voleva invece fermare a Rebibbia.
Int.: Quando Sindona viene trasferito, e lascia Rebibbia, poi…
M.A.: Poco dopo… si suicida? Diciamo così?
Int.: Prende il caffè.
M.A.: Prende il caffè.
Int.: E… questo dirigente sanitario aveva delle pressioni, chi è che voleva che sindona lasciasse Rebibbia?
M.A.: Non me lo ricordo bene.
Int.: Erano personaggi dello Stato e della Chiesa?
M.A.: Politici e della Chiesa. C’era chi lo voleva fermo, lì a Rebibbia, insomma chi lo voleva proteggere, e chi lo avrebbe mandato in un carcere fuori Roma.
Int.: I rapporti della Banda della Magliana con il Vaticano…
M.A.: I rapporti già c’erano appunto negli anni settanta, dal settanta. All’epoca si conosceva Monsignor Casaroli, il rapporto ce l’aveva Franco (Giuseppucci). In quel tempo Renato (Enrico De Pedis) era detenuto, e lui si occupava, insomma, del processo di Renato per farlo uscire.
Int. Dopo il rapimento di Moro chi è che viene a chiedervi qualcosa?
M.A.: E’ venuto l’onorevole Piccoli, ma non è tanto il fatto che sia venuto lui, ma chi ce l’ha mandato.
Int.: Ci racconta come è avvenuto questo incontro, dove eravate…
M.A.: E’ avvenuto a Viale Marconi sul bordo del fiume, insomma.
Int.: Chi eravate?
M.A.: Eravamo un po’ quasi tutti della Banda. Comunque c’eravamo io, Franco Giuseppucci, Nicolino Selis che appunto aveva preso il contatto …ma vede Flaminio Piccoli era stato mandato da Raffaele Cutolo…
Int.: Che era amico di Nicolino Selis…
M.A.: …di Nicolino Selis, e voleva sapere insomma, se potevamo fare qualcosa per salvare la vita di Moro.
Oggi non escludo che abbia dato anche qualche informazione Franco, senza dirmi niente, conoscendolo…
Int.: Che tipo di informazione?
M.A.: Può aver detto dove si trovava? … All’epoca, anche perché era la zona nostra.
Voce: Il covo dove fu tenuto prigioniero l’Onorevole Moro prima di essere ucciso fu in Via Montalcini, tra via Portuense e via della Magliana poco distante dalle abitazioni di alcuni componenti della Banda della Magliana.
Int.:Altri politici vi hanno fatto sapere che non dovevate più interessarvi alla liberazione, all’individuazione del covo di Moro, è vera questa storia?
M.A. No, non sarebbero venuti proprio da me…
Int.:Da chi sarebbero andati?
M.A. Da Franco, o da Danilo Abbruciati.
Voce: L’iniziativa di Franco Giuseppucci, di De Pedis e di Abbruciati venne bloccata dai referenti romani di Cosa Nostra. Secondo le deposizioni che sono agli atti Pippo Calò intervenne dicendo che politici importanti della Democrazia Cristiana, in realtà, Moro, lo volevano morto.
Estate calda serve “arresto Freddo”
La polizia gli stava alle calcagna, ogni tanto lo interrogava, in seguito a controlli occasionali oppure con iniziative mirate, per tentare di incastrarlo: si sapeva che era uno dei terminali del traffico di droga di Roma, ma le prove erano sempre troppo poche. Eppure, dal ’79 in poi, Maurizio Abbatino – per qualche amico “crispino” a causa dei capelli scuri e crespi- entrava e usciva dal carcere con una certa frequenza.
A Regina Coeli e Rebibbia ormai lo conoscevano bene, procedimenti penali su di lui e i suoi amici della Magliana venivano aperti in continuazione, ma non si riusciva mai a “stringere”, e quelli continuavano indisturbati nei loro affari.
