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Dossier “UNO BIANCA” II parte


Ho sentito urlare e sono corsa sulla strada. Un carabiniere era per terra, con la faccia verso la ruota posteriore dell’auto [...]. Mamma, ha detto quando l’ho girato. E basta. Aveva la faccia di un bambino e gli occhi spalancati. Dopo la respirazione artificiale si è un poco ripreso, ma solo per un attimo. L’altro era tra l’Alfetta e la rete della ferrovia, in ginocchio, la testa sul sedile. Non ha detto nulla. Insieme a mio marito e a un’altra persona l’ho girato e per un momento mi è sembrato che respirasse. L’ho guardato in faccia, una bella faccia pallida. Era come tenere in braccio un bambino smarrito. Mi sono sentita una nullità: morivano due ragazzi e io non potevo farci nulla. Poi, un minuto e un secolo dopo, è arrivata l’ambulanza e quella fretta mi è sembrata un po’ irreale e come stonata: per quei due poveri ragazzi c’era ormai solo da piangere.

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I delitti del Dams – Terza e ultima parte


Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.

Leonarda Polvani. Fonte L'EuropeoÈ il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.

È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.

La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.

Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

L'ingresso della grotta della Croara in cui viene ritrovata Lea Polvani

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Croara - Frazione di San Lazzaro

Un momento del recupero del corpo di Lea Polvani - Fonte L'EuropeoIntanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.

Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.

Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.

Carlo Saronio, rapito e ucciso nel 1975 a Milano

Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.

E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.

Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.

Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.

Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.

La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.

Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.

4 gennaio 1991, la strage del Pilastro. Foto La Repubblica

La stretta contro la mafia del Pilastro. Una falsa pista. Fonte Il Resto del Carlino

Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.

Moreno Pesci e Carmelo Lopes a processo per il delitto Polvani. Saranno assolti. Fonte L'EuropeoMoreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani

Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.

E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:

Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?

A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.

Antonella Beccaria

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Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -


Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte

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Bologna e il “suo” romanzo criminale: «Mi chiamavano Maremma. E anche qui avevamo il Libano e il Freddo»


Bologna – Il clamore di “Romanzo criminale”, nelle sue varie declinazioni tra libro, film e doppia stagione televisiva, riporta a galla storie dimenticate. Lasciati i cortili capitolini tra la Magliana, Trastevere e le periferie degradate degli anni Settanta, oggi caduti in preda alla movida notturna a suon di cocaina e alcol forte, questa volta la scena si sposta a Bologna. Però il capoluogo emiliano non è quello della massiccia emigrazione dal sud incasellata tra Pilastro e Barca e nemmeno assume i toni della suggestiva ma mai esistita Quinta Mafia oltre tangenziale nord. È quella di autoctone bande di più o meno ragazzini che, negli anni Ottanta, non erano stati lambiti dal riflusso paninaro che accendeva l’edonismo sotto le Due Torri e spegneva le coscienze.

A raccontare una storia che, pur lontana, ha lasciato il segno nella memoria dei ragazzi di allora è un ex componente della banda che preferisce mantenere l’anonimato. Poco più di quarant’anni, oggi è un professionista, ma non dimentica ciò che fu il “Tir”, il nome del gruppo in cui militava con un soprannome che, come per gli altri, mai corrispondeva alle generalità anagrafiche.

«Che grande il Freddo che ammazza Buffoni piangendo. Come lo capisco sull’amicizia tradita…» esordisce l’ex ragazzo di strada sulla scia del serial diretto da Stefano Sollima. «Ho un richiamo della foresta in quella storia: i soprannomi e il loro gergo di strada. Anch’io davo i soprannomi ai miei amici e avevamo una lingua nostra. Basica e un po’ stupida, ma nessuno dalla “banda” ci capiva niente».

E il tuo soprannome qual era?

«Ne avevo pochi perché quelle carte le davo io. Ma l’Oliva, il nostalgico del gruppo, quello che non ci lascia invecchiare in pace, mi chiamava “Maremma”».

