Etichettato: interrogatori

Operazione Megaride: Iorio chiese aiuto a Cannavaro. Lui accettò.


Era l’1 luglio quando Marco Iorio, principale indagato dell’inchiesta su estorsioni e usura, veniva prima intercettato tra gli elenchi dei passeggeri in viaggio per mezzo mondo in un volo proveniente da Parigi (il penultimo di quattro scali – Miami/Parigi/Roma/Napoli – che lo stavano riportando in Italia) e poi arrestato all’aeroporto di Fiumicino dagli agenti della Dia.

All’interno dell’inchiesta che aprì una voragine nel mondo della ristorazione campano e non solo, Fabio Cannavaro Continua a leggere

“Ludwig. Storie di fuoco,sangue,follia” : la storia di un incubo che ha passato i confini nazionali


Prendi due ragazzi della Verona bene. Falli arrestare mentre stanno versando una tanica di benzina dentro una discoteca. Unisci questo arresto a dei comunicati scritti in runico con l’aquila nazista come simbolo. Mescola il tutto con una serie di omicidi efferati tra il Nord Italia e la Germania e servi il piatto condendo il tutto con psichiatri e perizie varie. Il piatto è servito. Continua a leggere

Crema: il caso non è archiviato. Madre e figlia uccise. Arrestato amante.


Era bastato aver lasciato aperto il gas e imbottito le vittime di dozzine e dozzine di tranquillanti per far arrivare la morte, lenta e gelida attorno alla vita dipinta con la depressione, la disperazione o le difficoltà di una quarantunenne single ma con una bambina di soli due anni.

Lo scorso 21 luglio era stato il papà di Claudia, Gianstefano, dopo aver telefonato più volte a casa della figlia senza ricevere risposta, a trovarle sul letto senza vita.

Il caso venne archiviato come un “omicidio-suicidio” con un totale di tranquillanti ingoiati pari a Continua a leggere

Operazione Megaride: L’imprenditore Marco Iorio dalla Florida al fresco. Arrestato ieri sera all’aeroporto di Fiumicino.


Appena due giorni fa l’operazione Megaride aveva fatto scattare le manette ai polsi di quindici persone, posto i sigilli su numerosi locali partenopei e scandalizzato l’opinione pubblica per il coinvolgimento nell’inchiesta del dirigente della squadra mobile Vittorio Pisani, e Fabio Cannavaro.

Quest’ultimo, mentre gli inquirenti cercavano il denaro di Iorio tra i conti svizzeri, pare si trovasse in Florida proprio col presunto capo dell’associazione a delinquere.

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Giovanni Falcone, uomo d’onore, è cosa nostra


Le parole esistono perché hanno diversi significati e per questo vanno pesate. Adattate come con le taglie dei “capi” alle persone giuste. E, in fatto di onore, il giusto non è di certo il mafioso. Non è di certo chi uccide, chi costringe a pagare il pizzo, chi commercia droga, chi, in sostanza, vende e compra anime in nome di un antistato che distrugge vite, famiglie, sogni, ricordi. Bisogna quindi usare i giusti termini quando si parla alla gente della gente. Mia nonna prima di pronunciare il nome di Giovanni Falcone avrebbe sicuramente consigliato di “sciacquarini a v’ucca”. Già, sciacquarci bene la bocca, pulirla di ciò che gente disonorata si è appropriata…in tutti i sensi.

Giovanni Falcone è uomo d’onore, si. Uomo d’onore perché uomo di giustizia e giusto. Perché con l’onore di chi può sempre camminare a testa alta ha combattuto una battaglia vincendo. Vincendo al costo della sua stessa vita. E vincendo, prima di tutto contro la paura di quegli “uomini” che, sotto il falso sorriso e armati fino ai denti, sono così potenti da “pisciarsi addosso” per chi ha il coraggio di dire ciò che sono veramente, ciò che fanno, e non chi sembrano. Uomini d’onore a cui è stata tolta la parola per sempre ma che continuano a parlare, camminare, pensare, lottare. E questo perché prima di morire, di essere ammazzati ingiustamente e vigliaccamente, avevano vinto un’altra battaglia: quella contro la paura ed il silenzio culturale che quei “nenti ammiscati cu nuddu”,(niente mescolati con nessuno) hanno cercato di inculcare bene, per anni, nel popolo. Nel popolo in genere, perché l’omertà, come la mafia, non risiede solo in Sicilia. Non siamo gli unici a ricordare. Lo fa Palermo come Bolzano perché

“Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…” L. Sciascia

E’ facile giocare sporco ma, dal buio non si esce. La verità e la giustizia, pagano di più. Pagano più di mille vite uccise, bruciate nell’acido o fatte bruciare dalla droga…uomini disonorati sparano anche la “parola d’onore” che sanno bene di non avere: né l’una, né l’altro. E lo sa meglio chi, nella disperazione, li ha “provati” con l’usura, con la distruzione o ricevendo“favori” nè “equo” e benché meno “solidali”. Diciannove anni dopo quella strage, forse è giunta l’ora di appropriarci di un loro termine parlando di Falcone e cioè, “pisciata di cane”. Una pisciata di cane, nel gergo mafioso, delimita il territorio (come lo stesso Falcone aveva scoperto dopo un interrogatorio). E allora, Giovanni Falcone è una pisciata di cane perché è cosa nostra, è figlio dell’Italia giusta e non di quell’italietta forte con i deboli. Averlo ucciso significa aver ammesso che la giustizia ha fatto paura, significa aver ammesso che la giustizia ha varcato il territorio mafioso scoprendone le carte, e questo, è un dato che rimane a Palermo, e nel mondo.