Pochi giorni prima che gli venisse notificato un nuovo mandato di cattura, nel maggio dell’83, un giudice provò a fargli dire qualcosa giocando la carta dei soldi. Com’era possibile che lui, Abbatino Maurizio, ventinove anni ancora da compiere, senza fissa occupazione, avesse tutti quei soldi, disponesse di case e macchine di lusso? Forse fu ingenuo il giudice a credere che quel ragazzo magro dal viso già consumato avrebbe confessato chissà che cosa, o forse, invece si aspettava una bugia per risposta e voleva semplicemente vedere che cosa si sarebbe inventato. Fatto sta che “crispino”, con la faccia un pò seria e un pò strafottente del gangster che si sente sicuro e si diverte a prendere in giro chi lo ascolta, rispose << Signor giudice, in questi anni mi sono procurato da vivere con un’attività di vendita ambulante di oggetti religiosi>>.
Un’invenzione perfino divertente, come dovette ammettere, un anno e mezzo più tardi, anche il pubblico ministero: <<Parole che se non fossero pronunciate da una persona che ha commesso omicidi e tentati omicidi farebbero quanto meno sorridere>>. Ma poi il magistrato concludeva amaro: << Parole che dimostrano come Abbatino Maurizio e il suo gruppo siano abituati a prendere in giro la giustizia>>.
Giovanni Bianconi, “Ragazzi di Malavita” Baldini Castoldi Dalai editore (Pag 91-92)
Giovanni Bianconi racconta storie, amori e affari sporchi
… C’erano le mogli e c’erano le amanti. Le donne ufficiali dei boss – quasi tutti con doppia o tripla vita- il più delle volte sapevano, ma lasciavano fare, curandosi di mantenere un buon livello economico, le case e i bambini. <<Mio marito>> dicevano << può anche prendersi degli spuntini fuori, ma poi torna a mangiare a casa>>. Le amanati, invece, a volte si trasformavano in un’arma in mano ai poliziotti: successe con Maurizio Abbatino, che, nel maggio 1983, fu arrestato proprio in seguito ai pedinamenti della sua amichetta, Roberta, giovanissima e di buona famiglia.
La ragazza usciva di casa di buon’ora, e con l’autobus e il taxi arrivava al residence Prato Smeraldo, sulla Laurentina. Faceva un pò di spesa al supermercato, poi entrava nella palazzina numero 57, in un appartamento al piano terra. In quella casa si nascondeva “crespino” e in quella accanto il suo amico “operaietto”, Edoardo Toscano.
I poliziotti, una volta certi che Abbatino fosse dentro, fecero saltare la serratura della porta con un colpo di fucile a pompa, irruppero nell’appartamento lussuosamente arredato e trovarono il ricercato. Subito dopo presero Toscano. Li arrestarono senza che muovessero un dito; nelle case protette da vetri blindati trovarono soldi in contanti e hashish, oltre ad “alcuni contenitori metallici con evidenti tracce di cocaina”.
A Roberta, Abbatino aveva anche procurato un lavoro come commessa in un negozio, e il proprietario che l’aveva assunta detraeva i soldi dello stipendio della ragazza da quanto doveva pagare per l’eroina e la cocaina di cui lo rifornivano quelli della Magliana. Maurizio aveva voluto quell’impiego per l’amante in modo che non avesse problemi ad uscire di casa, e lui potesse incontrarla ogni volta che voleva.
Giovanni Bianconi, “Ragazzi di malavita” Baldini Castoldi Dalai Editore(Pag 106-107)
I VOLTI CRIMINALI DIVENTANO “DI SERIE”: LA CRITICA
Romanzo criminale è una serie televisiva italiana basata sull’omonimo romanzo del giudice Giancarlo De Cataldo e ne rappresenta il secondo adattamento dopo il film diretto da Michele Placido. Giovani attori riuniti da Stefano Sollima hanno ripercorso le tracce della banda interpretandone i personaggi. Il risultato è stato un inaspettato successo.
