Etichettato: il fiore del male
Renato Vallanzasca non è un garante ma, garantisce anche da “sospeso”.

Renato Vallanzasca entra quasi nel guinnes dei primati in fatto di degenza nelle carceri italiane e in nome di quella sana giustizia che con lui continua a far scalpore a dispetto di altri nomi e nomignoli in vendita allo Stato per dire o tacere. Protagonista in bilico tra il nero ed il rosa, resta in silenzio. Dichiarandosi colpevole per i delitti commessi da lui e dai suoi ex soci, sconta la giusta pena che, per tutti i criminali del suo calibro, dovrebbe essere inflitta, e non infranta, sempre. Ma è anche sotto questo profilo che il “Valla” diventa un’icona, un “mito”…
Cassazione: no alle spese di vitto e di giustizia per Vallanzasca
Renato Vallanzasca non ha diritto alle spese di vitto e di giustizia che gli erano state accordate per gli ultimi dieci anni di detenzione dal Tribunale di sorveglianza di Milano nel giugno 2010. Lo ha stabilito la Prima sezione penale della Cassazione che ha accolto il ricorso della Procura di Milano.
In particolare, secondo la Suprema Corte, non c’e’ la prova che Vallanzasca – negli anni Settanta a capo della Mala milanese, condannato a quattro ergastoli e a duecentosessanta anni di carcere – sia in condizioni di disagio economico. Anzi, gli ‘ermellini’ rilevano che “il disporre di denaro da devolvere all’associazione vittime del dovere (Vallanzasca disse che avrebbe devoluto il ricavato della sua autobiografia ‘Il fiore del male’ alla onlus) se da un lato e’ un comportamento encomiabile, dall’altro dimostra l’esatto contrario della assoluta indigenza, presupponendo infatti un ‘quantum’ in surplus rispetto alle proprie esigenze primarie”.
Inoltre la Cassazione ricorda che “il soggetto, quando e’ debitore verso lo Stato, prima ancora di potersi disfare del proprio denaro seguendo le proprie intenzioni di liberalita’, deve prima di tutto assolvere ai propri oneri derivanti dalla condizione di condannato rifondendo denaro pubblico all’erario, posto che, diversamente opinando, egli si spoglierebbe di denaro sul quale grava una aspettativa di tutt’altra natura”. Da alcuni mesi il ‘bel Rene” gode del permesso al lavoro esterno, e puo’ uscire per andare a lavorare in una pelletteria, per poi far ritorno la sera nel carcere di Bollate.
Fonte Adnkronos
Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -
Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.
A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.
Il Pirata, foto di Andrea Parisse
Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.
Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.
Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:
Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.
A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.
Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.
Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.
Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.
Omaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka
Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.
Scrivono Vicennati e la madre di Marco:
Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.
Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.
Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.
“L’intervista” a Carlo Bonini (4ª ed ultima parte)
Lei scrive di Vallanzasca e scrive ‘Acab’, acronimo di all the cops are bastards, il suo è un tentativo per richiamare alla riflessione sullo stato e l’antistato in tempi più maturi per capire?
Io credo che per raccontare il nostro tempo esista una porta d’accesso principale: il racconto di uomini in carne ed ossa, di storie. E’ evidente che la prospettiva è sempre quella di un frammento ma, spesso, in questi frammenti, spesso si rintracciano dei percorsi collettivi. Allora l’ambizione nel raccontare la storia di Vallanzasca era anche quella di raccontare un pezzo di storia di questo Paese e sicuramente, anche la percezione che questo Paese ha avuto di ciò che potesse essere l’antistato. Raccontare Acab e quindi raccontare la storia di tre poliziotti del reparto celere, con una cultura politica di destra che improvvisamente si scoprono allo specchio rispetto ai loro servizi di ordine pubblico agli stadi piuttosto che sul ciglio di una discarica, è a suo modo anche questa la maniera per raccontare che cosa si muove nel fondo minaccioso e nero che c’è nel nostro paese.
Prima facevo riferimento alla differenza tra la violenza degli anni ’70 e la violenza di oggi. Dieci anni fa, raccontando la vicenda di Vallanzasca, avevo l’idea di muovermi all’interno di un paesaggio dove al suo orizzonte si fissavano i punti cardinali: un nord, un sud, un est ed un ovest. Ho voluto scrivere Acab, invece, perché Acab dà la perfetta dimensione di un paesaggio privo di punti cardini. In Acab, provo a raccontare una rabbia ed un odio liquido. Provo a raccontare il vulcano su cui siamo seduti, un vulcano che non ha più il pregio rassicurante di avere una faccia o una voce, allora bisogna fare un colpo di telefono al croinista di nera per raccontare come sono andate le cose ma invece, ha un aspetto apparentemente indistinto e che poi ha degli improvvisi sbocchi di violenza. Per cui un giorno scopriamo che esiste un Mario Rossi che nella sella del suo motorino ha trenta coltelli da cucina e con quei trenta coltelli se ne va allo stadio. E di quel Mario Rossi, noi non sappiamo niente perché è un nulla che improvvisamente comincia a popolare i giornali. Invece, quel Mario Rossi ha una storia. Così come noi, in un giorno di luglio di dieci anni, fa scopriamo che in una scuola elementare dove dormono dei ragazzi che hanno partecipato a delle manifestazioni del G8 di Genova, si consuma uno degli episodi di violenza poliziesca più efferato del dopoguerra e scopriamo che dei signori che vestono un uniforme da poliziotto, si possono trasformare in “Terminator”. Ed anche quei poliziotti hanno delle storie. Provare a raccontare ciò, in qualche modo, è stato lo sforzo, l’ambizione, la voglia, la curiosità di provare a non risollevare la testa su quel pozzo di cui dicevo prima. Continua ad essere una forma di osservazione del male, del nero che scorre dentro e sotto di noi e credo che (l’osservazione) sia un esercizio da non abbandonare.
