Munnezza – Lazio: 1-0


Il risultato è pessimo. Certo che, mantenere le città pulite, non dovrebbe essere neppure un match su cui scommettere. Ma lo è a Roma come a Napoli, a Pomezia come ad Anzio e potremmo continuare senza trovare almeno un pareggio sulla schedina per comuni, province e regioni. Il debito è troppo alto. Le casse al “verde”.

E come se non bastasse, ci tocca assistere a risse simili a quelle del calcio-spazzatura.

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I delitti del Dams – Terza e ultima parte


Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.

Leonarda Polvani. Fonte L'EuropeoÈ il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.

È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.

La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.

Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

L'ingresso della grotta della Croara in cui viene ritrovata Lea Polvani

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Croara - Frazione di San Lazzaro

Un momento del recupero del corpo di Lea Polvani - Fonte L'EuropeoIntanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.

Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.

Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.

Carlo Saronio, rapito e ucciso nel 1975 a Milano

Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.

E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.

Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.

Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.

Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.

La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.

Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.

4 gennaio 1991, la strage del Pilastro. Foto La Repubblica

La stretta contro la mafia del Pilastro. Una falsa pista. Fonte Il Resto del Carlino

Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.

Moreno Pesci e Carmelo Lopes a processo per il delitto Polvani. Saranno assolti. Fonte L'EuropeoMoreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani

Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.

E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:

Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?

A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.

Antonella Beccaria

LINK AI POST PRECEDENTI:

Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -


Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte

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L’INTERVISTA ad Emanuela Piantadosi Presidente Vittime del Dovere: la “doverosa” premessa per anticipare l’esclusiva Notte Criminale


Notte Criminale è instancabile nel cercare la risposta al “perché il crimine diventa mito”. Lo fa senza giudizi o pregiudizi ma facendosi, legittimamente ed umanamente, delle opinioni su ciò che vede, sente o, quando proprio le tenebre sembrano voler nascondere, intravede. Ambisce all’obiettività e all’essere sopra le parti ma, si accorge di essere umana e, proprio per questo, dà voce a tutti coloro i quali hanno incrociato, direttamente o indirettamente,  nel proprio cammino, purtroppo o per sfortuna, il crimine.

Misfatti che, sebbene abbiano fatto arricchire criminali e bande, hanno sempre e comunque devastato vite, a volte eliminate ma, sempre e comunque, hanno disintegrato quelle di chi era, è ed è rimasto legato alle vittime di “guerre criminali”. Guerre spesso senza perché, guerre sancite all’interno di un gioco delle parti, quelle delle vittime e quelle dei carnefici. Ruoli che, come per un mazzo di carte, vengono a piacere mescolati e, magari, anche giustificati con la parola “libertà”.

La stessa che sancisce i confini invalicabili tra mio e tuo; la stessa che, pur di scappare alle manette e fuggire dalla cassa per pagare il conto, fa vincere la prima mano di un ignobile partita all’assassino ma, nei casi più fortunati, tra buoni e cattivi, proprio come il copione del criminal – show imposto negli ultimi tempi, rende onore ed omaggio alla giustizia.

Sebbene il tutto sembra avere i contorni più o meno sbiaditi della trama di un vecchio film poliziottesco a “pro” di bene (a seconda dei punti di vista o di osservazione), ora e per tutto il corso di “Notte Criminale” si è parlato, si parla e si parlerà di quella realtà comune a tutti o quasi, quella realtà che racconta di uomini in prima linea che, dalla parte del bene e dalla parte del male, si sono scontrati e, senza alcuna controfigura, con un clik, nettamente diverso da quello di un telecomando, si sono spenti.

Certo è che il battito del loro cuore muto e silenzioso, scandisce come un metronomo ancora la vita e i ricordi di familiari, amici e conoscenti che oggi come ieri, non dimenticano ma, al contrario, fanno fatica a dimenticare.

Notte Criminale, per rendere onore e preservare la memoria dei rappresentanti delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate, caduti o feriti nell’adempimento del loro dovere, sacrificando la vita per servire la Nazione, è andata presso la Casa del Volontariato di Monza ad intervistare Emanuela Piantadosi, Presidente Vittime del Dovere.