Aldo Grasso per Il Corriere della Sera scrive: Di Romanzo criminale, non si butta via niente. Prima il film di Placido, che era meglio del libro di De Cataldo, anche se il trio Rulli-Petraglia-Placido nell’ultima parte cede alla spiegazione sociale e ideologica e ammoscia il racconto, e poi la serie, che è meglio del film: interessante caso mediatico da studiare. Di solito, nelle trasposizioni, aumenta l’entropia di senso, qui è il contrario. Per intanto, godiamoci la serie che si giova di un respiro più disteso per raccontare quel clima delittuoso, quella malvivenza in cerca di organizzazione, quella Roma fine anni 70 insospettabile e insospettata. Prodotta da Cattleya e Sky Cinema con RTI-Mediaset, sceneggiata da Daniele Cesarano, Paolo Marchesini, Barbara Petronio e Leonardo Valente, diretta da Stefano Sollima, interpretata da Francesco Montanari (il Libanese), Vinicio Marchioni (il Freddo), Alessandro Roja (il Dandi), Marco Bocci (commissario Scialoja) e Daniela Virgilo (Patrizia), la serie parte dall’uccisione di Giorgina Masi, freddata da un colpo di pistola a Ponte Garibaldi per ricostruire le avventure della banda della Magliana, in un intreccio oscuro fra servizi segreti e criminali comuni, fra l’immaginario spaesato di Rino Gaetano e quello ben più radicato di Franco Califano. La serialità permette di dosare meglio le forze, rilanciare il racconto quando perde forza, tenere a bada l’impellente impegno politico degli autori (specie se italiani), soprattutto quando gli eventi premono: gli anni di piombo, le manifestazioni dei gruppi extraparlamentari, la speculazione edilizia, la mescolanza fra delinquenza e politica. Romanzo criminale – intendiamoci, non stiamo parlando dei Soprano – mette in luce anche un insolito lato cialtronesco, litigioso, candidamente efferato delle bande romane. Ogni delitto è volutamente imperfetto perché, sotto sotto, l’autore aspira a diventare famoso.
Roberto Levi per Il Giornale scrive: La serie tv ha una sua ragion d’essere perchè inquadra con cura l’ambiente e le tipologie umane che gravitavano attorno alla Roma degli anni 70, offrendo uno spaccato realistico sia dell’atmosfera malavitosa che del modo di pensare ed agire dei suoi rappresentanti. Giova, al Romanzo criminale in formato fiction, l’essersi affidati a un regista esperto come Stefano Sollima e a una serie di attori non troppo famosi ma efficaci. Non potendo contare su nomi di grosso richiamo, è probabile che gran parte dell’attenzione si sia concentrata – moltiplicandone gli effetti positivi – sulla necessità di esaltare la forza nuda e cruda dell’interpretazione e dell’intensità espressiva.
Alessandra Comazzi per La Stampa scrive: Ma guarda questi attori. Sono bravi. E certo, vengono dall’Accademia d’Arte drammatica, dal Centro sperimentale di cinematografia, hanno lavorato con Ronconi. Tutte persone che si sono preparate per quel mestiere, non lo fanno solo gli americani. Hanno studiato: le intonazioni, come porgere la voce, come muovere il corpo. Parlano romanesco: sono la banda della Magliana, come dovrebbero parlare, ma lo fanno usando il diaframma. E quindi facendosi comprendere. Dovrebbe essere la regola, invece le italiche fiction sono ben lontane.
Micaela Urbano per Il Messaggero scrive: Racconto articolato e dettagliato, di ritmo sostenuto, con tanti personaggi in più presi dal libro e con un’attenta ricostruzione degli anni Settanta. Insomma, una serie fedele il più possibile alle pagine di De Cataldo, ben interpretato da un cast che merita di diventare noto.
Mirella Poggialini per Avvenire scrive: E’ ben fatto, ben diretto, ben recitato, rivela una cura particolare nella confezione e nella puntuale ricostruzione dell’epoca… ma non mi piace. I protagonisti della banda romana sono giovani determinati e feroci. Si dilaniano a vicenda in reciproci sospetti, non esitano a uccidere, diffidano con forte carica di odio: e perciò urta fortemente che nelle presentazioni gli autori e il regista usino sempre, per definire la loro storia di criminali in divenire, i termini “mitico” ed “epico”.