Stefano Sollima firmerà, partendo da Acab, la regia per un nuovo atto ad alto rischio di mitizzazione. Secondo lei questo più che un rischio, potrebbe essere un modo per esorcizzare la paura di mettere a nudo qualcosa di scomodo?
Io di mestiere non faccio il regista. Mi piace molto il cinema ma, la parola scritta e l’immagine appartengono a due registri completamente diversi. Sicuramente quando ci si muove e si maneggiano le immagini il rischio e la forza dell’impatto emotivo è diverso. Le immagini hanno il rischio di semplificare ciò che è complesso, quindi non mi sfugge la difficoltà che Sollima avrà a tradurre in immagini quello che io ho provato a raccontare con un libro. Sollima è un uomo ed un regista intelligente e, anche attraverso i lavori che ha fatto, ad esempio con Romanzo Criminale, credo che in questo tranello non ci cadrà, anzi. Ritengo che proprio alla luce di un’0esperienza come Romanzo Criminale, sia vaccinato da questo punto di vista. Certo rimane il problema della mitizzazione anche se raccontare una cosa che esiste, non significa mitizzarla, è questo il punto: esiste già il mito di Acab negli stati italiani, esiste già la violenza o la cultura alla violenza nel nostro Paese e quindi anche nei nostri reparti di polizia. Dirlo o raccontarlo non significa farne un mito, significa semplicemente dire che questa cosa c’è e che non si può e non si deve fare finta di niente.
Alessandro Ambrosini
LINK AI POST PRECEDENTI:
http://nottecriminale.wordpress.com/2011/01/19/%E2%80%9Cl%E2%80%99intervista%E2%80%9D-a-carlo-bonini-1%C2%AAparte/
“L’intervista” a Carlo Bonini (3ªparte)
Come descriverebbe la psicologia di Vallanzasca?
E’ un narciso, un uomo molto impulsivo con un’intelligenza vivacissima. Un uomo colto. Un uomo che legge, che sa parlare in italiano. E’ molto severo con se stesso, molto rigoroso. Non l’ho mai sentito autogiustificarsi, questo, probabilmente, ha a che fare anche con la sua componente narcisistica così spiccata. questo se da un lato lo ha avvantaggiato, dall’altro lo ha molto svantaggiato. Svantaggiato perché se avesse avuto una psicologia appena meno spigolosa, meno tagliente, probabilmente Vallanzasca sarebbe libero da molti anni…
“L’intervista” a Carlo Bonini (2ªparte)
Rispetto a quello di Coen, il suo libro è nato in maniera differente, in un periodo differente. Ci può raccontare come?
Il libro, è nato un po’ per caso ed un po’ no. All’epoca lavoravo per il Corriere della sera a Milano era uno di quei momenti in cui Milano per una serie di coincidenza, in città si erano consumati una serie di delitti anche abbastanza gravi in un lasso di tempo, anche molto breve. L’idea era stata quella di andare a cercare anche qualcuno dei vecchi banditi milanesi, per provare a leggere e sollecitarli a dare una spiegazione sullla nuova o ritorno della Milano nera. In quei giorni Vallanzasca era atteso a Milano era atteso per una delle tante udienze della sua coda processuale, al Tribunale di Milano. Lo aspettai, mi feci trovare nella camera d’udienza dove lui doveva comparire. Mi presentai e gli dissi il motivo per cui avevo bisogno di parlare con lui. La cosa lo stupì. Lo stupì innanzi tutto che qualcuno lo cercasse per chiedergli un’opinione sulla Milano nera e non per parlare di lui. Allo stesso tempo, rimase stupito perché la differenza d’età era tale che non capiva perché avrebbe dovuto parlare con “uno come me”, molto più giovane di lui e che non aveva vissuto la Milano che aveva vissuto lui. Insomma reagì tra l’infastidito e l’incuriosito ed ovviamente, in quell’occasione, rispose di non aver voglia di rispondere. Passarono un po’ di giorni ed io ricevetti una lettera al giornale, Il Corriere della Sera, dal carcere di massima sicurezza di Novara, dove lui, all’epoca, era detenuto in cui, tra lo scherzo e la provocazione, mi diceva “se non sei un pennivendolo, se non sei uno di questi che una volta preso un no passano oltre, se hai davvero voglia di sapere cosa penso, chi sono…chiedi un permesso e ti aspetto al carcere di Novara”. Cosa che io feci: chiesi un permesso di colloquio con renato Vallanzasca al direttore del carcere di Novara dove ci incontrammo una prima volta.
In quell’occasione chiacchierammo a lungo, chiacchierammo della Milano nera con l’accordo che io non avrei potuto utilizzare nulla di questo nostro incontro, dove alla fine, io dissi “ma non avresti voglia, visto che non ti piacciono i giornalisti, di provare a scrivere allora qualcosa di più robusto di un articolo, e provare a riprendere da capo la tua storia?” . La cosa, evidentemente, lo intrigò. Non passo molto tempo, infatti, da quando mi rispose che questa cosa voleva farla. A quel punto, cominciò questo lavoro. Un lavoro durato molti mesi. Per circa tre o quattro mesi ho viaggiato tra Milano e Novara dove avevo con lui lunghi incontri, lunghe sessioni nella sala colloqui del carcere di Novara.
Mi ricordo che portava giù delle bottiglie di fanta ed enormi portaceneri. Così cominciammo a lavorare. Il libro, nasce in questo contesto: carcere di massima sicurezza, regime di isolamento diurno, senza nessuna prospettiva in quel momento come uomo. Vallanzasca, infatti, non aveva davanti a sé una prospettiva di semilibertà. L’unica prospettiva che aveva era uscire da un regime di detenzione speciale per passare ad una detenzione ordinaria. Trovai un uomo che aveva, in qualche modo, deciso di deporre le armi. Era un uomo meno arrogante, meno aggressivo rispetto al passato. Un uomo che aveva deciso e decideva di prendere da capo la sua vita provando a ragionarci sopra…forse, anche per metterci un punto.
