Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Seconda parte


La mia storia spero sia d’esempio ad altri sport. Le regole, sì, devono essere uguali per tutti. Non esiste lavoro che per esercitare si deve dare il sangue. I controlli di notte alle famiglie degli atleti… Io non mi sono sentito più sereno perché controllato in casa, in albergo, dalle telecamere e sono finito per farmi del male per non rinunciare alla mia intimità, all’intimità della mia donna e degli altri colleghi che hanno perso. E molte storie di famiglie violentate. Ma andate a vedere cos’è un ciclista e alla torbida tristezza per cercare di ritornare a quei sogni di uomo che si infrangono con le droghe [...]. Questo documento è verità. La mia speranza che è un uomo vero o una donna legga e si ponga in difesa di chi, come si deve dire al momento, regole [...]. E non sono un falso, mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare.

Ciao, Marco

Così scriveva Marco Pantani nella sua ultima lettera. E nella sofferenza che lo stava portando alla morte, avvenuta il 14 febbraio 2004 in un residence di Rimini, tornava sempre lì, a un’altra data, quella che segnerà di fatto la fine della sua carriera di sportivo.

Un'immagine di Marco Pantani all'inizio della sua carriera

Occorre tornare al 5 giugno 1999, quando mancavano ancora due tappe alla fine del Giro d’Italia. Pantani è in sella da 19 anni. Ha avuto qualche incidente, alcuni gravi, ma si è sempre rialzato, ha ripreso a pedalare in un crescendo di vittorie e di popolarità che sembra inarrestabile. Fino a quella mattina, quando nel suo sangue viene trovato un livello di ematocrito troppo alto, il 52 per cento, due punti sopra il tasso consentito.

L’ematocrito è la percentuale occupata dai globuli rossi rispetto alla parte liquida e un picco, che rende il sangue troppo denso, può comportare rischi per la salute. Dunque, ufficialmente, controllarne i livelli degli atleti sarebbe un provvedimento per tutelare il loro stato fisico ancor prima di andare a caccia di sostanze dopanti. Ma proprio su questo valore si concentrano dubbi mai dissipati a proposito di quanto successe a Marco Pantani. Tanto che ancora oggi c’è chi continua a parlare dell’”imboscata” di Madonna di Campiglio.

Nel passato del Pirata non c’erano state ombre che potessero far pensare, anche in via ipotetica, al ricorso alla chimica e alla farmacologia per vincere. Nessun dubbio nemmeno quando nel 1998 aveva stupito tutto aggiudicandosi uno spettacolare Tour de France, che gli era valso numerosi riconoscimenti quando era rientrato in Italia. E da almeno due anni Pantani aveva iniziato campagne contro il doping.

I was there - Foto di Placid Casual

Era accaduto nel 1996, quando si era fatta impellente la necessità di fare piazza pulita nel mondo del ciclismo. Così un pugno di sportivi, senza alcun input che venisse dalla Federazione o dal Coni, si riunì. Al tavolo c’erano, oltre allo stesso Pantani, Gianni Bugno, Maurizio Fondriest, Claudio Chiappucci e altri. Insieme decisero di sottoporsi a controlli del sangue e così facendo volevano dimostrare la loro volontà nello sconfiggere il doping. Sul come farlo, venne trovato un accordo comune con i medici e il risultato fu questo: andava considerato illegale qualsiasi valore superiore a 50.

Dunque Marco Pantani era tra coloro che avevano sottoscritto il valore massimo di ematocrito nel sangue per un ciclista. E la mattina del 5 giugno 1999 sapeva che gli ispettori dell’Unione ciclistica internazionale lo avrebbero controllato perché ai test, in genere, vengono sottoposti i primi dieci della classifica e a lui non era ancora toccato. Se non fosse stato quel giorno, il suo sangue sarebbe stato analizzato al più tardi il successivo. Inoltre il 5 giugno si pensò anche che gli ispettori non sarebbero arrivati perché erano in ritardo rispetto al solito. Pantani, vedendo il tempo che passava, avrebbe potuto far colazione e dunque di essere escluso dai controlli.

