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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -


Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.

A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.

Il pirata - Fotografia di Andrea ParisseIl Pirata, foto di Andrea Parisse

Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.

Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.

Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:

Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.

A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.

Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.

Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.

Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.

Omaggio A Pantani - Foto di Ryoichi TanakaOmaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka

Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.

Scrivono Vicennati e la madre di Marco:

Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Marco Pantani

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.

Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.

Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.

Antonella Beccaria

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l’Intervista a Gianluca Arrighi


Gianluca Arrighi, avvocato penalista e scrittore, autore del best seller “Crimina Romana”

Perché il crimine diventa mito?

Perché anche il migliore degli esseri umani ha dentro di sé una “parte oscura”. Quindi, di conseguenza, percepiamo il male come un pezzo possibile della nostra vita. Cerchiamo di tenerlo lontano da noi, ma al tempo stesso ne subiamo il fascino perverso e seduttivo ogni volta che lo vediamo impossessarsi di un nostro simile. In qualche modo è come se, guardando il male, percepissimo una visione astratta di un qualcosa che, in modo latente, è presente nella nostra anima. Il crimine diventa mito perché, da sempre, nell’immaginario umano è presente l’eroe buono e l’eroe cattivo. E sono ambedue vivi, forti, carismatici. Che poi sia sempre il bene a vincere l’eroe buono ad avere la meglio, questo ce l’hanno raccontato quando eravamo bambini. La realtà degli adulti è ben diversa.

Il male e il crimine esistono, sono una condizione trascendentale dell’etica, che a sua volta è una condizione trascendentale della esistenza umana. E il termine trascendentale vuol dire, in sostanza, condizione di possibilità. Ossia è trascendente ciò che è massimamente universale. Infine non si può omettere un riferimento alla particolare epoca in cui viviamo. Siamo nell’era mediatica, dove il crimine ha conquistato un ampio spazio su televisioni e giornali, che indulgono sempre più costantemente su scene di violenza e di sangue.La morbosa curiosità dell’opinione pubblica sui particolari più raccapriccianti dei delitti o per la vita privata e sentimentale degli assassini sono dei tipici esempi di catarsi: vediamo qualcun altro realizzare ciò che noi non faremmo mai, riuscendo così a scaricare la tensione prodotta da quelle parti di noi che potrebbero compiere qualche gesto malvagio. Il crimine ha poi il fascino dell’eccezionalità. Chi riesce a comportarsi in modo immorale, chi riesce a compiere delitti efferati senza provare rimorso è un uomo particolare, unico, superiore. In qualche modo il criminale è una persona che osa, che si libera dal vincolo sociale, che si distingue dalla massa. Gli esseri umani sono complessi e contraddittori e negare il male può rivelarsi un’impresa pericolosa. E’ proprio quando cerchiamo di cancellare il male dalla nostra vita che rischiamo di esserne posseduti. Siamo uomini e, quindi, fallibili e incoerenti per definizione. E quando tentiamo, scioccamente, di essere perfetti, ci trasformiamo in ciò che prima odiavamo. Spesso senza neppure rendercene conto.

Quando affermi che “In qualche modo il criminale è una persona che osa, che si libera dal vincolo sociale, che si distingue dalla massa” intendi che il rischio all’emulazione, vista la realtà che stiamo vivendo, è alto oppure…

Certo che mi riferisco al rischio dell’emulazione. Soprattutto per coloro che hanno una psiche più fragile o che conducono una vita grigia e anonima, i quali talvolta credono che la trasformazione in “eroi cattivi” possa emanciparli da quella che ritengono essere la loro mediocre esistenza.

Spettacolarizzare il male attraverso film, fiction ed editoria, secondo te, aiuta la giustizia a fare “giustizia”?

