Etichettato: parlare
Youtube dedica un canale ai giornalisti che hanno perso la vita sul campo per cercare la verità

Youtube, il terzo sito più visitato al mondo dopo Google e Facebook, lancia il «Memoriale multimediale dei giornalisti»: un canale interattivo per ricordare, con video, foto e altre testimonianze, quanto hanno fatto e raccontato le migliaia di giornalisti nel mondo che hanno perso la vita negli ultimi due secoli in nome della verità, della giustizia e della notizia. Lo fa insieme al Newseum di Washington, il museo dell’informazione e del giornalismo americano, ponendosi come la versione digitale del Freedom Forum Journalists Memorial, sezione del museo di Washington dedicata agli oltre duemila giornalisti uccisi nel corso degli ultimi due secoli. Il canale di video-sharing si apre anche alla collaborazione degli utenti che, potranno contribuire ad ampliare la memoria postando video e immagini sul lavoro svolto dai reporter in tutto il mondo.
Il canale “della memoria” non dimentica. E non dimentica nemmeno gli italiani. Celebra le vittime uccise dalla mafia a partire dalla prima, Cosimo Cristina che, a soli venticinque anni, veniva assassinato a Termini Imerese nel 1960 dopo aver scritto per l’Ora di Palermo nomi e parole scomode alla “grande famiglia”.
Parole, nomi e fatti denunciati dai più coraggiosi che riuscivano a vincere la paura come Mauro Rostagno, freddato a Valderice nel 1988, Peppino Impastato, zittito al “centunesimo”passo a Cinisi nel 1978, Mauro de Mauro assassinato a Palermo nel 1970, Mario Francese , ammazzato a Palermo nel 1979, Giuseppe Fava, il Pippo dell’antimafia ucciso a Catania 1984, Beppe Alfano che, per le sue inchieste sul malaffare siciliano e la mafia dentro e fuori trinacria, veniva trovato morto a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1993.
Ma l’Italia, purtroppo, ha una lunga lista di vittime. Uomini e donne uccise in prima linea mentre cercavano la verità, quella scomoda, quella che tende e tendeva a rimanere nascosta. Vittime indimenticabili “cadute” per mano dei terroristi delle Brigate Rosse sono ad esempio Walter Tobagi (1980) e Carlo Casalegno (1977).
Di quelli impegnati all’estero, Youtube, ricorda Ilaria Alpi la giornalista di Rai 3 uccisa in Somalia nel 1994, il fotoreporter Ascanio Raffaele Ciriello ammazzato a Ramallah nel 2002 e Maria Grazia Cutuli corrispondente del Corriere della Sera freddata dai talebani vicino Kabul nel novembre del 2001.
Nomi che hanno visto e riportato, saputo e mai finto di non sapere. Eroi perché non hanno ceduto al silenzio, ai ricatti, ai compromessi. Eroi senza prezzo se non quello inestimabile della loro stessa vita. Eroi che non si sono mai fatti comprare dal miglior offerente ma, hanno continuato a dare notizia, viedoraccontare, parlare, scrivere, fotografare. E la lista di queste vittime del terrore che viviamo e continuiamo a vivere si allunga quando allarghiamo lo sguardo al mondo, agli scatti di Robert Capa, il fotografo ungherese che morì saltando in aria dopo aver attraversato un campo minato in Vietnam nel 1954 lasciando in eredità il frutto dell’obiettivo nato dalla sua macchina fotografica il racconto della guerra civile spagnola, la seconda guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la guerra arabo-israeliana e la prima guerra d’Indocina.
Reportage lontani e vicini, come quelli dell’inviato del Sunday Mirror, Rupert Hammer, ucciso nel sud dell’Afghanistan il 10 gennaio 2010 da una bomba mentre viaggiava con una pattuglia di soldati americani.
Un canale dunque che vuol essere l’occhio sul mondo capace di continuare a guardare con quelli che non possono più vedere; voci che non possono più parlare ma continuano a vivere con la stessa forza e la stessa intensità…perché ricordando Giovanni Falcone a poche ore dall’anniversario della sua morte « Avete chiuso cinque bocche, ne avete aperte 50 milioni.»
Marina Angelo
Ciancimino jr. dà un volto al “puparo”
Il figlio dell’ex sindaco mafioso: «Si presentò come l’autista del generale Paolantoni»
PALERMO – Meno allegro del solito, anzi dimesso e nervoso, Massimo Ciancimino si è seduto ancora una volta sulla sedia del testimone.
Solo quando è entrato nell’aula dove si celebra il processo al generale Mario Mori, il figlio dell’ex sindaco, come se si fosse aperto il palcoscenico, è riuscito a sorridere dopo venti giorni di carcere. Una “vita spericolata” quella del figlio di don Vito, da quando ha deciso di parlare con i pm. Sempre sotto i riflettori della cronaca e le bordate dei critici a raccontare le tante verità, continui colpi di scena puntellati dalle intimidazioni subite. Come un attore consumato, Ciacimino Jr è riuscito a cambiare anche il canovaccio della sua deposizione, la seconda al processo Mori, trasformandola in un nuovo show. Doveva parlare della nomina dell’avvocato Nicolò Amato come legale del padre, ma il tema si è subito spostato sul presunto “puparo” su cui i pm stanno indagando, diventato in aula “Mister X” per non rivelarne l’identità. Prima di sabato scorso Ciancimino non ne aveva mai parlato agli inquirenti. «Sono stato avvicinato da questo personaggio ad aprile dell’anno scorso. Si è presentato come autista del generale dei carabinieri Paolantoni – ha spiegato – Anche lui era dell’arma e mi ha detto di avere ricevuto copia del manoscritto di mio padre Le mafie accompagnato da una documentazione per dimostrare la persecuzione giudiziaria che attuavano Giovanni Falcone e Gianni De Gennaro. Mi disse che le vittime della trattativa erano stati mio padre e il generale Mori e che tutto era stato diretto da altri personaggi come Amato e Mancino». “Mister X” dava anche qualche consiglio al testimone. «Non devi parlare più di Mori», gli avrebbe suggerito. «In più mi avvertì – ha proseguito – che si stava muovendo qualcosa contro di me».
Fonte: Il Corriere Canadese
Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Seconda parte
La mia storia spero sia d’esempio ad altri sport. Le regole, sì, devono essere uguali per tutti. Non esiste lavoro che per esercitare si deve dare il sangue. I controlli di notte alle famiglie degli atleti… Io non mi sono sentito più sereno perché controllato in casa, in albergo, dalle telecamere e sono finito per farmi del male per non rinunciare alla mia intimità, all’intimità della mia donna e degli altri colleghi che hanno perso. E molte storie di famiglie violentate. Ma andate a vedere cos’è un ciclista e alla torbida tristezza per cercare di ritornare a quei sogni di uomo che si infrangono con le droghe [...]. Questo documento è verità. La mia speranza che è un uomo vero o una donna legga e si ponga in difesa di chi, come si deve dire al momento, regole [...]. E non sono un falso, mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare.