Se lo avesse fatto, i protocolli previsti per i controlli antidoping lo avrebbero escluso perché i test devono essere svolti a stomaco vuoto. Invece attese e quando lo staff ispettivo si presentò si sottopose alle verifiche sportive senza timori. Venne chiamato per ultimo, nonostante ci si aspettasse che fosse il primo essendo colui che vestiva la maglia rosa. Inoltre non gli si fece scegliere la provetta, che invece venne consegnata dagli ispettori.

Pantani - Foto di Driek

La provetta dentro la quale c’è un anticoagulante è importante perché rimane un elemento di perplessità sull’attendibilità di quel controllo. Dentro di essa, fu versato il sangue di Pantani mentre il regolamento prescriveva che fosse distribuito in due fiale. Se infatti fossero stati riscontrati dei problemi con la prima, si sarebbe dovuto ripetere il test sul campione contenuto nella seconda, cosa che non fu possibile. Infine, quell’unica fiala non venne riposta nella borsa frigorifera in cui dovevano essere conservati i campioni, ma finì nella tasca dell’ispettore.

C’è dell’altro. Fino a un certo punto, i controlli sul sangue degli atleti dovevano avvenire alla presenza di un medico della società a cui appartenevano per controllarne la correttezza. Ma poi, per ragioni di costi e per cercare di estendere i test a quanti più ciclisti possibile, le procedure vennero modificate senza che venisse cambiato anche il regolamento. Il nucleo delle modifiche verteva intorno alla rilevanza di un medico sociale.

Stranezze del controllo, devono essere sembrate al ciclista, che – si diceva – appariva totalmente tranquillo perché sicuro di essere in regola. Ogni team sportivo aveva le proprie apparecchiature per verificare i livelli dell’ematocrito e la sera prima, a un controllo interno, il tasso di Pantani era del 48 per cento, lo stesso che risultò il mattino successivo quando si sottopose sempre a una verifica della sua equipe. Il 4 per cento in meno rispetto a quanto stabilirà il testo dell’Unione. Inoltre, secondo i medici del team di Pantani, la relazione tra l’emoglobina e l’ematocrito – che deve essere di 1 a 3 – nel caso di Marco Pantani era conforme: 16,4 di emoglobina e 48 di ematocrito.

Invece l’esito dei controlli degli ispettori, comunicato ai giornalisti prima che a Pantani stesso, fu diverso. Pantani risultò avere un valore del 52 per cento di ematocrito. Possibile? Lo stesso Pantani, in un’intervista concessa nelle settimane successive a Gianni Minà, adombra il sospetto che qualcuno abbia manipolato la sua provetta

L’uomo è corrompibile. E quest’anno si è cominciato a scommettere nel ciclismo. Non credo sia troppo positivo: sappiamo che c’erano 200 miliardi di scommesse».

E ancora, si chiese Pantani, perché non venne riesaminato? Di fatto, non ci sarà mai una controanalisi, ma solo altre analisi sullo stesso campione di sangue, quello inserito nella provetta che poi il medico si sarebbe messo in tasca. L’unico ulteriore test Pantani lo fece due ore dopo aver lasciato Madonna di Campiglio. Lo effettuò in laboratorio di Imola abilitato Uci (Unione Ciclistica Internazionale). Risultato: 48,1 per cento. Ma questo esito non ebbe nessuna rilevanza: perseguito poi dalla giustizia sportiva, gli si ribatté che, lasciato il Giro d’Italia, aveva avuto tutto il tempo di mettersi in regola.

Omaggio a Pantani - Foto di Ryoichi Tanaka

Così, quel 5 giugno 1999 non è solo la fine della carriera sportiva di Marco Pantani, ma anche – forse – l’inizio della fine della sua vita. Avrebbe potuto fare come molti altri atleti, “scontare” la condanna etica che gli venne inflitta e poi risalire in bicicletta, dimenticandosi delle insinuazioni. Anzi, a voler usare i termini corretti, il Pirata avrebbe potuto riprendersi in fretta: l’unico obbligo a cui all’inizio doveva essere sottoposto era un fermo di quindici giorni, tanto gli imponeva la “sospensione cautelativa” per la sua salute. Non era stato squalificato e avrebbe potuto partecipare al Tour de France del 1999, ma a quel punto era iniziato un attacco mediatico intenso. E prevalse la vergogna, indipendentemente dalla fondatezza delle accuse che gli venivano rivolte. Una vergogna che si rivelerà, meno di cinque anni più tardi, fatale.