Inutile dire che aver preparato l’intervista è servito a ben poco, perché questa volta l’interlocutore non aveva nulla a che fare con autori, scrittori, registi o attori. Nessuna interpretazione da copione se non quella del ricordo ancora vivo come l’angoscia di un dolore vissuto sulla propria pelle a spese…del cuore. Vivo non solo in Emanuela e nella luce che illumina ancora oggi i suoi occhi. Occhi di gente che continuano a non trovare rassegnazione né mai hanno solo pensato di poter spegnere il luccichio della speranza.

Occhi alimentati dalla rabbia a pochi giorni dopo la presentazione de “Gli angeli del male” a Venezia, discutissimo film di Michele Placido sulla vita di Renato Vallanzasca, lo stesso uomo che sta scontando le sue colpe in galera e che, non ha mai smesso di raccontare, raccontarsi e far parlare di sé. Il caso… e non un caso qualsiasi.

Già perché il bel Renè, etichettato in questi termini dalla stampa di ieri e di oggi ( vuoi per farlo rientrare brevemente, con il suo nome, in titoli che si allungavano come la macchia che sporcava la sua fedina penale, vuoi per compiacere la bellezza che l’ha accompagnato durante i suoi anni d’oro di una Milano di piombo)  un caso speciale, lo è sempre stato.

Anche adesso che paga giustamente il suo debito all’interno di un’Italia dove, pure la giusta pena o il giusto “scontato”, sembrano essere l’eccezione, e non la regola, per tutti i criminali che, pur stando con entrambe le scarpe dentro ai crimini più crudeli, sono fuori da quelle sbarre che la “libertà” giocata nella battaglia con la giustizia, la farebbero solo intravedere.

Emanuela, figlia del maresciallo dei carabinieri, Stefano Piantadosi (ucciso da un ergastolano in permesso premio fermato per un controllo), e alla guida della onlus, non vuol essere ripresa, quindi niente telecamere, niente video-intervista, almeno non ora, non adesso, non al primo incontro. Una richiesta che va rispettata, insieme al dolore che trasuda da tutti i pori, dagli occhi che, mi scrutano cercando fiducia ma che ogni tanto tradiscono la forza a cui sono stati abituati per sopravvivere facendosi più brillanti o dal timbro della voce che, raccontando un tempo mai troppo lontano, trema ma non cede.

Non cede no, così come non lo ha fatto durante questi anni. Anni in cui, con la stessa tenacia ha lottato e continua a combattere, purtroppo, non solo con le vecchie ferite ma, anche con quelle più nuove, inaspettate o insospettabili.

Ferite che si aprono tutte le volte che si scrive un libro, si produce un film, tutte le volte che Renato Vallanzasca (nel “caso” specifico), semplicemente perché va a lavoro, fa discutere e, tutte le volte che si ritrova a lottare anche, e non solo, contro uno Stato che discrimina le pallottole capaci di uccidere.

Già, a quelle piaghe ormai esistenti, se ne aggiunge un’altra che brucia come fosse sale sulla ferita mai chiusa né, pare, capace di “saldare i conti” con lo Stato nemmeno con la vita…

…continua

Marina Angelo

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Donato Agnoletto: «Lui ora può godersi il suo tesoro Io ferito mai risarcito: gli faccio causa»


Donato Agnoletto, vigilante sequestrato: lo Stato non lo ha mai pagato

Donato Agnoletto

VENEZIA — «Non è possibile che le cose vadano così. Adesso gli faccio causa». C’è amarezza nelle parole di Donato Agnoletto. Vigilante mestrino, 59 anni, la sera del 14 febbraio 1988 fu «prelevato» da casa con la moglie incinta e la figlioletta da una pattuglia di uomini della mala del Brenta, tutti vestiti con delle divise della Guardia di Finanza. Li portarono in un casolare, volevano svaligiare un caveau: Agnoletto reagì e ricevette tre proiettili (uno al femore sinistro, uno nella mandibola, l’ultimo dal gluteo sinistro al polmone). Il tribunale gli ha concesso una provvisionale di un milione di euro come risarcimento danni. «Ma finora non ho visto un soldo». Agnoletto, che effetto le fa sapere che Maniero è libero? «Rabbia, tanta rabbia. Anche se più che con lui, ce l’ho con chi l’ha permesso».

