Etichettato: Rizzoli

Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -


Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.

A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.

Il pirata - Fotografia di Andrea ParisseIl Pirata, foto di Andrea Parisse

Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.

Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.

Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:

Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.

A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.

Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.

Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.

Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.

Omaggio A Pantani - Foto di Ryoichi TanakaOmaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka

Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.

Scrivono Vicennati e la madre di Marco:

Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Marco Pantani

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.

Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.

Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.

Antonella Beccaria

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“L’Intervista” a Paolo Roversi -1ª parte-


Perché il crimine diventa mito?

Il crimine diventa mito perché a noi giallisti piace indagare la nostra parte oscura penso. Tutti gli uomini sono attirati dal bello ma anche dal male. E’ nella natura umana. Non ti saprei dire so se c’è una ragione particolare per cui ne siamo attratti ma, lo siamo. Lo siamo morbosamente. Se pensi ai delitti di cronaca che ci vengono strombazzati da Cogne in avanti. Novi Ligure e adesso il delitto di Yara fanno le prime dei giornali e noi siamo tutti lì a voler sapere “perché?”. E noi giallisti, con le nostre, vogliamo indagare le ragioni del male.

Paolo Roversi

Quando un giallista ascolta e vive fatti come Yara o Sarah, li legge, secondo te, come un normale telespettatore o lo fa in maniera diversa?

Io posso rispondere per me: la mia idea è sempre  “se fosse un romanzo, come svilupperei la trama?”. Lo so che forse non è molto popolare la cosa che sto dicendo, nel senso che sembra tu marci sulle disgrazie altrui ma, in realtà, non è così. Una cosa che mi sono detta di Yara è quello che nella criminologia è un classico e cioè:se dopo due giorni non l’hanno trovata, è chiaro che non è più viva. Come le due bambine scomparse a Losanna…secondo me, non c’è nessuna possibilità di trovarle vive.  Eppure in televisione anche dopo settimane e settimane cercano di darci questi indizi, questa possibilità “che forse le ritroveremo” e quindi ti domandi “perché”: cercano di fare audience? In realtà nel romanzo, poi non creeresti mai una situazione del genere perché, al lettore, dovresti far credere che in realtà è così rispetto a degli indizi veri che hai fornito per portare avanti la narrazione. I fatti di cronaca ci fanno interrogare su come noi (giallisti ndr) li scriveremo.

La società criminale di oggi, per te, somiglia più a: un giallo, un noir, un thriller?

La società criminale di oggi, in realtà, somiglia più ad una multinazionale. Si è messa i guanti bianchi, ricicla i soldi e, specialmente qui a Milano, acquista immobili ed attività in centro riciclando il denaro dei loro traffici. Non è più una criminalità che spara, non è più una criminalità che agisce a volto scoperto come una volta e quindi..non c’è nessun thriller, non c’è nessuna suspense: è tutto abbastanza chiaro…

Hai detto che “un giallo senza morto è come il sesso senza orgasmo”. Non credi che nella realtà si “goda” troppo?

Io penso che nella realtà si parla di cronaca quando non si vuol parlare dia altro. Cioè: i morti ammazzati dei fatti di cronaca ci sono sempre stati perché qualcuno che fa fuori la moglie, qualcuno che rapisce e violenta una donna è nella cronaca millenaria del mondo. Nei giornali c’è sempre stata. Adesso, ne parliamo a cicli abbastanza ravvicinati uno dall’altro perché? Perché magari non abbiamo interesse a raccontare altre cose. Se noi facciamo otto puntate di approfondimento con un plastico di una casa in montagna per capire esattamente o per dimostrare esattamente che poteva essere stata solo la madre secondo me, dopo la prima puntata con il primo plastico, avevamo tutti capito. C’era bisogno di farne altre sette? Oppure stiamo cercando di  raccontare altro o di sviare l’attenzione ad altro?

Credi possa esistere una correlazione tra l’alto numero di lettori noir e la spettacolarizzazione del crimine?