Ciao, Marco
Così scriveva Marco Pantani nella sua ultima lettera. E nella sofferenza che lo stava portando alla morte, avvenuta il 14 febbraio 2004 in un residence di Rimini, tornava sempre lì, a un’altra data, quella che segnerà di fatto la fine della sua carriera di sportivo.

Occorre tornare al 5 giugno 1999, quando mancavano ancora due tappe alla fine del Giro d’Italia. Pantani è in sella da 19 anni. Ha avuto qualche incidente, alcuni gravi, ma si è sempre rialzato, ha ripreso a pedalare in un crescendo di vittorie e di popolarità che sembra inarrestabile. Fino a quella mattina, quando nel suo sangue viene trovato un livello di ematocrito troppo alto, il 52 per cento, due punti sopra il tasso consentito.
L’ematocrito è la percentuale occupata dai globuli rossi rispetto alla parte liquida e un picco, che rende il sangue troppo denso, può comportare rischi per la salute. Dunque, ufficialmente, controllarne i livelli degli atleti sarebbe un provvedimento per tutelare il loro stato fisico ancor prima di andare a caccia di sostanze dopanti. Ma proprio su questo valore si concentrano dubbi mai dissipati a proposito di quanto successe a Marco Pantani. Tanto che ancora oggi c’è chi continua a parlare dell’”imboscata” di Madonna di Campiglio.
Nel passato del Pirata non c’erano state ombre che potessero far pensare, anche in via ipotetica, al ricorso alla chimica e alla farmacologia per vincere. Nessun dubbio nemmeno quando nel 1998 aveva stupito tutto aggiudicandosi uno spettacolare Tour de France, che gli era valso numerosi riconoscimenti quando era rientrato in Italia. E da almeno due anni Pantani aveva iniziato campagne contro il doping.
Era accaduto nel 1996, quando si era fatta impellente la necessità di fare piazza pulita nel mondo del ciclismo. Così un pugno di sportivi, senza alcun input che venisse dalla Federazione o dal Coni, si riunì. Al tavolo c’erano, oltre allo stesso Pantani, Gianni Bugno, Maurizio Fondriest, Claudio Chiappucci e altri. Insieme decisero di sottoporsi a controlli del sangue e così facendo volevano dimostrare la loro volontà nello sconfiggere il doping. Sul come farlo, venne trovato un accordo comune con i medici e il risultato fu questo: andava considerato illegale qualsiasi valore superiore a 50.
Dunque Marco Pantani era tra coloro che avevano sottoscritto il valore massimo di ematocrito nel sangue per un ciclista. E la mattina del 5 giugno 1999 sapeva che gli ispettori dell’Unione ciclistica internazionale lo avrebbero controllato perché ai test, in genere, vengono sottoposti i primi dieci della classifica e a lui non era ancora toccato. Se non fosse stato quel giorno, il suo sangue sarebbe stato analizzato al più tardi il successivo. Inoltre il 5 giugno si pensò anche che gli ispettori non sarebbero arrivati perché erano in ritardo rispetto al solito. Pantani, vedendo il tempo che passava, avrebbe potuto far colazione e dunque di essere escluso dai controlli.
Se lo avesse fatto, i protocolli previsti per i controlli antidoping lo avrebbero escluso perché i test devono essere svolti a stomaco vuoto. Invece attese e quando lo staff ispettivo si presentò si sottopose alle verifiche sportive senza timori. Venne chiamato per ultimo, nonostante ci si aspettasse che fosse il primo essendo colui che vestiva la maglia rosa. Inoltre non gli si fece scegliere la provetta, che invece venne consegnata dagli ispettori.
La provetta dentro la quale c’è un anticoagulante è importante perché rimane un elemento di perplessità sull’attendibilità di quel controllo. Dentro di essa, fu versato il sangue di Pantani mentre il regolamento prescriveva che fosse distribuito in due fiale. Se infatti fossero stati riscontrati dei problemi con la prima, si sarebbe dovuto ripetere il test sul campione contenuto nella seconda, cosa che non fu possibile. Infine, quell’unica fiala non venne riposta nella borsa frigorifera in cui dovevano essere conservati i campioni, ma finì nella tasca dell’ispettore.
C’è dell’altro. Fino a un certo punto, i controlli sul sangue degli atleti dovevano avvenire alla presenza di un medico della società a cui appartenevano per controllarne la correttezza. Ma poi, per ragioni di costi e per cercare di estendere i test a quanti più ciclisti possibile, le procedure vennero modificate senza che venisse cambiato anche il regolamento. Il nucleo delle modifiche verteva intorno alla rilevanza di un medico sociale.
Stranezze del controllo, devono essere sembrate al ciclista, che – si diceva – appariva totalmente tranquillo perché sicuro di essere in regola. Ogni team sportivo aveva le proprie apparecchiature per verificare i livelli dell’ematocrito e la sera prima, a un controllo interno, il tasso di Pantani era del 48 per cento, lo stesso che risultò il mattino successivo quando si sottopose sempre a una verifica della sua equipe. Il 4 per cento in meno rispetto a quanto stabilirà il testo dell’Unione. Inoltre, secondo i medici del team di Pantani, la relazione tra l’emoglobina e l’ematocrito – che deve essere di 1 a 3 – nel caso di Marco Pantani era conforme: 16,4 di emoglobina e 48 di ematocrito.
Invece l’esito dei controlli degli ispettori, comunicato ai giornalisti prima che a Pantani stesso, fu diverso. Pantani risultò avere un valore del 52 per cento di ematocrito. Possibile? Lo stesso Pantani, in un’intervista concessa nelle settimane successive a Gianni Minà, adombra il sospetto che qualcuno abbia manipolato la sua provetta
L’uomo è corrompibile. E quest’anno si è cominciato a scommettere nel ciclismo. Non credo sia troppo positivo: sappiamo che c’erano 200 miliardi di scommesse».
E ancora, si chiese Pantani, perché non venne riesaminato? Di fatto, non ci sarà mai una controanalisi, ma solo altre analisi sullo stesso campione di sangue, quello inserito nella provetta che poi il medico si sarebbe messo in tasca. L’unico ulteriore test Pantani lo fece due ore dopo aver lasciato Madonna di Campiglio. Lo effettuò in laboratorio di Imola abilitato Uci (Unione Ciclistica Internazionale). Risultato: 48,1 per cento. Ma questo esito non ebbe nessuna rilevanza: perseguito poi dalla giustizia sportiva, gli si ribatté che, lasciato il Giro d’Italia, aveva avuto tutto il tempo di mettersi in regola.
Così, quel 5 giugno 1999 non è solo la fine della carriera sportiva di Marco Pantani, ma anche – forse – l’inizio della fine della sua vita. Avrebbe potuto fare come molti altri atleti, “scontare” la condanna etica che gli venne inflitta e poi risalire in bicicletta, dimenticandosi delle insinuazioni. Anzi, a voler usare i termini corretti, il Pirata avrebbe potuto riprendersi in fretta: l’unico obbligo a cui all’inizio doveva essere sottoposto era un fermo di quindici giorni, tanto gli imponeva la “sospensione cautelativa” per la sua salute. Non era stato squalificato e avrebbe potuto partecipare al Tour de France del 1999, ma a quel punto era iniziato un attacco mediatico intenso. E prevalse la vergogna, indipendentemente dalla fondatezza delle accuse che gli venivano rivolte. Una vergogna che si rivelerà, meno di cinque anni più tardi, fatale.