Sul momento dichiarò:

È qualcosa che ti colpisce nel morale, nell’anima. Non è l’incidente [...], questa volta si parte da molto più in basso [...]. Purtroppo nella società, non solo nello sport, ci accorgiamo che si viene condannati ancora prima che ci si possa difendere.

I giornali a stretto giro iniziarono a scagliarglisi contro dandogli del traditore. Le persone comuni, anche i tifosi, quelli che l’avevano portato in palmo di mano, dopo l’episodio di Madonna di Campiglio lo chiamano “drogato”, “fasullo”. E nelle settimane successive ci aveva provato a continuare con gli allenamenti, ma in quel periodo se ne tornava a casa rapido, quasi subito, e passava ore seduto sui gradini delle scale di casa sua in lacrime. Non reagiva, restava ancora alle primissime dichiarazioni:

C’è qualcosa di strano, sono ripartito dopo dei grossi incidenti, ma questa volta credo che moralmente abbiamo toccato il fondo.

Marco Pantani ci provò ancora in seguito a rimettersi in sella. E forse, una delle sue ultime imprese da sportivo, è stata al Tour de France del 2000, durante la tappa di Courchevel. Ma non è stato sufficiente perché potesse tornare a essere il campione di prima.


Antonella Beccaria

LINK AI POST CORRELATI:

Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte –

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L’intervista al Senatore Achille Serra (III ed ultima parte)



Come giustifica i casi che coinvolgono banda della Magliana, politici e chiesa?

Di solito, parlo delle cose che so. Se mi parla della banda Vallanzasca, io so tutto, se però mi parla della banda della Magliana, io non so nulla, perché in quegli anni ho operato a Milano e non a Roma. Fondamentale, per un poliziotto serio quale io mi ritengo di essere stato, è importante parlare delle cose che sa e non delle cose che non sa altrimenti, diventa fumo, ipotesi e non si addice ad una persona seria, oltre che ad un poliziotto serio….

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Caso Maniero:Giù le Bautte!


Le bautte sono maschere veneziane che venivano usate dai nobili o da chi ambiva, al tempo della Serenissima, a nascondere il proprio volto per andare a qualche appuntamento galante, compiere certi crimini, nascondere incontri o “servizi segreti”. Ed è proprio facendo riferimento a questo accessorio, ma senza farne uso, che entro a “gamba tesa” sull’argomento che scotta.

Una delle cose più interessanti che ho riscontrato nell’affaire Maniero si può notare nei suoi due arresti: il primo a Capri, il 13 Agosto del 1993 e successivamente, a Torino, il 12 Novembre 1994…

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Esclusivo: Maniero «E’ vero ho pagato poco Ma il mio tesoro non esiste»


L’ex boss: vivo per i figli, lavoro e sono un asso dello scopone. La politica? Feci tessere per il Psi.

Vogliono uccidermi? Non ho paura

Avrà anche cambiato vita diventando innocuo e pantofolaio, come dice. Avrà cioè anche detto addio allo spietato criminale che era, al rapinatore da Far West, al trafficante d’armi, all’assassino di complici traditori, all’irridente fuorilegge che per un ventennio ha dettato nel Nord Est solo la sua legge, quella del superboss calcolatore e imprevedibile. Ma la smania di sfida e l’impulso beffardo l’ha conservato immutato. Un esempio? «Faccio l’imprenditore per dieci ore al giorno, vorrei riuscire… poi ho un hobby, lo scopone scientifico. A proposito, saluto tutti gli appassionati… ».