Non credo che, il fatto che parlare di cronaca nera e sia esattamente correlato al fatto che la gente legga i gialli anche perché, e mi riferisco soprattutto alla letteratura gialla italiana, noi cerchiamo di raccontare la società. Già il noir è una scusa per mettere la lente d’ingrandimento sulla nostra società, su una città, su un determinato gruppo di persone e raccontarlo e, il delitto è il modo per raccontare tutto quello che sta tutto intorno ad una persona quindi, il bello e il brutto. Sembra quasi una scusa. E’ un modo per raccontarlo. Si potrebbe anche fare a meno del morto ma, il morto, aiuta, crea quella suspense che rende il tutto più avvincente. A Nessuno di noi giallisti, però, penso interessi raccontare o scrivere un libro soltanto per svelare alla fine chi è l’assassino. Certo ci sta nello schema classico ma, intanto, noi ti raccontiamo una storia cercando di raccontare anche altro, non soltanto chi è il cattivo.

Credi che il gioco tra realtà e finzione piuttosto che il romanzo, aiuti a far trapelare molte verità nascoste?

Si, assolutamente. Nel mio ultimo romanzo “Milano criminale” ci sono un sacco di interrogativi su alcuni morti, come nel caso Pinelli, il più eclatante, ma anche Piazza Fontana o il delitto della Cattolica. Per quest’ultimo delitto accaduto più di cinquant’anni fa di cui non abbiamo una verità giudiziaria. Quindi raccontare queste storie è innanzi tutto un modo per non fare dimenticare poi, per la fiction, spesso, do e trovo le mie risposte. Che dopo sicuramente non è la verità giudiziaria è un fatto. Certo se abbiamo il paraocchi non vediamo ma se ci vogliamo informare e leggiamo, capiamo come stanno le cose…

Giovane ma già guru del noir italiano, hai scritto e ideato soggetti per fiction tv come “Distretto di Polizia”. Come nascono i tuoi personaggi?

In “Distretto di polizia” io sono entrato in corsa quindi mi hanno proposto di scrivere delle sceneggiature per Distretto (ndr) quando avevano finito di girare la nona serie, quindi dovevano girare l’undicesima e la dodicesima ed ho scritte quelle. Tutto era abbastanza impostato. Non dovevo inventare niente se non le storie criminali quindi non mi son preoccupato tanto dei personaggi quanto di trovare delle storie originali che non fossero già state raccontate prima. Nelle nove serie precedenti, di ventiquattro puntate ognuna, si era già un po’ parlato di tutto, quindi la difficoltà lì era nell’essere originali in ciò che si andava a raccontare.

“Milano Criminale” ricorda una fortunata serie romana…un auspicio?

Beh si, sicuramente. Ho apprezzato tantissimo prima il libro, poi il film, poi la serie. Quello che ci siamo chiesti con l’editore, Rizzoli, è stato “perché non si è raccontata la mala milanese di quegli anni?”. Perché a Roma c’era la Banda della Magliana, a Milano ce ne sono molte di più di batterie e poi, c’era qualcosa di diverso infatti, il mio libro si apre prima della storia di Romanzo Criminale perché siamo nel ’58 quando c’è la rapina di via Osoppo. La rapina più grande, cioè, che sia mai stata fatta in Italia la vera rapina al treno perché loro (ndr) avevano rubato seicento milioni di lire nel ’58 che corrispondevano a duemila anni di stipendio di un operaio dell’epoca. Era perciò un fatto fantasmagorico. E poi abbiamo avuto il solista del mitra, la banda Cavallero, il clan dei Marsigliesi, abbiamo avuto Vallanzasca e Turatello. C’era, quindi, tantissimo materiale da cui attingere ed io, ho attinto!

In “Pescemangiacane” la realtà inonda il tuo romanzo. In “Milano Criminale” vai a ritroso nel tempo sebbene,soprattutto al nord, quel periodo si vuol dimenticare. Se lo scrittore esorcizza il male con la penna, che consiglio dai al lettore?

Di rimanere informato, sinceramente. Perché il male fa parte della vita, fa parte del nostro essere quindi intanto non bisogna negarlo, bisogna accettarlo, sapere che c’è e combatterlo con i mezzi che abbiamo che sono: l’informazione ed il sentirsi liberi ragionando con la propria testa. Questi sono gli unici strumenti che abbiamo.

