Alessandro Roja: “L’Erede”


Abbiamo imparato a conoscerlo quando, in una Roma nera anni ’70, vestiva i panni del “Dandi” in “Romanzo Criminale – La Serie”.

Più come un vero attore che come il personaggio che lo ha reso popolare, ad Alessandro Roja piace vestirsi bene e cambiare spesso abito. Così, per la prossima “collezione cinematografica a/i” sarà «L’erede»: un thriller scritto e diretto da Ugo Chiti e Michael Zampino.

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Ciancimino jr. dà un volto al “puparo”


Il figlio dell’ex sindaco mafioso: «Si presentò come l’autista del generale Paolantoni»

PALERMO – Meno allegro del solito, anzi dimesso e nervoso, Massimo Ciancimino si è seduto ancora una volta sulla sedia del testimone.
Solo quando è entrato nell’aula dove si celebra il processo al generale Mario Mori, il figlio dell’ex sindaco, come se si fosse aperto il palcoscenico, è riuscito a sorridere dopo venti giorni di carcere. Una “vita spericolata” quella del figlio di don Vito, da quando ha deciso di parlare con i pm. Sempre sotto i riflettori della cronaca e le bordate dei critici a raccontare le tante verità, continui colpi di scena puntellati dalle intimidazioni subite. Come un attore consumato, Ciacimino Jr è riuscito a cambiare anche il canovaccio della sua deposizione, la seconda al processo Mori, trasformandola in un nuovo show. Doveva parlare della nomina dell’avvocato Nicolò Amato come legale del padre, ma il tema si è subito spostato sul presunto “puparo” su cui i pm stanno indagando, diventato in aula “Mister X” per non rivelarne l’identità. Prima di sabato scorso Ciancimino non ne aveva mai parlato agli inquirenti. «Sono stato avvicinato da questo personaggio ad aprile dell’anno scorso. Si è presentato come autista del generale dei carabinieri Paolantoni – ha spiegato – Anche lui era dell’arma e mi ha detto di avere ricevuto copia del manoscritto di mio padre Le mafie accompagnato da una documentazione per dimostrare la persecuzione giudiziaria che attuavano Giovanni Falcone e Gianni De Gennaro. Mi disse che le vittime della trattativa erano stati mio padre e il generale Mori e che tutto era stato diretto da altri personaggi come Amato e Mancino». “Mister X” dava anche qualche consiglio al testimone. «Non devi parlare più di Mori», gli avrebbe suggerito. «In più mi avvertì – ha proseguito – che si stava muovendo qualcosa contro di me».

Fonte: Il Corriere Canadese

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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -


Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.

A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.

Il pirata - Fotografia di Andrea ParisseIl Pirata, foto di Andrea Parisse

Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.

Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.

Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:

Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.

A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.

Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.

Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.

Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.

Omaggio A Pantani - Foto di Ryoichi TanakaOmaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka

Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.

Scrivono Vicennati e la madre di Marco:

Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Marco Pantani

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.

Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.

Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.


Antonella Beccaria

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“L’Intervista” a Mario Morcellini


Perché il crimine diventa mito?

Perché gli uomini non hanno trovato un modo diverso di vivere, capire, accettare profondamente la presenza del male. Nella storia degli uomini, questa frase va declinata in maniera diversa e così, nella storia del teatro greco, che è certamente il punto d’ispirazione, almeno per la cultura classica ovviamente quella in cui, ahimè, cadono i professori  universitari, la prima dimensione del mito è stata quella della catarsi. E’ passata cioè l’idea che mettere in scena il male, il delitto, la devianza, fosse un elemento per stigmatizzarlo ovvero per segnalarlo agli altri esseri umani come un elemento riprovevole e, anche, per confortare quelli che si sentivano normali (era quello un tempo felice dove c’erano delle persone che si auto definivano, coraggiosamente, normali). Questa vicenda è molto interessante e facendo semplicemente riferimento alle teorie di Aristotele sulla catarsi, sulla tragedia, per noi è possibile capire quanti passi in avanti (ma ci vuole coraggio per chiamarli “in avanti”) abbiamo fatto da quell’epoca. Oggi, non siamo più in grado di costruire, davvero, una differenza tra devianti e normali, nel senso che il numero dei devianti si confonde, sconvolgentemente, con l’universalismo: tutti noi, trasgrediamo troppo spesso per essere e sentirci normali. Al tempo stesso, forse, è diventato più difficile che in passato, stigmatizzare dei veri e propri devianti e quindi, questa funzione di mitizzazione del male, di fatto, si sta dissolvendo.

Come giudica le critiche sulle pellicole da parte delle istituzioni, finanziatrici delle stesse?

E’ difficile dare un giudizio universale. Bisognerebbe avere il coraggio di analizzare caso per caso. In generale noi stiamo stretti su due fenomeni che hanno, entrambi, diritto di udienza e di tribuna in un dibattito elaborato sul piano culturale. Il rischio è che qualche tendenza contemporanea alla raffigurazione del crimine, finisca per abbracciare troppo intimamente l’oggetto di cui si parla. Sappiamo che tra chi studia un fenomeno, come ad esempio il crimine e chi lo fa, si creano dei contagi. Il fenomeno è soprattutto noto tra gli psicanalisti e le loro “vittime” (se posso chiamarle così ndr).

C’è un primo problema che dobbiamo denunciare in questi termini: qualche volta il piacere della narrazione, l’amore per il formato, l’amore per la comunicazione (come se fosse un’astratta regola di effetti speciali), finisce per non far apparire delle distanze etiche e valoriali tra chi mette in scena un programma e i suoi protagonisti. E’ successo per alcune rappresentazioni delle Brigate Rosse in cui, onestamente, soprattutto agli occhi di quelli che più da vicino hanno sofferto a questi drammatici scippi alla vita, non hanno capito perché bisognasse ritrarre a tutto tondo dei criminali. La prima porzione di verità è: dobbiamo stare attenti al contagio. Su questo, devo dire, le professioni comunicative, non sanno fare un po’ di autocritica perché intanto “se la tirano” moltissimo e sono poco disponibili a mettersi in discussione (già lo fanno un po’ di più i giornalisti); il contagio, invece, è un problema serio.