Incontrare Felice Maniero significa trascorrere mezza giornata fra la realtà e l’iperspazio, fra tutto ciò che pretende il senso comune delle cose e la natura dell’uomo, costantemente irregolare. E’ un boss che al ristorante parla a voce alta delle vecchie rapine senza preoccuparsi dei vicini di tavolo, che divora la pizza ma non beve alcolici, che non bestemmia mai, che non si cura minimamente della sventola bionda seduta di fronte e che quando deve insultare qualcuno arriva a dire «stupidone» o «birichino», come certi veneti di buona famiglia. Ora è libero e dunque gira, incontra, tratta. Impossibile sapere dove abiti ma è possibile seguirlo, mangiarci insieme una margherita, ascoltare le telefonate con fornitori, clienti, dipendenti, familiari, «preparami il materiale», «ordina», «volevo dirti che stasera vengo a casa tardi». Senza sosta. Si sveglia alle sei del mattino, alle sette è con noi, alle nove iniziano gli appuntamenti…

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L’intervista/ Parla l’ex boss Maniero: «Sono in pensione, lasciatemi in pace»


Ha scontato tutti i debiti con la giustizia e ora vuole dedicarsi alla sua attività di imprenditore senza rivangare il passato

Felice Maniero ripreso di spalle durante una deposizione

VENEZIA  – «Come va? Sono in pensione e vorrei anche essere lasciato in pace». Felice Maniero, 56 anni il prossimo 2 settembre, adesso può tirare un respiro di sollievo. Scontati tutti gli anni di galera – 17 per la precisione – gli restava la sorveglianza speciale. «Massì, questa sorveglianza speciale, che è una cosa vecchia di 15 anni, figuriamoci. Da oggi finalmente non c’è più e io posso fare la vita del pensionato. Casa e famiglia».
E che si fa senza sorveglianza speciale?
«Vado in giro, mi muovo. Finalmente non avrò problemi. Posso andare dove voglio».

Pensione vuol dire che Maniero non lavora più, non ne ha più bisogno. La sorveglianza speciale prevede tra gli obblighi quello di “evitare contatti con pregiudicati, evitare situazioni di sospetto, evitare la frequentazione di locali pubblici frequentati da pregiudicati, evitare di frequentare case in cui si eserciti la prostituzione, evitare di lasciare il territorio italiano, nonché nell’obbligo di cercarsi un lavoro e rimanere in casa nell’orario prescritto (di solito dalle 20 alle 7)”.

Maniero ha sempre detto, anche quando era un bandito, che gli dava più fastidio la sorveglianza speciale della galera. I controlli sono continui e basta un niente per trovarsi nei guai. E poi l’obbligo del lavoro, che ha costretto Maniero ad improvvisarsi manager di una ditta che commercializzava prodotti per la casa con il sistema del porta a porta.

Trasferitosi in Abruzzo già alla fine degli anni ’90, quando la sua collaborazione con la Giustizia aveva portato allo smantellamento totale della sua banda, Felice Maniero aveva diviso la sua vita tra la famiglia, il lavoro e i tribunali. Soprattutto i tribunali. Era diventato un globe trotter della deposizione. Lo si vedeva dappertutto, ma solo in televisione perchè non si fidavano a portarlo in aula e dunque deponeva in teleconferenza. Sempre di spalle, ma con quella parlata inconfondibile da bravo ragazzo veneto. E l’inflessione, la cadenza, sono ancora oggi quelle di sempre. Difficile pensare che uno così possa essere stato a capo dell’unica banda del nord Italia che sia mai stata condannata per associazione a delinquere di stampo mafioso. L’unica.

Monica Zornetta e il sostituto procuratore generale di Venezia Francesco Saverio Pavone

Eppure la fama ha premiato più Vallanzasca o Francis Turatello, nonostante Maniero dal punto di vista della «capacità a delinquere non avesse pari nel nord Italia» – come ricorda sempre il primo pm anti-Maniero, quel Francesco Saverio Pavone che pure fu tacciato dai colleghi magistrati di “ricostruzione fantasiose e confusionarie” quando aveva descritto Maniero come il capo di una holding del crimine.

«Ma è tutta roba passata. Quando sarò lasciato in pace? Non è ora di lasciar perdere? Sono passati vent’anni. Vogliamo metterci una pietra sopra?», sbotta Felice Maniero.

