Etichettato: persone

Crime News – Vigevano: uomo ucciso al bancone di una discoteca


E’ stato freddato davanti a 500 persone all’interno del Sayonara, locale notturno di Vigevano (Pavia). L’uomo, un albanese di 32 anni, con piccoli precedenti per furto alle spalle, è morto sul colpo….

…continua qui

I delitti del Dams – Terza e ultima parte


Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.

Leonarda Polvani. Fonte L'EuropeoÈ il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.

È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.

La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.

Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

L'ingresso della grotta della Croara in cui viene ritrovata Lea Polvani

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Croara - Frazione di San Lazzaro

Un momento del recupero del corpo di Lea Polvani - Fonte L'EuropeoIntanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.

Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.

Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.

Carlo Saronio, rapito e ucciso nel 1975 a Milano

Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.

E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.

Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.

Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.

Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.

La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.

Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.

4 gennaio 1991, la strage del Pilastro. Foto La Repubblica

La stretta contro la mafia del Pilastro. Una falsa pista. Fonte Il Resto del Carlino

Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.

Moreno Pesci e Carmelo Lopes a processo per il delitto Polvani. Saranno assolti. Fonte L'EuropeoMoreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani

Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.

E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:

Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?

A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.

Antonella Beccaria

LINK AI POST PRECEDENTI:

Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -


Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte

Add to GoogleBookmark and Share OkNotizietutto blog PaperblogW3Counter

Aiutò Maniero a evadere Guardia in cella dopo 17 anni


Il paradossso: boss libero, Raniero Erbì in cella. Nel frattempo si era ricostruito una vita: faceva il muratore e aiutava i detenuti. Il difensore: «Ritardi clamorosi»

Kafka

A diciassette anni di distanza dalla clamorosa evasione di cui fu complice, torna in carcere Raniero Erbì. Destino singolare e kafkiano il suo. Innanzitutto perché non si tratta di un assassino, di un rapinatore o di un sequestratore della vecchia Mala del Brenta, ma di un agente penitenziario….

…continua qui

L’intervista a Raffaella Notariale (ultima parte)


Rispetto alle diverse interpretazioni criminali che, dall’editoria alla cinematografia, sono state fatte pensi che le critiche delle Istituzioni nascano dalla paura di non riuscire a dare uno stesso “prodotto” per salvaguardare lo stato?

La polemica è stata fatta in particolare sul film “Romanzo Criminale” di Michele Placido, che ritengo un professionista, ha passione civile e non è da tutti. Secondo me ha fatto un film ben riuscito da incassi clamorosi visti non molto spesso in Italia. Non capisco perché avrebbe dovuto renderlo meno appetibile al pubblico. Tra l’altro, alla fine del film, Placido ha messo  degli “insert”: tg dell’epoca, reali. Questo, per dare la possibilità alle persone di capire che quel sangue finto visto durante il film  è stato versato realmente. Non credo che abbia sbagliato: lui ha fatto un film, poi le persone mediamente intelligenti giudicano la sceneggiatura, la scenografia, il cast, la fotografia, le musiche, ecc…gli stupidi ci sono sempre. Se poi c’è emulazione da  parte di qualche cretino, non è colpa di Michele Placido, il cretino resta cretino e troverà comunque un altro spunto per esserlo o per farlo, per dimostrarsi tale…

continua a leggere l’intervista a Raffaella Notariale

2011:Essere, fare, informare


Quando abbiamo iniziato questo progetto, nessuno dello staff pensava a risultati così lusinghieri in termini di audience. Per questo, è doveroso ringraziare ognuno di voi: GRAZIE.  Da quando è nato il nostro blog ( 26 Luglio 2010) abbiamo avuto oltre  250.000 visite uniche con picchi giornalieri di 7.000/8.000 persone. Il crimine, quindi, in senso generale, è ancora oggi, uno degli argomenti più cliccati ed in grado di produrre più contenuti (anche nel mondo dei rotocalchi italiani). In questo spazio di informazione noir, che sui media molte volte travalica nella più triste forma di trash,  abbiamo deciso di trattare argomenti (Banda della Magliana, Banda della Comasina, Mala del Brenta) che si potrebbero definire dei “cold-case” e che, ancora oggi, scottano. Fatti, avvenimenti e delitti trattati e ritrattati ma che, pare, continuino ad incepparsi da qualche parte, come, verosimilmente accade in una pellicola. Tornado indietro alla ricerca di quei “perché”, vecchie e nuove domande, rivelazioni, scoperte, riprendono vita e, insieme ad altre verità sottaciute e nascoste, ridanno, ancora una volta, e per l’ennesima volta, un nuovo senso alla ricerca…