Antonio Dipollina per Repubblica scrive: Bruciano, gli anni Settanta. Nei ricordi, ma anche nelle sequenze ad alto voltaggio del Romanzo criminale diventato ora una serie tv in dodici puntate su Sky Cinema. Il nucleo originario (il libro di De Cataldo) si è espanso prima al film e ora esplode nella frammentazione del lungo passo da serie televisiva. Operazione ad alto rischio: gli interpreti cambiano tutti, la traccia rimane ma intorno fioriscono annessi e connessi, con respiro superiore. Il rischio era nella forzatura del progetto: dal regista (Stefano Sollima) in giù ne sono usciti piuttosto bene. Si trattava di togliere dove serviva e aggiungere idem. La ricostruzione d’ambiente cattura l’attenzione, intuendo la mole di lavoro (rendere gli esterni urbani degli anni Settanta è come rendere quelli del Medioevo), agli attori giovani ci si abitua subito e poi la storia va, col notevole intreccio di partenza tra tensioni e strategie d’epoca, criminali, politiche, servizievoli – nel senso dei Servizi. Un’altra fiction è possibile. Altri episodi il lunedì sera su Sky Cinema 1, molto più avanti la trasmissione in chiaro su Mediaset.
Stefania Carini per Europa scrive: Romanzo criminale riesce a eguagliare il film nella fattura: è ben girato, ben recitato, ben scritto. In questo, è superiore a molti prodotti televisivi italiani, e conferma che il satellite è la via italiana alla fiction di qualità, pur con i suoi alti e bassi.
Camilla Costanzo per Libero scrive: Cominciavamo ad annoiarci davvero di fiction costruite solo su star. Non c’era progetto che un produttore potesse far approvare se prima non aveva il consenso di una star. Di un volto noto che portasse ascolti. Doveva arrivare Sky a stimolare di nuovo la competizione, e un po’ di sana concorrenza fa solo bene all’industria tv, malata, ormai, di “codardia acuta”. Noi vogliamo crederci. Per poter dire che vinca il migliore.
IN UNA FRASE…
“Uno degli esiti più riusciti della fiction italiana” Aldo Grasso.
“La migliore serie televisiva mai prodotta in Italia” Andrea Scanzi La Stampa.
“La serie evento dell’estate di Canal+ non è né americana, né francese, né inglese, bensì italiana” Le Figaro.
“Sono pochissime le serie televisive europee belle e meritevoli di essere segnalate”. Le Monde.
“Romanzo Criminale rappresenta per l’Italia ciò che American Tabloid di James Ellroy rappresenta per gli Stati Uniti e la serie è un adattamento avvincente.” Telérama
Il sequestro Grazioli
Immagine del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere inviata alla famiglia per ricevere il ricatto, fonte Rai 3- Blu Notte
Durante gli anni ’70, una delle principali attività in cui si impegnano le bande malavitose è rappresentata dal sequestro di persona. Nel solo 1977 ne sono compiuti 66.
Un reato complesso, che richiede un’organizzazione articolata, dal basista che spesso funge anche da agente di influenza sui familiari ai vivandieri, dal telefonista ai riciclatori.
Nel dicembre del 1977, intorno al rapimento del duca Grazioli, si aggrega la banda della Magliana, che esegue materialmente il sequestro in via del Casale di San Nicola, località La Storta, presso la tenuta agricola dell’aristocratico romano. L’ostaggio è poi consegnato a un gruppo di Montespaccato che gestì (mala) la prigionia
L’auto del barone fu stretta da ambo i lati da due autovetture, l’ostaggio fu caricato su una delle auto, una Citroen, chhe ripartì in direzione Roma. L’auto del rapito fu abbandonata in via Cristoforo Colombo e ritrovata il giorno successivo all’accadimento. La famiglia ricevette cinque missive con richiesta di riscatto, la cui somma inizialmente richiesta corrispondeva a 10 miliardi di lire. L’ultima richiesta di riscatto, quella corrisposta, è di un miliardo e mezzo.
Il primo contatto tra i rapitori e la famiglia fu effettuato il 29 dicembre del 1977.
Da Gennaio 1978 a fine febbraio si susseguono diversi appuntamenti disattesi. Il 2 Marzo sulla via Cassia viene infine pagato il riscatto dal figlio, dopo un’estenuante caccia al tesoro anche se ad esso non corrisponderà la liberazione dell’ostaggio, ucciso perché aveva visto in volto uno dei carcerieri.
I soldi del riscatto permetteranno di finanziare l’ingresso nella banda sul mercato della droga a Roma.
