Etichettato: ricostruzioni

Tv: l’omicidio è servito.



In principio fu Vermicino, Avetrana venne molto tempo dopo.
Nel giugno del 1981, in diretta televisiva, si consumava la tragedia del piccolo Alfredino Rampi caduto accidentalmente in un pozzo a Vermicino a pochi chilometri da Roma. Quello che doveva essere un semplice servizio tele-giornalistico, si trasformò in una diretta lunga 18 ore. Un’edizione straordinaria del tg1 e del tg2 a reti unificate. Un evento senza precedenti capace di tenere incollati alla tv una media di 21 milioni di telespettatori in attesa di un lieto fine che, purtroppo, non arriverà mai.

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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -


Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.

A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.

Il pirata - Fotografia di Andrea ParisseIl Pirata, foto di Andrea Parisse

Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.

Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.

Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:

Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.

A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.

Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.

Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.

Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.

Omaggio A Pantani - Foto di Ryoichi TanakaOmaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka

Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.

Scrivono Vicennati e la madre di Marco:

Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Marco Pantani

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.

Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.

Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.

Antonella Beccaria

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Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -


La Bologna che esce dagli anni Settanta è una città stremata. È qui, laboratorio d’Italia, che nel marzo 1977 si “sperimentano” anche i carrarmati per strada e dove la gestione dell’ordine pubblico, ai tempi nelle mani dell’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga (ribattezzato intanto Kossiga), subisce un’impennata di quell’aggressività che il 12 maggio successivo farà registrare a Roma un’altra – l’ennesima – vittima, Giorgiana Masi. La Bologna che vive il battesimo del riflusso è sempre più lontana dalla “fantasia al potere” e dalle migliaia di giovani che alla fine del settembre ’77 si radunano per il convegno contro la repressione.

Bologna, sconvolta da un attentato che il 2 agosto 1980 provoca 85 morti a causa di una bomba piazzata alla stazione, nella sala d’aspetto di seconda classe, inizia a respirare l’edonismo che si diffonde anche in molte altre città e i suoi giovani cadono sempre più spesso nelle braccia dell’eroina.

La Bologna che viene travolta dai cosiddetti delitti del Dams respira ormai a pieni polmoni l’atmosfera degli anni Ottanta. E certa sua pubblicistica ha cominciato forse a invidiare un po’ un mostro che si aggira per la vicina Firenze e che uccide le coppiette.

I delitti del Dams - Da un ritaglio del Corriere della Sera

Il delitto irrisolto di Angelo Fabbri

Quando scompare, Angelo Fabbri, originario di Cervia, ha 26 anni ed è uno dei più brillanti allievi di Umberto Eco, che da un paio d’anni ha conquistato la sua fama definitiva con il romanzo “Il nome della rosa”. Angelo ha deciso che Bologna diventerà la sua città, dopo la conclusione degli studi: qui infatti, da ricercatore, vuole tentare la carriera universitaria e sempre qui, per avere un appoggio più stabile, compra casa, un piccolo appartamento al pianoterra in via Mirasole, al civico 10.

La casa di via Mirasole 10 da cui scompare Angelo FabbriLa casa di via Mirasole 10 da cui scompare Angelo Fabbri

Ci fu un tempo che via Mirasole era nota per essere la strada dei casini. Era l’inizio del Novecento e i suoi tuguri venivano affittati per pochi soldi a donne più o meno giovani che tiravano a campare esercitando la professione più antica del mondo. Addirittura qui ci fu un delitto rimasto noto. Un delitto che risaliva al maggio 1921. Quello di un maresciallo dei carabinieri torinese, Pietro Biraghi, assegnato al battaglione di Bologna e attirato in quella via da una soffiata.

Il delitto del maresciallo Biraghi. Illustrazione tratta dal libro Bologna criminale di Giuseppe Quercioli

Il delitto del maresciallo Biraghi. Illustrazione tratta dal libro Bologna criminale di Giuseppe Quercioli

Quando Angelo Fabbri però acquista il suo piccolo appartamento la situazione è cambiata. Come tanti altri edifici del centro storico, anche lì sono stati ricavati alloggi destinati ai “fuori sede”, gli studenti che arrivano a Bologna per frequentare l’università e poi, spesso andarsene. Angelo no, invece, decide di restare e nell’appartamento che si affaccia su un cortiletto interno e sarà proprio questo il luogo da cui darà le ultime notizie di sé. È infatti il 30 dicembre 1982 e verso la mezzanotte telefona al suo migliore amico, Sandro Vaienti. La chiacchierata dura un po’, fino all’una e mezzo, e in quell’arco di tempo il giovane appare sereno e parla della notte di San Silvestro che vuole trascorrere con alcuni coetanei a Roma. Cosa accada però dopo quella telefonata non si sa esattamente.