Il secondo è il fatto che ovviamente dal punto di vista della restituzione della verità storica, per capire una realtà, è necessario approfondirla. Per approfondirla, qualche volta, la si deve abbracciare. Si può capire che la narrazione finisca per essere un privilegio dato al protagonista della narrazione e quindi c’è anche il rischio che il criminale finisca per uscire dalla vicenda come un Santo. Io, ovviamente, non sono contento, ma bisogna capire i meccanismi produttivi che rendono possibile questo fenomeno prima di giudicarlo.

Mi dispiace dividere il mondo in due (perché non è mai in due) ma, da un lato le Istituzioni sono spesso improvvide nel non costruire delle regole d’ingaggio – ammesso che sia legittimo che ci siano regole d’ingaggio che vadano a frenare l’immaginario (e quindi, anche in questo caso, si apre una disputa) però, se un patto viene condiviso, poi deve essere rispettato- quindi: o le Istituzioni sono chiare all’inizio o non possono intervenire dopo perché sembra una stupida censura. Anche quando si tratta di una difesa di valori collettivamente condivisi, la censura, non è mai desiderabile e sembra sempre un’interruzione di un percorso di verità che comunque è sempre meglio di un eccesso di controlli.

Lei ha fatto riferimento alla funzionalità del costruire il racconto….è solo una questione di funzionalità oppure…

Ho detto una frase molto dura sui professionisti della comunicazione, frase di cui sono molto convinto ma che necessita di precisazioni perché quando si attacca bisogna essere rigorosi. Chi studia i processi di descrizione di narrazione (ovvero quello che i semiologi chiamano l’indicalizzazione – cioè come avviene il processo di individuazione di un fuoco, di un personaggio) sa che costruire un personaggio centrale significa, in qualche misura, rischiare sempre la simpatia. Se si mette un soggetto al centro di narrazione, anche se lui è un deviante e un delinquente, in qualche modo lui può contare su una rendita di posizione. In generale esiste un problema etico che le professioni comunicative dovrebbero porsi: stare attenti a chi si sceglie come “eroe”. Se è vero che bisogna fare attenzione, un criminale, che è il protagonista principale di una vicenda, rischia di essere “eroe”. Questo ce lo insegna Propp e le favole dei bambini: una lezione che è incredibilmente attuale anche oggi. Se volete capire bene la cronaca nera, basta studiarsi quello che dice Propp sulla favola.

Morfologia della fiaba

Quindi utilizzare il punto di vista del criminale, può giustificarne i comportamenti?

Bisogna stare attenti a non farla uscire come un “eroe alla Carlay” (come dicono anche qui gli studiosi di “serie A”), cioè quelli del tardo romanticismo in cui il protagonista finisce per essere quello che tutti vogliono come padre, come amante e non dico come marito, perché il marito ormai non lo vuole più nessuno (ndr)

Che legame esiste tra la percezione sociale e la rappresentazione mediale?

Questa è una domanda seria. Il legame tra raffigurazione dei media e percezione: questo è il nodo dei problemi del nostro tempo. Noi cominciamo ad avere la precisa sensazione, nonostante non sia facile documentarla con dati (quando si utilizza un aggettivo impegnativo come “precisa” bisognerebbe dire che ci sono tendenze oggettivamente misurabili con gli strumenti dell’osservazione scientifica), che il dramma che i media hanno  regalato alla modernità è stato di duplice profilo. Provo a sintetizzarlo al massimo perché dobbiamo avere la forza di dirlo in termini semplici:

Primo: La costruzione delle narrazioni ha finito per confondersi con le percezioni collettivamente condivise.

Cioè che la costruzione da parte dei media, diventa lo stile cognitivo con cui i soggetti costruiscono il loro mondo e quindi costruiscono anche i loro valori, senza che ci sia un’interferenza, nella costruzione dei valori, da parte degli esseri umani che ti stanno intorno e cioè che i media possano dettare non tanto l’agenda dei giornali, come banalmente e stupidamente abbiamo pensato in passato, ma l’agenda delle cose importanti nella vita.

Mario Morcellini

Se questo rischio c’è, anche se non siamo in grado di misurarlo, è meglio fermarsi, è meglio un principio di precauzione. Noi non possiamo immaginare che i valori, la cosa più preziosa che un uomo ha dopo la sua lingua (ammesso, anche li, che ci sia una differenza tra valori e lingua perché noi, per costruire dei valori ce li dobbiamo dire, quindi sono incredibilmente collegati alla natura degli esseri umani di essere una natura comunicativa). Se rinunciamo al fatto che i valori nascono dal negoziato delle persone, nascono dal rapporto con l’altro, nascono dallo sguardo con l’altro come se fossero dentro il circuito comunicativo che lo sguardo miracolosamente attiva, significa che rinunciamo ad un aspetto fondamentale della tradizione umanistica; significa che le “macchine comunicazione” interferiscono sul nostro corpo e non va bene. Non siamo preparati. Non è vero che siamo così abilitati a subire il cambiamento.

Anche su questo, abbiamo costruito delle certezze pazzesche: credevamo che la comunicazione aiutasse facilmente gli uomini ad accelerare i processi di cambiamento mentre i disagi, sono più forti del modo in cui facciamo finta di essere moderni. E questo è il primo punto critico del mandato dei media.