Sul momento dichiarò:
È qualcosa che ti colpisce nel morale, nell’anima. Non è l’incidente [...], questa volta si parte da molto più in basso [...]. Purtroppo nella società, non solo nello sport, ci accorgiamo che si viene condannati ancora prima che ci si possa difendere.
I giornali a stretto giro iniziarono a scagliarglisi contro dandogli del traditore. Le persone comuni, anche i tifosi, quelli che l’avevano portato in palmo di mano, dopo l’episodio di Madonna di Campiglio lo chiamano “drogato”, “fasullo”. E nelle settimane successive ci aveva provato a continuare con gli allenamenti, ma in quel periodo se ne tornava a casa rapido, quasi subito, e passava ore seduto sui gradini delle scale di casa sua in lacrime. Non reagiva, restava ancora alle primissime dichiarazioni:
C’è qualcosa di strano, sono ripartito dopo dei grossi incidenti, ma questa volta credo che moralmente abbiamo toccato il fondo.
Marco Pantani ci provò ancora in seguito a rimettersi in sella. E forse, una delle sue ultime imprese da sportivo, è stata al Tour de France del 2000, durante la tappa di Courchevel. Ma non è stato sufficiente perché potesse tornare a essere il campione di prima.
LINK AI POST CORRELATI:
Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte –
Dal suo Blog,chiuso da anni, Renato Vallanzasca scriveva:
Perchè….
Perché ho deciso di aprire un mio sito e parlare sul blog…Immagino saranno parecchi quelli che se lo chiederanno. Era da almeno 4 o 5 anni che intendevo farlo, ma poi, per una ragione o per l’altra ho sempre evitato. Negl’ultimi 3 poi, la spinta a mettermi in rete era ancora più forte, ma ho evitato di farlo per non lasciare intendere che volessi in qualche modo cercare anche solo qualche timido consenso alla mia domanda di Grazia rivolta al Capo dello Stato. Ora che tutto è ormai chiarito, non ho più alcuna ragione per negarmi una cosa che mi sta tanto a cuore, quindi…eccomi qui. Sono perfettamente conscio che, aldilà del godibile passatempo, sarà un arduo impegno! Arduo almeno per 3 ragioni principali: la prima è che metto già in conto che non saranno poche le persone che mi contatteranno solo per esprimermi i loro non rosei apprezzamenti ! …La seconda è che non potendo accedere direttamente alla rete, sarò costretto a spedire tutti gli scritti a chi si è preso il non indifferente impegno di avere cura del sito, facendomi pervenire i vari messaggi di chi si prenderà la briga di mandarmene…La terza sta nel timore, se non proprio nella certezza che, coloro che sono preposti a vigilare su di me, non vedano di buon occhio questa mia iniziativa: posso capirlo !…
Ma allo stesso tempo mi rendo conto che, i danni che mi procurerò, non potrebbero essere peggiori di quelli che hanno fatto i pennivendoli riversandomi addosso delle belle camionate di cacca! Beninteso, non ho iniziato questa nuova e sollecitante avventura, solo per difendermi da questi signori… Piuttosto sarebbe più vero interpretarlo come un modo per tenersi vivo anche vivendo fuori dal mondo!… Ma ciò non toglie che i signori di cui sopra, sapendo che potrei fare sentire la mia voce, sarebbero meno spavaldi nello scrivere cose ignobili, che a volte, sono state molto lontane dalla verità…Considerato che sono in assoluto per la libertà d’opinione non penso neppure di mettere a tacere chi mi giudica anche in modo ipercritico! Facile immaginare che non ne sarò entusiasta. Ma sino a che si dirà la verità, accetterò di buon grado anche le forche caudine!
…Quando parlo di Verità, non pretendo di essere colui che la può insindacabilmente stabilire, ma non credo di chiedere la luna se vorrei fosse rispettata almeno quella che la giustizia ha decretato con sentenze passate in giudicato, cosa che troppo spesso non avviene. Sono anni che tento di chiedere ai giornalisti che da sempre mi contattano per un’intervista, sia essa direttamente ad un microfono, oppure tramite domande scritte e inviatemi per posta, non certo per essere benigni, o peggio, compassionevoli, nei miei riguardi, ma solo di essere fedeli nel riportare le mie parole!… Senza contare che non mi sono mai sognato di concordare neppure mezza domanda…semplicemente perché lo trovavo ipocrita e poco dignitoso! Con queste prerogative non ritenevo che le mie fossero pretese assurde…ma dopo una marea di esperienze negative, dove solo in qualche rara occasione è stato tenuto fede all’impegno preso!
…Qualche volta le mie risposte sono state solo potate un po’…ma non è stato raro constatare che, grazie a qualche furbizia da pennivendolo..se non erano state travisate del tutto le mie parole, quanto meno, assumevano dei contorni alquanto diversi! In altre lo stravolgevano completamente!…Quando, addirittura, mi sono viste virgolettate parole mai dette che, altro non potevano essere che un’opinione del pennivendolo di turno o un qualcosa ad effetto!… Nonostante gli svariati suggerimenti di tanta gente, non ho mai risposto no grazie, anche quando sapevo che avevo a che fare con qualcuno che mi avrebbe posto domande altamente imbarazzanti!!…Beh nonostante sia sempre stato disponibilissimo a confrontarmi anche con chi, tra costoro, sapevo di stare neanche troppo cordialmente sulle balle…a volte arrivando ad anticipargli che l’antipatia era del tutto reciproca…Con alto senso della fedeltà di cronaca, ho dovuto spesso mandar loro degli accidenti!…In ogni caso, non ho mai denunciato nessuno perché non era/è da me!… Ne ho mai chiesto rettifiche, anche quando ero certo che non avrebbero potuto negarmele!…So bene che la corporazione dei pennivendoli storcerà il naso…magari diranno che anche i calciatori e addirittura i politici smentiscono spesso le loro dichiarazioni del giorno prima…Sarà senz’altro vero, ma io non sono né un calciatore né un politico, non ho mai temuto neppure le mie dichiarazioni più incaute!…Io non ho mai avuto bisogno di farmi apparire diverso da quello che sono neppure davanti a chi, come un giudice, poteva distruggere anche il benché minimo spiraglio di luce sulla mia Libertà…
Non ho mai avuto remore ad ammettere e confessare anche i delitti più atroci pur avendo la certezza che nessuno me ne avrebbe mai chiesto conto! Evidentemente, a loro non bastava che venissi giudicato per quello che avevo realmente commesso e confessato, ma di volta in volta, o si dovevano inventare qualcosa, o distorcere qualcos’altro…manco non fosse abbastanza gravoso quello che non esitavo ad ammettere. Ecco, quanto meno ora sappiamo che, sempre evitando di fare denuncie, non esiterò a rispondere loro…Magari riempiendoli di parolacce…così, anche solo per vedere se poi saranno loro ad avere il coraggio di denunciare me…davanti ad un magistrato che, inevitabilmente dovrà ascoltare le mie ragioni! Ma siccome penso che, d’ora in poi, proprio per le ragioni addotte, non saranno tanto numerosi quelli che si inventeranno stronzate…e neppure omicidi per i quali altri stanno pagando da anni…non credo che nel mio blog avrò molte occasioni per parlare di loro…anzi, voglio sperare che questa sia la prima e unica volta che lo faccio! Vero è che non è mai corretto fare di tutta l’erba un fascio!
