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Belgio, gli assassini folli del Brabante: 28 morti senza un perché – Prima parte
Ventotto morti, un bottino che oscilla tra i 6 e i 7 milioni di franchi belgi, cioè tra i 150 mila e 175 mila euro, secondo la commissione parlamentare che nel 1997 venne incaricata dal parlamento belga di indagare in Belgio sui fatti del Brabante Vallone. Certo, cifre che vanno rapportate al costo della vita di almeno 25 anni fa, ma che non sono sufficienti a giustificare la morte di Rebecca Van Den Steen, 12 anni, uccisa con suo padre e con sua madre il 9 novembre 1985 ad Alost, nel corso dell’assalto al supermercato Delhaize. E poi ci sono Marie Jean, George, Jan, Dirk, e Annice, 10 anni. Abbattuti alla vigilia di una festa, com’era quel 9 novembre.
Il giorno dopo sarebbe stato San Martino e la gente si era assiepata dentro il centro commerciale. Mancavano pochi minuti alle 19 e occorreva completare gli ultimi acquisti in vista dei pranzi e degli ultimi regali per il giorno successivo. Malgrado i controlli delle forze dell’ordine fossero ormai elevatissimi, nel parcheggio arrivò una Golf Gti da cui scese un commando che sparò sulla gente assiepata alle casse e fece una strage. L’ultima. Da allora sparirono nel nulla, senza che mai si sia arrivati ad alcuna risposta definitiva su quella che viene definita la storia del delitti del Brabante Vallone.
Il delitto di Francesca Alinovi: un simbolo degli anni Settanta al crepuscolo
Promo audio: Il delitto del Dams – Il sogno infranto di una generazione
Il file audio in apertura a questo post è il trailer di un audiolibro che racconta una storia ricostruita anche su Notte Criminale: il delitto di Francesca Alinovi. Autori dell’opera, intitolata Il delitto del Dams – Il sogno infranto di una generazione (disponibile su iTunes e GoodMoon) sono Jacopo Pezzan e Giacomo Brunoro e a pubblicarlo è la californiana La Case Production.
La copertina dell’audiolibro “Il delitto del Dams – Il sogno infranto di una generazione”
Jacopo Pezzan, economista di formazione e dal 2007 a Los Angeles, non è nuovo a racconti di nera, dato che ha già curato gli audiolibri italiani “Il mostro di Firenze” e “Via Poma: un giallo senza fine”. Un altro lavoro che ha firmato con Brunoro, “Amanda Knox ed il delitto di Perugia, è stato tradotto in inglese e sta raccogliendo riscontri positivi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Giacomo Brunoro, invece, è uno storico medievale di formazione, collabora con numerose realtà che si occupano di comunicazione (Radio Kiss Kiss Network, Radio Italia Network, Rcs Broadcast, Blogosfere, Dieci, Controcampo, Sky Tg24, Radio Deejay, Maxim) ed è direttore editoriale della sezione italiana de “LA Case”.
Jacopo Pezzan

Giacomo Brunoro
Ecco dunque un dialogo con gli autori a proposito dell’audiolibro, i cui speaker sono Max Dupré, Mauro Ferreri, Nino Carollo e Rita Zanchetta.
Perché scegliere l’omicidio di Francesca Alinovi come argomento?
Perché a tutt’oggi resta uno dei gialli della cronaca più complessi e di difficile interpretazione. All’apparenza è un caso facile e sembra tutto semplice, ma quando si entra un po’ di più nel dettaglio ci si accorge che ci sono molti particolari che non tornano. Sicuramente è un delitto rimasto nell’immaginario collettivo perché è stato commesso in un luogo e con delle modalità tali che dovrebbero dovuto permetterci di risolvere il caso oltre ogni ragionevole dubbio già molti anni fa ma in realtà ne stiamo parlando ancora oggi.
Su quale documentazione vi siete basati?
Per la nostra ricerca abbiamo utilizzato tutta la documentazione ufficiale disponibile e gli articoli di giornale dell’epoca. Ci siamo anche basati sui libri che trattano l’argomento, in particolare sul libro “Francesca Alinovi – 47 coltellate” di Achille Melchionda e il libro “Mistero in Blu” di Carlo Lucarelli. Importante è stata anche la visione della puntata di “Storie Maledette” dedicata al caso in cui la bravissima Franca Leosini intervista Ciancabilla.
Che idea vi siete fatti della vicenda e della colpevolezza del giovane che alla fine verrà condannato, Francesco Ciancabilla?
Questo è un caso che divide. Tutto sembra spingerci a pensare che Ciancabilla sia colpevole poi scopriamo un dettaglio fuori posto e si insinua dentro di noi il tarlo del dubbio. È difficile dare un giudizio complessivo sulla vicenda che, è bene ricordarlo, tra l’omicidio e la latitanza di Cincabilla dura diversi anni. Sicuramente i sopralluoghi e le prime indagini potevano essere fatti meglio, penso in particolare all’orologio che venne sfilato dal polso della vittima e consegnato ai parenti. Se l’orologio fosse stato analizzato immediatamente avrebbe potuto fornirci l’ora esatta del delitto al di là di ogni possibile interpretazione di parte. La colpevolezza di Ciancabilla è questione di minuti. Sappiamo con certezza che Ciancabilla ha passato il pomeriggio con la Alinovi, ma da una certa ora in poi si trovava da tutt’altra parte. Quindi sapere l’ora esatta del delitto ci permetterebbe di collocarlo sulla scena del crimine oppure di escluderlo definitivamente. Quello che possiamo dire è che certi aspetti del carattere di Ciancabilla, così algido e poco incline alle emozioni, sicuramente non hanno giocato a suo favore.