Il secondo è quello di aver esasperato le aspettative individuali. Ci torneremo ma, se la nostra analisi sull’insieme della comunicazione è corretta o, almeno, plausibile (ovviamente un’analisi che poi andrebbe divisa e circostanziata per i singoli media- la televisione, certamente, quella più disastrosa come medium-), noi pensiamo che il guaio della modernità, in cui la comunicazione interferisce continuamente, è quello di aver non esaltato le competenze del soggetto  (e cioè aiutato la persona a farsi un’idea ordinata del mondo, a ridurre i rischi, a ridurre l’incertezza) ma, ad aver aumentato quella pazzesca dimensione che è l’aspettativa di una vita sempre più dinamica, sempre di corsa. Da questo punto di vista, la comunicazione, ci ha dato un sacco di fregature!

continua…

Marina Angelo

con la partecipazione di Giovanni Marinetti

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Cinema: Vallanzasca, Placido “polemiche perchè criminalità nord e non sud”


una scena del film “Vallanzasca – Gli angeli del male”

“Non comprendo il clamore suscitato dal film, soprattutto al nord. Si sono fatti centinaia di film sulla mafia e nessuna hai mai fatto questo tipo di polemiche”. Lo ha affermato Michele Placido durante la presentazione di oggi pomeriggio a Palermo della pellicola “Vallanzasca – Gli angeli del male”, in uscita venerdi’ nelle sale. “E’ scandaloso – ha aggiunto il regista – che si stia portando avanti una polemica soprattutto da parte di chi il film non lo ha neanche visto. La pellicola e’ semplicemente la descrizione di una banda di criminali milanese. Forse il problema e’ che non si parla piu’ di criminalita’ del sud”. Dopo la presentazione della pellicola alla Mostra del cinema di Venezia, stasera a Palermo ci sara’ l’anteprima.

“E’ il primo test ufficiale e sono felice che avvenga a Palermo – dice Placido – visto che mi legano tanti ricordi a questa citta’. So che tra i giovani c’e’ stata la corsa ai biglietti, confido nel loro giudizio sincero, non influenzato dai commenti del deputato leghista Cavallotto che ha invitato a boicottare il film”. Presente alla conferenza stampa anche l’attore protagonista Kim Rossi Stuart: “Mi sono avvicinato al personaggio in modo distaccato, m’interessava soprattutto approfondire le contraddizioni che si trovano nel suo animo. Ho incontrato piu’ volte Vallanzasca, ho cercato di conoscerlo e assorbire le sensazioni che mi trasmetteva provando a riportare tutto questo sullo schermo”. Nel cast anche Filippo Timi, Valeria Solarino, Paz Vega e Francesco Scianna che interpreta l’antagonista Francis Turatello.

Fonti: Italpress, Siciliaonline

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Da febbraio al via le riprese per la fiction di Maniero tra Padova, Venezia, Mestre e Slovenia


Elio Germano

Elio Germano, l’attore italiano più premiato degli ultimi tempi (al festival di Cannes 2010 per La nostra vita di Daniele Luchetti ha diviso con Javier Bardem la Palma d’oro) sceglie a sorpresa la tv: interpreterà l’ex boss della Mala del Brenta Felice Maniero nella miniserie Faccia d’angelo prodotta dalla Goodtime e da Sky Cinema che la trasmetterà nella prossima stagione….

…continua qui

Vallanzasca, così Milano sparava


Kim Rossi Stuart

Un magnifico Kim Rossi Stuart interpreta il bandito della Comasina nel film di Placido, appena uscito. Un poliziesco all’italiana, pieno di ritmo e raffiche di mitra, ma tutt’altro che stupido

Non è nuova, l’operazione fatta da Michele Placido con il suo “Vallanzasca – Gli angeli del male”: ad evocare le gesta di noti criminali, c’erano già stati Florestano Vancini (“La banda Casaroli”, 1962) e Carlo Lizzani (nel ’66 col Luciano Lutring di “Svegliati e uccidi”, nel ’68 con la banda Cavallero di “Banditi a Milano”).

Si trattava di film debitori al noir francese, capaci di delineare ritratti d’ambiente e figure convincenti senza rinunciare a scene d’azione. Tra le pellicole citate e l’oggi c’è stato però, negli anni Settanta, il fenomeno del poliziesco italiano: spiccio nei modi, semplificato nelle psicologie, estremamente crudele (ma capace di produrre gioiellini come certi titoli di Fernando Di Leo).

Placido si è incamminato su queste strade firmando un’opera tutta ritmo e frenesia, scandita dal basso continuo delle morti, dal crepitio degli spari, dalla fisicità della violenza. Fedele all’antico detto di John Ford, («Se la leggenda diventa realtà, stampa la leggenda»), Placido ha stampato la leggenda, enfatizzando il lato avventuroso del protagonista, la sua fama di sciupafemmine e il codice d’onore cui si sarebbe attenuto.

John Ford

Ne risulta un poliziesco di gran professionalità: forse meno azzeccato di “Romanzo popolare”, ma non privo di finezze antropologiche. Basti vedere quando, nel carcere, Vallanzasca mostra all’allibito ex compagno di scorrerie Francis Turatello le lettere, le poesie sdilinquite oppure oscene che riceve dalle donne ogni giorno, concludendo con sarcasmo: «Sai, sono le perversioni della casalinga italiana media». Kim Rossi Stuart, nei panni del “bel René”, è magnifico nell’evidenziare ombre e ossessioni del personaggio, arrivando a ricalcare persino la parlata milanese dell’epoca. Filippo Timi, gregario strafatto e incline al tradimento, fornisce ancora una volta una prova superlativa.