…Tanto più quando posso dire di aver incontrato anche Galantuomini nell’informazione! Ma, ahimè, per quel che mi consta, si tratta di una sparuta minoranza! Tra questi ce n’è pure qualcuno che non è mai stato tenero con me…ma, onore a loro, si sono assunti le responsabilità di separare i Fatti dalle Opinioni!…Si, un giorno dovrò fare un libro bianco, cioè rendere noto i nomi di quei giornalisti che, a mio avviso, sono degni di questa qualifica! Un libro nero? No, quello sarebbe troppo lungo ed impegnativo!…Stop…Prima di chiudere questo mio primo intervento, rispondo ad una domanda che mi è stata fatta un’infinità di volte nelle ultime due settimane, cioè come ho preso il rifiuto alla mia domanda di Grazia da parte del Capo dello Stato…Per completezza d’informazione, penso sarebbe giusto che ognuno sapesse quello che ho scritto realmente, senza subire il filtro della stampa, quindi per chi avrà qualche minuto da perdere, a parte, avrà la possibilità di leggere integralmente le mie esatte parole inviate al Presidente Napolitano (le stesse che in precedenza avevo scritte al Suo predecessore, il Presidente Ciampi), cosa che, a mio avviso, spiegherebbe il mio pensiero molto di più di qualsiasi altra disquisizione di dotti soloni.
Dunque: anche se non ho mai creduto sino in fondo alla possibilità che sarebbe stata concessa Clemenza, soprattutto per le insistenze della Mia Vecchia Madre che minacciava di farla lei in vece mia e per dare a Lei e alla Mia Compagna Antonella una Speranza che desse loro la forza di andare avanti, ho deciso di assumermi la responsabilità in prima persona, come mi è sempre stato naturale ed ho inviato quello scarno scritto che, qualcuno è arrivato a ritenere irriguardoso…Anche se non lo credo assolutamente, se così fosse me ne dispiacerei perché non era mia intenzione esserlo!…Mi sono limitato a farlo con franchezza e con l’umiltà che si acquista solo con gli anni che passano…Dire me l’aspettavo, sarebbe decisamente troppo! Negare che ci Sperassi un’infamità!…Ma ciò non toglie che, nonostante il mio innato Ottimismo, ho avuto sempre la netta sensazione che la risposta sarebbe stata negativa!…Dicono un po’ tutti che io non abbia santi in paradiso…Bhè, affermare il contrario sarebbe da fuori di testa!…ma nonostante ciò so che ci sono parecchi, anche nelle istituzioni che non mi sono ostili, anzi…ma c’è da capirli se le loro voci sono un po’ soft…quando mi si dice che qualche tempo fa, qualcuno di altissimo loco, è arrivato a dire: Di principio non avrei nulla da ridire per la Grazia a Vallanzasca, perché al di là dei non pochi disastri di cui si è reso responsabile, non si può negare che di galera se ne sia fatta come nessun altro!..pur non essendo il peggiore in assoluto: Lui almeno non ha mai accampato scuse sociologiche o facendo piagnistei, non esito a definirlo un “bandito onesto”!
… La sua sfortuna è stata l’indulto dato a pioggia, le polemiche che ne sono susseguite ed il momento difficile ed emergenziale che stiamo attraversando: basta pensare a “Vallettopoli”!…Dopo essere venuto a conoscenza di un tale ragionamento…come avrei potuto sperare in un atto di clemenza?!… Se una decisione tanto delicata, sia per il Presidente che è istituito a dover decidere, che per chi come me resta in attesa di tale vitale decisione, deve essere o meno presa in considerazione in base allo scandalo Vallettopoli, allora siamo proprio alla frutta! Come devo averla presa?…E’ stata una pia illusione che, se non altro, ha dato alla mia Mammetta la forza di continuare a tener duro!…Per me è stata la fine di un sogno che mi avrebbe restituito alla Vita!.. Al limite potrei dire che per rigettarla avrebbero potuto anche essere più celeri…ma se per un probo cittadino italiano, figlio della burocrazia, ci vogliono tempi inenarrabili anche per l’atto più semplice, è quasi logico che per una decisione del Capo dello Stato siano indispensabili almeno un paio d’anni! Come detto, ci Speravo Si!..ma non è una scommessa su cui avrei puntato chissà cosa…in fin dei conti sono molti quelli che sperano di vincere alla lotteria…ma la stragrande maggioranza rimane deluso!…Ecco, per me sarebbe stato un po’ come fare un 13 con tutti i “2” in schedina, un’iperbole troppo improbabile! La cosa non mi ha destabilizzato che per qualche minuto!…Dopo di che ho pensato di ricominciare a pensare a quello che avrei dovuto fare per sopravvivere senza la Grazia
…Ero e sono intimamente convinto che prima o poi qualcuno si dovrà rendere conto che se la pena ha il fine di rendere alla società un uomo diverso…tenermi ulteriormente in galera nonostante il Bel Renè resti solo un’invenzione poco fantasiosa dei pennivendoli, sarebbe solo lo spirito di vendetta a prevalere…quindi aspetto che mi venga offerta una nuova e differente possibilità di tornare in società…magari con quelle misure alternative che sarei il solo, o uno dei pochissimi, a cui non è stata data la possibilità di poter accedere. Un tempo avevo fretta, volevo tutto e subito!…Con gli anni si prende coscienza che bisogna portare pazienza…e io, che sono diventato un vecchio saggio, confido che passerà a nuttata…come dicono nel paese di Antonella. Se poi non dovesse essere così…ancora pazienza…visto che le mie sventure me le sono proprio andate a cercare!…e non sarà certo una Grazia negata a farmi rivedere le decisioni prese sul mio Futuro!…Se poi il termine futuro lo dovrò cancellare dal mio vocabolario…non sarà una ragione sufficiente per farmi tagliare le vene!…Concludo questa mia chiacchierata con un Cordiale Saluto a Tutti!…da Renato
Mercoledì 10 ottobre 2007
Nel ringraziare tutti voi, ci preme fare alcune precisazioni: Renato Vallanzasca non ha accesso alla rete e la gestione del blog avviene esclusivamente per via epistolare. Comunichiamo quindi che i commenti verranno recapitati nel più breve tempo possibile. Lo Staff.
L’INTERVISTA ad Emanuela Piantadosi Presidente Vittime del Dovere: la “doverosa” premessa per anticipare l’esclusiva Notte Criminale
Notte Criminale è instancabile nel cercare la risposta al “perché il crimine diventa mito”. Lo fa senza giudizi o pregiudizi ma facendosi, legittimamente ed umanamente, delle opinioni su ciò che vede, sente o, quando proprio le tenebre sembrano voler nascondere, intravede. Ambisce all’obiettività e all’essere sopra le parti ma, si accorge di essere umana e, proprio per questo, dà voce a tutti coloro i quali hanno incrociato, direttamente o indirettamente, nel proprio cammino, purtroppo o per sfortuna, il crimine.