Gli uomini d’onore non dimenticano. Per questo, oggi, non dimentichiamo Giovanni. Per questo oggi delimitiamo il confine, ri-marchiamo il territorio, confiniamo il bene qui, ora e sempre.

Nessuna bomba sarà mai così forte da poter zittire, oggi come diciannove anni fa, la bocca di milioni e milioni di persone.
Passeremo tutti su quella autostrada, ma le vostre bombe finiranno prima delle nostre auto.

«ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre….» L.Sciascia

Marina Angelo e l’intero staff Notte Criminale

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Omicidio Ceccarelli:si riparte dai conti ma, zio e nipote restano alle sbarre.


Non è finito il giallo del delitto a Prati. Ora va ricostruito il giro dei presunti malaffari. Dopo interrogatori e accertamenti, la Squadra mobile è quasi certa delle responsabilità del reo confesso Attilio Pascarella, 70 anni, avendo fugato il dubbio iniziale che l’anziano potesse dichiararsi responsabile dell’omicidio per nascondere il nipote. Decisivo sarà l’esame che rileva tracce di polvere da sparo su abiti e pelle di chi ha sparato, lo «stub»: il risultato nei prossimi giorni. Dunque per gli investigatori sembra chiaro che venerdì sera a uccidere l’imprenditore Roberto Ceccarelli, 45 anni, è stato Pascarella, uno dei prestanome della vittima, ridotto a vivere in macchina per la sua passione sciagurata per il gioco d’azzardo, che davanti al Teatro delle Vittorie l’ha freddato con due colpi di pistola alla schiena con una pistola calibro 22 gettata nel Tevere. Un altro punto fissato dalle indagini riguarda il coinvolgimento del nipote, Daniele Pezzotti, 30 anni, della Magliana, fermato l’altra sera per concorso in omicidio. Un tipo con precedenti per droga, ricettazione di assegni, lesioni, che si un po’ bullo e un po’ violento.

Durante l’interrogatorio, il ragazzo avrebbe confermato di avere accompagnato lo zio in via Oslavia, dove si trova la sede di una delle società di Ceccarelli, di aver proseguito con loro due verso via Col di Lana, precisando però che poi li avrebbe lasciati da soli a discutere sentendo solo in seguito il rumore degli spari. Per zio e nipote il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani e il pm Silvia Santucci hanno chiesto al giudice la convalida dei fermi. Eppure gli inquirenti ritengono che la storia continui a presentare lati oscuri. Sempre in mattinata a piazzale Clodio c’è stata una riunione col procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, responsabile della Direzione distrettuale antimafia di Roma per fare il punto sul delitto e soprattutto cercare di appronfondire gli interessi dell’imprenditore Roberto Ceccarelli, l’attività che svolgono le sue società e il ruolo del presunto killer. Roberto Ceccarelli è un nome che compare anche nella lista del «Madoff dei Parioli», Gianfranco Lande: ma sarebbe un omonimo, quindi un’altra persona che niente ha a che fare col morto ammazzato.

Poi c’è l’altra pista, sui possibili legami tra l’imprenditori e la banda della Magliana: ma apparirebbero deboli e sfumati. Sicuramente la vittima emerge dalle carte come un personaggio dalle doppia entità. La prima: con un passato da riciclatore di denaro, coinvolto nella megatruffa alle Aziende sanitarie locali, legato al nome di lady Asl, al secolo Anna Iannuzzi. La seconda: manager al centro di una rete di società, dall’affitto di barche, alla vendita di prodotti farmceutici da banco, dai supermercati al commercio di auto, fino alle sigle sportive. Ed è su quest’ultima che ora la polizia vuole fare luce.

Fabio Di Chio

Fonte: Il Tempo

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I delitti del Dams – Terza e ultima parte


Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.

Leonarda Polvani. Fonte L'EuropeoÈ il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.

È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.

La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.

Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

L'ingresso della grotta della Croara in cui viene ritrovata Lea Polvani

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Croara - Frazione di San Lazzaro

Un momento del recupero del corpo di Lea Polvani - Fonte L'EuropeoIntanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.

Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.

Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.

Carlo Saronio, rapito e ucciso nel 1975 a Milano

Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.

E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.

Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.

Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.

Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.

La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.

Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.

4 gennaio 1991, la strage del Pilastro. Foto La Repubblica

La stretta contro la mafia del Pilastro. Una falsa pista. Fonte Il Resto del Carlino

Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.

Moreno Pesci e Carmelo Lopes a processo per il delitto Polvani. Saranno assolti. Fonte L'EuropeoMoreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani

Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.

E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:

Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?

A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.

Antonella Beccaria

LINK AI POST PRECEDENTI:

Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -


Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte

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