Vallanzasca – Gli angeli del male di Michele Placido, con Kim Rossi Stuart, Filippo Timi, Valeria Solarino, Paz Vega

Lietta Tornabuoni

Fonte: L’Espresso

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Tra fiction e realtà, il Nero ne esce proprio male


Io sono un autentico fan di Romanzo criminale – La serie. Trovo di straordinaria precisione la ricostruzione degli ambienti, del design, dei look, finanche della datazione della colonna sonora. Un’attenzione per i particolari che è lontana mille anni luce dalla cultura media delle produzioni di fiction italiana. Ma avverto un sostanziale momento di discontinuità tra la prima e la seconda serie. Gli autori infatti spingono molto di più sul romanzesco e rompono del tutto la continuità con i fatti storici della banda. Anche se su un aspetto particolare di questa dinamica è opportuno ritornare.

Sparatoria di via Donna Olimpia

La pubblicazione sul blog del verbale di Maurizio “il Freddo” Abbatino sulla sparatoria di via Donna Olimpia dimostra questo sostanziale cambio di passo. Il boss pentito ricostruisce nel dettaglio l’agguato che porterà all’arresto in flagranza di Mancini “ricotta” e Colafigli “il bufalo”. Abbatino era nel commando dall’altra parte della strada e lui è gli altri complici non fanno a tempo a intervenire per sottrarli all’incastro poliziesco.

fuga del Dandi

Nella fiction invece Ricotta è arrestato e Bufalo costretto a scappare ferito per l’infingardaggine di “Dandi” De Pedis. Su questa prima falsificazione, che non è del tutto arbitraria (altri pentiti avevano riferito di una partecipazione di “Renatino” come palo/autista inetto) si innesta una lunga catena di vicende convulse e feroci (fino al tentato omicidio da parte di Bufalo e la carognesca reazione di Dandy che infierisce sul ferito impotente. Ma una delle soluzioni narrative scelte non è innocente: infatti Dandy per sottrarsi all’accusa di vigliaccheria si deve assumere l’omicidio del nemico rimasto ferito nella sparatoria e “blindato” in ospedale. E così si affida ai siciliani tramite Nembo Kid (Abbruciati). A lanciare dalla finestra il malcapitato Gemito (Proietti) è il “Nero”.

omicidio  Gemito e il Nero

E a questo punto realtà e fantasia si arravogliano mica male. Massimo Carminati, il personaggio reale che ispira il fascista che quando scopa legge Evola (uno dei pochi particolari eccessivi della prima serie: o era nel film? non ricordo bene, dovrò verificare) è stato appunto processato e assolto per l’omicidio del giornalista Pecorelli dove avrebbe agito come killer per conto della banda della Magliana per eseguire una richiesta dei “siciliani”, affidata appunto a De Pedis e Abbruciati. Tre coincidenze o un grumo di memoria mal elaborato?

attentato al Libanese e i killer: Nembo kid e il Nero

Del tutto infondato, invece, il seguito: e cioè che si scopre che Nembo kid e il Nero erano stati i killer di Giuseppucci per conto sempre di don Carlo e che avevano agito anche nell’attentato milanese al direttore di banca in cui Nembo Kid perde la vita. Così Dandi lo uccide e al tempo stesso coglie l’occasione di accollargli l’omicidio del sardo (Selis) tacitando così un boss della camorra. In realtà Carminati è uno dei pochi protagonisti delle vicende criminali raccontate rimasto in vita, con Colafigli e Abbatino, appunto. E, tanto per fare un esempio, all’epoca della morte di Abbruciati, era detenuto da un anno, con un buco in faccia, prodotto di una violentissima sparatoria scatenatagli contro dalle forze dell’ordine convinti di aver beccato finalmente gli ultimi latitanti dei Nar (Mambro, Cavallini e Vale).

Gilberto Cavallini, Francesca Mambro e Giusva Fioravanti

Il risultato però di questo slancio di fantasia è di consegnare all’immaginario degli spettatori, rafforzato appunto dall’estremo realismo e dalla qualità della produzione, che i fascisti agissero come killer per conto della mafia.

Che è uno dei cardini di un certo tipo di polpettone piuttosto rancido che da tempo viene ammanito come verità storica, tanto che finisce per essere incardinato, senza alcun riscontro, finanche in sentenze giudiziarie, come quella per la strage di Bologna

PS: E a questo punto direi che non è un caso, e comunque non è gratuito, che ovviamente Freddo e Dandi, ricostruendo la storia del Nero, evochino la sua presenza a Bologna il 2 agosto 1980…

Ugo Maria Tassinari

Fonti foto: Sky, Unità, Ansa

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Intervista a Osvaldo De Santis


Osvaldo De Santis, Presidente e AD di 20th Century Fox Italia

Avatar è già storia. Adesso la macchina della 20th Century Fox è concentrata a breve su Innocenti bugie e Wall Street Il denaro non dorme mai, e su Vallanzasca Gli Angeli del Male, che la major ha coprodotto con la Cosmo di Elide Melli. Ne parliamo con Osvaldo De Santis, Presidente e AD di 20th Century Fox Italia.

E’ soddisfatto di come sono andate le cose a Venezia?

Credo che la presentazione di Venezia sia andata bene. Quello che c’interessava maggiormente erano i commenti e la reazione del pubblico, e possiamo ritenerci soddisfatti. La polemica invece che ha investito il personaggio, l’uomo Vallanzasca a noi non interessa. Ed il film in realtà ha poco a che vedere con la vita vera del protagonista. Non abbiamo fatto il film per esprimere un giudizio su di lui. Il giudizio su Vallanzasca è scritto nei registri dei tribunali. Il film non ha intenzione né di assolverlo né di condannarlo, solamente raccontare una storia che possa piacere al pubblico. E’ una storia romanzata, con molti elementi inventati, dal personaggio di Enzo, che esiste solo nel film e non nella realtà, ai famosi quattro rapimenti, di cui nel film ne accenniamo solo due, alla evasione da San Vittore, una tra le più impressionanti azioni che ha fatto lievitare il mito di Vallanzasca, di cui nel film non c’è traccia. La nostra intenzione è sempre stata quella di fare un film che piacesse al pubblico e sono convinto che ci siamo riusciti. Tutte il resto non ci riguarda.