Se fossi l’avvocato del “diavolo” Vallanzasca, quale sarebbe la tua arringa finale contro la giustizia?

Io provengo dalla scuola dei “guardia e ladri”e qui a Milano c’era quella che veniva chiamata che era chiamata la “ligèra” ovvero una malavita guascona, che rubava per fame ed aveva questo rapporto con la polizia: tu sbirro, che fai questo mestiere, se mi prendi hai vinto, se io, che faccio il mestiere di ladro, ti scappo, ho vinto io. Ed io, facendo l’avvocato del diavolo, vorrei che si tornasse a quel rapporto cioè che mentre nel mondo di oggi gli inermi o chi non c’entra niente vengono a morire mentre, una volta, gli sbirri sparavano soltanto ai banditi e i banditi sparavano soltanto agli sbirri. Non c’era nessuno che si metteva in mezzo e ci rimetteva le penne. Ecco, questo è l’auspicio che potrei fare.

E se fossi l’avvocato della giustizia, quale sarebbe la tua arringa finale contro Lutring?

Lutring io lo conosco ed è difficile volerlo condannare (è così simpatico Luciano). Certo a voler pensar male, come dice qualcuno, si fa peccato ma spesso ci si indovina. Lui era si il solista del mitra, non ha mai sparato a nessuno e faceva questi colpi, diciamo, da gentiluomo però nella storia del mio libro c’aveva il mitra ed il mitra era carico. Quindi se un giorno gli fosse andata male, ed invece gli è andata quasi sempre bene, avrebbe potuto causare qualche problema in più o forse spegnere qualche vita. Ecco questo è assolutamente un fatto da condannare.

Marina Angelo


PER LA SECONDA PARTE DE L’INTERVISTA, CLICCA QUI

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PAROLE CRIMINALI in anteprima presenta: «Milano Criminale – il romanzo» di Paolo Roversi.


Paolo Roversi, Milano criminale – il romanzo, p. 422, € 18,90, Rizzoli

In libreria dal 2 marzo

Parte prima

Fine della Ligera

Scelte di campo

1

L’uomo cammina tranquillo sul ciglio della strada. Scarpe ricoperte di polvere e l’aria di chi ha tutto il tempo del mondo a disposizione. Ogni tanto si guarda intorno con naturalezza, passeggia e tiene una mazza ferrata e una calibro 9 infilate nella cintura.

A qualche metro da lui, un paio di uomini in tuta da lavoro su un furgone grigio. Stanno in silenzio e nessuno bada a loro, tantomeno ai mitra che tengono sulle ginocchia.

Poco distante, un signore, capelli brizzolati e sigaretta appesa a un angolo della bocca, sfoglia un giornale. Lentamente; troppi minuti su ogni pagina per risultare credibile. È seduto dentro una FIAT 1400 nera con un ferro che gli preme contro la coscia destra.

Accanto all’auto, un ragazzo. Immobile. Un rigonfi amento nella giacca: un cannone anche per lui.

Indossano tutti il toni, la tuta blu da operaio; abbigliamento perfetto per confondersi fra i passanti di quella zona piena di fabbriche e opifici manifatturieri.

Un occhio esperto avrebbe capito tutto. Previsto quello che stava per accadere. Ma non c’erano occhi esperti nei paraggi.

Le danze si aprono quando il furgone portavalori fa capolino all’imbocco della strada. La filiale della Banca Popolare è a nemmeno cinquecento metri. La prima del giro. Velocità moderata e occhi aperti per i tre uomini a bordo: un autista, un agente di polizia e un funzionario della banca.

Il capo della banda si sforza di rimanere serio. Non può vedere la scena, ma gli basta controllare l’orologio. Tutto è cronometrato al secondo e lui, chiudendo gli occhi, può sapere attimo per attimo quello che sta accadendo.

Mentre ci pensa, sta in fila nel gabinetto di un dentista, dall’altra parte di Milano. Lo fa per procurarsi un alibi inattaccabile visto che, a cose fatte, gli sbirri gli saranno subito addosso. Per questo ha bisogno di testimoni affidabili, non come quelli che potrebbe portare lui, i suoi compari di Ticinese.