Che cosa si ricorda di Maniero? «Lui era nel casolare che mi aspettava. Da un certo punto di vista capisco che chi si è pentito abbia degli sconti di pena. Ma con 7 omicidi alle spalle, pensare che è diventato un libero cittadino, ha un’attività imprenditoriale (nel settore dei casalinghi, ndr)…».Ormai è un’altra persona, si dice. Ha un altro nome. «Mah, il falso nome mi pare una burla, se sanno dove sei ti prendono. Mi dà fastidio che ora si potrà godere tutti i soldi che si è messo via». Veramente i giudici dicono di avergli sequestrato tutto. «Lo sanno anche i bambini che Maniero è miliardario. Tutti i soldi, gli immobili, sono della madre, che ha fatto da prestanome. L’hanno detto molti suoi ex sodali in aula. La stessa madre, quando i giudici le hanno chiesto le origini di quella fortuna, si è avvalsa della facoltà di non rispondere».

A proposito di soldi. Che ne è del risarcimento concessole dal tribunale? «Per quello che ho subito nessuno ha pagato nulla. Sto aspettando un indennizzo del fondo di garanzia per le vittime di terrorismo e mafia, formato con i soldi di tutti i cittadini. Ma ora che Maniero è libero contatterò il mio avvocato Claudio Beltrame per avviare un causa civile per i danni che mi ha fatto».
Lei voleva creare un comitato delle «vittime della mala del Brenta». «Abbiamo già contattato il militare che perse un occhio nell’assalto al treno a Vigonza e i parenti della ragazza che morì. Altri non si sono mai fatti vivi».

A.Zo.
24 agosto 2010

Fonte: Corriere del Veneto


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Non bastano le lacrime per pagare i conti che non tornano



Registratore di cassa anni ’70

Caro, forse troppo, il riscatto che un genitore paga per la felicità del proprio figlio. Più lunghi, intensi e densi i dispiaceri da scontare a vita per la perdita inaspettata di un discendente, improvvisa o scorrettamente rubata…e pure quelli per l’essenza di un figlio.

Perdita che si lega alla libertà di fare, vivere ed essere giusto sbagliando o sbagliato nel giusto. Come la scelta del bel Renè, criminale “gentiluomo” entrato  in “hotel” ad appena 8 anni. “Il caso Vallanzasca” i suoi furti, rapine, rapimenti e uccisioni, vengono “supportati” in prima pagina dalla stampa che, più tardi, lo incorona “Re delle evasioni”. Eppure, oggi come ieri, il dolore è pena che stringe il petto di chi,  durante rapine,  sparatorie o sequestri, non c’era e probabilmente non c’era anche prima, molto prima che tutto questo diventasse realtà e poi, anche, finzione.


Ed è sempre dolore quello che, come un grido silenzioso di sofferenza, tormento, dispiacere, tristezza, collera, angoscia, sdegno e non ultimo giustizia, straripa e scivola rigando i volti con lacrime amare, calde e salate.

Dolore che brucia, come il sale sulle ferite, mentre ripercorre sia le vie dei bei ricordi sulle rughe disegnate dalle vittime innocenti sui volti dei familiari, sia su quelle diventate solchi, sui visi dove Vallanzasca ha tracciato la “mappa del dispiacere”.

Osvaldo Pistoia e  Marie Vallanzasca. Genitori di Renato Vallanzasca. Fonti Ansa e L’Unità

Benchè consapevoli della legittimità per la pena ricevuta dal figlio, la disperazione del padre, Osvaldo Pistoia, e la madre, Marie Vallanzasca, “rubata” in questa foto, non trova pace. No, non trova pace e non la trovano nemmeno i familiari delle vittime innocenti a cui è stato strappato, per poco o per sempre, un caro.

La difficoltà a rassegnarsi diventa ancor più impossibile se si “giustifica” con un irrazionale “essenza di libertà”. Libertà che, invadendo ed eliminando quella altrui,  viola il senso unico del suo stesso significato. Libertà di vivere che paradossalmente lega, come il più forte collante di “sangue”, genitori di vittime e carnefici incapaci di comprendere i “perché” o concedere il perdono.

O forse no. Forse questo è solo un paradosso dal conto troppo caro per tutti:  quelli che non c’erano prima e durante…il dopo è vera libertà di scelta.

Marina Angelo

LINK AI POST CORRELATI:

Giù le Bautte !!!

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/26/giu-le-bautte/

Vallanzasca oggi guarda ieri: «Sono un pirla che si è bruciato la vita». Maniero oggi guarda…l’Europa!