Ma come si fa a dimenticare un mito, anche se negativo? Gli omicidi – 9 confessati – le centinaia e centinaia di rapine – anche 4 in una settimana – i “colpi” da film, come quello al Des Bains del Lido di Venezia, con Maniero che arriva in tight e suona alla porta dell’hotel, alle 3 di notte, fingendosi un cliente ubriaco. Felice Maniero in meno di 15 anni – dal 1980 al 1994 – aveva messo in piedi una Spa del crimine che contava 500 “soldati”. La sua società per le male azioni spaziava dai sequestri di persona alle rapine, dal controllo del gioco d’azzardo, allo spaccio di droga. Ma Maniero è anche il genio dei furti pilotati. Il mento di Sant’Antonio, trafugato dalla basilica di Padova, è esattamente questo. Il mento serve come merce di scambio, per quanto blasfemo possa apparire l’accostamento. Maniero voleva che suo cugino, in galera lontano dal Veneto, fosse avvicinato a casa “perchè la zia era disperata”. E lo Stato attraverso i carabinieri inizia la trattativa che porterà alla riconsegna della reliquia.

E questo episodio la racconta lunga anche sulla concezione della famiglia che ha Maniero. Non toccategli la mamma. O i figli – l’unico momento in cui Maniero ha vissuto la disperazione è stato per la figlia Elena, morta suicida. Ed è anche per questo che vuole essere libero di muoversi, perchè già adesso, con la sorveglianza, veniva spesso a Padova, sulla tomba della figlia, ma doveva avvertire i carabinieri dei suoi spostamenti.

Paura? Non ne vuol parlare. Del resto tutti quelli che lo potrebbero ammazzare per adesso sono ancora in galera. I “mestrini” come Gilberto Boatto, Marietto Pandolfo, Silvano Maritan, tutti coloro che hanno un conto aperto con lui sono dentro. Anche a qualcuno di loro però non manca tanto per uscire. Pandolfo è ormai in scadenza, Maritan no, gli manca ancora qualche processo e qualche sentenza di condanna. E poi la banda dei cosiddetti “mestrini”, sul loro certificato c’è scritto “fine pena: mai”, ma non significa più nulla. Al massimo si fanno trent’anni che, con sconti e condoni diventano tranquillamente 20. Ma è tutta gente che va per i 70 ormai. In confronto a loro Maniero è un giovanotto, a 55 anni. Un giovanotto già in pensione, libero di dedicarsi alle sue passioni, le mostre d’arte e i viaggi, gli spettacoli teatrali e il cinema. Il passato? «Quando potrò essere lasciato in pace?».

24 agosto 2010

Maurizio Dianese per Il Gazzettino


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I RAPPORTI CON I SERVIZI SEGRETI


<<…Abbruciati venne congedato dagli agenti, ma la sera fu nuovamente convocato per vedere se s’era “ammorbidito”. Niente. Alle 21 di quel 23 luglio 1980, “negli uffici della Squadra Mobile, avanti a noi sottoscritti ufficiali di Polizia giudiziaria appartenenti al suddetto ufficio”, il “nominato in oggetto Abbruciati Danilo” non faceva altro che ripetere: “In merito ai fatti di cui voi mi parlate io non ho assolutamente nulla da dire”. Lo arrestarono con l’accusa di favoreggiamento, Danilo non fece una piega, nominò l’avvocato e varcò un’altra volta la soglia di Regina Coeli.
Quella volta però, in carcere, successe qualcosa di nuovo, rivelato quattordici anni dopo da Fabiola Moretti al giudice istruttore. “Io provvedevo”, ha raccontato la donna, “attraverso gli agenti di custodia che incontravo al cidronomo di viale Marconi, a far pervenire a Danilo la cocaina che egli consumava in carcere. Una volta la sostanza che doveva servire per Abbruciati mi fu portata, a San Callisto, da Franco Giuseppucci, il quale, prima che io consegnassi la droga ai soliti agenti di custodia, mi disse che non era più necessario che gliela facessi avere in quel modo, in quando era stato attivato un altro canale di rifornimento.