La spettacolarizzazione del male attraverso film, fiction ed editoria non aiuta nè la giustizia nè a “fare giustizia”. Quello che accade ogni giorno nei tribunali penali, la giustizia reale e quotidiana che si occupa di reati comuni è ancora, fortunatamente, svincolata dai media. Quando però ci si imbatte nei processi “mediatici” (che rappresentano, comunque, una percentuale irrisoria rispetto al carico giudiziario) tutto cambia. In questi casi, talvolta, magistrati, avvocati, imputati, persone offese e testimoni si trasformano in attori e questo ruolo “cozza” indubbiamente con quello loro attribuito dal codice di procedura penale.

Se il crimine ha “il fascino dell’eccezionalità”, ricercare e ripercorrere i luoghi dei delitti come un pellegrinaggio, non credi stia diventando una regola senza rispetto di niente?

E’ proprio perchè il crimine ha il fascino dell’eccezionalità che, quando viene spattacolarizzato, crea effetti collaterali morbosi, come i pellegrinaggi nei luoghi del delitto. L’uomo, allo stesso tempo, cerca, teme ed evita il male. Quindi è come se il turismo macabro potesse in qualche modo esorcizzare la parte oscura presente in ognuno di noi. Altra cosa è, ovviamente, la mancanza di rispetto nei riguardi di coloro che sono, a vario titolo, coinvolti in un procedimento penale e che, di conseguenza, stanno vivendo un episodio doloroso della loro vita.

Perché da avvocato hai sentito l’esigenza di raccontare 13 storie che tu stesso hai seguito professionalmente, in forma romanzata? e perché hai scelto di raccontarle dal punto di vista dell’avvocato difensore e non semplicemente attraverso i fatti?

Quanto al mio primo libro “Crimina Romana”, l’idea è nata quasi per gioco un paio di anni fa e mi è stata suggerita da una giornalista della Rai che aveva seguito alcune mie imprese… “giudiziario-mediatiche”. Ora, invece, dopo il successo di “Crimina Romana” (da cui, sembra, vogliano addirittura trarre anche una fiction tv) la scrittura è diventata una realtà concreta ed ho appena terminato la stesura del mio nuovo romanzo. Al recente salone del libro di Torino, il “giovane Arrighi” è stato paragonato ai mostri sacri del genere crime, come Carofiglio, De Cataldo e Lucarelli. Scrivere è una nuova e stimolante esperienza, intimamente collegata alla mia professione, in quanto ciò che scrivo è sempre ispirato alla mia vita di avvocato.Ho raccontato i fatti dalla prospettiva del difensore per il semplice fatto che quella è la dimensione dalla quale io vivo e percepisco, ogni giorno, la commissione di un crimine e la conseguente celebrazione di un processo.

Crimina Romana” il saggio dell’avvocato penalista Gianluca Arrighi, Alberto Gaffi editore.

Quanto la componente personale è importante per il successo/insuccesso di un caso e quanto, divenuta componente commerciale, per il successo di un libro?

La componente personale è certamente importante per il successo o meno di un caso. Quanto al successo di un libro, i processi penali, mediatici o meno, raccontano sempre storie di uomini e donne che avranno comunque la vita segnata dalla commissione di quel reato. Quindi, in astratto, ogni vicenda giudiziaria può essere raccontata in un libro. Bisogna vedere, poi, se il libro viene scritto bene o male

Perché, secondo te, l’Italia resta il paese dei casi irrisolti?

Recentemente, quanto ai casi italiani irrisolti, il presidente Napolitano ha parlato di “opacità dello Stato”. Io non ho una vera risposta a questa domanda. Ritengo, però, che per risolvere i casi di stragi, spesso invischiate con intrighi internazionali e intrecci eversivi, ci voglia uno Stato “forte”. E questa non mi sembra sia mai stata la principale caratteristica dello Stato italiano.

Marina Angelo

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L’INTERVISTA al Senatore Achille Serra II parte


In questo circuito dove vittime e carnefici sembrano confondersi, quindi, anche il figlio di Vallanzasca, Maxim, è una vittima?