…continua qui

Caso Vallanzasca: l’ex ‘re della Comasina’, ho chiuso con esistenza precedente


Renato Vallanzasca

“Non mi sento cattivo, ho solo il lato oscuro un pò pronunciato. Sto pagando per il male commesso. Qualcuno potrà anche dire che non ho ancora pagato abbastanza ma a questo punto non mi si parli più di reinserimento. Il carcere quindi è solo punitivo. Anche perché, nel mio modo di pensare, se prima il detenuto Vallanzasca era giustamente segregato in carcere ora non possono più temere che io pericoloso”.

Lo racconta al quotidiano ‘Il Mattino‘ Renato Vallanzasca, l’ex bandito della Comasina, condannato complessivamente a 4 ergastoli e 260 anni di carcere per delitti commessi dalla metà degli anni Sessanta, tra cui 7 omicidi. ”Ho avuto anche periodi molto lunghi di libertà, sei mesi per un’operazione all’anca e poi sono rientrato in cella. E’ stata durissima ma sono rientrato in cella. Quindi -rileva- non si può certo temere che scappi”. Vallanzasca e’ di passaggio a Mondragone, paese della moglie. E’ in regime di articolo 21, esce sei giorni a settimana e rientra in carcere alle 21,30 ogni sera. Ha aperto un ufficio a Milano dove ospita un Caf e collabora con diverse comunità di recupero per tossicodipendenti. “La mia vita negli ultimi 15 anni dimostra che non voglio piu’ avere a che fare con l’esistenza precedente – continua Vallanzasca – Oggi ho un rapporto col territorio nel quale vivo e con le persone che incontro, da pari a pari, da essere umano ad essere umano. Sono arrivato ad avere una possibilità di relazione con gli altri, mettendomi in discussione, che non credevo possibile”.

 

Quanto al fatto di poter essere considerato in qualche modo un mito per alcuni giovani, Vallanzasca osserva: ”diventa un vantaggio perché smitizzo il mito. Li vedo e dico loro: ok hai ragione ma un mito che si e’ fatto 40 anni di galera non ti sembra un mito un po’ pirla? Non voglio insegnare nulla ma la mia vita e’ un metro di paragone, costringe a pensare, a riflettere proprio su quello che non deve essere fatto”. ”Quando vado a parlare con i ragazzi di una comunità li costringo a riflettere. Sono una prova di vita. Mi sento in debito con i tanti giovani che potrebbero pensare di essere i futuri Vallanzasca. Da anni sapere che posso dare loro una mano, anche ad uno solo di loro, e’ per me una cosa enorme. la cosa che mi auguro – conclude – e’ che tra dieci anni ci ssia chi dice che si’, è stato un cretino, ma ha saputo essere anche una persona valida. Penso che più delle parole contino i fatti e nei fatti sto cercando di dimostrare che a chiunque dovrebbe essere data una seconda possibilità”.

Fonte: Adnkronos

Add to Google

Bookmark and Share

OkNotizie
tutto blog

Paperblog

W3Counter

VNP:Very Normal People motivano realtà e finzione

VNP:Very Normal People a confronto tra realtà e finzione

VOX POLULI 2ª parte


LINK AI POST CORRELATI:

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/11/12/vox-populi/

Add to Google

Bookmark and Share

OkNotizie

tutto blog

PaperblogW3Counter

VOX POPULI


“VOX POPULI”

La nuova rubrica NOTTE CRIMINALE

su: http://www.youtube.com/NotteCriminale

e su:http://nottecriminale.wordpress.com/

“Notte Criminale” continua il suo viaggio tra la sottile linea che separa realtà e finzione all’interno dell’universo criminale e, dopo aver interpellato autori, scrittori e tutte le persone che direttamente o indirettamente hanno davvero avuto a che fare con i tre crimini che Notte Criminale analizza (banda della Magliana, mala del brenta e banda della Comasina), proprio per definirne i contorni, dà voce al pubblico in “Vox Populi”.