Perché?

«Io sono pieno di storie simpatiche. Il cazzeggio era che avevo estinto cinghiali a forza di addentarli nei boschi toscani».

Niente meno. E com’era nata questa leggenda?

«Da come addentavo i toast compulsivamente sotto il banco di scuola. E non sai come chiamavamo collettivamente le donne del gruppo. Non avevamo diritto a identità singole».

Come le chiamavate?

«Rimorchio. Il rimorchio del Tir».

Giovani, ma già con una certa sprezzante sagacia.

«Finché siamo rimasti insieme nessuno riusciva ad avere una storia normale. Il Tir arrivava ovunque a rompere a chi tentava un approccio. Non potevi uscire che c’era sempre qualche stronzo che ti seguiva…»

Guerre fra bande?

«Ma no, era che ci divertivamo a prenderci per in giro in vari modi. Ovviamente se stavi con una donna eri più vulnerabile. E spesso prevaleva il dileggio sulla privacy. Puoi immaginare gli sguardi allucinati dei “rimorchi” occasionali»

In quanti eravate tra zoccolo duro e banditi più occasionali?

«Ai tempi d’oro, fino ai 25 anni, il “nucleo storico” era di una dozzina, più gli occasionali. Era diventato un problema andare in pizzeria la sera perché si aggregavano un 10-15 ragazze che volevano vedere il teatrino. Ma il rimorchio aveva un certo turn over. Non tutte reggevano psicologicamente».

Ma alle ragazze piaceva fare la donna del bandito?

«Era il gruppo che le attirava. Poi le storie singole erano un’altra cosa (spesso tormentata). È incredibile, fatte le proporzioni, come certe logiche nei gruppi di giovani maschi siano sempre quelle. Tutti hanno il loro Libano, Freddo e Dandi».

Perché Bologna, il suo romanzo criminale non ce l’ha avuto. Almeno non della portata della Magliana. Ma le sue strade ne hanno ancora di storie da raccontare.

Antonella Beccaria

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L’«angelo» e i demoni


L’ex boss Felice Maniero, a parte gli omicidi, i sequestri, le rapine, le estorsioni e le evasioni (e proprio in virtù di queste) è l’incarnazione di un record. E’ il sopravvissuto più longevo nella storia del banditismo moderno che dopo le prime sette vite, morte con la cattura e la collaborazione con la giustizia, vive da libero una nuova esistenza che gli consente di lavorare, amare, fare shopping, seguire i figli, perfino giocare tornei di scopone. Vivere insomma una normalità che a volte non è concessa nemmeno a chi non ha mai ucciso nemmeno una formica e un lavoro oggi lo perde con lo sconvolgente senso di ineluttabilità che colpisce le vittime dell’ex terra dal tasso di disoccupazione zerovirgola.

Per questo, Felice Maniero ha confessato ad Andrea Pasqualetto, l’inviato del Corriere del Veneto che ha raccolto in esclusiva l’ampia intervista pubblicata ieri, a tratti una vera e propria seduta d’autocoscienza – che tale fortuna non la merita e non ha pagato abbastanza per tutto il male che ha fatto.

Una confessione che fa emergere un paradosso dalla storia dell’ex Boss della mala del Brenta, detto anche Faccia d’Angelo per quel viso eternamente glabro e quasi di cera e oggi inseguito dai rimorsi e dai suoi demoni. Un paradosso che nella sua limpida crudezza diventa didattico ed evocativo della sostanza dello Stato di diritto. Ovvero la separatezza fra legge e coscienza, fra morale e diritto, fra politica alta e demagogia. Lui, l’uomo che ha desiderato e toccato il baratro, pur avendola volentieri utilizzata sembra quasi negare la giustezza del codice italiano che gli ha consentito di riguadagnare la piena libertà; mentre i giudici, quelli che lo hanno condannato e poi liberato, rivendicano il fondamento delle norme che – grazie alla confessione e al conseguente smantellamento della sua banda – gli hanno consentito di cavarsela con «soli» 17 anni di detenzione.