«Vallanzasca ne ha fatte di vittime oltre che quelle che purtroppo ha eliminato fisicamente. La mamma ha passato una vita di sofferenze per questo figlio, di tragedie interiori come si può facilmente immaginare. Il fratello di Vallanzasca è stato una vittima: dapprima coinvolto da lui e con lui in fatti criminali poi addirittura ha cambiato il cognome, si è ravveduto. Sono tante le vittime che Vallanzasca ha fatto, sia fisicamente che moralmente».

Ciò non toglie che i familiari delle vittime hanno le loro sacrosante ragioni per insorgere…

«I familiari delle vittime hanno sacrosantamente ragione di insorgere per quest’ultima cosa di invitare Vallanzasca a Venezia…»

Piuttosto che dal punto di vista criminale, perché, ad esempio, non è stato fatto un film sul poliziotto senza pistola?

«Si è tentato di fare un film sul “Poliziotto senza Pistola”, cioè sul mio libro, ma questo, caratterizzava particolarmente la figura di Vallanzasca e allora, proprio per questo motivo, io mi sono rifiutato. Il mio libro ha altri contenuti tra questi anche la banda Vallanzasca. ma gli atri contenuti che sono quelli della vita di un poliziotto, dell’uomo poliziotto, dei rapporti privati del poliziotto, delle difficoltà economiche enormi che può trovare un poliziotto  o un carabiniere in una città che non è la tua come Milano, dove la vita costa di più e tante altre cose che ho cercato di accennare in quel libro ma, quello che interessava, era Vallanzasca ed allora io ho rifiutato l’autorizzazione a fare un film sul mio libro.

Lei chiede “perché non si scrive su un poliziotto?” Questo, bisognerebbe chiederlo a produttori e registi…probabilmente, perché non fa notizia mentre fa notizia il criminale. Allora io che sono, e lo dico senza nessuna remora, un estimatore di Michele Placido che conosco, trovo che fare un film su Vallanzasca può anche andar bene purchè, e qua non faccio una critica (perché non ho visto il film e quindi non sono in grado di farla), non si sia esaltata la figura del criminale. Io sono rimasto un po’ stupito quando, quella figura viene assegnata a Kim Rossi Stuart che è  un idolo delle donne, perchè questo, rischia di esaltare la figura del criminale. Io mi ricordo che il fascino, non consisteva tanto nell’aspetto fisico quanto nell’idea del capo, del bandito, del bel Renè… »

Tornando al film su Vallanzasca le critiche avanzano, senza ancora averlo visto. Lei cosa ne pensa in merito?

«Io non critico il film, perché sarebbe fuori luogo non avendolo visto, quindi se il film è il racconto di un periodo storico e criminale, beh allora è storia. Ma critico, ho criticato e continuerò a criticare il fatto che si inviti Vallanzasca. Il palcoscenico, pur avendo detto lo Stato ha il dovere di rieducare (se ci riesce) e di avviare dopo aver fatto scontare la pena al lavoro, o il tappeto rosso no perché rimane, fondamentalmente, un uomo che ha ucciso tante persone…per limitarmi ad alcuni reati».

Uno dei primi film su Vallanzasca è del ’77 «La Banda Vallanzasca». Una delle prime volte che lo si approfondisce televisivamente è in «La storia siamo noi» Rai Educational. Oggi, perché il film è prodotto dalla Fox?

«Non le saprei rispondere…non sapevo neanche questa cosa»

Qual è il suo punto di vista come poliziotto, come uomo e come politico, rispetto al crimine. e perché quest’ultimo viene mitizzato?

«Perché viene mitizzato non lo so e non potrei dare un giudizio. L’ultimo matrimonio di Vallanzasca (peraltro si è separato da una donna che lo ha sempre adorato-questo mi risuta personalmente-…Incredibile che cosa non ha fatto questa donna per lui…ma poi lui ha deciso di lasciarla e di risposarsi con una donna che, credo, non lo abbia mai visto, con una donna che,credo, lo abbia letto sui giornali, cioè, con una donna che comunque non ha avuto un rapporto fisico con lui se non –e questo non lo so- solo attraverso le sbarre) eppure una donna si innamora di lui al punto di sposarlo, di sposare un uomo che è in carcere, di sposare un uomo che esce per andare a lavorare e rientra in carcere. Come si fa da parte mia, e mi consenta, anche da parte sua, a spiegare un fenomeno di questo genere…io non lo so.