Vorrebbe sorridere al pensiero ma non può. Sta simulando un terribile mal di denti e deve rimanere concentrato. Ha i capelli neri e crespi, un vestito scuro e una rosa bianca all’occhiello: dettaglio che chiunque ricorderebbe. Il piano è di farsi notare il più possibile, così si lamenta a intervalli regolari, ad alta voce.

È un tipo pignolo e riflessivo. Ha preteso che aspettassero proprio quel giorno del mese per agire.

«Lo facciamo il 27 perché è San Paganini, ciula» aveva ripetuto ai suoi fino allo sfinimento, «e sono carichi di soldi per pagare gli stipendi.»Ci avevano già provato due volte in precedenza, ma qualcosa era sempre andato storto. Un tentativo al mese. Quella mattina tutto sarebbe filato liscio. Se lo sentiva. “Stamattina ce la facciamo” si dice mentre l’infermiera lo fa accomodare.

L’uomo sulla 1400, appena vede negli specchietti il bianco del furgone, accartoccia il giornale e pesta sull’acceleratore. L’auto prima si accoda, poi schizza al centro della carreggiata.

Antonio sta sul portone di casa, la bicicletta appoggiata al muro, gli occhi incollati a quell’automobile nera che ha superato il portavalori rombando e ha cominciato a zigzagargli davanti.

«Quel lì l’è matt» urla il guidatore del blindato. Il poliziotto accarezza il calcio della pistola.

El matt non fa nemmeno finta di frenare, scarta a sinistra e attraversa il manto erboso dello spartitraffico. La corsa finisce con uno schianto sordo sul lato opposto della carreggiata, contro un muro. Il conducente se la cava senza un graffio; esce con un guizzo dall’abitacolo e se la dà a gambe mentre una folla di curiosi si raduna sul posto. Anche all’autista del blindato viene spontaneo rallentare per capire cosa succede. Il poliziotto si rilassa. E fa male, perché mentre tutti stanno con la testa voltata, spunta contromano un camion, un Leoncino OM, veloce come se fosse sulle rotaie, che va a scontrarsi con violenza contro il portavalori. Gli uomini nell’abitacolo battono la testa.

È mattina e in strada ci sono parecchie persone. Il botto lo sentono tutti, gli spari pure.

Dal Leoncino scende un uomo con il viso coperto e una pistola. Si avventa urlando verso il furgone della banca e punta il cannone in faccia all’autista che s’immobilizza con le mani alzate.

Alle loro spalle, intanto, in uno stridore di pneumatici, si arresta il furgone grigio: via di fuga bloccata.

Il poliziotto, la faccia rigata dal sangue per un taglio sulla fronte, tenta di intervenire ma il vetro accanto a lui esplode. La mazza ferrata che l’uomo sul marciapiede nascondeva in cintura ha fatto il suo dovere. Il cristallo va in frantumi e l’agente di Pubblica Sicurezza si ritrova la canna di una 38 special in bocca.

«Non fare l’eroe» gli ringhia contro. E lui accetta il consiglio.

Nel frattempo, tre uomini a volto coperto ripuliscono il portavalori e caricano i sacchi coi soldi sul furgone grigio e su una Giulietta Sprint, anch’essa spuntata dal nulla un attimo prima. Nemmeno il funzionario della Popolare ha voglia di prendersi una pallottola, così rimane tranquillo sul suo sedile mentre gli portano via i quattrini da sotto il naso.

Fanno in fretta, meno di due minuti. L’operazione funziona come un orologio svizzero mentre uno dei banditi tiene tutti a bada con il mitra.

Alla fine il furgone parte sgommando, subito imitato dall’Alfa, dalla quale spunta la mano beffarda di uno dei banditi che saluta i curiosi. E qualcuno gli risponde pure.