La sera stessa che Danilo venne dimesso dal carcere egli, evidentemente euforico, mi disse che con lui avevano preso contatti uomini dei Servizi segreti, i quali erano entrati in carcere, gli avevano fornito la cocaina, avevano “pippato” insieme a lui e avevano allacciato delle relazioni. Non so a cosa fossero finalizzate, ma Danilo era troppo soddisfatto di quell’incontro in carcere di notte, dove aveva ricevuto offerte di protezione e di “lavoro” particolarmente soddisfacenti per lui.

“So per certo che, almeno inizialmente, Danilo ebbe dei vantaggi da queste rivelazioni: riottenne la patente ed il passaporto, gli fornirono denaro e autovetture, e attribuiva a “quelli” il merito di essere uscito così presto dal carcere… Successivamente, talvolta, Danilo si lamentava che non fossero state da loro mantenute certe promesse. Debbo aggiungere che anche io ho incontrato, sia a Roma che a Milano, persone che Danilo mi diceva essere uomini dei Servizi”.

Per Antonio Mancini, Abbruciati era legato anche alla massoneria “deviata”: “So per certo”, dirà a un magistrato, “che aveva rapporti con esponenti della massoneria, che ancora non era conosciuta come P2 ma che aveva come punto di riferimento Licio Gelli”….>>

Giovanni Bianconi, “Ragazzi di Malavita” Baldini Castoldi Dalai editore

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Zio Carlo e la Mafia


In quel periodo Cosa Nostra era già entrata nel traffico di droga, e proprio per questa attività il ramo che faceva capo a Calò-Aglialoro e tutti gli altri cognomi avviò i contatti con la banda della Magliana, interessata ad avere rapporti con chiunque potesse offrire eroina e cocaina da rivendere. Siciliani compresi.

Tra i “bravi ragazzi” si cominciò a parlare di quel boss mafioso elegante e taciturno che viveva a Roma, amico di Diotallevi e capace di procurare droga in grande quantità. Il tramite era uno dei più anziani ed esperti della banda, ex rapinatore e sequestratore, salito sui gradini della scala criminale fino a diventare killer e uomo d’affari insieme: Danilo Abbruciati, il quale si riferiva al boss anche in tono scherzoso, come quando Fabiola Moretti gli chiedeva soldi e lui rispondeva: «Che ti credi che so’ Pippo Calò, er cassiere?»

.. Ad alcuni discorsi su Calò partecipò pure Maurizio Abbatino, per nulla impressionato dalla notorietà dell’”uomo d’onore” venuto dalla Sicilia: «A quei tempi non godeva di particolare fama nel nostro ambiente, poichè l’essere “cassiere” della mafia non significava di per sè che egli rappresentasse un vertice di tale organizzazione, dal momento che tale ruolo di vertice, all’epoca, era svolto da Stefano Bontade, la cui morte segnò l’ascesa di Calò.

Da parte mia, comunque, non ebbi mai occasione di conoscerlo e d’incontrarlo, nè prima nè dopo tale evento…Danilo Abbruciati era legato a Ernesto Diotallevi, che ebbi modo d’incotrare, su sollecitazione dell’Abbruciati stesso, poco prima dell’omicidio di Domenico Balducci. In quell’occasione Diotallevi ci venne presentato da Abbruciati come suo tramite con la mafia siciliana, e fu sempre in quell’occasione che si parlo di Pippo Calò come uomo di Stefano Bontade, del quale avevamo cominciato a “lavorare” l’eroina… Dopo la morte di Bontade si chiuse il relativo canale di approviggionamento, senza che si prendessero canali con Calò, nè che questi prendesse contatti con noi, anche perchè noi subimmo degli arresti e nel frattempo morì lo stesso Abbruciati. non posso escludere, comunque, che Pippo Calò fosse rimasto in contatto con i “testaccini”»

Giovanni Bianconi, “Ragazzi di Malavita” Baldini Castoldi Dalai editore (Pag 144)


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Estate calda serve “arresto Freddo”


La polizia gli stava alle calcagna, ogni tanto lo interrogava, in seguito a controlli occasionali oppure con iniziative mirate, per tentare di incastrarlo: si sapeva che era uno dei terminali del traffico di droga di Roma, ma le prove erano sempre troppo poche. Eppure, dal ’79 in poi, Maurizio Abbatino – per qualche amico “crispino” a causa dei capelli scuri e crespi- entrava e usciva dal carcere con una certa frequenza.