Raccontare, e raccontare tutto o comunque la sostanza di ciò che si è stati, di ciò che si è fatto, forse è anche un modo per provare a fare un passo avanti. E’ così che nasce il libro. Vallanzasca, all’ora non era che un detenuto sepolto in un carcere. Di lui non si parlava più sui giornali. Si è smesso di parlarne da tempo. Fu un lavoro lungo e non disturbato da urgenze immediate. Da questo punto di vista, visto il suo esito, fu un lavoro sincero per quello che posso dire. Per quello che mi è sembrato all’ora e per quello che mi sembra anche oggi a distanza ormai di dieci anni.
Quando scriveva e mentre leggeva i racconti di Vallanzasca, cosa provava? pensava alle vittime e ai familiari?
Questa è una questione che ho avuto sempre molto presente e, tanto lo avuta presente che, nello scegliere il format narrativo di quel libro, io ho tenuto distinto il racconto in prima persona di Vallanzasca dalla traccia narrativa che fa da scheletro al libro proprio perché fosse chiaro, al lettore soprattutto, che esisteva un grado di separazione tra me e la persona di cui andavo a raccontare l’esistenza. Questo non soltanto come escamotage narrativa o come forma di precauzione ma, proprio perché credo che fosse utile tanto a me, per mantenere la “barra dritta” nel rievocare eventi lontani ma comunque dolorosi per chi ne era stato vittima, che a lui perché in qualche modo, la sua irruenza ed il suo egocentrismo non finissero, poi, col mangiarsi la realtà dei fatti. Per quanto mi riguarda, ho avuto questo pensiero ben presente e, devo dire, il risultato c’è stato.
Quando uscì il libro, da parte dei familiari delle vittime, non registrai nessuna polemica che, in qualche modo mi avesse ferito. Cioè, per esempio, che il libro fosse stato irrispettoso o irriverente rispetto alla storia delle persone che, per mano di Vallanzasca, hanno perso la vita. Questo non è avvenuto. All’uscita del libro, è stato confermato che il testo non solo non fosse irrispettoso della verità dei fatti ma rispettoso, in qualche modo, anche delle vittime di quest’uomo. Senza prendermi meriti che non ho e rendendo conto anche a quel Vallanzasca di dieci anni fa, credo che non abbia contribuito all’edificazione del mito, anzi. Forse quel libro, ha cominciato un scomporre quel mito, non so se a demolirlo, perché faceva vedere di cosa era fatta quella persona lì. Per farlo, era necessario guardare e non dimenticare le vittime.
Crede ci siano dei punti di contatto tra gli anni di piombo di Vallanzasca e il periodo nero dei nostri giorni?
Io credo che ci sia una differenza fondamentale tra la violenza di Vallanzasca e la violenza delle nostre città di oggi. La violenza di Vallanzasca ed in generale la violenza degli anni ’70 e ’80 in Italia, era una violenza con un progetto. Quando dico “violenza con un progetto”, intendo dire che sia la violenza politica sia, paradossalmente, anche la violenza di strada aveva un progetto il che, non la rendeva, evidentemente, meno feroce ma, la rendeva più comprensibile. E’ chiaro che, quando si viene privati di un affetto, di una proprietà…quando si viene feriti, a volte anche mortalmente da una forma di violenza, può essere di scarso conforto che quella violenza sia più o meno comprensibile. Però se dobbiamo vederla con l’occhio di chi non è vittima ma la osserviamo con l’occhio della collettività, una violenza senza progetto è terribile.E’ una forma di violenza che getta nella paura che, alimenta, una forma di paura irrazionale. Nel momento in cui la violenza assume un lato nichilista definitivo, fine a se stessa, appunto, diventa anche difficile da capire, da curare. Ecco io credo che la differenza sostanziale stia proprio lì: l’Italia di Vallanzasca e non solo di Vallanzasca, era un’Italia percorsa da una violenza con un progetto. Persino Vallanzasca aveva in mente un’idea, quello che voleva diventare, il bandito che voleva essere, quello che voleva dimostrare al Paese. Non penso che oggi, e la cronaca ce lo dimostra, non esistono più quei banditi lì.
Oggi chi rapina, chi sequestra (ed il sequestro è una forma di crimine non più moderno), il crimine predatorio di oggi ha una carica di brutalità e di ferinità che dimostra l’assenza di un progetto e rende la criminalità così diversa da quella di allora. Mi capita spesso di seguire fatti di cronaca nera che suscitano un richiamo, l’attenzione dell’opinione pubblica. Spesso, ci si chiede “ma perché?” e altrettanto spesso chi commette questi crimini, non è in grado di darne una spiegazione. Lo stesso Vallanzasca, quando ne discutevamo nel carcere di Novara, ricordo che diceva “in fondo il motivo per cui non ho più voglia di scappare o non ho più voglia di ricominciare è perché se io provassi a ricominciare mi ammazzerebbero al primo angolo di strada, un ragazzino di 17/18 anni, mi aprirebbe la testa come una mela ed io non saprei neanche il perché”. Nemmeno lui riconosce questa violenza, il problema, infatti non è che non esiste più quel tipo di mala, ma che esiste una violenza senza progetto.
Alessandro Ambrosini
LINK AI POST PRECEDENTI:
http://nottecriminale.wordpress.com/2011/02/22/%E2%80%9Cl%E2%80%99intervista%E2%80%9D-a-carlo-bonini-3%C2%AAparte/
“L’intervista” a Carlo Bonini (1ªparte)
Perchè oggi è stato giudicato sbagliato parlare di Vallanzasca?
