Etichettato: indagare

Intervista a Maurizio Lisciandra esperto di economia del crimine


All’interno di OM (Officine Mediterranee – Sentieri di Teatro, Danza, Musica e Parole dei popoli del Mediterraneo) la rassegna culturale svoltasi dall’1 al 4 settembre a Valderice in provincia di Trapani, Notte Criminale, ha intervistato Maurizio Lisciandra, un esperto, tra le altre, di economia e finanza del crimine.

Quale è stato il più grave fatto di economia criminale in Italia?

Continua a leggere

Belgio, gli assassini folli del Brabante: 28 morti senza un perché – Prima parte


Ventotto morti, un bottino che oscilla tra i 6 e i 7 milioni di franchi belgi, cioè tra i 150 mila e 175 mila euro, secondo la commissione parlamentare che nel 1997 venne incaricata dal parlamento belga di indagare in Belgio sui fatti del Brabante Vallone. Certo, cifre che vanno rapportate al costo della vita di almeno 25 anni fa, ma che non sono sufficienti a giustificare la morte di Rebecca Van Den Steen, 12 anni, uccisa con suo padre e con sua madre il 9 novembre 1985 ad Alost, nel corso dell’assalto al supermercato Delhaize. E poi ci sono Marie Jean, George, Jan, Dirk, e Annice, 10 anni. Abbattuti alla vigilia di una festa, com’era quel 9 novembre.

Il giorno dopo sarebbe stato San Martino e la gente si era assiepata dentro il centro commerciale. Mancavano pochi minuti alle 19 e occorreva completare gli ultimi acquisti in vista dei pranzi e degli ultimi regali per il giorno successivo. Malgrado i controlli delle forze dell’ordine fossero ormai elevatissimi, nel parcheggio arrivò una Golf Gti da cui scese un commando che sparò sulla gente assiepata alle casse e fece una strage. L’ultima. Da allora sparirono nel nulla, senza che mai si sia arrivati ad alcuna risposta definitiva su quella che viene definita la storia del delitti del Brabante Vallone.

Continua a leggere

«Sparite due foto della Orlandi»


Giorgetti«Provavano che a metà degli anni ’90 Emanuela era in Turchia, viva»

VITERBO «È passato un mese e mezzo ma non sappiamo dove sia finita». Maurizio Giorgetti torna sulla misteriosa scomparsa della sua convivente Annamaria Lucia Vero di cui non ha più notizie dallo scorso 6 aprile. Otto giorni dopo l’imprenditore di Soriano, a suo dire depositario di molti segreti, presentò formale denuncia ai carabinieri della cittadina cimina. La donna, infatti, con cui Giorgetti ha anche due società in comune, si sarebbe dileguata portandosi via auto, denaro e soprattutto importanti documenti. …

…continua qui

Oggi si legge L’Eco di Bergamo del 19 maggio ’78. Una pagina pregna di notizie


per leggere l’articolo del 19 maggio 1978 cliccare sull’immagine

Add to Google

Bookmark and Share

OkNotizietutto blog PaperblogW3Counter

I delitti del Dams – Terza e ultima parte


Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.

Leonarda Polvani. Fonte L'EuropeoÈ il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.

È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.

La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.

Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

L'ingresso della grotta della Croara in cui viene ritrovata Lea Polvani

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Croara - Frazione di San Lazzaro

Un momento del recupero del corpo di Lea Polvani - Fonte L'EuropeoIntanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.

Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.

Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.

Carlo Saronio, rapito e ucciso nel 1975 a Milano

Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.

E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.

Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.

Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.

Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.

La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.

Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.

4 gennaio 1991, la strage del Pilastro. Foto La Repubblica

La stretta contro la mafia del Pilastro. Una falsa pista. Fonte Il Resto del Carlino

Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.

Moreno Pesci e Carmelo Lopes a processo per il delitto Polvani. Saranno assolti. Fonte L'EuropeoMoreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani

Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.

E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:

Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?

A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.

Antonella Beccaria

LINK AI POST PRECEDENTI:

Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -


Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte

Add to GoogleBookmark and Share OkNotizietutto blog PaperblogW3Counter

Orlandi, i pm: banda Magliana sa tutto, sotto osservazione “er Gnappa”



Alemanno: opportuno traslare salma di De Pedis. Legali Renatino: nessuna condanna per mafia, sepoltura fatto privato

«Siamo convinti che la Banda della Magliana sappia che fine abbia fatto Emanuela Orlandi. Per far luce sulla sua scomparsa stiamo monitorando attività passate e presenti dell’organizzazione e faremo altrettanto anche per quelle future degli ex appartenenti, di coloro che facevano parte di questa holding criminale». Lo ha detto il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, titolare degli accertamenti, insieme con il sostituto Simona Maisto, sulla sparizione (giugno 1983) della figlia di un dipendente del Vaticano.