Quello che invece da poliziotto, da politico posso dire è che ci sono da parte dello stato errori grossolani e quando parlo dello Stato parlo di governi di centrodestra, di centrosinistra: non faccio distinzioni. Quando parlo di criminalità e di quello che si può fare, non faccio mai una distinzione politica perché credo che le ideologie e la politica, con la criminalità, non dovrebbero proprio dividersi…sottolineo: le ideologie e la politica.

Lo Stato ha operato sempre male nel meridione, per esempio, dove sono cresciute mafia, ‘ndrangheta e da ultimo soprattutto ‘ndrangheta e attenzione a quello che sto per dire perché ho l’impressione che la ‘ndrangheta ci darà dei dispiaceri forti, perché oggi è l’organizzazione criminale – a mio avviso- più potente che c’è nel nostro Paese. Più della mafia e più della camorra. Si è cercato di contrastare sempre questi fenomeni con  polizia, carabinieri e magistratura che, hanno sempre dato dei risultati belli, hanno dato tranquillità alla gente e tutto quello che si vuole, ma che hanno vinto soltanto delle battaglie e non la guerra  contro queste organizzazioni.

Anche quando andavo nei licei a parlare ai giovani, ho sempre detto “io credo che queste organizzazioni si debbano contrastare su due fronti: lavoro e cultura” (cultura intesa come scuola). Quando ero Prefetto a Palermo io mi ricordo che andavo in certe zone del palermitano dove riscontravo oltre il 50% di diserzione scolastica e oltre il 50% di disoccupazione. Se uno non lavora e se non va a scuola, diventa un gioco da ragazzi per le organizzazioni criminali acchiapparselo e dargli  cinquanta euro in mano (allora cinquanta mila lire) e dirgli: “mi vai ad ammazzare un attimo quel signore?”. E per di più, nell’ambito dell’organizzazione, diventi anche un personaggio. Ecco, questo, non è che non lo si sia capito nei governi di centro destra e centro sinistra, ma siccome i governi sono transitori, passano e, allora, guardano a quello che può dargli un’immagine in televisione o sui giornali, ad esempio l’arresto di questo o di quello che serve, si, ma non è assolutamente un fatto definitivo».

Quindi Lei condanna lo Stato e avvalora le parole di Placido?

«Ho stima per Placido, ma le sue dichiarazioni in merito, mi pare siano state eccessive. Non si può fare un paragone tra qualcuno che ha dei processi in politica con un criminale come Vallanzasca».

Marina  Angelo


LINK AI POST CORRELATI:

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/10/24/lintervista-al-senatore-achille-serra-i-parte/

http://nottecriminale.wordpress.com/2011/01/15/lintervista-al-senatore-achille-serra-iii-ed-ultima-parte/

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NOTTE CRIMINALE: COMUNICATO STAMPA N°1


A ROMA, MILANO E VENEZIA, TRA REALTA’ E FINZIONE, IN MEZZO SI COMUNICA CON IL CODICE CRIME-SCRIPT DI “NOTTE CRIMINALE”

http://nottecriminale.wordpress.com, http://www.youtube.com/NotteCriminale, http://www.facebook.com/nottecriminale

…Perché il crimine diventa mito?