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/25/vallanzasca-oggi-guarda-ieri-%C2%ABsono-un-pirla-che-si-e-bruciato-la-vita%C2%BB-maniero-oggi-guarda-leuropa/

Maniero è libero. Ma c’è ancora chi vuole vendicare il suo “tradimento”?

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/24/maniero-e-libero-ma-ce-ancora-chi-vuole-vendicare-il-suo-tradimento/

La vendetta: “Io, come Dio, non gioco ai dadi, e non credo nelle coincidenze”…

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/24/la-vendetta-io-come-dio-non-gioco-ai-dadi-e-non-credo-nelle-coincidenze/

Vallanzasca oggi guarda ieri: «Sono un pirla che si è bruciato la vita». Maniero oggi guarda…l’Europa!

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/25/vallanzasca-oggi-guarda-ieri-%C2%ABsono-un-pirla-che-si-e-bruciato-la-vita%C2%BB-maniero-oggi-guarda-leuropa/

Maniero è libero. Ma c’è ancora chi vuole vendicare il suo “tradimento”? http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/24/maniero-e-libero-ma-ce-ancora-chi-vuole-vendicare-il-suo-tradimento/

Non bastano le lacrime per pagare i conti che non tornano

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/21/non-bastano-le-lacrime-per-pagare-i-conti-che-non-tornano/

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BANDITO GALANTE E ‘RAGIONIERE’ DELL’ EVASIONE


MILANO.  Intelligente, quel ragioniere mancato. Coraggioso, sempre il primo a entrare nei locali con la pistola in pugno. Simpatico, anche: Scometto quest’accendino d’oro di Cartier che fra dieci giorni sarò libero, disse a un funzionario il giorno dopo l’ arresto per la rapina nel supermercato di viale Monterosa, il 14 febbraio del 1972.

E brillante, spendeva un sacco di soldi in champagne, la sera, nei night, con i suoi ragazzi della Comasina. Achille Serra, capo della mobile di Milano, conosce bene Renato Vallanzasca, detto René. Ma René è soprattutto spietato: Il carcere lo ha cambiato, all’ inizio della sua carriera di bandito della Comasina aveva un codice d’ onore, ma nell’ 84, al supercarcere di Novara, ha tagliato la testa a un ragazzo di 20 anni, Massimo Loi, ci ha giocato come fosse un pallone e poi l’ ha deposta sul cesso, un limone in bocca per spiegare l’ esecuzione.

Quattro ergastoli, oltre 150 anni in sovrappiù da scontare, un numero imprecisato di delitti disseminati sulle strade d’ Italia, due rapimenti, due fughe dalla prigione, sempre pagate con la corruzione. E poi la guerra con il clan di Francis Turatello per il controllo delle bische clandestine. Una lotta per la supremazia che si è trasformata in amicizia: il 14 luglio, nel carcere romano di Rebibbia, Vallanzasca si sposa con Giuliana Brusa, una ragazza di 19 anni, diplomata in lingue, di famiglia piccolo borghese; testimone di nozze è proprio Faccia d’ Angelo. In dono porta una svastica d’ oro, in omaggio alle comuni convinzioni.

Non è un fascista, Vallanzasca. Ma crede solo nell’ ordine e nel dio denaro: Io vittima della società? Non diciamo fregnacce. Mi piacciono le belle ragazze, i cani, i cavalli e un bel mucchio di soldi, ha sempre ripetuto. L’ultimo messaggio a Turatello, Vallanzasca lo scriverà il 13 agosto 1981, dal carcere di Ascoli Piceno: l’11 agosto, a Badu e’ Carros, Francis era stato ammazzato con un trucido rituale.

E per avere vita comoda e tanti soldi ha cominciato ad allenarsi da ragazzo. Rubava cioccolatini e soldatini già sui banchi della scuola; a 17 anni lo prendono con le mani nel sacco e finisce al Beccaria, il carcere minorile milanese; a 19 anni tenta una rapina contro un portavalori vicino alla stazione di Lambrate; ma il salto è nel ‘ 72, quando ha appena compiuto i 22 anni.

La polizia è in allerta, per via di un’escalation di rapine ai supermercati: una banda di 10-12 entra nei negozi sparando in aria con pistole e mitra. Succede anche il 14 febbraio, giorno di San Valentino, in viale Monterosa, bottino 55 milioni.