Io credo che la discussione che accompagna il ritorno sulla scena di una figura come quella di Vallanzasca, non sia una polemica o una discussione nuova. Tutti i criminali, tutti i banditi, chiunque abbia “scavato a fondo” nell’immaginario collettivo di un Paese, rendendosi responsabile di crimini anche efferati, necessariamente pone un problema ad una collettività: quello di misurarsi con ciò che ha fatto o di rimuoverne il ricordo. Siccome l’Italia è un Paese che fa fatica a misurarsi con le sue pagine più complicate, a maggior ragione con le pagine nere, anche quando parliamo di un bandito nel senso tradizionale del termine. Quando poi quell’uomo torna a fare capolino sulla scena pubblica, volente o nolente, perché ad esempio gli vengono concessi dei benefici carcerari, quindi esce dopo trent’anni da un carcere o perché viene pubblicato un libro o perché viene fatto un film, ci troviamo in un Paese che non è abituato a misurarsi su ciò che è stato, con se stesso con le proprie contraddizioni, con i propri lutti, il Paese reagisce, spesso, in modo scomposto.
Talvolta comprensibilmente altre volte, per pura convenienza, per senso comune e quindi “è meglio non parlarne”. Da questo punto di vista, Vallanzasca, non è un’eccezione. Nella storia recente del nostro Paese, non ricordo discussioni che hanno accompagnato l’uscita dal carcere, il ritorno sulla scena pubblica, sia pure temporaneamente, di uomini che si sono resi responsabili di reati anche molto gravi, che non abbia avuto questo segno. Indice che, secondo me, ha una forte controindicazione: non aiuta quasi mai una discussione serena su ciò che è stato e, quindi, non aiuta quasi mai questo Paese a costruire una memoria collettiva condivisa.
Quando e perché i criminali diventano mito?
Data una premessa cioè che il male esercita da sempre su chiunque una forma di profonda attrazione, il male attrae anche e soprattutto chi è incapace di farne perché in questo modo lo si esorcizza, guardare in fondo al male è un modo per vaccinarsi. Questo il motivo per cui la cronaca nera, i fatti di sangue, anche quelli apparentemente meno controversi o antropologicamente o socialmente meno ricchi di spunti, attraggono molto l’attenzione dell’opinione pubblica. Detto ciò e tenendo a mente questa premessa, un criminale, un bandito, un assassino, diventa un mito nel momento in cui attorno a quest’uomo o questa donna si coagulano sogni, aspettative, ricordi, memoria di un pezzo del Paese.
Aldilà di quanto quel singolo criminale in effetti è stato, noi parliamo di Vallanzasca e nel suo caso, egli è uno di quegli esempi in cui intorno alla figura di un uomo, spesso aldilà delle sue intenzioni o con la sua consapevole complicità, intorno a ciò che lui ha fatto, si è coagulata una proiezione collettiva che ne ha fatto quello,poi, che lui è oggi tanto che, mi è capitato più volte di pensare, anche nel raccontare la sua storia, che Vallanzasca sia prigioniero del suo mito, anche aldilà del narcisismo con cui lui stesso per lungo tempo ha coltivato quella sua immagine pubblica. C’è però, secondo me, un dato oggettivo: un bandito può diventare un mito nel momento in cui nella sua storia, nel suo modo d’essere, nel suo modo di proporsi all’opinione pubblica, precipitano dei modi d’essere, dei costumi, un modo di sentire di un pezzo del Paese; oppure quando sulla storia criminale di uomo viene proiettato un desiderio inespresso di un pezzo di società.
Nel caso di Vallanzasca questo è avvenuto. Se uno ritorna indietro e ripensa a cos’era l’Italia nella prima metà degli anni ’70, era un Paese che usciva reduce dagli anni del boom, stava per infilarsi sul sentiero buio di una stretta economica, la società che cambiava rapidamente nei costumi, nel modo d’essere, nel modo di pensare, improvvisamente appare questo bandito “guascone” che sconvolge e rompe i riti della vecchia mala milanese, che ha un modo molto moderno di commettere crimini, che sfida sul piano di una nuova modernità i mezzi di comunicazione, i vecchi cronisti di nera, i vecchi marescialli, le questure, le caserme dei carabinieri.
E’ per questo che intorno alla sua figura, Vallanzasca finisce, consapevolmente o inconsapevolmente, nel diventare un magnete che attrae queste spinte e finisce con l’essere una delle rappresentazioni, uno dei quei volti del nostro Paese, e nello specifico, della Milano dei primi anni ’70. Una Milano che comincia a conoscere le bische, il gioco d’azzardo, i soldi facili, le belle macchine, che esce dalla dimensione anche pubblica castigata. Vallanzasca è eccessivo anche nel presentarsi, nel vivere. La sua vita è un eccesso continuo e questo fa sì che la sua storia criminale diventi una storia criminale assolutamente “eccentrica” rispetto a quello a cui il paese è abituato.
Quanta colpa per questo continuano ad avere i media o i “Pennivendoli” come li chiamava Vallanzasca?
I media nella costruzione dell’immagine e del personaggio Vallanzasca hanno svolto un ruolo fondamentale. Anche Vallanzasca gioca con i media. Li disprezza ma allo stesso tempo forse è uno dei primi banditi italiani che comprende la straordinaria potenza di una dimensione mediatica del crimine. Vallanzasca si diverte a chiamare i cronisti di nera che scrivono male di lui, a correggere articoli che ricostruiscono una rapina piuttosto che un sequestro. Vallanzasca trova il tempo dopo la sua ultima rocambolesca fuga dall’oblò dal porto di Genova, mentre sta percorrendo la strada che lo porta alla sua ultima tappa da uomo libero verso Trieste, verso Fiume, di fermarsi e di telefonare a Radio Popolare che sta facendo una diretta sulla sua fuga, per interloquire al telefono con il moderatore, quindi è vero che lui nutre nei confronti del lavoro della stampa un profondo disprezzo, perché quasi tutti i banditi vedono nei giornalisti delle mezze guardie.