Misfatti che, sebbene abbiano fatto arricchire criminali e bande, hanno sempre e comunque devastato vite, a volte eliminate ma, sempre e comunque, hanno disintegrato quelle di chi era, è ed è rimasto legato alle vittime di “guerre criminali”. Guerre spesso senza perché, guerre sancite all’interno di un gioco delle parti, quelle delle vittime e quelle dei carnefici. Ruoli che, come per un mazzo di carte, vengono a piacere mescolati e, magari, anche giustificati con la parola “libertà”.
La stessa che sancisce i confini invalicabili tra mio e tuo; la stessa che, pur di scappare alle manette e fuggire dalla cassa per pagare il conto, fa vincere la prima mano di un ignobile partita all’assassino ma, nei casi più fortunati, tra buoni e cattivi, proprio come il copione del criminal – show imposto negli ultimi tempi, rende onore ed omaggio alla giustizia.
Sebbene il tutto sembra avere i contorni più o meno sbiaditi della trama di un vecchio film poliziottesco a “pro” di bene (a seconda dei punti di vista o di osservazione), ora e per tutto il corso di “Notte Criminale” si è parlato, si parla e si parlerà di quella realtà comune a tutti o quasi, quella realtà che racconta di uomini in prima linea che, dalla parte del bene e dalla parte del male, si sono scontrati e, senza alcuna controfigura, con un clik, nettamente diverso da quello di un telecomando, si sono spenti.
Certo è che il battito del loro cuore muto e silenzioso, scandisce come un metronomo ancora la vita e i ricordi di familiari, amici e conoscenti che oggi come ieri, non dimenticano ma, al contrario, fanno fatica a dimenticare.
Notte Criminale, per rendere onore e preservare la memoria dei rappresentanti delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate, caduti o feriti nell’adempimento del loro dovere, sacrificando la vita per servire la Nazione, è andata presso la Casa del Volontariato di Monza ad intervistare Emanuela Piantadosi, Presidente Vittime del Dovere.
Inutile dire che aver preparato l’intervista è servito a ben poco, perché questa volta l’interlocutore non aveva nulla a che fare con autori, scrittori, registi o attori. Nessuna interpretazione da copione se non quella del ricordo ancora vivo come l’angoscia di un dolore vissuto sulla propria pelle a spese…del cuore. Vivo non solo in Emanuela e nella luce che illumina ancora oggi i suoi occhi. Occhi di gente che continuano a non trovare rassegnazione né mai hanno solo pensato di poter spegnere il luccichio della speranza.
Occhi alimentati dalla rabbia a pochi giorni dopo la presentazione de “Gli angeli del male” a Venezia, discutissimo film di Michele Placido sulla vita di Renato Vallanzasca, lo stesso uomo che sta scontando le sue colpe in galera e che, non ha mai smesso di raccontare, raccontarsi e far parlare di sé. Il caso… e non un caso qualsiasi.
Già perché il bel Renè, etichettato in questi termini dalla stampa di ieri e di oggi ( vuoi per farlo rientrare brevemente, con il suo nome, in titoli che si allungavano come la macchia che sporcava la sua fedina penale, vuoi per compiacere la bellezza che l’ha accompagnato durante i suoi anni d’oro di una Milano di piombo) un caso speciale, lo è sempre stato.
Anche adesso che paga giustamente il suo debito all’interno di un’Italia dove, pure la giusta pena o il giusto “scontato”, sembrano essere l’eccezione, e non la regola, per tutti i criminali che, pur stando con entrambe le scarpe dentro ai crimini più crudeli, sono fuori da quelle sbarre che la “libertà” giocata nella battaglia con la giustizia, la farebbero solo intravedere.
Emanuela, figlia del maresciallo dei carabinieri, Stefano Piantadosi (ucciso da un ergastolano in permesso premio fermato per un controllo), e alla guida della onlus, non vuol essere ripresa, quindi niente telecamere, niente video-intervista, almeno non ora, non adesso, non al primo incontro. Una richiesta che va rispettata, insieme al dolore che trasuda da tutti i pori, dagli occhi che, mi scrutano cercando fiducia ma che ogni tanto tradiscono la forza a cui sono stati abituati per sopravvivere facendosi più brillanti o dal timbro della voce che, raccontando un tempo mai troppo lontano, trema ma non cede.
Non cede no, così come non lo ha fatto durante questi anni. Anni in cui, con la stessa tenacia ha lottato e continua a combattere, purtroppo, non solo con le vecchie ferite ma, anche con quelle più nuove, inaspettate o insospettabili.
Ferite che si aprono tutte le volte che si scrive un libro, si produce un film, tutte le volte che Renato Vallanzasca (nel “caso” specifico), semplicemente perché va a lavoro, fa discutere e, tutte le volte che si ritrova a lottare anche, e non solo, contro uno Stato che discrimina le pallottole capaci di uccidere.
Già, a quelle piaghe ormai esistenti, se ne aggiunge un’altra che brucia come fosse sale sulla ferita mai chiusa né, pare, capace di “saldare i conti” con lo Stato nemmeno con la vita…
…continua
Marina Angelo
Ciak si gira: il killer Maniero diventa già film
Le imprese dei banditi ancora una volta attirano autori di fiction e pubblico. E così la carriera criminale di Faccia d’angelo da quest’autunno verrà rivissuta sul set per una serie in due puntate prodotta per Sky. Un altro criminale leggendario esce di galera e scatta subito il «ciak si gira». Più ne hai combinate come bandito e maggiore è la corsa al film o fiction che sia. Questa volta tocca a Felice Maniero, il boss della mafia del Brenta, che ha finito di scontare la sua pena lunedì. Per rapine, omicidi, traffico di droga, estorsioni gli hanno dato 17 anni di galera, invece che l’ergastolo, grazie al suo pentimento, vero o presunto. In autunno inizieranno le riprese di «Faccia d’angelo», una fiction per «Sky», che si ispira ad «Una storia criminale» il libro scritto dallo stesso Maniero con il giornalista Andrea Pasqualetto.
Le due puntate sulla vita del boss andranno in onda il prossimo anno e saranno girate in Veneto e Croazia. Il regista e attore è Andrea Porporati: «Sarà una pellicola sull’ascesa di questo gangster imprenditore, che sfruttò la crescita del Nord Est per le sue scorribande, dalle rapine miliardarie e spettacolari, agli omicidi».Lo scorso anno ci avevano già pensato su «La7» Maurizio Iannelli e Paolo Fattori a mandare in onda un docufiction sulla vita di Felicetto per la serie «Città criminali». La scelta di attori e comparse era avvenuta nell’ex villa bunker di Maniero a Campolongo Maggiore, in provincia di Venezia. Gli aspiranti interpreti del boss dalla «faccia d’angelo», dei suoi spietati luogotenenti e delle pupe che lo circondavano arrivarono a frotte. Molti attratti dalla leggenda noir di Maniero. Qualcuno addirittura faceva notare «che quando c’era lui che controllava il territorio non avevamo così tanta delinquenza straniera».