Tra i partecipanti al rapimento ci sono alcuni dei capi della banda: Franco Giuseppucci (“Libano” nella fiction) Maurizio Abbatino (“Freddo”), Marcello Colafigli (“Bufalo”).
Ira Tassinari
Giovanni Bianconi: Un’altra storia d’armi…
Nella foto: Giovanni Bianconi, giornalista per La Stampa per molti anni, oggi per “Il Corriere della Sera” segue le più importanti vicende giudiziarie e di cronaca. Bianconi ha scritto vari libri, raccontando con acume e gusto per i particolari le vicende criminali avvenute nella capitale negli ultimi trent’anni: dall’epopea della Banda della Magliana al terrorismo “nero” dei Nar di Giusva Fioravanti. E’ autore di: “A mano armata. Vita violenta di Giusva Fioravanti”. Baldini & Castoldi, 1992. “Ragazzi di malavita. Fatti e misfatti della banda della Magliana”. Baldini & Castoldi, 1995. con Gaetano Savatteri, “L’attentatuni. Storia di sbirri e di mafiosi”. Roma, Baldini Castoldi Dalai, 2001. “Mi dichiaro prigioniero politico. Storie delle Brigate Rosse”. Einaudi, 2003. “Eseguendo la sentenza”. Einaudi, 2008. È uno dei giornalisti italiani che meglio conoscono la storia dei gruppi dell’eversione interna: nei suoi ultimi saggi, ha analizzato con l’ausilio della gran mole di documentazione giudiziaria e dei rapporti investigativi dell’epoca, il fenomeno delle brigate rosse e la complessa – e in parte ancora oscura – vicenda del sequestro di Aldo Moro.
(…) Un’altra storia d’armi, poco tempo dopo, mise in contatto “er negro” con Abbatino e gli altri della Magliana che più tardi avrebbero sequestrato il duca Grazioli. Giuseppucci “lavorava” con Enrico de Pedis. chiamato “Renatino”, uno di Testaccio che era già stato in carcere diverse volte per rapina. Mentre De Pedis si trovava in galere “er negro” doveva custodirgli i “ferri del mestiere” e dopo la scoperta della roulotte al Gianicolo teneva un borsone con pistole, fucili e munizioni nel suo “Maggiolone” Volkswagen.
Un giorno si fermò al bar davanti al cinema Vittoria, a Testaccio, per bere qualcosa, e lasciò le chiavi dell’auto inserite. “Er negro” non era certo l’unico malvivente in giro per il quartiere, e un malavitoso della zona, “Paperino” non si fece sfuggire l’occasione: adocchiata la Volkswagen con le chiavi nel quadro, salì a bordo e si dileguò. Appena si accorse del bottino che c’era su quella macchina “Paperino” provò a combinare quello che certamente sarebbe stato un affare, arrivò al Trullo e vendette le armi a un rapinatore che conosceva al prezzo di due milioni. Giuseppucci non ci si mise molto a sapere che fine aveva fatto la sua macchina e il giorno stesso si presentò dal rapinatore che aveva comprato pistole e fucili per riaverli indietro. Il nome di Enrico De Pedis, conosciuto anche al Trullo, fece si che tutto si risolvesse senza incidenti, e che il “negro” si unisse al gruppo del rapinatore.
Giovanni Bianconi, Ragazzi di Malavita (Fatti e misfatti della Banda della Magliana) Baldini e Castoldi 1995, Pag 24-25
BANDA DELLA MAGLIANA: GUARDIAMOLA IN FACCIA
La Banda della Magliana, a differenza di altri nuclei criminali organizzati, come la Camorra o Cosa Nostra, non presentava un’organizzazione piramidale: non aveva infatti un solo capo, ma diversi, divisi in gruppi, che spesso lavoravano anche singolarmente e senza la necessità che gli altri lo sapessero. Questa gerarchia non piramidale ha avuto come effetto collaterale quello di consentire di volta in volta ad entità esterne di fare uso della Banda per i propri scopi, come alcuni ritengono possano aver fatto branche deviate dei servizi segreti. I proventi dei crimini erano comunque divisi sempre in parti uguali, ogni membro riceveva la cosiddetta “stecca”, una sorta di dividendo indipendente dal lavoro svolto in quel periodo che anche i membri detenuti continuavano comunque a ricevere attraverso la famiglia. I vari componenti erano tenuti in ogni caso a continuare a partecipare all’attività criminale: anche quando alcuni di loro divennero veramente ricchi, girando su Ferrari con Rolex al polso, continuarono ad essere degli operai del crimine. Inutile dire che appartenere alla Banda della Magliana significava anche non poter sgarrare: un errore avrebbe potuto facilmente costare la vita.