La nuova rubrica interamente dedicata al sentire dello spettatore che guarda e vive la realtà mentre si appassiona di crimini, trova ampio spazio all’interno del canale You Tube, all’indirizzo  http://www.youtube.com/NotteCriminale e sul blog http://nottecriminale.wordpress.com/ (che, nato alla fine di luglio, ha ormai superato i 66.000 visitatori unici) passando per le frequenze del più grande social network nella pagina http://www.facebook.com/nottecriminale (che segnala un indice di gradimento in costante ascesa e oggi, pari a circa 1400).

Per Your Plus Communication la scelta di posizionare Notte Criminale all’interno del web (prima che diventi l’Evento che a Roma Milano e Venezia, in tre tappe e per due giorni, analizzerà con la formula dell’intrattenimento fatti e misfatti che hanno segnato la storia italiana) non è certo casuale. Se infatti sono proprio i giovani al centro del mirino di critiche e preoccupazioni, Notte Criminale utilizza il mezzo ed il linguaggio a loro più vicino come comunicazione e fonte del comunicare fatti, notizie ed opinioni.

Comparando il crimine romanzato con le storie criminali effettivamente accadute, spiega, analizza, incuriosisce e prova a calcare la distinzione tra bene e male, vero-falso, giusto- sbagliato, con piccole pretese di inchiesta ma, soprattutto ascoltando il “sentire comune”.

Ed è proprio al primo posto per l’importanza che un prodotto culturale può avere nel creare idee o modulare comportamenti sul giovane pubblico che, all’alba della nuova stagione di Romanzo Criminale la serie, Notte Criminale ha raccolto il punto di vista popolare e ha dato vita a Vox Populi, affiancandola a “L’intervista” e “Controcanto”.

LINK AI POST CORRELATI:

http://nottecriminale.wordpress.com/2010/11/14/vox-poluli-2%C2%AA-parte/

Add to Google

Bookmark and Share

OkNotizie

tutto blog

PaperblogW3Counter

Caso Maniero:Giù le Bautte!


Le bautte sono maschere veneziane che venivano usate dai nobili o da chi ambiva, al tempo della Serenissima, a nascondere il proprio volto per andare a qualche appuntamento galante, compiere certi crimini, nascondere incontri o “servizi segreti”. Ed è proprio facendo riferimento a questo accessorio, ma senza farne uso, che entro a “gamba tesa” sull’argomento che scotta.

Una delle cose più interessanti che ho riscontrato nell’affaire Maniero si può notare nei suoi due arresti: il primo a Capri, il 13 Agosto del 1993 e successivamente, a Torino, il 12 Novembre 1994…

…continua qui

Esclusivo: Maniero «E’ vero ho pagato poco Ma il mio tesoro non esiste»


L’ex boss: vivo per i figli, lavoro e sono un asso dello scopone. La politica? Feci tessere per il Psi.

Vogliono uccidermi? Non ho paura

Avrà anche cambiato vita diventando innocuo e pantofolaio, come dice. Avrà cioè anche detto addio allo spietato criminale che era, al rapinatore da Far West, al trafficante d’armi, all’assassino di complici traditori, all’irridente fuorilegge che per un ventennio ha dettato nel Nord Est solo la sua legge, quella del superboss calcolatore e imprevedibile. Ma la smania di sfida e l’impulso beffardo l’ha conservato immutato. Un esempio? «Faccio l’imprenditore per dieci ore al giorno, vorrei riuscire… poi ho un hobby, lo scopone scientifico. A proposito, saluto tutti gli appassionati… ».

Incontrare Felice Maniero significa trascorrere mezza giornata fra la realtà e l’iperspazio, fra tutto ciò che pretende il senso comune delle cose e la natura dell’uomo, costantemente irregolare. E’ un boss che al ristorante parla a voce alta delle vecchie rapine senza preoccuparsi dei vicini di tavolo, che divora la pizza ma non beve alcolici, che non bestemmia mai, che non si cura minimamente della sventola bionda seduta di fronte e che quando deve insultare qualcuno arriva a dire «stupidone» o «birichino», come certi veneti di buona famiglia. Ora è libero e dunque gira, incontra, tratta. Impossibile sapere dove abiti ma è possibile seguirlo, mangiarci insieme una margherita, ascoltare le telefonate con fornitori, clienti, dipendenti, familiari, «preparami il materiale», «ordina», «volevo dirti che stasera vengo a casa tardi». Senza sosta. Si sveglia alle sei del mattino, alle sette è con noi, alle nove iniziano gli appuntamenti…