Your Plus Communication, riavvolge le pellicole criminali e, a ritroso nel tempo che è ed è stato, compara alla verità romanzata, la realtà. Lo fa con un nuovo codice d’evento, il “crime-script”, e si identifica in “Notte Criminale”: l’unica tipologia d’evento che, da febbraio, approfondirà a Roma, Milano e Venezia i crimini e le criminalità che hanno macchiato strade, spezzato e condizionato vite, impegnato forze dell’ordine e uomini della giustizia, fatto registrare perdite in termini di esistenze e di rallentamento dell’economia. Notte Criminale, inter-calata nella sottile linea che separa la realtà da quella più colorita di editoria e cinematografia, è il file rouge che unisce costume (e mal costume), mode e musiche della società italiana degli anni ’70 e ’80, per accompagnare, tenendo viva l’attenzione, l’ascolto e la lettura di documenti, notizie, inchieste e foto. Materiali che, a partire da febbraio, saranno l’humus del suo trasformarsi in evento 3×2 ovvero: 3 “città criminali”(Roma-Milano-Venezia) per 2 giorni.

Your Plus Communication ne percepisce l’interesse su http://nottecriminale.wordpress.com, http://www.youtube.com/NotteCriminale, http://www.facebook.com/nottecriminale e, per aprire il dibattito spettacolarizzato a ritroso nel tempo e maturare in “l’evento”, sceglie l’“infotaintment” come traduttore del parallelismo vero/falso.  Così, a febbraio, nelle location d’eccezione, mentre tg e gr “originali” lanceranno le notizie di cronaca nera, cantanti e band, sulla cruna dell’ago “critica”, faranno da colonna sonora per le vie della “dolce vita” romana a cui, Rino Barillari, ha rubato attimi di un tempo lontano e (nel bene e nel male) mai dimenticato. Le voci dentro e fuori dal coro “Notte Criminale” che narreranno vicende maledettamente vere, oltre a quelle di attori e registi, saranno quelle di: Carlo Bonini, de La Repubblica, Giovanni Bianconi, de Il Corriere della Sera, Monica Zornetta, scrittrice e giornalista, Otello Lupacchini, giudice e scrittore.

L’intreccio tra verità e finzione, piuttosto che spettacolarizzare la cronaca nera, viene così scrutato da un altro punto di vista, quello della ricerca, delle domande e delle risposte possibili ed impossibili di “Notte Criminale”. L’obiettivo, tanto ambizioso quanto plausibile, è, infatti, quello di educare, prima di formarsi un’opinione sulla base dei concetti “giusto/sbagliato”, alla lettura dei fatti e delle pellicole.

Per questo, il codice del “crime-script”, invertendo la formula 3×2 in 2×3, raddoppia l’interesse sulle due giornate focalizzandole in 3 momenti principali: la sera del primo giorno, viene dedicata al crimine di riferimento della città che, purtroppo, lo rappresenta. Il secondo giorno, invece, si sdoppia in due momenti: la mattina con e per le scuole, precedentemente selezionate, sarà momento di dibattito insieme a sociologi e professionisti della comunicazione, sul “perchè il crimine diventa mito?” (validando o invalidando così, ad esempio, le accuse di emulazione criminale). La sera della stessa giornata, invece, i protagonisti sono i crimini delle altre due città (partendo da Roma il focus del primo giorno sarà sulla banda della Magliana; il secondo si dividerà per le scuole, la mattina, e, per un pubblico rigorosamente selezionato, nella notte della Milano di Vallanzasca e del Veneto di Maniero…).
Per informazioni:
Your Plus Communication s.r.l.
Via Guglielmo Albimonte, 11 – 00176 Roma
Ph: 06.64.80.00.93
contact@yourpluscom.com
http://www.yourpluscom.com

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/12/10/le-pillole-di-lupacchini/

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/11/12/vox-populi/

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Placido “Vallanzasca a Venezia? Io dico no”


Il bandito: non mi fanno vedere il film su di me, vado al Lido. Il regista Michele Placido: non lo voglio

Renato Vallanzasca sotto i riflettori della Mostra di Venezia. Una sua personale decisione, dovuta al desiderio di vedere, finalmente, il film di cui è protagonista, l’opera cui ha collaborato, in veste di consulente di produzione, la moglie Antonella D’Agostino.