A Regina Coeli e Rebibbia ormai lo conoscevano bene, procedimenti penali su di lui e i suoi amici della Magliana venivano aperti in continuazione, ma non si riusciva mai a “stringere”, e quelli continuavano indisturbati nei loro affari.

Pochi giorni prima che gli venisse notificato un nuovo mandato di cattura, nel maggio dell’83, un giudice provò a fargli dire qualcosa giocando la carta dei soldi. Com’era possibile che lui, Abbatino Maurizio, ventinove anni ancora da compiere, senza fissa occupazione, avesse tutti quei soldi, disponesse di case e macchine di lusso? Forse fu ingenuo il giudice a credere che quel ragazzo magro dal viso già consumato avrebbe confessato chissà che cosa, o forse, invece si aspettava una bugia per risposta e voleva semplicemente vedere che cosa si sarebbe inventato. Fatto sta che “crispino”, con la faccia un pò seria e un pò strafottente del gangster che si sente sicuro e si diverte a prendere in giro chi lo ascolta, rispose << Signor giudice, in questi anni mi sono procurato da vivere con un’attività di vendita ambulante di oggetti religiosi>>.

Un’invenzione perfino divertente, come dovette ammettere, un anno e mezzo più tardi, anche il pubblico ministero: <<Parole che se non fossero pronunciate da una persona che ha commesso omicidi e tentati omicidi farebbero quanto meno sorridere>>. Ma poi il magistrato concludeva amaro: << Parole che dimostrano come Abbatino Maurizio e il suo gruppo siano abituati a prendere in giro la giustizia>>.

Giovanni Bianconi, “Ragazzi di Malavita” Baldini Castoldi Dalai editore (Pag 91-92)


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Giovanni Bianconi racconta storie, amori e affari sporchi


… C’erano le mogli e c’erano le amanti. Le donne ufficiali dei boss – quasi tutti con doppia o tripla vita- il più delle volte sapevano, ma lasciavano fare, curandosi di mantenere un buon livello economico, le case e i bambini. <<Mio marito>> dicevano << può anche prendersi degli spuntini fuori, ma poi torna a mangiare a casa>>. Le amanati, invece, a volte si trasformavano in un’arma in mano ai poliziotti: successe con Maurizio Abbatino, che, nel maggio 1983, fu arrestato proprio in seguito ai pedinamenti  della sua amichetta, Roberta, giovanissima e di buona famiglia.

La ragazza usciva di casa di buon’ora, e con l’autobus e il taxi arrivava al residence Prato Smeraldo, sulla Laurentina. Faceva un pò di spesa al supermercato, poi entrava nella palazzina numero 57, in un appartamento al piano terra. In quella casa si nascondeva “crespino” e in quella accanto il suo amico “operaietto”, Edoardo Toscano.

I poliziotti, una volta certi che Abbatino fosse dentro, fecero saltare la serratura della porta con un colpo di fucile a pompa, irruppero nell’appartamento lussuosamente arredato e trovarono il ricercato. Subito dopo presero Toscano. Li arrestarono senza che muovessero un dito; nelle case protette da vetri blindati trovarono soldi in contanti e hashish, oltre ad “alcuni contenitori metallici con evidenti tracce di cocaina”.

A Roberta, Abbatino aveva anche procurato un lavoro come commessa in un negozio, e il proprietario che l’aveva assunta detraeva i soldi dello stipendio della ragazza da quanto doveva pagare per l’eroina e la cocaina di cui lo rifornivano quelli della Magliana. Maurizio aveva voluto quell’impiego per l’amante in modo che non avesse problemi ad uscire di casa, e lui potesse incontrarla ogni volta che voleva.

Giovanni Bianconi, “Ragazzi di malavita” Baldini Castoldi Dalai Editore(Pag 106-107)


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Ma cos’è Notte Criminale?