Fonti: Wikipedia, Ansa, Unità, You Tube
Giovanni Bianconi: la “Magliana” un fenomeno di rilevanza nazionale…
Nella foto: Giovanni Bianconi è nato a Roma il 23 giugno 1960. Giornalista per La Stampa per molti anni, oggi per “Il Corriere della Sera” segue le più importanti vicende giudiziarie e di cronaca. Bianconi ha scritto vari libri, raccontando con acume e gusto per i particolari le vicende criminali avvenute nella capitale negli ultimi trent’anni: dall’epopea della Banda della Magliana al terrorismo “nero” dei Nar di Giusva Fioravanti.Giovanni Bianconi è autore di: “A mano armata. Vita violenta di Giusva Fioravanti”. Baldini & Castoldi, 1992. “Ragazzi di malavita. Fatti e misfatti della banda della Magliana”. Baldini & Castoldi, 1995. con Gaetano Savatteri, “L’attentatuni. Storia di sbirri e di mafiosi”. Roma, Baldini Castoldi Dalai, 2001. “Mi dichiaro prigioniero politico. Storie delle Brigate Rosse”. Einaudi, 2003. “Eseguendo la sentenza”. Einaudi, 2008. È uno dei giornalisti italiani che meglio conoscono la storia dei gruppi dell’eversione interna: nei suoi ultimi saggi, ha analizzato con l’ausilio della gran mole di documentazione giudiziaria e dei rapporti investigativi dell’epoca, il fenomeno delle brigate rosse e la complessa – e in parte ancora oscura – vicenda del sequestro di Aldo Moro.
Quello che rende la “Magliana” un fenomeno di rilevanza nazionale e per certi versi politico, è un aspetto poco approfondito perché apparentemente meno dirompente, quasi mai valutato nel suo insieme ma abbandonato nel corso degli anni alle cronache nere dei quotidiani.
E’ la storia di quel gruppo di malavitosi di quartiere che piano piano si organizzano, affinano le loro capacità criminali diventando veri e propri gangster, intrecciano contatti e rapporti che li trasformano in boss, sbaragliano il campo dai banditi della generazione precedente fino a ottenere il controllo quasi totale dei traffici illeciti a Roma – dai sequestri di persona al commercio della droga, dalle scommesse clandestine al “racket” dei videogiochi, del traffico d’armi all’usura -, dando vita a quell’agglomerato chiamato convenzionalmente banda della Magliana.
Una vicenda che diventa la storia criminale di Roma dalla fine degli anni Settanta a tutti gli anni Ottanta, o se si vuole di “Roma capitale del crimine”, visto che questa città è stata – anche a causa dell’attività della banda – il crocevia di azioni e interessi della malavita organizzata nazionale.
Io cerco di far luce soprattutto sul secondo aspetto della storia della banda, quello più “interno”, nel tentativo di approfondire le dinamiche e l’evoluzione di quel pugno di criminali con pochi scrupoli e pochi padroni, non organizzato gerarchicamente secondo rigide strutture ma nel quale di volta in volta prendono il sopravvento questo o quel personaggio, con fazioni interne che prima collaborano e poi si annientano tra loro seminando decine di morti con una cadenza che – nel disinteresse quasi generale – ha trasformato interi quartieri di Roma in qualcosa di molto simile alla Chicago degli anni Trenta.