Paolo Roversi, Milano criminale – il romanzo, p. 422, € 18,90, Rizzoli

In libreria dal 2 marzo

Copyright © 2011 Paolo Roversi
Pubblicato in accordo con PNLA/Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency ©
2011 RCS Libri S.p.A., Milano

Paolo Roversi è nato il 29 marzo 1975 a Suzzara (Mantova).
Scrittore e giornalista, vive a Milano.
Si è laureato in Storia contemporanea all’Università Sophia Antipolis di Nizza (Francia) con una tesi sull’occupazione italiana in Costa Azzurra durante la seconda guerra mondiale.
Giallista promettente, definito dalla critica lo Scerbanenco postmoderno, è spesso indicato come il golden boy del giallo italiano. Ha pubblicato quattro romanzi gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi: Blue Tango – noir metropolitano (Stampa Alternativa, 2006), La mano sinistra del diavolo (Mursia, 2006) con cui ha vinto il Premio Camaiore di Letteratura Gialla 2007, Niente baci alla francese (Mursia,2007) e L’uomo della pianura (Mursia,2009).
Studioso di Charles Bukowski, alla sua opera ha dedicato la prima biografia italiana scritta con l’aiuto di Fernanda Pivano intitolata Scrivo racconti poi ci metto il sesso per vendere (Stampa Alternativa, 2005\ nuova edizione con Castelvecchi, 2010), una raccolta di aforismi pubblicata nel 1997 nella collana Millelire e Taccuino di una sbronza (Kowalski/Feltrinelli, 2008), romanzo ispirato alla vita dell’autore americano ma ambientato a Milano fra il 1994 e il 2008, da cui è stato tratto uno spettacolo teatrale.
Per ragazzi ha scritto il giallo Gli agenti segreti non piangono (Mursia,2009) con protagonista sempre Enrico Radeschi, adottato in molte scuole medie inferiori come libro di lettura. Nell’aprile 2010 è uscita, in italiano e in inglese contemporaneamente, la sua guida noir sui misteri della città Milano Diamante (Marsilio). Nel maggio 2010 è uscito il suo romanzo noir PesceMangiaCane (Edizioni Ambiente, collana Verdenero) dedicato al Po e al distrastro ambientale seguente al riversamento del petrolio nel fiume Lambro. I suoi libri sono tradotti in Spagna e in corso di traduzione in Germania e Francia. È fondatore e direttore della rassegna dedicata al giallo e al noir NebbiaGialla Suzzara Noir Festival che si svolge ogni primo weekend di febbraio a Suzzara (Mantova). Ha ideato il Milano in Bionda giallo e noir festival. Ha scritto per Il Corriere della Sera, Rolling Stone, Stilos, Diario e Gazzetta di Mantova. Ha curato la rubrica Noir side of life sul mensile InScenaMag.
Ha ideato e scritto soggetti per fiction televisive come Distretto di Polizia. Dirige MilanoNera web press, un portale dedicato interamente alla letteratura gialla che viene anche pubblicato e distribuito gratuitamente in libreria ogni mese col nome di MilanoNera Mag.


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Oggi si legge L’Europeo dell’agosto 1988:« Salve sono renato Vallanzasca. Forse c’è qualcuno che pensa che fanno bene. Che mi merito il carcere più duro possibile…»


Fonte: L’europeo Rcs Rizzoli Periodici

Un ringraziamento speciale per la collaborazione va a Massimo Laganà
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MONICA ZORNETTA: C’E’ PROPRIO BISOGNO DI TUTTI QUESTI EROI?


Nella foto: Monica Zornetta, giornalista, scrittice. Collabora con “Blunotte“, “Galatea“, rivista svizzera di geopolitica e scrive per “Narcomafie”. Ha scritto per “Il Gazzettino”, è stata corrispondente di Rtl 102.5, ha partecipato al libro “Giornalismi e mafie” (Premio Ilaria Alpi). E’ autrice di “A casa nostra. Cinquant’anni di mafia e criminalità in Veneto” con D. Guerretta (2006) B.C. Dalai Editore e “Terrore a nordest” scritto con G.Fasanella e pubblicato nel 2008 per la BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

Sguardi altrove, domande lecite, analisi, opinioni…il contributo di Monica Zornetta.

«Mi ha fatto un certo effetto scoprire che Felice Maniero, il capo della Mala del Brenta – ma potremmo chiamarlo il pluriassassino, il trafficante di droga e di armi, l’uomo che per salvare sé e i propri famigliari non ha esitato a vendere la pelle dei fedeli sodali etc.. – avrà presto una fiction in due puntate a lui dedicata. Una produzione che – e questa è stata la cosa che più mi ha lasciato perplessa – si rifà interamente alla sua fiabesca autobiografia, uscita per la Marsilio nel 1997 e ben presto sparita dagli scaffali delle librerie.

