Etichettato: prezzo
Opa Edison: il prezzo è giusto? mah, forse, può darsi…
Palermo: gasolio i contrabbando proveniente dalla Tunisia
Benzina: l’Antitrust indaga sui prezzi siciliani
Roma: sequestra ragazza squillo nel suo appartamento. Arrestato
Hanno prima concordato il prezzo poi,l’ha convinta a seguirlo nel suo appartamento e, quello che doveva essere un altro cliente è diventato il suo aggressore. La vittima è una prostituta romena di 28 anni che ieri sera dopo essere stata abbordata da uno dei suoi clienti abituali in via di Lunghezzina e aver contrattato il prezzo della prestazione, si è decisa a seguirlo nel suo appartamento in zona San Basilio…
Prezzo benzina: scende? no, sale!
di Paperon De Paperoni
«E se non ci fosse stata la manovra il prezzo della benzina sarebbe già sceso»
Queste parole le ha dette due giorni fa (erano sul Corriere della sera) il signor Marco D’Aloisi, responsabile relazioni esterne dell’Unione Petrolifera…
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Campania: l’Industria della “munnezza” e l’impatto oltre l’ambiente 2ª parte
L’avvocato Cipriano Chianese, fu il primo a fiutare l’affare della spazzatura. In poco tempo comprò terreni, gestì cave tanto da anticipare nell’affare anche il potente clan dei Casalesi, solo buoni secondi nel business.
Dario De Simone, pentito di camorra racconta : «l’avvocato Chianese con le discariche ha guadagnato miliardi. Quando noi ce ne siamo accorti era un pò tardi e abbiamo cercato di recuperare il terreno perduto, ma ero certo che questa cosa sarebbe scoppiata perché c’era troppa confusione, troppe persone implicate. In due tre anni di lavoro hanno tirato su tanti soldi».
I soldi che entravano nelle casse del clan erano davvero molti (pari a quasi 5 miliardi delle vecchie lire). Servivano per pagare gli affiliati o gli stipendi che arrivavano fino a 400 milioni di lire al mese.
Sul libro paga non c’erano soltanto i membri del clan, ma anche gli sbirri corrotti ed alcuni professionisti della zona che offrivano la loro collaborazione come notai, dottori commercialisti, ragionieri, consulenti del lavoro e tecnici vari.
L’enorme quantitativo di denaro, necessario e sufficiente a finanziare un clan criminale ha comunque un prezzo e in questo caso, il prezzo si chiama devastazione della propria terra.
“Le 101 donne più malvagie della storia” tra realtà e fiction, perfidia e trasgressione
Non è un caso che Lilith, la prima donna della storia dell’umanità, sia diventata, per il femminismo di qualche decennio fa, un’icona da ammirare e ricordare. Era sanguinaria e crudele, riferisce la memorialistica, ma anche determinata e libera. Trasgressiva, forte, selvaggia, ripugnante e affascinante, lontana anni luce dal luogo comune del gentil sesso, debole, compiacente e sottomesso. Dal terzo millennio prima di Cristo ai giorni nostri, storia e leggenda, ad ogni latitudine, sono affollate di donne crudeli, diaboliche, perdute, violente. Decise a ricorrere a qualsiasi mezzo pur di realizzare i loro scopi, per interesse, per vendetta, per potere, per ribellione. Molto si è scritto fino a oggi sulle “donne cattive”, le serial killer, le amanti assassine, le donne affiliate alla criminalità organizzata, le avvelenatrici, le tiranne, sempre a caccia di un filo comune che somigli all’audacia e alla disobbedienza. Biografie, saggi tematici, analisi, romanzi a mezzo tra realtà e fiction.
Stefania Bonura, Le 101 donne più malvagie della storia, Newton Compton editori pag 426, euro 14,90.