Manlio Vitale, «Er Gnappa»

Nella rete degli «osservati», secondo quanto si è appreso, è finito Manlio Vitale, 61 anni, noto come «Er Gnappa», arrestato il 3 ottobre scorso a Caserta, con altre sei persone, durante un tentativo di assalto al caveau di una banca. Quell’indagine, tra l’altro, potrebbe finire per competenza al vaglio della procura di Roma. Il monitoraggio di Vitale, già ritenuto legato a Enrico De Pedis ed a Maurizio Abbatino, scaturirebbe dalle testimonianze, tra gli altri, di Maurizio Giorgetti, 56 anni, ex esponente dell’estrema destra romana il quale, sentito a proposito del caso Orlandi, affermò di aver ascoltato due esponenti della Banda della Magliana mentre parlavano del rapimento della ragazza in un ristorante. L’ipotesi prospettata da Giorgetti è che il rapimento di Emanuela potrebbe essere stato attuato con l’obiettivo di recuperare danaro appartenuto a Vitale.

«È confortante sapere che la magistratura continui ad indagare per scoprire qualcosa su Emanuela». Maria Orlandi, la mamma della ragazza scomparsa il 22 giugno del 1983, continua a sperare di avere notizie sulla figlia. In questi giorni si sente «molto addolorata» per la barbara uccisione di Sara Scazzi: «Penso allo strazio di quei genitori. Quella ragazza aveva l’età della mia Emanuela», dice. La notizia che la Procura di Roma punti tutto sulla Banda della Magliana per fare luce sulla scomparsa di Emanuela le dà un po’ conforto. Interpellata dall’Adnkronos, la signora Maria afferma: «La speranza di una madre non muore mai anche se 27 anni senza sapere nulla pesano. Ci fa piacere sapere che si continui ad indagare».

La mamma di Emanuela, nonostante gli anni trascorsi, continua a sperare e ad appellarsi affinchè venga fatta luce sulla vicenda. «In passato – ricorda – papa Wojtyla si prodigò parecchio per la causa. Gli appelli sono importanti perchè aiutano a non fare cadere nel dimenticatoio le persone. Io continuerò sempre a farne, sperando sempre che sia la volta buona». Nella casa a due passi dal Vaticano (Emanuela era figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia), Maria Orlandi conserva ancora le bambole con cui giocava Emanuela.

Gianni Alemanno

Alemanno: opportuno traslare salma di De Pedis. «Non voglio interferire con le scelte interne alla chiesa o al mondo cattolico ma credo sarebbe opportuno traslare la salma di un capo di una organizzazione che di fatto è stata mafiosa e portarla fuori dalla chiesa nella quale si trova». Lo ha detto il sindaco di Roma Gianni Alemanno rispondendo a chi gli chiedeva un commento sull’appello di Walter Veltroni affinchè la salma di Renatino De Pedis sia traslata dalla basilica di Sant’ Apollinaire a Roma. «Ricordo – ha aggiunto – che papa Wojtyla ha pronunciato una scomunica nei confronti di tutte le organizzazioni di carattere mafioso e nei confronti della criminalità organizzata. Di fronte a questo credo sia giusto e coerente traslare la salma».

Legali Renatino: nessuna condanna per mafia, sepoltura è un fatto privato. «Di certo non sentivamo la mancanza della politica in questa storia, su cui peraltro è intervenuta la magistratura, chiarendo tutti i fatti, più di 15 anni fa». Così l’avvocato Maurilio Prioreschi, difensore della famiglia di Enrico De Pedis, in merito all’appello fatto da Walter Veltroni affinché si proceda alla rimozione dalla basilica di Sant’Apollinare della tomba dell’ex capo della Banda della Magliana. In merito all’accostamento fatto da Veltroni tra De Pedis e la camorra oppure la mafia, il penalista sottolinea «che sul certificato penale di Renatino vi è solo un episodio di rapina, risalente al 1974, e per cui è stata scontata interamente la pena». Prioreschi, che da tempo assiste la famiglia De Pedis con il penalista Lorenzo Radogna, aggiunge poi: «Enrico De Pedis non ha mai subito condanne per il reato di associazione a delinquere o per concorso nell’omicidio di alcuno. Inoltre si fa presente che nel processo principale che ha riguardato la cosiddetta Banda della Magliana, la Cassazione ha escluso che questa fosse una organizzazione di tipo mafioso».

Walter Veltroni

Riguardo la sepoltura in Sant’Apollinare gli avvocati ribadiscono che «è stato un fatto privato allora e lo dovrebbe rimanere adesso: la famiglia, in ogni caso, da anni – aggiungono – si è resa disponibile a intervenire volontariamente per risolvere la questione. Certo che ogni cosa verrà fatta, però, solo dopo che la Procura avrà effettuato tutti gli accertamenti che ritiene opportuni, che sono stati più volte annunciati con ampio risalto da tutta la stampa e che a tutt’oggi non sono stati effettuati. Questa disponibilità della famiglia De Pedis è stata manifestata agli inquirenti della Procura di Roma, che restano comunque ancora silenziosi».