Ciononostante l’eco veneziana è stata piuttosto forte.

Se la domanda vuole essere sull’uscita ad effetto contro i politici di Michele Placido in conferenza stampa, credo che la sua intenzione fosse di fare una battuta paradosso. Purtroppo è stata percepita come una provocazione, ma sono convinto che neanche lui intendesse dire quello che ha detto.

Forse si è innervosito per il tono della polemica e la lettera dei familiari delle vittime, pubblicata sul Corriere della Sera il giorno stesso della presentazione.

Quando parliamo dei familiari delle vittime del bandito Vallanzasca dovremmo alzarci in piedi, perché i poliziotti sono morti per difendere noi. Ma non è questo il punto. Il film non segue il punto di vista di Vallanzasca, che ad esempio ha sempre sostenuto di non aver mai ucciso poliziotti, mentre noi facciamo vedere proprio questi omicidi. Capisco la preoccupazione dei familiari delle vittime ma forse queste persone dovrebbero andare a vedere il film. Loro ne fanno una questione di principio, dicendo che un film su Vallanzasca non avrebbe dovuto essere fatto, ma questa non è certamente la prima pellicola, e nemmeno sarà l’ultima, che racconta la vita di banditi. E’ un vero e proprio genere cinematografico, con dei capolavori come Bonnie e Clyde, e ad esempio, un numero impressionante di film su Al Capone, il primo dei quali fatto quando Al Capone era ancora in vita.

Non pensa che l’opinione pubblica più moderata abbia paura di veder sdoganato Vallanzasca?

Il nostro film non vuole assolvere Vallanzasca o dipingerlo come una vittima. Vallanzasca è un delinquente condannato a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione e questo non è minimamente messo in discussione nel film. Vallanzasca spara ed uccide, addirittura uccide con le sue mani il suo migliore amico. Nel film è lui che da il via alla strage delle carceri e che dice testualmente durante il processo: “questi infami li dobbiamo scovare ovunque ed ammazzarli tutti”.

Riteniamo di aver fatto un film obiettivo, nei limiti della libertà artistica. Se poi qualcuno protesta perché Kim Rossi Stuart ha una faccia troppo accattivante, francamente ci sembra eccessivo. Sicuramente non potevamo metterci un mostro, perché Vallanzasca a suo tempo era un bell’uomo. Addirittura è stato scritto un intero libro “Lettere a Vallanzasca” con le centinaia di lettere che le ammiratrici gli mandavano in carcere.

Per molti giornalisti Vallanzasca Gli Angeli del Male era il miglior film italiano presentato a Venezia, eppure è quello che ha suscitato più polemiche.

Forse anche la disattenzione di Michele Placido durante la conferenza stampa ha contribuito a spostare l’attenzione sul personaggio Vallanzasca e non sul film. Ma considerando le straordinarie critiche dei maggiori giornali stranieri, e le vendite all’estero che sono state finalizzate a Venezia, vedi Inghilterra, Germania, Spagna, Australia, possiamo ritenerci soddisfatti. Poi c’è da dire che i Festival, e Venezia non fa certo eccezione, vivono anche sulle polemiche. Che sono strumentali per una maggiore visibilità, anche presso il pubblico non cinematografico.

Perché la scelta di spostare l’uscita di Vallanzasca a gennaio?

Vorrei evitare di far nascere nuove polemiche ed anche per una forma di rispetto nei confronti dei familiari delle vittime di Vallanzasca, ho pensato che potesse essere considerato indelicato far uscire il film a Natale. Ritengo di aver fatto la scelta più giusta.

Fonte: Primissima

(L’intervista integrale verrà pubblicata su Primissima Trade in uscita nei prossimi giorni)


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Francesco Scianna « L’animale che c’è in me»


L’anno scorso, ha portato a Venezia la Sicilia, la Bagheria in cui è nato e che è diventata Baarìa nel film di Giuseppe Tornatore di cui lui era protagonista. Quest’anno, alla Mostra – Fuori concorso – porta invece la Milano degli anni Settanta: una città che lui, nato nel 1982 e cresciuto prima in Sicilia e poi a Roma, non ha mai conosciuto.

Francesco Scianna

Due volte di seguito sul Lido è una soddisfazione che lo fa sorridere, con quel modo garbato di ragazzo che assomiglia a un antico gentiluomo siciliano. Francesco Scianna in Vallanzasca – Gli angeli del male, il film di Michele Placido tratto dal libro autobiografico di Renato Vallanzasca Il fiore del male (scritto con Carlo Bonini e pubblicato da Tropea), interpreta Francis «Faccia d’angelo» Turatello. Non è un personaggio facile né simpatico: il «bel René» era quello che fra una rapina e un omicidio conquistava le donne con i suoi occhi azzurri, Turatello era il re di Milano, delle bische e dei suoi traffici. Uno cattivo, che fece una fine terribile. Mentre Vallanzasca (nel film, Kim Rossi Stuart) ebbe i suoi ergastoli, Turatello – che doveva scontare una pesante condanna – fu ucciso nel carcere sardo di Badu’e Carros, sventrato dal camorrista Pasquale Barra, detto ‘o animale, che gli addentò per spregio chi dice il cuore chi dice il fegato.


Il fiore del male,  Carlo Bonini, Renato Vallanzasca, edizioni Tropea


Per lei, chi era Turatello?

«Uno che non conoscevo, prima di iniziare il film. Vallanzasca era più popolare, mentre lui non appariva così in prima persona, però gestiva tutto da dietro le quinte, anche quando era in prigione, come nel caso del matrimonio».

Quale matrimonio?