Chi lo ha conosciuto bene ricorda di averlo visto più volte, in quel periodo, girare con un bloc notes in mano, pronto ad afferrare la volatilità di una frase ad effetto o il pensiero adatto, secondo lui, a rivivere per sempre sulla carta (grazie anche al fondamentale apporto, al cosiddetto “mestiere”, dell’ex giornalista de Il Giornale, Andrea Pasqualetto).

Chi lo ha conosciuto bene sorride di quanto Felice ha scelto di tramandare ai posteri: un’immagine non proprio autentica di sè, limata ed edulcorata all’inverosimile e già pronta – pensandoci bene – a finire dritta dritta al centro di una fiction che, come spesso accade, certificherà la sua identità di “eroe”. L’ennesimo eroe nero. Ma, mi chiedo, c’è proprio bisogno di tutti questi “eroi”?

Felice Maniero è, diciamo così, un eroe che, a leggere quanto sta scritto in “Una storia criminale”, ha fatto dello scrupolo e della generosità il proprio bollino di riconoscimento (ma, chissà perchè, chi lo ha conosciuto bene lo ha descritto in termini opposti) e, perfetto paradigma dell’italiano “cuore di mamma”, ha sofferto e si è tormentato per aver dato preoccupazioni alla amatissima madre Lucia.

E quando si è trattato di tratteggiare la figura della donna, la penna di Maniero si è fatta ancora più delicata: Lucia Carrain – che dal giorno del “pentimento” di “faccia d’angelo”, avvenuto nel lontano 1995, vive tra gli agi in una località segreta –  viene descritta come una donna umile e per bene, interamente dedita all’immacolata famiglia, al vivace figliolo e alla di lui sorella, Noretta, nata dal matrimonio con Ottorino, pregiudicato, fratello di pregiudicati.

E’ una donna per bene la Lucia immortalata da Maniero, che non ha mai approvato le scelte dell’erede (così scrive), che si doleva  in silenzio per il suo carattere ribelle e che irrobustiva il magro bilancio famigliare lavando le scale delle case dei “signori”. Sono lontanissime dall’autobiografia che ha ispirato la fiction le accuse avanzate contro di lei da alcuni suoi ex sodali, uno su tutti Silvano Maritan di San Donà di Piave (Ve), che, anche nell’ultimo processo, conclusosi in prima istanza nel dicembre 2008 con cinquecento anni di carcere per 41 imputati, l’ha più volte definita “la cassiera della banda”, la vera mente criminale di tutta l’organizzazione.

E, ancora: a leggere Maniero le fughe dagli istituti di sicurezza (Fossombrone, Padova, la tentata evasione dal carcere di Vicenza) sarebbero avvenute solo grazie al genio, al coraggio e all’audacia che lo caratterizzano da sempre e non, invece, alle facilitanti manovre sotterranee attuate da qualche apparato dello Stato. Ma, queste, sono solo malignità.

Dopo la discutibile prova offerta da un’altra fiction a  lui dedicata (“Città criminali”, andata in onda nell’autunno 2009 su La 7 tra le risatine imbarazzate di quanti – ancora loro – lo hanno conosciuto bene) e considerata la totale assenza, nella fiction, di contraddittorio e di versioni alternative alla storia che ha raccontato, penso che Felice Maniero (dimenticavo: oggi non si chiama più così) possa perfino decidere di partecipare in qualche modo alla produzione. Di farsi intervistare, di dare qualche utile consiglio, di suggerire particolari o situazioni capaci di rendere ancora più fulgido il suo “mito”.

Ma anche su questo punto, in realtà, nutro forti dubbi. Da tempo, infatti, l’ex boss – divenuto imprenditore – non cerca più riflettori e telecamere: reso più saggio dall’età, preferisce ora muoversi a passi felpati e silenziosi…»

Monica Zornetta

“A Casa nostra. Cinquant’anni di mafia e criminalità in Veneto” (Baldini Castoldi Dalai editore)


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