Questo rende il giornalista ancora più spregevole perché non è una guardia ma una mezza guardia quindi in qualche modo il peggio del peggio, cioè al giornalista non viene riconosciuta autonomia di giudizio, è poco più che una buca delle lettere, delle veline della questura ma, Vallanzasca, proprio nella consapevolezza della potenza dello strumento dei media decide in qualche modo anche lì di rompere il gioco ponendosi come interlocutore diretto, anziché farti raccontare di me da chi mi dà la caccia te lo racconto io chi sono e, anche questo è un altro dei tratti della modernità del bandito Vallanzasca che per altro, contribuisce nel periodo in cui si rende responsabile dei reati che tutti conoscono, a gonfiarne l’immagine pubblica e fargli superare progressivamente quella linea sottile che separa una figura reale da in una figura mitologica.
Mi è capitato, scrivendo il libro con lui, che mi abbia fatto vedere le lettere che riceveva in carcere dalle sue ammiratrici, dove si coglie la percezione, assolutamente fuori dalla realtà che quell’uomo era riuscito a proiettare all’esterno, questo grazie però ai “Pennivendoli” che gli rendono un servizio straordinario cioè farlo diventare quello che altrimenti non sarebbe stato.
Alessandro Ambrosini
continua…
LINK AI POST CORRELATI:
Cinema, «Vallanzasca – gli angeli del male», anteprima nazionale a Palermo
Dopo la presentazione fuori concorso alla 67^ Mostra del cinema di Venezia, «Vallanzasca – Gli angeli del male» sarà proiettato in anteprima nazionale a Palermo. L’appuntamento è per martedì 18 gennaio, alle 21, al cinema Rouge et Noir, dove il regista e sceneggiatore Michele Placido, il protagonista Kim Rossi Stuart, gli interpreti Francesco Scianna, Filippo Timi saluteranno il pubblico in sala. A dare il volto a Renato Vallanzasca è Kim Rossi Stuart che ha definito il «bel René» «un uomo complesso, con qualcosa di misterioso» oltre che «un vero istrione».
Vallanzasca sta scontando una condanna complessiva a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione con l’accusa di sette omicidi di cui quattro direttamente compiuti, una settantina di rapine e quattro sequestri di persona nonché numerosi tentativi di evasione. È detenuto da 38 anni. La pellicola è ambientata nel 1985, quando Renato Vallanzasca, 35 anni, è detenuto in isolamento nel carcere di Ariano Irpino.
È lui stesso a raccontarci le sue prime «imprese» adolescenziali che gli frutteranno la prima reclusione nel carcere minorile. È l’inizio di una carriera che, con il supporto di alcuni amici d’infanzia, lo condurrà a divenire «il boss della Comasina». All’inizio degli Anni Settanta inizia ad insidiare il dominio, fino allora incontrastato di Francis Turatelo ma la rapina a un portavalori gli procura un arresto con conseguente evasione dopo quattro anni e mezzo. La battaglia con il clan Turatelo si fa sempre più dura così come sempre più sanguinose divengono le rapine ascritte alla Banda Vallanzasca. Il film è liberamente tratto dall’autobiografia «Il fiore del male» scritto dallo stesso Vallanzasca insieme al giornalista Carlo Bonini.
Fonte: Corriere del Mezzogiorno, Italpress
13 gennaio 2011
Notte Criminale: tu cosa cerchi oggi?
Notte Criminale waiting for…
Vallanzasca-Gli angeli del male, rinviata l’uscita a gennaio 2011
Spostata la data di uscita del nuovo film di Michele Placido, Vallanzasca gli Angeli del male, presentato fuori concorso al Festival di Venezia 2010. La pellicola sarebbe dovuta arrivare nelle nostre sale a Natale il 17 dicembre 2010. Invece, dando uno sguardo al listino della 20thCentury Fox apprendiamo che il film esce il 21 gennaio 2011. La pellicola racconta la vita di uno dei banditi più noti della storia italiana, Renato Vallanzasca, dai primi crimini insieme ad un gruppo di amici di infanzia, alle rapine, fino agli omicidi: è tratta dall’autobiografia scritta da Renè insieme a Carlo Bonini, “Il fiore del male”.
Qualche polemica ha accompagnato la presentazione al Festival di Venezia di Vallanzasca, gli Angeli del Male, ultimo film dell’attore e regista Michele Placido.
La pellicola è infatti dedicata (ma non in senso apologetico) al “boss della Comasina”, Renato Vallanzasca, concentrandosi su quello che accadde negli anni Settanta, quando il protagonista ingaggiò una dura battaglia col “bandito”, capo della mala fino ad allora incontrastato, Francis Turatelo.
Eccovi il cast completo del film che riunisce parte de “la meglio gioventù” del cinema italiano: Kim Rossi Stuart, nei panni del protagonista, Valeria Solarino, Filippo Timi, Moritz Bleibtreu, Francesco Scianna, Gaetano Bruno, Paz Vega, Nicola Acunzo, Stefano Chiodaroli, Lino Guanciale, Paolo Mazzarelli, Federica Vincenti, Monica Barladeanu, Lorenzo Gleijeses, Gerardo Amato, Adriana De Guilmi.
Fonte: Viva Cinema
Gelo in sala per «Vallanzasca»
La pellicola di Michele Placido lascia perplessi gli spettatori. Svelato il titolo del film «segreto»

Gelo in sala al termine dell’attesissima proiezione di «Vallanzasca – Gli angeli del male» di Michele Palcido. Il film, fuori concorso, ma comunque preceduto da molte polemiche, che non si placheranno ovviamente neanche dopo la proiezione ufficiale, descrive in chiave molto di fiction un personaggio che si definisce «un angelo dal lato oscuro un po’ pronunciato». La pellicola del resto finisce con un sorriso da parte del «bel Renè».