Notte Criminale è un progetto integrato di informazione, musica, cinema e cultura che parte, lecitamente, da una domanda: Perché il crimine rivisitato dalle pellicole diventa mito?

“Notte Criminale”diventa il tour culturale che, per due giorni, è pronto a “rivisitare” la delinquenza attraverso diverse forme di cultura a:

  • Roma con La Banda della Magliana
  • Milano con Vallanzasca e la Banda della Comasina
  • Venezia con Felice Maniero e La Mala del Brenta

Immancabili i “non luoghi” virtuali che, non condividendo lo stesso spazio, daranno a tutti la possibilità di vivere ed interagire i 2 tempi: ieri e oggi. Canali tematici dedicati, social network, blog e newsletter  diventeranno crocevia di pensieri, opinioni, immagini, dibattiti o critiche…

E se proprio le pellicole che hanno interpretato la storia, la vita e la criminalità anni ’70-’80 sono state vittime di forti critiche e designate come carnefici per la mitizzazione e l’emulazione di alcuni comportamenti giovanili, Notte Criminale, fa un passo indietro. A partire dall’informazione che ha macchiato di nero la cronaca italiana del tempo, esulando dalle interpretazioni, giudizi e sottolineature, spettacolarizza i fatti attraverso le diverse forme d’arteproprio  per attirare intorno a se la stessa attenzione e curiosità che ha solleticato lo spettatore. Per ogni storia di crimine cittadino, a narrare le storie che hanno lo stesso inizio e la stessa fine, è l’infotaintment: il format multi generale e linguistico che, parlando più lingue, raggiunge l’interesse del vasto pubblico.

Notte Criminale espone i fatti attraverso la cultura, la stessa che ne modella i contenuti, i contorni e l’essere.  Arti e passioni italiane, come il cinema, la moda, la letteratura o la musica, si sintetizzano sui dettagli delle Beetwen Rooms: stanze scrupolosamente allestite per sottolineare alcuni aspetti sfuggiti agli occhi, diventano il primo passo per immergersi nella notte anni ’70 – ’80 e impregnare di emozioni e informazioni.


Il tempo si riavvolge per fermarsi ed essere raccontato qui ed ora da e con: informazione, attori, registi, scrittori, cantanti, fotografi, artisti, mostre, convegni, incontri, spettacoli, concerti, produzioni video…

Canali comunicativi che, con le persone, convergono sulla riflessione e sui perché. I fatti  annunciati ed amplificati dalle pagine dei quotidiani, dai tg e gr del tempo, aiutano a sviscerare le notizie dei crimini che hanno fatto vibrare di emozioni lettori, ascoltatori e telespettatori.

Notte Criminale non si sposta dalla domanda di partenza “Perche?” ma prova ad aprirsi a più  risposte possibili chiedendosi anche:

-      Il cinema ha interpretato le vite dei criminali sottolineando alcuni aspetti e tralasciandone certi altri, ma è davvero tutta colpa di una pellicola?

-      La musica ha usato le sue chiavi per rintracciare alcune note ora acute ora  gravi, ma lo spartito è sempre sbagliato?

-      La letteratura ha scritto e lasciato impressioni sui fatti, ma il fine è sempre imputabile alla notorietà e alle vendite?


Questi gli spunti per guardare uno spaccato: oggi. Ed è sul presente dei giovani da proteggere ma da informare che si opina assenza di tutori spartiacque tra bene e male, realtà e finzione, giusto e sbagliato. Per questo Notte Criminale si allarga sul giorno di politica, società e scuole. Con loro chiama i giovani all’interpretazione e si cura di analizzare fenomeni scottanti e dannosi come il bullismo.

Proiezioni sociologiche che per ogni città, con alcune scuole precedentemente selezionate e coinvolte dentro il progetto, verranno discusse, durante la “due giorni” di city tour sotto il segno della giustizia, della legalità, della famiglia, dell’importanza dell’informazione con sociologi, specialisti della comunicazione, commissari, assistenti sociali e gli attori che hanno interpretato il criminale.




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