«Quello di Vallanzasca, in carcere. Fu Turatello a volerlo. In realtà il messaggio all’esterno era che Renato non si sposava con Antonella, ma con lui, Francis. Così, pensava, tutti avrebbero capito che lui e Vallanzasca erano tornati amici, dopo essersi combattuti. Sperava che questo avrebbe dato di lui un’immagine più forte, invece finì sventrato in quel modo».

Sarà un film molto violento?

«Le cose che ci devono essere ci saranno, non si tratta di versioni edulcorate dei fatti. Placido è riuscito a tirar fuori il mio istinto, l’animale che c’è in me».

La violenza potrebbe innescare una nuova polemica, dopo quella dei parenti dei poliziotti uccisi da Vallanzasca, che si sono lamentati perché l’assassino con questo film rischia di diventare un eroe.

«Il dolore merita sempre rispetto. Ma credo che il film possa essere un modo per andare oltre: bisogna conoscere e far conoscere, solo così si può crescere. Noi non esaltiamo la figura di Vallanzasca, raccontiamo quella storia e ci auguriamo possa servire a capire che cosa è accaduto. Lo spettatore non ce lo immaginiamo come un’entità passiva che dice: “Che figo, quello con la pistola”».

A proposito di fascino, Turatello com’era rispetto al «bel René»?

«Francis non era bello come Renato, ma aveva il viso da buono e ci sapeva fare con le donne, era quello che le proteggeva, se ne prendeva cura. Anche con Antonella, che Vallanzasca ha sposato in carcere, e che era amica di entrambi da ragazzini: le regalava fiori, la chiamava principessa, la portava fuori la sera e la riaccompagnava presto a casa perché non voleva che rientrasse tardi. La trattava come una sorella».


Vallanzasca – Turatello

Lei ha incontrato qualcuno della famiglia di Turatello?

«Sì, il figlio Eros. Oggi ha poco meno di 40 anni e lavora in un’agenzia di viaggi. Mi ha mostrato delle foto, l’immagine privata di suo padre, anche se l’ha conosciuto pochissimo. In famiglia, per Turatello era importante essere l’uomo che provvedeva a tutti e gestiva tutto. Con il figlio era affettuoso, diceva di volergli regalare una casa cinematografica come se in qualche modo volesse risarcirlo. Del resto Francis, da piccolo, un padre non l’aveva avuto: si era costruito un proprio mito, diceva di essere figlio del boss mafioso Frank tre dita, ma è più probabile che il suo vero genitore fosse uno sconosciuto contrabbandiere».

Lei ha incontrato Vallanzasca sul set?

«Qualche volta. È stato rispettoso del nostro lavoro, e di grande aiuto quando ho avuto bisogno di ricostruire episodi che solo lui poteva conoscere. Un giorno, alla fine di una scena, Vallanzasca è venuto da me e mi ha detto: “Lo sai che mi stai proprio sulle palle?”. Voleva dire che ero sulla strada giusta, che vedeva Francis e non Francesco».

Diverse scene sono state girate in carcere: avete avuto contatti con i detenuti? La riconoscevano per via di Baarìa?

«Qualcuno mi ha riconosciuto, ma non per il film di Tornatore: io ho lavorato anche nel Capo dei capi (la miniserie su Salvatore Riina, ndr) e quello l’avevano visto tutti».

Stando in galera e parlando con Vallanzasca, si è fatto un’idea sulle condizioni dei carcerati?

«Un’ora prima di girare in carcere, sono entrato in una cella e ci sono rimasto da solo, per prepararmi. Le sbarre, lo spazio ridottissimo, la mancanza di cielo. Fino a quell’istante, non avevo capito che cosa significasse veramente essere reclusi: deve essere terribile anche solo per pochi mesi, figuriamoci l’ergastolo. Mi è presa un’angoscia tremenda. Poi, vicino a dove giravamo, c’erano alcuni ergastolani che ci osservavano, ma era come se nei loro occhi non passasse niente, come se fossero fuori da tutto. Quello è un mondo a parte: lì c’è la morte».

Ne ha parlato con Vallanzasca?

«No, non sapevo fino a che punto potevo spingermi».

A Palermo, lei ha mai avuto contatti diretti con la criminalità?

«Un giorno nel mio palazzo è venuto ad abitare Antonio Ingroia (procuratore aggiunto dell’Antimafia, ndr): la microcriminalità che conoscevo, furti e scippi, è improvvisamente sparita. Però ho conosciuto altre paure: auto abbandonate nei giardini, il timore dell’attentato, lo spavento. Avevo 14-15 anni, e questo mi ha fatto sentire improvvisamente privato della mia libertà, della spensieratezza di giocare a pallone».

A parte il film di Placido, ha altri lavori in uscita?

«Dovrei fare un corto con Gabriele Muccino, e ho girato una serie diretta da Gianluca Tavarelli, Le cose che restano: quasi una Meglio gioventù ai nostri giorni, dove sono un poliziotto in borghese che ha una storia con una prostituta».

Dopo tanti poliziotti e delinquenti, ci dice qualcosa sulla sua situazione sentimentale? Di recente l’hanno fotografata con l’attrice Virginie Marsan, poco dopo era al mare con Francesca Chillemi: chi è quella giusta?

«Diciamo che la mia ultima storia importante è finita quattro anni fa. Adesso coltivo la mia crescita, mi sposto molto, sono sempre in giro. In questo momento la mia casa è una valigia».

Vuol dire che nella valigia una ragazza fissa non ci sta?

«Non metterei mai una ragazza in valigia, meglio una ragazza con la valigia, che partisse con me in questa ricerca. Insomma, diciamo che al momento l’unico valore è tentare di rendere bello quello che succede, qualunque forma o durata abbiano questi incontri».