Giovanni Bianconi, Ragazzi di Malavita (Fatti e misfatti della Banda della Magliana) Baldini e Castoldi 1995, Pag 11-12
BANDA DELLA MAGLIANA: LA NASCITA
Nel 1976 Franco Giuseppucci (detto prima er Fornaretto e in seguito er Negro) – uno dei futuri componenti della banda – è un piccolo criminale del quartiere di Trastevere: nasconde e trasporta armi per conto di altri criminali. Un giorno, con l’auto carica di armi, si ferma davanti ad un bar per prendere un caffè; fatalità vuole che l’auto, una Volkswagen “Maggiolone”, gli venga casualmente rubata. Le armi contenute nel bagagliaio della Volkswagen sono di un suo amico, Enrico De Pedis detto Renatino, un rapinatore di Trastevere che gode di buon rispetto all’interno della malavita romana.
Giuseppucci trova il ladro che gli ha sottratto l’auto, ma le armi sono state vendute ad un gruppo di rapinatori appena formatosi nel nuovo quartiere romano della Magliana soliti ritrovarsi in un bar di Via Chiabrera. Giuseppucci decide allora di andare a parlare con quelli di via della Magliana, in particolare cerca e trova Maurizio Abbatino detto Crispino, un giovane rapinatore dal sangue freddo che aveva acquistato le armi. I due, stranamente, si accordano per compiere alcuni colpi; nel gruppo rientrano anche De Pedis e gli altri della Magliana.
Da semplice associazione di rapinatori, il patto prende la forma di una potenziale organizzazione per il controllo della criminalità romana, nella quale iniziano a lavorare anche criminali di altre zone: Marcello Colafigli (detto “Marcellone”), Edoardo Toscano detto l’Operaietto e Claudio Sicilia detto er Vesuviano per le sue origini.
Il loro primo lavoro, lunedì 7 ottobre 1977, sarà un sequestro: quello del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, che però finirà male. Per l’inesperienza nel campo, Giuseppucci e gli altri non riescono a gestire la situazione e devono chiedere aiuto ad un altro gruppo criminale (una piccola banda di Montespaccato), un componente del quale, per distrazione, si fa vedere in faccia dal duca, che per questo verrà ucciso.
Riescono, comunque, ad incassare il riscatto (due miliardi, contro i 10 della richiesta iniziale[1]), lo dividono con l’altro gruppo ed invece di suddividere tra loro la loro quota, decidono di reinvestirla in nuove attività criminali.
Da qui, l’unione con altri gruppi romani: uno del quartiere Tufello con a capo Gianfranco Urbani (er Pantera), uno di Ostia con a capo Nicolino Selis che ha forti legami con la Camorra e i Testaccini, un violento gruppo di Testaccio comandato da Danilo Abbruciati, er Camaleonte.
Nasce così la Banda della Magliana.
Fonte: Wikipedia
LA BANDA DELLA MAGLIANA
Banda della Magliana è il nome attribuito dal giornalismo italiano a quella che è considerata la più potente organizzazione criminale che abbia mai operato a Roma. Il nome deriva da quello del quartiere Magliana di cui molti dei componenti erano originari.
A questo gruppo criminale vennero attribuiti legami con diversi tipi di organizzazioni quali Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta, ma anche con esponenti del mondo della politica come Licio Gelli e la Loggia P2, nonché con esponenti dell’estrema destra di stampo eversivo, con i servizi segreti e anche con settori della finanza vaticana (IOR) in special modo nella persona di Monsignor Marcinkus.
Questi legami, sotterranei rispetto alle normali attività criminose della banda (traffico di droga, sequestri e scommesse ippiche) e spesso non chiariti, hanno fatto balzare il gruppo alle cronache storiche degli anni di piombo, legandone le sorti a questi casi della cronaca nera italiana:
- Omicidio di Carmine Pecorelli
- Attentato a Roberto Rosone
- Caso Roberto Calvi
- Ritrovamento dell’arsenale custodito nei sotterranei del Ministero della Sanità
- Depistaggi nell’inchiesta sulla strage alla stazione di Bologna
Inoltre, i rapporti (ancora non chiariti) di alcuni componenti con la scomparsa di Emanuela Orlandi, appendice misteriosa dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II, furono solo alcuni dei fatti per cui la Banda della Magliana in un modo o nell’altro è passata al vaglio degli investigatori.
Fonte: Wikipedia











