Si può dire che questo delitto sia una rappresentazione degli anni Ottanta, iniziati solo tre anni prima?
Crediamo che, piuttosto che rappresentare gli anni Ottanta, il delitto del Dams sia il simbolo del crepuscolo dei Settanta. Gli anni Ottanta vengono definiti come gli anni degli yuppies, del mercato, del consumismo, delle mode e dell’apparire a tutti i costi. Questo delitto invece si è consumato all’interno di un mondo completamente diverso: non va dimenticato che la Alinovi era una brillante professoressa universitaria, una vera autorità nel suo campo e ancora oggi i suoi lavori vengono studiati e apprezzati. Quel sottobosco bolognese fatto di arte, cultura, happening, università e, putroppo, eroina, rappresenta di più quello che è stata Bologna negli anni Settanta e cioè un punto di riferimento per i giovani di tutta Italia che erano cresciuti con gli ideali libertari del Sessantotto.
E perché, come si legge nel sottotitolo del vostro audiolibro, si può parlare di sogno infranto di una generazione?
In questa risposta dobbiamo ricollegarci direttamente a quanto detto nella risposta precedente: il Dams infatti rappresentava un’anomalia all’interno del panorama universitario italiano, anche all’interno di un ateneo molto “aperto” com’era quello bolognese. L’assassinio della Alinovi, unito agli altri omicidi in cui sono stati coinvolti altri 2 studenti del Dams in quegli anni, sono stati sfruttati da una cera stampa per criminalizzare questo mondo “diverso”. Una generazione intera, che era cresciuta con il sogno utopico del valore rivoluzionario della cultura in senso lato e dell’arte in senso stretto, dovette confrontarsi faccia a faccia con la morte, la violenza e con una serie di pregiudizi durissimi. L’11 ottobre del 1983 poi su Italia 1 venne trasmessa la prima puntata di “Drive In”: possiamo dire paradossalmente che la società italiana voltava definitivamente pagina su un mondo di ideali culturali costruiti nel post Sessantotto e si lanciava in un nuovo sogno, quello del consumismo. Poco meno di 10 anni dopo, con Tangentopoli, ci sarebbe stato un risveglio altrettanto traumatico.
Nella realizzazione dell’audiolibro, com’è stata la fase successiva alla scrittura, la sua drammatizzazione?
Una volta effettuati i casting tra gli speaker con cui lavoriamo abitualmente, abbiamo dato loro il testo perché lo leggessero con calma e lo assorbissero. Ci siamo poi trovati in studio per le registrazioni, che hanno richiesto all’incirca una settimana. Abbiamo lasciato molta libertà agli speaker, naturalmente all’interno di una serie di direttive ben precise: diciamo che una volta deciso il taglio di fondo li abbiamo lasciati liberi di esprimere anche le loro emozioni, dato che tutti quanti alla fin fine ricordavano bene il caso. Dopo di che abbiamo lavorato in fase di post produzione. Questo è stato il momento più delicato perché abbiamo dovuto ricreare un mondo sonoro che sottolineasse e al tempo stesso esaltasse le emozioni ed il feeling che noi per primi abbiamo provato lavorando a questo caso. Se ci siamo riusciti o no, questo lo decideranno i nostri ascoltatori.
I delitti del Dams – Terza e ultima parte
Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.
È il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.
È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.
La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.
Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Intanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.
Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.
Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.
Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.
E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.
Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.
Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.
Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.
La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.
Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.
Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.
Moreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani
Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.
E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:
Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?
A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.
LINK AI POST PRECEDENTI:
Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -
Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte
Tra chef, scrittori e filosofi Vallanzasca presenta la biografia
Parolaio decima edizione – Como 28 agosto-12 settembre 2010
L’ incontro più ghiotto? Gualtiero Marchesi che racconta i segreti dei fornelli. Il più atteso? L’ anteprima nazionale con il senatore Marcello Dell’ Utri dei «Diari» di Mussolini, veri o presunti che siano. Il più curioso? L’ ex bandito Renato Vallanzasca (foto) che presenta la biografia «L’ ultima fuga» a due passi dal luogo – la sede del Credito Italiano – della sua rapina più clamorosa.
Immagini giornali sulla cattura di Vallanzasca
Tre assaggi di «Parolario» (Como, p.zza Cavour, dal 28 agosto al 12 settembre, ingresso libero), che fanno capire come la decima edizione del festival abbia una marcia in più. Filosofi (Giorello), scienziati (Boncinelli) e giornalisti (Torno) fanno i conti con «Il tempo», leitmotiv dell’ edizione. Tra gli ospiti italiani Marcello Foa, Sebastiano Vassalli, Maurizio Milani e Corrado Augias, Fabio Geda e Massimo Ciancimino. Finestre sul mondo sono i due focus geoculturali dedicati a Scandinavia e Turchia con autori di culto come Biörn Larsson e Serdan Özkan. La novità è una sezione dedicata ai classici (Manzoni, Proust, Shakespeare). E ancora proiezioni e serate musicali (Cristiano De Andrè). Il programma su http://www.parolario.it. (s. col.)
Fonte: Colombo Severino per il Corriere della Sera