27 agosto 2010

Marina Cappa

Fonte:VANITY FAIR Style.it

LINK CORRELATI:

Non bastano le lacrime per pagare i conti che non tornano


http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/21/non-bastano-le-lacrime-per-pagare-i-conti-che-non-tornano/

Vallanzasca oggi guarda ieri: «Sono un pirla che si è bruciato la vita». Maniero oggi guarda…l’Europa!


http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/25/vallanzasca-oggi-guarda-ieri-%C2%ABsono-un-pirla-che-si-e-bruciato-la-vita%C2%BB-maniero-oggi-guarda-leuropa/

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Ciak si gira: il killer Maniero diventa già film


Le imprese dei banditi ancora una volta attirano autori di fiction e pubblico. E così la carriera criminale di Faccia d’angelo da quest’autunno verrà rivissuta sul set per una serie in due puntate prodotta per Sky. Un altro criminale leggendario esce di galera e scatta subito il «ciak si gira». Più ne hai combinate come bandito e maggiore è la corsa al film o fiction che sia. Questa volta tocca a Felice Maniero, il boss della mafia del Brenta, che ha finito di scontare la sua pena lunedì. Per rapine, omicidi, traffico di droga, estorsioni gli hanno dato 17 anni di galera, invece che l’ergastolo, grazie al suo pentimento, vero o presunto. In autunno inizieranno le riprese di «Faccia d’angelo», una fiction per «Sky», che si ispira ad «Una storia criminale» il libro scritto dallo stesso Maniero con il giornalista Andrea Pasqualetto.

Le due puntate sulla vita del boss andranno in onda il prossimo anno e saranno girate in Veneto e Croazia. Il regista e attore è Andrea Porporati: «Sarà una pellicola sull’ascesa di questo gangster imprenditore, che sfruttò la crescita del Nord Est per le sue scorribande, dalle rapine miliardarie e spettacolari, agli omicidi».Lo scorso anno ci avevano già pensato su «La7» Maurizio Iannelli e Paolo Fattori a mandare in onda un docufiction sulla vita di Felicetto per la serie «Città criminali». La scelta di attori e comparse era avvenuta nell’ex villa bunker di Maniero a Campolongo Maggiore, in provincia di Venezia. Gli aspiranti interpreti del boss dalla «faccia d’angelo», dei suoi spietati luogotenenti e delle pupe che lo circondavano arrivarono a frotte. Molti attratti dalla leggenda noir di Maniero. Qualcuno addirittura faceva notare «che quando c’era lui che controllava il territorio non avevamo così tanta delinquenza straniera».

Adesso ci riprova Sky a ripercorrere la storia del boss da quando aveva 18 anni attraverso i colpi più famosi. Oltre ai 17 omicidi compiuti dalla sua banda, la rapina miliardaria al Casinò di Venezia, con fuga in motoscafo, resta nella leggenda del crimine. Come il colpo all’aeroporto Marco Polo, del capoluogo veneto, per mettere le grinfie su 170 chili d’oro diretti a Francoforte. Maniero non aveva ancora trent’anni, ma la nuova fiction racconterà anche le rocambolesche evasioni dal carcere Due Palazzi di Padova e da Fossombrone. E nelle riprese non dovrebbe mancare la bella vita, in spregio al pericolo di venir riacciuffato. Maniero, durante la latitanza, utilizzò uno yacht, con il nome dell’amata madre Lucy. A bordo, fra Napoli e la Croazia organizzava feste con tante belle donne. Faccia d’angelo, prodotta da Goodtime, racconterà pure la collaborazione con la giustizia di Maniero, che gli ha permesso di tornare in libertà a 55 anni dopo aver seminato il terrore nel Nord Ets dal 1975 al ’95.

Oggi ha cambiato identità e vive in un luogo segreto dove venderebbe elettrodomestici. I parenti delle sue vittime, si sentiranno girare le budella in questi giorni. Ancor di più sapendo che è partita la corsa al film. Stessa storia per la pellicola che Michele Placido sta girando sulla vita di Renato Vallanzasca, uno dei banditi più terribili di Milano e dintorni. Le riprese de «Il fiore del male» sono iniziate in gennaio. Placido ha garantito che onorerà le vittime del Bel Renè, pure lui uscito da poco di galera. Non la pensa così Gabriella Vitali D’Andrea, la vedova di uno degli agenti di polizia freddati dalla banda Vallanzasca nel 1977, durante un inseguimento. «È un errore fare un film su un personaggio che dovrebbe pagare i suoi debiti circondato dal silenzio», ha denunciato la vedova.

Il filone banditesco tira come «Romanzo criminale» il film dedicato alla gang romana della Magliana e la «Uno bianca», una fiction sui veri poliziotti rapinatori e assassini di Bologna. Kim Rossi Stuart è l’attore che ha interpretato «il Freddo», uno dei capi della banda della Magliana e adesso veste i panni di Vallanzasca nel nuovo film. Con il vero Renè ha passato molto tempo, per immedesimarsi nei gesti e nel parlare. Poche, invece, le pellicole ispirate alle guardie più famose che davano la caccia ai ladri. La Rai ha iniziato ad aprile, a Belgrado, le riprese della serie «Il commissario Nardone». Sei puntate dedicate ad una leggenda della questura di Milano negli anni ’50 e ’60.

24 agosto 2010

Fausto Biloslavo

Fonte  Il Giornale

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La banda della Magliana diventa una hit Dopo libri e film, il disco degli Amor fou


ROMA – Il controverso mito della banda della Magliana continua. E cresce sempre di più. Dopo aver sbancato librerie, cinema e piccolo schermo, adesso ha conquistato anche il panorama discografico.

Amor Fou

A sdoganarlo sono stati gli Amor Fou, band milanese, nel loro secondo album, I moralisti, uscito in questi giorni. La prima canzone si intitola proprio De Pedis ed è dedicata ad uno dei boss più temuti della banda della Magliana: quell’Enrico De Pedis, che i “bravi ragazzi” di allora chiamavano Renatino e che lo scrittore-magistrato De Cataldo ha soprannominato il “Dandi”.