…continua qui

Novemila reclusi per 5600 posti dietro le sbarre l’agosto più nero


San Vittore – pianta aerea

ESATTAMENTE un anno fa, il 12 agosto del 2009, moriva a San Vittore, suicida, Luca Campanale. La psicologa del carcere l’ avrebbe “lasciato morire”, scrive il pm Silvia Perrucci, «per mancanza di posti letto». Ma anche nonostante questo precedente, quello che è in corso non è il solito agosto nero per i detenuti in Lombardia. È il peggiore degli ultimi anni. «È stata sfondata la soglia dei novemila detenuti. E abbiamo superato il limite della capienza tollerabile» annuncia Giorgio Bertazzini, garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Provincia di Milano. Se telefoni per parlargli risponde una segreteria che rimanda alla presidenza della Provincia: «Dal primo luglio quest’ ufficio non è più operativo…». Questo perché solo a fine luglio Palazzo Isimbardi ha deciso di concedere una proroga al servizio. E anche questo la dice lunga sui disagi vissuti da chi cerca di occuparsi del pianeta carcere. Un altro segnale sono le difficoltà delle cooperative che cercano di reinserire nel mondo del lavoro chi sconta una pena, colpite dalla crisi e dai tagli al welfare. «Non riusciamo a ricevere commesse con continuità – dice Massimo D’ Angelo della Ecolab, la coop che dà lavoro, tra gli altri, a Renato Vallanzasca – e i contributi pubblici si stanno riducendo.

Carcere di San Vittore

Dobbiamo pagare stipendi e imposte ma non ce la facciamo». Poi c’ è l’ allarme per le carenze d’ organico: in Lombardia gli agenti dovrebbero essere 5353 e invece lavorano solo in 4100, senza contare i distacchi. I suicidi sono in aumento. «Se ne contano cinque dall’ inizio dell’ anno» spiega Eugenio Sarno, della Uilpa, che snocciola dati preoccupanti anche per il sovraffollamento, più 60 per cento in media in regione rispetto alla capienza massima. «Quei numeri – aggiunge però Bertazzini – si riferiscono alla capienza tollerabile. Se invece ci rifacciamo alla capienza regolamentare, quella cioè che dovrebbe essere prevista per legge, emergono dati clamorosi come quello di San Vittore, dove l’ indice del sovraffollamento è del 219 per cento o di Busto Arsizio, dove si arriva addirittura al 270 per cento». Un dramma di cui si sono fatti carico anche gli avvocati. Mirko Mazzali ha presentato insieme a Vinicio Nardo, presidente delle Camere penali, un esposto in procura per denunciare le condizioni disumane in cui vivono i detenuti per colpa del sovraffollamento. «D’ estate la situazione si aggrava – spiega Mazzali – e le condizioni igieniche diventano precarie. Noi crediamo però che il problema si risolva non tanto costruendo nuove carceri, ma aumentando il numero degli agenti di custodia e incrementando le sanzioni alternative al carcere. Ma per questo servono educatori e psicologi che ora invece mancano».

Lucia Castellano, direttrice del carcere di Bollate

Anche il modello Bollate rischia di venire risucchiato dalla crisi generale del sistema in Lombardia, avverte Mazzali. Per Lucia Castellano, direttrice dell’ istituto penitenziario dal quale ieri sono evasi i due detenuti, quello che è avvenuto è anche riconducibile alla «esiguità del personale». Ma aggiunge: «Non voglio trincerarmi dietro questo problema per giustificare una falla che va colmata al più presto. E che va considerata come un fallimento a fronte di tanti successi nella nostra scommessa sulle capacità di recupero delle persone. Se devo fare una classifica degli eventi critici metto prima i suicidi e poi le evasioni. Che, tra l’ altro, sono molto meno».

12 agosto 2010
Fonte: Davide Carlucci per La  Repubblica

Add to Google

Bookmark and Share

OkNotizie
tutto blogPaperblog
W3Counter