I Vallanzasca insieme a Renato il fratello Roberto di 4 anni più giovane, adesso tranquillo rivenditore di auto usate erano conosciuti come ladri di autoradio ma una perquisizione a casa loro rivela in un cestino dei rifiuti i pezzetti di carta sminuzzati con i conti di quella rapina e una donna, amica allora di Roberto, uscendo dagli uffici della questura, si fa per sbaglio scivolare dagli slip, cinque milioni in banconote. La banda della Comasina, dal nome del quartiere dove i due fratelli erano andati ad abitare, finisce a San Vittore.

Renato prende dieci anni. Io sono un leone, e i leoni non possono vivere in gabbia, proclama il già spavaldo Vallanzasca e si prepara a diventare il ragioniere della fuga. La prima, dall’ ospedale Bassi dove si era fatto ricoverare per un finto attacco di epatite virale, gli costa tre milioni: li promette a un agente che dimentica aperta la porta della stanza.

E’ il 28 luglio del 1976. Il bandito è innamorato, vuol portare un fascio di rose rosse alla sua pupa del momento, Patrizia Cacace, un’entreneuse che lui ama soprannominare Musetto; al casello di Montecatini, vista l’ eccessiva velocità della Bmw, una pattuglia della stradale blocca il bel René. L’appuntato è freddato da un colpo di pistola in faccia. La banda fiuta aria difficile, decide di emigrare per un po’ al Sud.

A Lecce ammazza il direttore di un’agenzia della banca del Monte dei Paschi; ad Andria un impiegato di banca. Nelle puntate a Milano viene ucciso un medico: la banda vuole la sua macchina; a Monza vengono fatti fuori due malavitosi che non vogliono il ritorno di René; a Dalmine due agenti che avevano intercettato i banditi vengono freddati; in piazza Vetra, in una rapina all’ esattoria, muore un brigadiere. Intanto si prepara il colpo che può sistemare per un po’ i balordi della Comasina.

E’ il primo rapimento della banda Vallanzasca, il chiacchierato caso Trapani che si conclude con un riscatto di due miliardi e tante voci su una presunta storia d’ amore tra la diciassettenne Emanuela, figlia del presidente della Helene Curtis e il bandito. Ma intorno alla banda c’ è ormai terra bruciata: nuovo trasferimento, questa volta a Roma, con la complicità dei neri di Pierluigi Concutelli.

Restano a Milano i luogotenenti del capo, Antonio Colia e Osvaldo Monopoli, per liberare i quali Vallanzasca tenterà un assalto al carcere di Lodi. La latitanza romana si conclude nel febbraio del ‘77: in pigiama, ferito, una voce piagnucolosa, accoglie i carabinieri piombati in via Volusia.

René non si dà per vinto neppure una volta rinchiuso a San Vittore: questa volta gli bastano due milioni per far entrare in carcere le armi. Tenteranno l’ evasione in 15 ma i capi Vallanzasca e il terrorista Corrado Alunni verranno ripresi. Va male un nuovo tentativo di evasione: la notte di capodanno del 1984, Cecilia Basanini, Lia, avrebbe dovuto far uscire dalle mura di Spoleto il suo René.

Ma viene arrestata e anche per lei, come per Angela Corradi (diventata suora laica), Patrizia Cacace, Giuliana Brusa (che ha ottenuto il divorzio), quel bandito galante resta un lontano ricordo chiuso tra quattro mura. Solo a Ripalta Pioggia, suo primo amore, di Vallanzasca è rimasto molto di più: Massimiliano, un ragazzo che ora ha 14 anni.

21 luglio 1987

Fonte: Cinzia Sasso per La Repubblica

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L’ESCLUSIVA INTERVISTA A RADIO POPOLARE AL RE DELL’EVASIONE (1987)


due giornalisti di Radio Popolare 1987

http://www.radiopopolare.it/fileadmin/trasmissioni/maliberaveramente/vallanzaska.mp3

Fonte: Eco di Bergamo

Renato Vallanzasca evade dal carcere e da latitante concede un’intervista esclusiva a Umberto Gay. Prima di lasciare  Radio Popolare Vallanzasca sottrae la patente a un redattore, la vicenda viene ripresa in uno spot

http://www.radiopopolare.it/fileadmin/trasmissioni/maliberaveramente/spot_-_radio_di_evasione_1988.mp3

Fonte: Radio Popolare

per il materiale fotografico, si ringrazia la redazione de Il Giorno

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