Quella degli Amor Fou è una canzone dura, amara e poetica: «Arrivederci Roma, scusa se ti ho ricordato che si muore. Arrivederci giovinezza mia, Trastevere di brutte cose ricordati di me». La band non giudica l’uomo ma racconta la sua altalena tra crimine e redenzione (la sua salma è sepolta nella chiesa di San’Apollinare), voglia di potere e pentimento.

Il risultato è ancora una volta una strana miscela che ammalia il pubblico: in pochi giorni il brano su Youtube è già stato ascoltato da migliaia di persone. Giusto? Sbagliato? Di certo è l’ennesima conferma del successo massmediatico, tutto da spiegare, del sodalizio criminale che ha imperversato a Roma entrando nei segreti dell’Italia degli anni ’70-80. Oltre al libro di De Cataldo e alla trasposizione cinematografica del regista Michele Placido, i fattacci della Banda della Magliana hanno ammaliato il pubblico anche con la serie proposta da Sky.

Applicazione Facebook

E ora su Facebook circola anche un “gioco” dal titolo “Che personaggio sei di Romanzo Criminale” che ha conquistato molti ragazzini i quali, sul loro profilo internet, si compiacciono di assomigliare al “Freddo” o al “Libanese”.

11 giugno 2010

Fonte: Davide Desario per Il Messaggero


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Placido “Vallanzasca a Venezia? Io dico no”


Il bandito: non mi fanno vedere il film su di me, vado al Lido. Il regista Michele Placido: non lo voglio

Renato Vallanzasca sotto i riflettori della Mostra di Venezia. Una sua personale decisione, dovuta al desiderio di vedere, finalmente, il film di cui è protagonista, l’opera cui ha collaborato, in veste di consulente di produzione, la moglie Antonella D’Agostino.

Kim Rossi Stuart nei panni di Vallanzasca nel film di Michele Placido

Ogni giorno sul set, attenta a controllare il modo in cui veniva raccontata la vicenda del suo uomo, anche perché alla base del lavoro, oltre al volume del giornalista Carlo Bonini, Il fiore del male, c’è il suo, intitolato Lettere a Renato. Dal punto di vista pubblicitario è un colpo grosso che darebbe al film di Michele Placido, Vallanzasca – Gli angeli del male, protagonista Kim Rossi Stuart, una visibilità mille volte maggiore di quella normalmente riservata a un film della rassegna. Ma è proprio questo genere di attenzione a provocare la decisa opposizione del regista: «Far venire Vallanzasca a Venezia sarebbe controproducente. Se devo essere sincero, desidererei che stavolta il film restasse fuori dalle beghe. Anzi, dico fermamente che non vorrei Vallanzasca a Venezia».

Il fatto è che la mossa di «René», come lo chiamavano all’epoca d’oro della sua ascesa criminale, nasce da una delusione. Sia Vallanzasca che la sua compagna (sullo schermo l’interpreta l’attrice spagnola Paz Vega) avrebbero chiesto a più riprese, da un mese a questa parte, di vedere la pellicola, ma non ci sono ancora riusciti. In più, raccontano i bene informati, ci sarebbe stato il dispiacere di ascoltare da Michele Placido, in occasione dell’anteprima di venti minuti a Lipari durante la convention della major Fox (produttrice dell’opera con Elide Melli) delle dichiarazioni che sottolineavano la volontà forte di prendere le distanze dal personaggio.

René se la sarebbe presa e avrebbe deciso di chiedere al giudice un permesso speciale per assistere alla proiezione veneziana. Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto. Quante possibilità ci sono che l’autorizzazione venga accordata? A quanto pare, molte, perché Vallanzasca, condannato a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione, ha il permesso di lavorare fuori dalle mura del carcere di Opera con l’obbligo di rientro, ma anche con la possibilità di ottenere, occasionalmente, delle uscite serali. Insomma, la sua apparizione non sarebbe eccezionale: per andare da Milano a Venezia ci vogliono tre ore e, stando attenti ai tempi, ci sarebbe tutto il modo di partire e di rientrare. Certo, da un punto di vista mediatico, la sua presenza sarebbe clamorosa e finirebbe di sicuro per ravvivare le polemiche dei parenti delle vittime, fin dall’inizio decisamente contrari all’operazione.

L’ufficio stampa della Fox replica che no, la presenza del protagonista della storia non è affatto prevista alla kermesse veneziana.

Ma, anche all’interno del gruppo che ha realizzato la pellicola, le posizioni sono diverse. Da una parte, la fermezza di Placido, dall’altra i toni più concilianti di Kim Rossi Stuart: «Non ho la più pallida idea di come andranno le cose – dice al telefono -, l’idea che Renato Vallanzasca venga o non venga al festival non mi fa né piacere né dispiacere. Che poi uno, dopo quarant’anni di carcere, voglia farsi una gita a Venezia, non mi sembra, insomma… Comunque non è un argomento che posso affrontare adesso». Sembra che anche Elide Melli non sia contraria alla proiezione del film per Vallanzasca. Il fatto è che in carcere non ha potuto portarglielo e quindi per l’interessato non resta che l’idea di quella gita.

Una Venezia andata e ritorno, per guardare se stesso negli occhi, nella magia del grande schermo ma anche, forse, con il rimpianto per una vita sballata: «Il film – dice il regista – racconta la storia di un’educazione alla rovescia, la vicenda di un bravo ragazzo che a un certo punto sceglie di saltare sul bancone con un’arma in mano, di mettersi a fare rapine. Il racconto segue il percorso di un criminale, descrive i pensieri nella sua testa, la sua vita di allora ma anche quella di adesso, in galera». Una cosa è certa, ripete Placido: «Non sento di comprendere l’etica criminale, io la condanno e la condanna è tutta nel mio film».

10/08/2010

Fonte: Fulvia Caprara per “La Stampa

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