Fonte: Il Messaggero

LINK AI POST CORRELATI:

Caso Orlandi: Maurizio Giorgetti con nuove dichiarazioni a “Chi l’ha visto”

Togliete dalla chiesa il boss della Magliana

“Sant’Apollinare, un errore seppellire qui De Pedis”

Banda Magliana: Legale De Pedis, sepoltura è fatto privato

Caso Orlandi: spunta nuovo testimone a ‘Chi l’ha visto?’

Add to Google

Bookmark and Share

OkNotizietutto blog PaperblogW3Counter

Legami col caso Orlandi, i pm prelevano il dna della sorella di Mirella Gregori


In Procura Maria Antonietta, amici e parenti. Indagini per trovare possibili connessioni tra le scomparse delle 2 ragazze avvenute nel 1983 a distanza di 40 giorni

GIALLI IRRISOLTI

Legami col caso Orlandi, i pm prelevano il dna della sorella di Mirella Gregori. In Procura Maria Antonietta, amici e parenti. Indagini per trovare possibili connessioni tra le scomparse delle 2 ragazze avvenute nel 1983 a distanza di 40 giorni

Emanuela Orlandi (Ap)
ROMA – Gli inquirenti romani che indagano sulla scomparsa di Mirella Gregori, avvenuta il 7 maggio 1983, sono alla ricerca di eventuali legami con la sparizione di Emanuela Orlandi (per la quale si segue la pista della Banda della Magliana), ed intanto hanno deciso di prelevare dna dei familiari della ragazza per eventuali comparazioni che dovessero prospettarsi. Il prelievo del dna (agli atti c’è già quello dei familiari della Orlandi) è legato alla necessità di esami di laboratorio che dovessero prospettarsi nel caso venissero trovati reperti o luoghi in cui la ragazza potrebbe essere stata tenuta prigioniera.

La foto di Mirella Gregori
DUE ELEMENTI CHIAVE – La vicinanza temporale della scomparsa delle due giovani ed una telefonata ricevuta dalla famiglia di Mirella in un bar di via Volturno da un uomo la cui voce assomiglia a quella che aveva chiamato casa Orlandi 22 giugno 1983 sono gli elementi che hanno indotto il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e del sostituto Simona Maisto,ad avviare verifiche su un’ipotesi che, in verità, non era mai stata trascurata in passato.
Nel frattempo prosegue l’attività istruttoria della Procura. Maria Antonietta Gregori, sorella di Mirella, la ragazzina di 15 anni scomparsa a Roma il 7 maggio del 1983, è stata ascoltata da Capaldo. Della Gregori si sono perse le tracce 40 giorni prima di Emanuela Orlandi e nel corso degli anni le due vicende sono spesso state messe in relazione. Oltre alla sorella, gli inquirenti hanno ascoltato la testimonianza di amici e altri parenti della Gregori per verificare ci siano davvero collegamenti con la scomparsa della Orlandi. Secondo quanto si è appreso, ai testimoni sono state mostrate delle foto proprio al fine di verificare se sussistano collegamenti tra le due sparizioni

Il Boss «Renatino» De Pedis (Ansa)
IL DNA DEL BOSS- Agli atti dell’inchiesta sono già stati depositati i dna della Orlandi e del boss della Magliana Renatino De Pedis, quest’ultimo ritenuto coinvolto nella scomparsa della ragazza. Chi indaga nei prossimi mesi ha intenzione di far prelevare anche i dna dei familiari della Gregori in vista di eventuali comparazioni. Nel corso delle audizioni sono state mostrate foto e documenti proprio per cercare possibili collegamenti tra le due scomparse.

MIRELLA SVANITA NEL NULLA- Mirella Gregori scomparve in circostanze misteriose il 7 maggio 1983. Secondo la ricostruzione fatta allora da sua madre, la studentessa romana, che viveva in via Nomentana con i suoi genitori, fu chiamata al citofono del palazzo dove abitava da un giovane che si qualificò come suo compagno di scuola e che le chiese di scendere. Mirella avvertì la madre dicendole che sarebbe tornata poco dopo, ma di lei da quel momento si persero le tracce.

40 GIORNI DOPO – Emanuela Orlandi sparì esattamente 40 giorni dopo Mirella. Gli inquirenti non hanno mai abbandonato l’ipotesi di un legame tra le due sparizioni, sia per la congiuntura temporale che per le similitudini tra le vittime oltre che per due missive inviate subito dopo la sparizione della Orlandi. Nella prima, firmata da un sedicente Fronte liberazione turco anticristiano – Turkesh, si parlava di Mirella a proposito delle condizioni per la liberazione di Emanuela Orlandi. La seconda, una rivendicazione che giunse all’ allora giudice istruttore Ilario Martella che indagava sul caso Orlandi. La lettera, conservata dall’ex giudice, rivendicava sia il rapimento della Orlandi che quello di Mirella. Ma furono le due famiglie a supporre per prime che le due sparizioni fossero collegate, tanto che la famiglia Orlandi assunse come proprio portavoce e legale lo stesso avvocato.

05/08/2010

Fonte: Corriere della Sera.it  http://roma.corriere.it/


Bookmark and Share