Al termine della proiezione in una sala Perla piena solo a metà non si sono sentiti nè applausi ne fischi all’indirizzo di un film destinato comunque a far discutere. Il film racconta la vita vissuta pericolosamente del bandito e della sua banda nella Milano degli anni Settanta. Le rapine, la droga, le donne, gli omicidi, gli arresti, gli ergastoli, le fughe dal carcere. E poi l’ossessiva rivalità con Francis Turatello, Faccia d’Angelo. Il film in ogni caso rischiava di rubare tutta la scena al concorso, se non fosse stato per lo «svelamento» del titolo del film a sorpresa che Müller ha voluto tenere segreto fino al momento della proiezione.

IL TITOLO A SORPRESA – Si tratta di Le fossé, di Wang Bing, sui prigionieri di un campo di rieducazione nella Cina negli anni Cinquanta. A Jiabiangou nel deserto del Gobi venivano deportati per essere «rieducati» i cittadini considerati dissidenti di destra: molti morirono di notte, nei fossati in cui erano costretti a dormire. In quegli anni in Cina, racconta il regista 43enne, che per realizzare il film ha incontrato molti ex prigionieri, forse più di un milione di cinesi fu preso di mira dal regime. Furono riabilitati solo dopo il 1978. In gara anche Essential Killing di Jerzy Skolimowski con Vincet Gallo nei panni di un talebano.
Per Controcampo italiano, preceduto dal corto Sposerò Nichi Vendola, con una famiglia pugliese travolta dalla crisi e indecisa se credere ancora alla politica, Gianfranco Pannone presenta Ma che storia, un documentario realizzato con il materiale Luce sull’Unità d’Italia. In serata festeggiamenti per il vincitore del premio Jaeger-Le Coltre Glory to the Filmmaker 2010, l’indiano Mani Ratman di cui verrà presentato Raavan.
Fonte: Corriere della Sera

![]()
Venezia: arriva Vallanzasca, l’angelo del male
Tra le pellicole fuori concorso più attese al Festival di Venezia c’è “Vallanzasca – Gli angeli del male” di Michele Placido con Kim Rossi Stuart nella parte del bandito della Comasina. Il film ripercorre la sua vita, dai primi crimini insieme ad un gruppo di amici di infanzia, tossici e piccoli delinquenti, alle rapine, fino agli omicidi consumati uno dietro l’altro. E poi il denaro a fiumi, la bella vita, le donne, gli amori, il carcere, le rocambolesche evasioni e infine la trasformazione da delinquente tutto di un pezzo fino all’uomo in lotta con la propria coscienza. Insomma la parobola discendente di un bandito che con la sue azioni criminali mise a ferro e fuoco il nord Italia negli anni Settanta, si macchiò di ben sette omicidi, tre sequestri di persona e un numero impressionante di rapine a mano armata. E a completare questo molteplice quadro da cronaca nera, non deve essere dimenticato che Vallanzasca, come molti angeli del male, riuscì con le sue azioni a circondare la sua persona di un alone di fascino e mistero: quasi una sorta di carisma della perdizione.
http://video.sky.it/videoportale/index.shtml?videoID=602135206001
Il film di Michele Placido, già realizzatore del fortunato film e serie di successo Romanzo Criminale, storia dei crimini della banda della Magliana, è liberamente ispirato al libro autobiografico, firmato dallo stesso Vallanzasca con Carlo Bonini, “Il fiore del male”; La sceneggiatura del film è co-firmata dallo stesso Placido e dal protagonista Kim Rossi Stuart. Anche Renato Vallanzasca ha partecipato attivamente alle fasi preliminari della lavorazione scatenando le violente proteste da parte dell’opinione pubblica e delle associazioni delle vittime del bandito.
Nel cast oltre Kim Rossi Stuart, anche Francesco Scianna, Filippo Timi, Valerio Solarino, l’attrice spagnola Paz Vega e il tedesco Moritz Bleibtreu. L’uscita nelle sale è prevista per il prossimo 17 dicembre.
Fonte : Sky tg24
La sconfitta di Vallanzasca
Da il blog di Valeria Gandus su Il Fatto Quotidiano
È l’evento più atteso del Festival di Venezia. I giornali ne stanno già riempiendo le pagine. Forse, alla proiezione del 6 settembre ci sarà anche lui, il protagonista, accanto al suo interprete: Renato Vallanzasca e Kim Rossi Stuart insieme sul tappeto rosso per Gli angeli del male, il film di Michele Placido sul boss della Comasina e la sua banda.
Non so se augurarglielo, a Vallanzasca. Lui che ha sempre detestato il cliché del bandito nazionalpopolare (s’infuriava a sentirsi chiamare «il bel René») ci si ritroverebbe immerso fino al midollo: le rapine, gli omicidi (sette), le belle donne, le belle macchine, la bella vita (quella poca che ha vissuto fuori dal carcere). Un ritorno al passato illuminato dai flash di oggi, puntati impietosamente sull’ombra del gangster che fu: il re della mala che appena esce di galera (da aprile lavora in una cooperativa e torna ogni sera in carcere) si fa fregare la bicicletta.
Non vedo Vallanzasca da più di dieci anni, quando lo intervistai in occasione dell’uscita de Il fiore del male, la bella autobiografia scritta con Carlo Bonini e ora opportunamente ripubblicata da Marco Tropea editore. In seguito ci siamo «sentiti» (cioè scritti: lui stava in carceri di massima sicurezza: prima a Novara e poi a Opera) abbastanza spesso: interviste, memoriali, repliche alle proteste indignate di chi, dopo ogni suo intervento, voleva affibbiargli, oltre ai quattro ergastoli già comminati, anche la pena aggiuntiva del silenzio perpetuo.
Ma Vallanzasca, soprattutto, scriveva semplici lettere: gentili e fanciullesche, piene di buoni propositi e di punti esclamativi. Alle quali forse io non rispondevo adeguatamente (è difficile, per chi è fuori, comunicare con chi sta dentro) perché a un certo punto ha smesso di inviarle.