In base alle ricostruzioni, sarebbe uscito di casa, ma nessuno nella palazzina del centro storico ha sentito nulla. Ciò che è certo è che il giorno successivo, il 31 dicembre 1982, due cercatori di tartufi vedono un corpo. Sono in Val di Zena, sugli Appennini che cinturano Bologna a sud, e su quel corpo – appureranno gli inquirenti – ci sono dodici coltellate, tutte alla schiena, inflitte da una lama di una trentina di centimetri. Sei di quei colpi sono mortali e la profondità delle ferite è differente, come se le mani fossero diverse. Peraltro, la disposizione sembra seguire una linea circolare.

Val di Zena, dove venne ritrovato il corpo di Angelo FabbriVal di Zena, dove venne ritrovato il corpo di Angelo Fabbri

Per uccidere e buttare Angelo in quella zona, di certo, ci devono essere volute più persone. È un ragazzone, alto quasi un metro e 90 centimetri, e pesa più di cento chili. Inoltre indossa il suo impermeabile su cui però non ci sono segni. Dunque, chi lo ha assassinato, non l’ha fatto lì, ma forse in un luogo in cui si poteva rimanere in maniche di camicia nonostante le temperature rigide, e poi lo ha rivestito per gettarlo dove è stato ritrovato.

Le indagini si rivelano subito difficili. Lo stile di vita di Angelo Fabbri non sembra lasciar spazio a storie sospette e in un primo momento le attenzioni degli investigatori si indirizzano verso una giovane coppia, Mario e Maria Giovanna, amica quest’ultima tanto di Angelo che della sua famiglia. Su di loro la polizia ha alcune segnalazioni che risalgono a qualche anno prima: hanno partecipato al movimento del ’77 e di lei resta anche una fotografia mentre segue la bara di Francesco Lo Russo, lo studente di medicina ucciso in via Mascarella l’11 marzo, durante gli scontri con le forze dell’ordine.

Tornando al delitto Fabbri di fine 1982, i precedenti guai politici con la giustizia della coppia li rendono per qualche motivo i primi sospettati e il 6 gennaio 1983 entrambi vengono fermati. Ma hanno un alibi che regge alle verifiche degli inquirenti. Niente da fare, dunque. I due giovani tornano il libertà appena dopo e non ci sono altri elementi che possano indirizzare le indagini. Dirà ai giornali al termine dei funerali il professor Eco:

Escluso il movente politico perché [...] era fuori da quell’ambiente; esclusa la droga, escluso il delitto omosessuale perché Angelo non lo era, ed esclusa la rapina, io comincio a pensare che Angelo abbia messo inavvertitamente piede in un ambiente malavitoso: magari una storia con una ragazza, ledendo il codice d’onore del gruppo. Un delitto motivato da una vendetta organizzata. Angelo [...] era curioso, come d’altronde tutti questi studenti, e avrebbe avuto anche facilità, considerata la zona in cui abitava, a entrare in contatto, un contatto di curiosità, di rapporto umano, con certi ambienti notturni [...]. Una volta gli offrirono da bere della birra, lui disse di no e si prese un sacco di botte. Ecco, forse Angelo ha varcato la soglia del gruppo e lo hanno ucciso.

Cosa però accadde a quel giovane e chi erano i suoi assassini non si è mai saputo. Con il trascorrere dei mesi e l’avvicendarsi di altri fatti che racconteremo a breve, ecco che si inizia a parlare anche di un mostro che prende di mira gli studenti del Dams. Con il tempo si saprà che questo mostro non esisteva, fu una coincidenza che le vittime di alcuni crimini ruotassero intorno a quella facoltà universitaria. Tuttavia, dopo tutto questo tempo, non è ancora data una spiegazione a quelle dodici coltellate. A tutt’oggi il delitto di Angelo Fabbri è irrisolto.

I giornali iniziano a ipotizzare l'esistenza di un mostro a Bologna - Da Il Resto del CarlinoI giornali iniziano a ipotizzare l’esistenza di un mostro a Bologna – Da Il Resto del Carlino

Antonella Beccaria

LINK AI POST CORRELATI:

Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte

I delitti del Dams – Terza e ultima parte

 

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