Ora, per la collana “101″, sicuro punto di forza della Newton&Compton, è appena uscito il libro di Stefania Bonura, Le 101 donne più malvagie della storia, un “catalogo” delle perfide nei secoli, con altrettanti ritratti delle più crudeli signore del mondo. Ci sono maghe, streghe, imperatrici e regine, kapò e naziste come Ilse Koch o Irma Drese, matricide e assassine, fanatiche dei veleni e killer con la pistola. Una carrellata, una foto di gruppo della cattiveria di genere. In apertura, un’avvertenza: ci si chiede se queste donne siano tutte davvero colpevoli senza appello, oppure se almeno alcune abbiano pagato all’opinione pubblica del tempo il prezzo di chi non rispetta le regole in vigore e le vuole scavalcare, fino alla rivolta. Terreno scivoloso, questo, in cui Stefania Bonura si destreggia con abilità e misura e con quella giusta dose di leggerezza che rende piacevole ogni lettura. E, a prova di quanto a volte sia più potente il pregiudizio della giustizia, emerge il caso di Madeleine Smith, giudicata innocente nel 1857 per l’avvelenamento del suo amante, eppure condannata dalla società vittoriana per le sue lettere scabrose, prodotte in giudizio come prova di inappellabile colpevolezza.
Ecco allora la galleria delle più cattive dividersi in almeno tre categorie: le donne che hanno sparso sangue e malvagità per il potere come Isabella di Castiglia o Maria I Tudor detta La sanguinaria. Le criminali, come Mary Ann Cotton, vedova di professione, o come la saponificatrice di Correggio, quella Leonarda Cianciulli che, nei primi anni Quaranta, bollì in un pentolone le sue vittime, uccise per danaro. Mentre nel terzo gruppo Bonura riunisce quelle donne che, rese personaggi dalla mitologia, dalla leggenda e dalla fantasia popolare, sono poi state raccontate dalla parola, dal teatro o dal cinema, da Medea a Lady Macbeth, da Abby e Martha Brewster di Arsenico e vecchi merletti a Crudelia De Mon.
Una vetrina di donne perverse e malvagie, perché?
Esplorare il lato oscuro delle persone è sempre interessante, ma non è stata solo la curiosità a indurmi in questa piccola impresa. Da sempre, e si parla almeno dai tempi della Bibbia, le donne sono state descritte come figure angeliche o demoniache, senza mezzi termini, in ogni caso come figure passive, vittime cioè della propria natura, “gentile” o “debole”. Qui, in questo elenco nero, ho voluto selezionare al contrario donne ingegnose, intriganti, spietate che hanno agito consapevolmente, protagoniste, attive, con uno scopo da perseguire, seppure malvagio. Per fare un esempio, tra Eva e Lilith ho preferito la seconda, poiché sceglie di vivere la notte alla luce del giorno. Ha optato cioè per un territorio riarso e selvatico in piena consapevolezza preferendolo all’Eden, per disobbedienza. Molte donne, nei secoli, si sono macchiate di atrocità proprio per superare “i condizionamenti”, con una lucidità che inquieta e attrae allo stesso tempo. Non la disperazione, non l’oppressione che muove la vittima a un gesto estremo, ma il freddo calcolo per raggiungere una posizione, un ruolo. Le innumerevoli avvelenatrici di tutti i tempi dispensavano arsenico per denaro. Irene di Bisanzio fece accecare il figlio Costantino per non dovere spartire con lui il potere. Risulta difficile, quasi indigesto, pensare che un genere così “delicato” possa immergersi nel fango e rotolarcisi dentro con piacere, tanto che persino la legislazione italiana in fatto di criminalità organizzata non riuscì, fino agli anni Settanta, all’arrivo di Ninetta Bagarella, a concepire e prevedere la punibilità di una donna affiliata a una cosca mafiosa, quasi fosse incapace di intendere e di volere. Questo è il punto: se si ammette che le donne sono capaci di intendere e di volere bisogna riconoscerne anche gli eventuali intenti malvagi.
Lei ha analizzato fatti e misfatti di queste eroine nere, c’era in loro anche ribellione, o solo crudeltà?