Guardo le copertine dei due libri dedicati alle sue gesta (oltre a Il fiore del male, anche L’ultima fuga, di Leonardo Coen per BC&Dalai) e penso a quanto Kim Rossi Stuart somigli al bandito da giovane e a quanto mi paresse velleitario, tanti anni fa, il desiderio di Vallanzasca di veder affidato proprio a lui, in un ipotetico film, il ruolo di protagonista. Invece aveva visto giusto. Ma penso, anche, che tanta esposizione mediatica non gli gioverà. La grazia, che ha chiesto due volte al Presidente della Repubblica, se possibile tarderà ancora di più ad arrivare. Se mai arriverà.
Pochi giorni fa è tornato libero Felice Maniero, ex boss della Mala del Brenta convenientemente pentito, dopo aver scontato 17 anni di carcere per droga, rapine e sette omicidi. Vallanzasca ha rubato, ha ammazzato, ha molto fatto soffrire. E non si è mai pentito: «Non sono così ipocrita da chiedere perdono a chi so che non potrebbe concedermelo. Non è dignitoso chiederlo ed è stupido pretenderlo». Ma ha già speso in galera 39 dei suoi sessant’anni di vita, più di qualunque altro delinquente o terrorista.
Ora qualcuno, molti, grideranno alla scandalo perché viene pubblicamente «celebrato» in un film. E qualche scellerato guarderà a lui come a un mito. Ma basterebbe ascoltare le sue parole per sapere quello che il film forse non dice, per capire che non esiste nessun mito ma solo un uomo sconfitto: «Ho deciso autonomamente di fare un certo tipo di vita, non ho mai accampato scuse, mai pensato di essere una vittima della società. Ho giocato la mia partita e l’ho persa. Io ero in galera ancora prima che l’uomo andasse sulla Luna! Se non è sconfitta questa…».
LINK CORRELATI
Vallanzasca oggi guarda ieri: «Sono un pirla che si è bruciato la vita». Maniero oggi guarda…l’Europa!
Non bastano le lacrime per pagare i conti che non tornano
http://nottecriminale.wordpress.com/2010/08/26/giu-le-bautte/
«I miei pranzi con Vallanzasca Sbagliato accanirsi su di lui»
http://nottecriminale.wordpress.com/2010/09/02/%C2%ABi-miei-pranzi-con-vallanzasca-sbagliato-accanirsi-su-di-lui%C2%BB/
COMUNICATO STAMPA ASSOCIAZIONE VITTIME DEL DOVERE – “Non vogliamo i soldi di Vallanzasca”
Dentro il personaggio e “fuori concorso” Kim Rossi Stuart come il bel Renè racconta…
Intervista al TG1
link diretto all‘intervista completa del Tg1(27/6/10)
Kim Rossi Stuart parla per la prima volta del suo nuovo personaggio a Vincenzo Mollica. Sarà Renato Vallanzasca nel film diretto da Michele Placido. In esclusiva per il TG1 anche alcune immagini da “Gli angeli del male”
Alcune riprese fatte sul set del film ‘Vallanzasca’ a Milano, 23/1/2010.
Regia: Michele Placido. Attori: Kim Rossi Stuart, Stefano Chiodaroli
LINK CORRELATI:
Non bastano le lacrime per pagare i conti che non tornano
Vallanzasca oggi guarda ieri: «Sono un pirla che si è bruciato la vita». Maniero oggi guarda…l’Europa!
Francesco Scianna « L’animale che c’è in me»
L’anno scorso, ha portato a Venezia la Sicilia, la Bagheria in cui è nato e che è diventata Baarìa nel film di Giuseppe Tornatore di cui lui era protagonista. Quest’anno, alla Mostra – Fuori concorso – porta invece la Milano degli anni Settanta: una città che lui, nato nel 1982 e cresciuto prima in Sicilia e poi a Roma, non ha mai conosciuto.
Due volte di seguito sul Lido è una soddisfazione che lo fa sorridere, con quel modo garbato di ragazzo che assomiglia a un antico gentiluomo siciliano. Francesco Scianna in Vallanzasca – Gli angeli del male, il film di Michele Placido tratto dal libro autobiografico di Renato Vallanzasca Il fiore del male (scritto con Carlo Bonini e pubblicato da Tropea), interpreta Francis «Faccia d’angelo» Turatello. Non è un personaggio facile né simpatico: il «bel René» era quello che fra una rapina e un omicidio conquistava le donne con i suoi occhi azzurri, Turatello era il re di Milano, delle bische e dei suoi traffici. Uno cattivo, che fece una fine terribile. Mentre Vallanzasca (nel film, Kim Rossi Stuart) ebbe i suoi ergastoli, Turatello – che doveva scontare una pesante condanna – fu ucciso nel carcere sardo di Badu’e Carros, sventrato dal camorrista Pasquale Barra, detto ‘o animale, che gli addentò per spregio chi dice il cuore chi dice il fegato.

Il fiore del male, Carlo Bonini, Renato Vallanzasca, edizioni Tropea
Per lei, chi era Turatello?
«Uno che non conoscevo, prima di iniziare il film. Vallanzasca era più popolare, mentre lui non appariva così in prima persona, però gestiva tutto da dietro le quinte, anche quando era in prigione, come nel caso del matrimonio».
Quale matrimonio?
«Quello di Vallanzasca, in carcere. Fu Turatello a volerlo. In realtà il messaggio all’esterno era che Renato non si sposava con Antonella, ma con lui, Francis. Così, pensava, tutti avrebbero capito che lui e Vallanzasca erano tornati amici, dopo essersi combattuti. Sperava che questo avrebbe dato di lui un’immagine più forte, invece finì sventrato in quel modo».
Sarà un film molto violento?