Adesso ci riprova Sky a ripercorrere la storia del boss da quando aveva 18 anni attraverso i colpi più famosi. Oltre ai 17 omicidi compiuti dalla sua banda, la rapina miliardaria al Casinò di Venezia, con fuga in motoscafo, resta nella leggenda del crimine. Come il colpo all’aeroporto Marco Polo, del capoluogo veneto, per mettere le grinfie su 170 chili d’oro diretti a Francoforte. Maniero non aveva ancora trent’anni, ma la nuova fiction racconterà anche le rocambolesche evasioni dal carcere Due Palazzi di Padova e da Fossombrone. E nelle riprese non dovrebbe mancare la bella vita, in spregio al pericolo di venir riacciuffato. Maniero, durante la latitanza, utilizzò uno yacht, con il nome dell’amata madre Lucy. A bordo, fra Napoli e la Croazia organizzava feste con tante belle donne. Faccia d’angelo, prodotta da Goodtime, racconterà pure la collaborazione con la giustizia di Maniero, che gli ha permesso di tornare in libertà a 55 anni dopo aver seminato il terrore nel Nord Ets dal 1975 al ’95.
Oggi ha cambiato identità e vive in un luogo segreto dove venderebbe elettrodomestici. I parenti delle sue vittime, si sentiranno girare le budella in questi giorni. Ancor di più sapendo che è partita la corsa al film. Stessa storia per la pellicola che Michele Placido sta girando sulla vita di Renato Vallanzasca, uno dei banditi più terribili di Milano e dintorni. Le riprese de «Il fiore del male» sono iniziate in gennaio. Placido ha garantito che onorerà le vittime del Bel Renè, pure lui uscito da poco di galera. Non la pensa così Gabriella Vitali D’Andrea, la vedova di uno degli agenti di polizia freddati dalla banda Vallanzasca nel 1977, durante un inseguimento. «È un errore fare un film su un personaggio che dovrebbe pagare i suoi debiti circondato dal silenzio», ha denunciato la vedova.
Il filone banditesco tira come «Romanzo criminale» il film dedicato alla gang romana della Magliana e la «Uno bianca», una fiction sui veri poliziotti rapinatori e assassini di Bologna. Kim Rossi Stuart è l’attore che ha interpretato «il Freddo», uno dei capi della banda della Magliana e adesso veste i panni di Vallanzasca nel nuovo film. Con il vero Renè ha passato molto tempo, per immedesimarsi nei gesti e nel parlare. Poche, invece, le pellicole ispirate alle guardie più famose che davano la caccia ai ladri. La Rai ha iniziato ad aprile, a Belgrado, le riprese della serie «Il commissario Nardone». Sei puntate dedicate ad una leggenda della questura di Milano negli anni ’50 e ’60.
24 agosto 2010
Fonte Il Giornale
Non bastano le lacrime per pagare i conti che non tornano
Registratore di cassa anni ’70
Caro, forse troppo, il riscatto che un genitore paga per la felicità del proprio figlio. Più lunghi, intensi e densi i dispiaceri da scontare a vita per la perdita inaspettata di un discendente, improvvisa o scorrettamente rubata…e pure quelli per l’essenza di un figlio.
Perdita che si lega alla libertà di fare, vivere ed essere giusto sbagliando o sbagliato nel giusto. Come la scelta del bel Renè, criminale “gentiluomo” entrato in “hotel” ad appena 8 anni. “Il caso Vallanzasca” i suoi furti, rapine, rapimenti e uccisioni, vengono “supportati” in prima pagina dalla stampa che, più tardi, lo incorona “Re delle evasioni”. Eppure, oggi come ieri, il dolore è pena che stringe il petto di chi, durante rapine, sparatorie o sequestri, non c’era e probabilmente non c’era anche prima, molto prima che tutto questo diventasse realtà e poi, anche, finzione.
Ed è sempre dolore quello che, come un grido silenzioso di sofferenza, tormento, dispiacere, tristezza, collera, angoscia, sdegno e non ultimo giustizia, straripa e scivola rigando i volti con lacrime amare, calde e salate.
Dolore che brucia, come il sale sulle ferite, mentre ripercorre sia le vie dei bei ricordi sulle rughe disegnate dalle vittime innocenti sui volti dei familiari, sia su quelle diventate solchi, sui visi dove Vallanzasca ha tracciato la “mappa del dispiacere”.
Osvaldo Pistoia e Marie Vallanzasca. Genitori di Renato Vallanzasca. Fonti Ansa e L’Unità
Benchè consapevoli della legittimità per la pena ricevuta dal figlio, la disperazione del padre, Osvaldo Pistoia, e la madre, Marie Vallanzasca, “rubata” in questa foto, non trova pace. No, non trova pace e non la trovano nemmeno i familiari delle vittime innocenti a cui è stato strappato, per poco o per sempre, un caro.
La difficoltà a rassegnarsi diventa ancor più impossibile se si “giustifica” con un irrazionale “essenza di libertà”. Libertà che, invadendo ed eliminando quella altrui, viola il senso unico del suo stesso significato. Libertà di vivere che paradossalmente lega, come il più forte collante di “sangue”, genitori di vittime e carnefici incapaci di comprendere i “perché” o concedere il perdono.
O forse no. Forse questo è solo un paradosso dal conto troppo caro per tutti: quelli che non c’erano prima e durante…il dopo è vera libertà di scelta.
Marina Angelo
LINK AI POST CORRELATI:
Giù le Bautte !!!
http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/26/giu-le-bautte/
Vallanzasca oggi guarda ieri: «Sono un pirla che si è bruciato la vita». Maniero oggi guarda…l’Europa!
Maniero è libero. Ma c’è ancora chi vuole vendicare il suo “tradimento”?
http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/24/maniero-e-libero-ma-ce-ancora-chi-vuole-vendicare-il-suo-tradimento/
La vendetta: “Io, come Dio, non gioco ai dadi, e non credo nelle coincidenze”…
Vallanzasca oggi guarda ieri: «Sono un pirla che si è bruciato la vita». Maniero oggi guarda…l’Europa!
Maniero è libero. Ma c’è ancora chi vuole vendicare il suo “tradimento”? http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/24/maniero-e-libero-ma-ce-ancora-chi-vuole-vendicare-il-suo-tradimento/
Non bastano le lacrime per pagare i conti che non tornano
Novemila reclusi per 5600 posti dietro le sbarre l’agosto più nero
ESATTAMENTE un anno fa, il 12 agosto del 2009, moriva a San Vittore, suicida, Luca Campanale. La psicologa del carcere l’ avrebbe “lasciato morire”, scrive il pm Silvia Perrucci, «per mancanza di posti letto». Ma anche nonostante questo precedente, quello che è in corso non è il solito agosto nero per i detenuti in Lombardia. È il peggiore degli ultimi anni. «È stata sfondata la soglia dei novemila detenuti. E abbiamo superato il limite della capienza tollerabile» annuncia Giorgio Bertazzini, garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Provincia di Milano. Se telefoni per parlargli risponde una segreteria che rimanda alla presidenza della Provincia: «Dal primo luglio quest’ ufficio non è più operativo…». Questo perché solo a fine luglio Palazzo Isimbardi ha deciso di concedere una proroga al servizio. E anche questo la dice lunga sui disagi vissuti da chi cerca di occuparsi del pianeta carcere. Un altro segnale sono le difficoltà delle cooperative che cercano di reinserire nel mondo del lavoro chi sconta una pena, colpite dalla crisi e dai tagli al welfare. «Non riusciamo a ricevere commesse con continuità – dice Massimo D’ Angelo della Ecolab, la coop che dà lavoro, tra gli altri, a Renato Vallanzasca – e i contributi pubblici si stanno riducendo.