Kim Rossi Stuart nei panni di Vallanzasca nel film di Michele Placido

Ogni giorno sul set, attenta a controllare il modo in cui veniva raccontata la vicenda del suo uomo, anche perché alla base del lavoro, oltre al volume del giornalista Carlo Bonini, Il fiore del male, c’è il suo, intitolato Lettere a Renato. Dal punto di vista pubblicitario è un colpo grosso che darebbe al film di Michele Placido, Vallanzasca – Gli angeli del male, protagonista Kim Rossi Stuart, una visibilità mille volte maggiore di quella normalmente riservata a un film della rassegna. Ma è proprio questo genere di attenzione a provocare la decisa opposizione del regista: «Far venire Vallanzasca a Venezia sarebbe controproducente. Se devo essere sincero, desidererei che stavolta il film restasse fuori dalle beghe. Anzi, dico fermamente che non vorrei Vallanzasca a Venezia».

Il fatto è che la mossa di «René», come lo chiamavano all’epoca d’oro della sua ascesa criminale, nasce da una delusione. Sia Vallanzasca che la sua compagna (sullo schermo l’interpreta l’attrice spagnola Paz Vega) avrebbero chiesto a più riprese, da un mese a questa parte, di vedere la pellicola, ma non ci sono ancora riusciti. In più, raccontano i bene informati, ci sarebbe stato il dispiacere di ascoltare da Michele Placido, in occasione dell’anteprima di venti minuti a Lipari durante la convention della major Fox (produttrice dell’opera con Elide Melli) delle dichiarazioni che sottolineavano la volontà forte di prendere le distanze dal personaggio.

René se la sarebbe presa e avrebbe deciso di chiedere al giudice un permesso speciale per assistere alla proiezione veneziana. Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto. Quante possibilità ci sono che l’autorizzazione venga accordata? A quanto pare, molte, perché Vallanzasca, condannato a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione, ha il permesso di lavorare fuori dalle mura del carcere di Opera con l’obbligo di rientro, ma anche con la possibilità di ottenere, occasionalmente, delle uscite serali. Insomma, la sua apparizione non sarebbe eccezionale: per andare da Milano a Venezia ci vogliono tre ore e, stando attenti ai tempi, ci sarebbe tutto il modo di partire e di rientrare. Certo, da un punto di vista mediatico, la sua presenza sarebbe clamorosa e finirebbe di sicuro per ravvivare le polemiche dei parenti delle vittime, fin dall’inizio decisamente contrari all’operazione.

L’ufficio stampa della Fox replica che no, la presenza del protagonista della storia non è affatto prevista alla kermesse veneziana.

Ma, anche all’interno del gruppo che ha realizzato la pellicola, le posizioni sono diverse. Da una parte, la fermezza di Placido, dall’altra i toni più concilianti di Kim Rossi Stuart: «Non ho la più pallida idea di come andranno le cose – dice al telefono -, l’idea che Renato Vallanzasca venga o non venga al festival non mi fa né piacere né dispiacere. Che poi uno, dopo quarant’anni di carcere, voglia farsi una gita a Venezia, non mi sembra, insomma… Comunque non è un argomento che posso affrontare adesso». Sembra che anche Elide Melli non sia contraria alla proiezione del film per Vallanzasca. Il fatto è che in carcere non ha potuto portarglielo e quindi per l’interessato non resta che l’idea di quella gita.

Una Venezia andata e ritorno, per guardare se stesso negli occhi, nella magia del grande schermo ma anche, forse, con il rimpianto per una vita sballata: «Il film – dice il regista – racconta la storia di un’educazione alla rovescia, la vicenda di un bravo ragazzo che a un certo punto sceglie di saltare sul bancone con un’arma in mano, di mettersi a fare rapine. Il racconto segue il percorso di un criminale, descrive i pensieri nella sua testa, la sua vita di allora ma anche quella di adesso, in galera». Una cosa è certa, ripete Placido: «Non sento di comprendere l’etica criminale, io la condanno e la condanna è tutta nel mio film».

10/08/2010

Fonte: Fulvia Caprara per “La Stampa

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