No, non si tratta di “mostri” di crudeltà. Si tratta piuttosto di profili complessi, un miscuglio talvolta inestricabile e incomprensibile di intenzioni malvagie, volontà di emergere, spirito di libertà. Molte delle donne che ho inserito, in realtà, sono state giudicate troppo severamente. Alcune, in effetti, sono state etichettate come malvagie più per il loro comportamento al di fuori delle righe che per crudeltà, per avere cioè varcato un territorio alla donna socialmente e culturalmente precluso. Mi riferisco a tutte quelle che hanno lottato per il potere, utilizzando strumenti che per un uomo sarebbero stati più che leciti: Cleopatra, Teodora di Bisanzio, Elisabetta I, Francisca de Zubiaga, la Thatcher e altre, sono state considerate cattive, a più riprese e con toni differenti, e oggi in molti casi riabilitate, semplicemente per aver impugnato uno scettro con tenacia, mostrandosi, al pari dei loro colleghi maschi, prive di scrupoli e insensibili verso antagonisti e nemici. E che dire delle piratesse che, oltre a mostrarsi con indumenti maschili, hanno anche sguainato spade e sciabole? Certo, in alcuni casi, lo spirito di rivalsa si è tramutato in un panorama a tinte fosche. È il caso delle sorelle Papin, le due graziose domestiche di una famiglia alto borghese di Le Mans, nella provincia francese degli anni Venti del Novecento. Le due fanciulle, sottoposte ai continui rimbrotti e alle umiliazioni dell’insensibile padrona di casa finirono per strappare a lei e alla sua petulante figliola gli occhi. Una mutilava la prima e l’altra la seconda, in una sorta di orrido rituale che, tuttavia, venne all’epoca interpretato, soprattutto da surrealisti ed esistenzialisti, come un terribile urlo di ribellione che si elevava a gran voce contro un giogo insopportabile a cui la società le aveva costrette.
Che cosa lega tante donne, diverse per età, epoca e cultura eppure uguali nella vocazione al sangue e al crimine?
Il panorama è così ampio e complesso, così volutamente ricco di casi ben distanti gli uni dagli altri, che è difficile tracciare un denominatore comune. Ci si potrebbe affidare alle statistiche che mettono in luce un modo d’agire e delle motivazioni prevalenti, che contraddistinguono proprio il genere femminile, e che tuttavia nel tempo sono mutati. Dall’antichità fino al secolo scorso, ad esempio, lo strumento più usato dalle assassine è stato il veleno. Le pozioni di Locusta, l’”acqua tofana” di Teofania d’Adamo e Giulia Tofana, la “cantarella” dei Borgia, la “polvere di successione” della Brinvilliers, l’”aceto miracoloso” di Giovanna Bonanno. Anna Zwanziger, prima di essere giustiziata nei primi dell’Ottocento a Norimberga, affermò che nella sua vita aveva avuto un solo vero amico: l’arsenico. Anche Medea, nella sua terribile furia vendicatrice, alla fine ricorre a questo metodo, “più sicuro”, in cui peraltro è pratica. Case infestate da conati, spasmi, diarree, contrazioni, tormenti intestinali. Questo è l’ambiente in cui ha agito per secoli la donna che si è data al crimine. Colpendo, appunto, per lo più familiari o conoscenti, per motivi pratici, come intascare un’assicurazione, ereditare o, più raramente, per follia omicida. Oggi le cose sono un po’ differenti. Si può dire che il principe dei veleni sia caduto in disuso, sostituito da sedativi e medicinali, talvolta, ma sempre più spesso da armi normalmente attribuite all’altro genere. Gangster, mafiose e serial killer riempiono sempre di più le pagine dei giornali. Anche nell’immaginario collettivo è più facile vedere vendicatrici minacciose e atletiche armate di calibro 38 che goffe governanti munite di pozioni esiziali.
Fonte: La Repubblica
Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -
Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.
A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.
Il Pirata, foto di Andrea Parisse
Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.
Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.
Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:
Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.
A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.
Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.
Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.
Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.
Omaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka
Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.
Scrivono Vicennati e la madre di Marco:
Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.
Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.
Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.
