Dobbiamo pagare stipendi e imposte ma non ce la facciamo». Poi c’ è l’ allarme per le carenze d’ organico: in Lombardia gli agenti dovrebbero essere 5353 e invece lavorano solo in 4100, senza contare i distacchi. I suicidi sono in aumento. «Se ne contano cinque dall’ inizio dell’ anno» spiega Eugenio Sarno, della Uilpa, che snocciola dati preoccupanti anche per il sovraffollamento, più 60 per cento in media in regione rispetto alla capienza massima. «Quei numeri – aggiunge però Bertazzini – si riferiscono alla capienza tollerabile. Se invece ci rifacciamo alla capienza regolamentare, quella cioè che dovrebbe essere prevista per legge, emergono dati clamorosi come quello di San Vittore, dove l’ indice del sovraffollamento è del 219 per cento o di Busto Arsizio, dove si arriva addirittura al 270 per cento». Un dramma di cui si sono fatti carico anche gli avvocati. Mirko Mazzali ha presentato insieme a Vinicio Nardo, presidente delle Camere penali, un esposto in procura per denunciare le condizioni disumane in cui vivono i detenuti per colpa del sovraffollamento. «D’ estate la situazione si aggrava – spiega Mazzali – e le condizioni igieniche diventano precarie. Noi crediamo però che il problema si risolva non tanto costruendo nuove carceri, ma aumentando il numero degli agenti di custodia e incrementando le sanzioni alternative al carcere. Ma per questo servono educatori e psicologi che ora invece mancano».
Lucia Castellano, direttrice del carcere di Bollate
Anche il modello Bollate rischia di venire risucchiato dalla crisi generale del sistema in Lombardia, avverte Mazzali. Per Lucia Castellano, direttrice dell’ istituto penitenziario dal quale ieri sono evasi i due detenuti, quello che è avvenuto è anche riconducibile alla «esiguità del personale». Ma aggiunge: «Non voglio trincerarmi dietro questo problema per giustificare una falla che va colmata al più presto. E che va considerata come un fallimento a fronte di tanti successi nella nostra scommessa sulle capacità di recupero delle persone. Se devo fare una classifica degli eventi critici metto prima i suicidi e poi le evasioni. Che, tra l’ altro, sono molto meno».
12 agosto 2010
Fonte: Davide Carlucci per La Repubblica
I RAPPORTI CON I SERVIZI SEGRETI
<<…Abbruciati venne congedato dagli agenti, ma la sera fu nuovamente convocato per vedere se s’era “ammorbidito”. Niente. Alle 21 di quel 23 luglio 1980, “negli uffici della Squadra Mobile, avanti a noi sottoscritti ufficiali di Polizia giudiziaria appartenenti al suddetto ufficio”, il “nominato in oggetto Abbruciati Danilo” non faceva altro che ripetere: “In merito ai fatti di cui voi mi parlate io non ho assolutamente nulla da dire”. Lo arrestarono con l’accusa di favoreggiamento, Danilo non fece una piega, nominò l’avvocato e varcò un’altra volta la soglia di Regina Coeli.
Quella volta però, in carcere, successe qualcosa di nuovo, rivelato quattordici anni dopo da Fabiola Moretti al giudice istruttore. “Io provvedevo”, ha raccontato la donna, “attraverso gli agenti di custodia che incontravo al cidronomo di viale Marconi, a far pervenire a Danilo la cocaina che egli consumava in carcere. Una volta la sostanza che doveva servire per Abbruciati mi fu portata, a San Callisto, da Franco Giuseppucci, il quale, prima che io consegnassi la droga ai soliti agenti di custodia, mi disse che non era più necessario che gliela facessi avere in quel modo, in quando era stato attivato un altro canale di rifornimento.
La sera stessa che Danilo venne dimesso dal carcere egli, evidentemente euforico, mi disse che con lui avevano preso contatti uomini dei Servizi segreti, i quali erano entrati in carcere, gli avevano fornito la cocaina, avevano “pippato” insieme a lui e avevano allacciato delle relazioni. Non so a cosa fossero finalizzate, ma Danilo era troppo soddisfatto di quell’incontro in carcere di notte, dove aveva ricevuto offerte di protezione e di “lavoro” particolarmente soddisfacenti per lui.
“So per certo che, almeno inizialmente, Danilo ebbe dei vantaggi da queste rivelazioni: riottenne la patente ed il passaporto, gli fornirono denaro e autovetture, e attribuiva a “quelli” il merito di essere uscito così presto dal carcere… Successivamente, talvolta, Danilo si lamentava che non fossero state da loro mantenute certe promesse. Debbo aggiungere che anche io ho incontrato, sia a Roma che a Milano, persone che Danilo mi diceva essere uomini dei Servizi”.
Per Antonio Mancini, Abbruciati era legato anche alla massoneria “deviata”: “So per certo”, dirà a un magistrato, “che aveva rapporti con esponenti della massoneria, che ancora non era conosciuta come P2 ma che aveva come punto di riferimento Licio Gelli”….>>
Giovanni Bianconi, “Ragazzi di Malavita” Baldini Castoldi Dalai editore
Zio Carlo e la Mafia
In quel periodo Cosa Nostra era già entrata nel traffico di droga, e proprio per questa attività il ramo che faceva capo a Calò-Aglialoro e tutti gli altri cognomi avviò i contatti con la banda della Magliana, interessata ad avere rapporti con chiunque potesse offrire eroina e cocaina da rivendere. Siciliani compresi.
Tra i “bravi ragazzi” si cominciò a parlare di quel boss mafioso elegante e taciturno che viveva a Roma, amico di Diotallevi e capace di procurare droga in grande quantità. Il tramite era uno dei più anziani ed esperti della banda, ex rapinatore e sequestratore, salito sui gradini della scala criminale fino a diventare killer e uomo d’affari insieme: Danilo Abbruciati, il quale si riferiva al boss anche in tono scherzoso, come quando Fabiola Moretti gli chiedeva soldi e lui rispondeva: «Che ti credi che so’ Pippo Calò, er cassiere?»
.. Ad alcuni discorsi su Calò partecipò pure Maurizio Abbatino, per nulla impressionato dalla notorietà dell’”uomo d’onore” venuto dalla Sicilia: «A quei tempi non godeva di particolare fama nel nostro ambiente, poichè l’essere “cassiere” della mafia non significava di per sè che egli rappresentasse un vertice di tale organizzazione, dal momento che tale ruolo di vertice, all’epoca, era svolto da Stefano Bontade, la cui morte segnò l’ascesa di Calò.