Se per la società e soprattutto per le vittime (le uniche col diritto di gridare l’«inaccettabilità» di certe sentenze anche se spesso sono le più eroicamente moderate) la «legge dell’uomo » a volte è dura da digerire, dall’altro proprio quell’inaccettabilità è la pietra angolare del patto che qui nascendo abbiamo sottoscritto assieme al diritto-dovere di cittadinanza.

Un paradosso, quello portato (involontariamente) alla luce da Maniero, che diventa un pilastro anche di fronte alle decisioni spesso contestate dal «popolo» (o da parte di esso) quando viene liberato l’autore di un delitto odioso e per il quale, soprattutto se straniero o estraneo al profilo autoidentitario, si invoca una legislazione ad hoc.

Una legge che in una sorta di terra di nessuno punisca i rei con la forza e lo spirito di vendetta della civiltà- branco. Certo l’Italia, per le contraddizioni insite nell’impatto della società complessa (immigrazione su tutte), è sempre più sottoposta a sollecitazioni che mettono a dura prova la tenuta del «patto» e la conseguente osservanza dell’altro pilastro fondamentale che dovrebbe essere la «certezza della pena». Ma nonostante la plausibilità dell’esistenza delle sensibilità culturali e politiche più estreme (e appunto spesso demagogiche), la «vicenda Maniero» è paradigmatica.

Lo stesso ex boss è la rappresentazione del sentimento «pubbico» che lo vorrebbe morto o sepolto a vita in un carcere. Egli stesso, pur vivendo una lacerazione interiore, da ex grande criminale che possiede la distanza dei «morti viventi» è come se si guardasse dall’esterno e dall’esterno si giudicasse. Immeritevole, appunto, della libertà e della sua nuova vita.

Se è così perfino per lui, il carnefice, pensiamo quanto difficile possa essere per le vittime o il mondo dei «giusti» capire e accettare la «legge degli uomini». Eppure è così, non si sfugge.

Il sale e il futuro della democrazia e del patto che ci siamo dati e che solo ci tiene (seppur barcollanti) in piedi, pur non essendo rigido è l’unica barriera contro le fughe in avanti, gli estremismi e gli imbarbarimenti di una civiltà che, sempre più stressata anche da qualche «obiettiva ragione», non resiste alla tentazione non solo o non tanto di farsi giustizia da sola ma di crearsi codici interpretativi «individuali» o a volte rappresentati da sintesi politiche troppo frettolose.

Sintesi che hanno forte diritto di cittadinanza ma che, da sole, non irrobustiscono lo scheletro di una società che pur accettando l’inevitabile logica dei conflitti voglia puntare, se non alla piena armonia, alla sua straordinaria approssimazione.

27 agosto 2010

L’editoriale di Alessandro Russello per il Corriere del Veneto

Giù le Bautte !!!

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/26/giu-le-bautte/

Vallanzasca oggi guarda ieri: «Sono un pirla che si è bruciato la vita». Maniero oggi guarda…l’Europa!

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/25/vallanzasca-oggi-guarda-ieri-%C2%ABsono-un-pirla-che-si-e-bruciato-la-vita%C2%BB-maniero-oggi-guarda-leuropa/

Maniero è libero. Ma c’è ancora chi vuole vendicare il suo “tradimento”?

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/24/maniero-e-libero-ma-ce-ancora-chi-vuole-vendicare-il-suo-tradimento/

La vendetta: “Io, come Dio, non gioco ai dadi, e non credo nelle coincidenze”…

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/24/la-vendetta-io-come-dio-non-gioco-ai-dadi-e-non-credo-nelle-coincidenze/

Non bastano le lacrime per pagare i conti che non tornano

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/21/non-bastano-le-lacrime-per-pagare-i-conti-che-non-tornano/


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