Da parte mia, comunque, non ebbi mai occasione di conoscerlo e d’incontrarlo, nè prima nè dopo tale evento…Danilo Abbruciati era legato a Ernesto Diotallevi, che ebbi modo d’incotrare, su sollecitazione dell’Abbruciati stesso, poco prima dell’omicidio di Domenico Balducci. In quell’occasione Diotallevi ci venne presentato da Abbruciati come suo tramite con la mafia siciliana, e fu sempre in quell’occasione che si parlo di Pippo Calò come uomo di Stefano Bontade, del quale avevamo cominciato a “lavorare” l’eroina… Dopo la morte di Bontade si chiuse il relativo canale di approviggionamento, senza che si prendessero canali con Calò, nè che questi prendesse contatti con noi, anche perchè noi subimmo degli arresti e nel frattempo morì lo stesso Abbruciati. non posso escludere, comunque, che Pippo Calò fosse rimasto in contatto con i “testaccini”»
Giovanni Bianconi, “Ragazzi di Malavita” Baldini Castoldi Dalai editore (Pag 144)
Il Messaggero di mercoledì 16 febbraio 1977 continua sulla cattura di Vallanzasca
Il Messaggero di mercoledì 16 febbraio 1977: Preso Vallanzasca con tutta la banda
Oggi si legge ieri: il bel Renè legato con freddi bracciali insieme alla sua banda 16/02/1977
Il “Tempo” dei “perchè?”e gli indici di colpa
Giovani e torturatori come boss. Copiavano “Romanzo Criminale”
I ragazzi dai 18 ai 21 anni si sono ispirati al noto film e serie Tv. Il capo chiamato il Freddo.
La sua foto sul cellulare degli altri. Vittime i coetanei. Il sindaco: l’avevo detto. I cattivi miti fanno scuola.
Sei giovani romani sedotti dal male della ex banda della Magliana e dalle gesta scellerate dei suoi capi morti ammazzati o pentiti. Sei “bravi” ragazzi dai 18 ai 21 anni convinti di essere grandi facendo i cattivi coi coetanei. Li sequestravano, li picchiavano, estorcevano loro denaro e li torturavano spegnendo sigarette sulle mani. Sei che hanno confuso lo spettacolo con la realtà. Il leader del gruppo, ventunenne, si faceva chiamare «il Freddo», come il soprannome del boss Maurizio Abbatino nel film «Romanzo criminale» di Michele Placido ispirato al libro di Giancarlo De Cataldo e poi trasformato in una serie tv che Sky ha pubblicizzato piazzando all’Eur mezzibusti dei criminali.
Il peggio come monumento pubblicitario. Gli altri bulli in erba temevano il Freddo, lo rispettavano, quasi lo adulavano: sullo sfondo del loro telefonino c’era la sua immagine, come fosse un santino o una star. L’altro giorno, all’Aurelio, quei sei “bravi” ragazzi incensurati sono stati arrestati per estorsione, sequestro di persona, usura e lesioni personali aggravate. In piena notte i carabinieri del Nucleo operativo della Compagnia Trastevere sono andati a prenderli a casa davanti agli occhi senza parole dei genitori perbene. A maggio un minorenne si è presentato ai carabinieri della stazione di Madonna del Riposo raccontando un incubo.
All’uscita di scuola, quei sei lo hanno preso, caricato in auto, portato nella Pineta Sacchetti, picchiato, torturato bruciandolo con le sigarette, agitandogli i coltelli sotto la gola, pretendendo soldi, il giubbotto di marca che aveva indosso e il telefono cellulare. La stessa cosa è avvenuta pure con altre vittime: a Primavalle e a Boccea. Le somme variavano: cento, duecento euro. Quei soldi non servivano a niente, per i sei averli era un’affermazione di potenza e basta. Una volta però i cattivi sono andati oltre, ne hanno chiesti troppi, settecento. Il ragazzo non sapeva come fare e alla fine si è liberato dell’ansia parlandone coi genitori. Così è nata l’indagine del Nucleo operativo del tenente Carmine Gebiola. Appostamenti, pedinamenti, la richiesta al magistrato delle ordinanze di custodia cautelare e l’altra notte il blitz e le perquisizioni domiciliari. Trovati coltelli, libri e dvd sulla banda della Magliana.
«Purtroppo – ha commentato il sindaco Gianni Alemanno – io lo avevo detto: non tanto il film quanto il serial sulla banda della Magliana rischiavano di creare dei miti perché dipingevano troppo simpatici e accattivanti personaggi che invece sono stati criminali puri che hanno rappresentato per Roma un problema analogo a quello della mafia a Palermo. Queste vicende dimostrano che quando si creano miti negativi poi alla fine c’è qualcuno che li raccoglie e li reinterpreta».
31/07/2010
Fonte Fabio Di Chio per “Il Tempo“
Estate calda serve “arresto Freddo”
La polizia gli stava alle calcagna, ogni tanto lo interrogava, in seguito a controlli occasionali oppure con iniziative mirate, per tentare di incastrarlo: si sapeva che era uno dei terminali del traffico di droga di Roma, ma le prove erano sempre troppo poche. Eppure, dal ’79 in poi, Maurizio Abbatino – per qualche amico “crispino” a causa dei capelli scuri e crespi- entrava e usciva dal carcere con una certa frequenza.
A Regina Coeli e Rebibbia ormai lo conoscevano bene, procedimenti penali su di lui e i suoi amici della Magliana venivano aperti in continuazione, ma non si riusciva mai a “stringere”, e quelli continuavano indisturbati nei loro affari.
Pochi giorni prima che gli venisse notificato un nuovo mandato di cattura, nel maggio dell’83, un giudice provò a fargli dire qualcosa giocando la carta dei soldi. Com’era possibile che lui, Abbatino Maurizio, ventinove anni ancora da compiere, senza fissa occupazione, avesse tutti quei soldi, disponesse di case e macchine di lusso? Forse fu ingenuo il giudice a credere che quel ragazzo magro dal viso già consumato avrebbe confessato chissà che cosa, o forse, invece si aspettava una bugia per risposta e voleva semplicemente vedere che cosa si sarebbe inventato. Fatto sta che “crispino”, con la faccia un pò seria e un pò strafottente del gangster che si sente sicuro e si diverte a prendere in giro chi lo ascolta, rispose << Signor giudice, in questi anni mi sono procurato da vivere con un’attività di vendita ambulante di oggetti religiosi>>.
Un’invenzione perfino divertente, come dovette ammettere, un anno e mezzo più tardi, anche il pubblico ministero: <<Parole che se non fossero pronunciate da una persona che ha commesso omicidi e tentati omicidi farebbero quanto meno sorridere>>. Ma poi il magistrato concludeva amaro: << Parole che dimostrano come Abbatino Maurizio e il suo gruppo siano abituati a prendere in giro la giustizia>>.
Giovanni Bianconi, “Ragazzi di Malavita” Baldini Castoldi Dalai editore (Pag 91-92)



















