«Le cose che ci devono essere ci saranno, non si tratta di versioni edulcorate dei fatti. Placido è riuscito a tirar fuori il mio istinto, l’animale che c’è in me».
La violenza potrebbe innescare una nuova polemica, dopo quella dei parenti dei poliziotti uccisi da Vallanzasca, che si sono lamentati perché l’assassino con questo film rischia di diventare un eroe.
«Il dolore merita sempre rispetto. Ma credo che il film possa essere un modo per andare oltre: bisogna conoscere e far conoscere, solo così si può crescere. Noi non esaltiamo la figura di Vallanzasca, raccontiamo quella storia e ci auguriamo possa servire a capire che cosa è accaduto. Lo spettatore non ce lo immaginiamo come un’entità passiva che dice: “Che figo, quello con la pistola”».
A proposito di fascino, Turatello com’era rispetto al «bel René»?
«Francis non era bello come Renato, ma aveva il viso da buono e ci sapeva fare con le donne, era quello che le proteggeva, se ne prendeva cura. Anche con Antonella, che Vallanzasca ha sposato in carcere, e che era amica di entrambi da ragazzini: le regalava fiori, la chiamava principessa, la portava fuori la sera e la riaccompagnava presto a casa perché non voleva che rientrasse tardi. La trattava come una sorella».
Lei ha incontrato qualcuno della famiglia di Turatello?
«Sì, il figlio Eros. Oggi ha poco meno di 40 anni e lavora in un’agenzia di viaggi. Mi ha mostrato delle foto, l’immagine privata di suo padre, anche se l’ha conosciuto pochissimo. In famiglia, per Turatello era importante essere l’uomo che provvedeva a tutti e gestiva tutto. Con il figlio era affettuoso, diceva di volergli regalare una casa cinematografica come se in qualche modo volesse risarcirlo. Del resto Francis, da piccolo, un padre non l’aveva avuto: si era costruito un proprio mito, diceva di essere figlio del boss mafioso Frank tre dita, ma è più probabile che il suo vero genitore fosse uno sconosciuto contrabbandiere».
Lei ha incontrato Vallanzasca sul set?
«Qualche volta. È stato rispettoso del nostro lavoro, e di grande aiuto quando ho avuto bisogno di ricostruire episodi che solo lui poteva conoscere. Un giorno, alla fine di una scena, Vallanzasca è venuto da me e mi ha detto: “Lo sai che mi stai proprio sulle palle?”. Voleva dire che ero sulla strada giusta, che vedeva Francis e non Francesco».
Diverse scene sono state girate in carcere: avete avuto contatti con i detenuti? La riconoscevano per via di Baarìa?
«Qualcuno mi ha riconosciuto, ma non per il film di Tornatore: io ho lavorato anche nel Capo dei capi (la miniserie su Salvatore Riina, ndr) e quello l’avevano visto tutti».
Stando in galera e parlando con Vallanzasca, si è fatto un’idea sulle condizioni dei carcerati?
«Un’ora prima di girare in carcere, sono entrato in una cella e ci sono rimasto da solo, per prepararmi. Le sbarre, lo spazio ridottissimo, la mancanza di cielo. Fino a quell’istante, non avevo capito che cosa significasse veramente essere reclusi: deve essere terribile anche solo per pochi mesi, figuriamoci l’ergastolo. Mi è presa un’angoscia tremenda. Poi, vicino a dove giravamo, c’erano alcuni ergastolani che ci osservavano, ma era come se nei loro occhi non passasse niente, come se fossero fuori da tutto. Quello è un mondo a parte: lì c’è la morte».
Ne ha parlato con Vallanzasca?
«No, non sapevo fino a che punto potevo spingermi».
A Palermo, lei ha mai avuto contatti diretti con la criminalità?
«Un giorno nel mio palazzo è venuto ad abitare Antonio Ingroia (procuratore aggiunto dell’Antimafia, ndr): la microcriminalità che conoscevo, furti e scippi, è improvvisamente sparita. Però ho conosciuto altre paure: auto abbandonate nei giardini, il timore dell’attentato, lo spavento. Avevo 14-15 anni, e questo mi ha fatto sentire improvvisamente privato della mia libertà, della spensieratezza di giocare a pallone».
A parte il film di Placido, ha altri lavori in uscita?
«Dovrei fare un corto con Gabriele Muccino, e ho girato una serie diretta da Gianluca Tavarelli, Le cose che restano: quasi una Meglio gioventù ai nostri giorni, dove sono un poliziotto in borghese che ha una storia con una prostituta».
Dopo tanti poliziotti e delinquenti, ci dice qualcosa sulla sua situazione sentimentale? Di recente l’hanno fotografata con l’attrice Virginie Marsan, poco dopo era al mare con Francesca Chillemi: chi è quella giusta?
«Diciamo che la mia ultima storia importante è finita quattro anni fa. Adesso coltivo la mia crescita, mi sposto molto, sono sempre in giro. In questo momento la mia casa è una valigia».
Vuol dire che nella valigia una ragazza fissa non ci sta?
«Non metterei mai una ragazza in valigia, meglio una ragazza con la valigia, che partisse con me in questa ricerca. Insomma, diciamo che al momento l’unico valore è tentare di rendere bello quello che succede, qualunque forma o durata abbiano questi incontri».
27 agosto 2010
Marina Cappa
Fonte:VANITY FAIR Style.it
LINK CORRELATI:
Non bastano le lacrime per pagare i conti che non tornano
Vallanzasca oggi guarda ieri: «Sono un pirla che si è bruciato la vita». Maniero oggi guarda…l’Europa!
Bel Renè, ultimo delitto di un uomo stanco
Ciak si gira: il killer Maniero diventa già film
Le imprese dei banditi ancora una volta attirano autori di fiction e pubblico. E così la carriera criminale di Faccia d’angelo da quest’autunno verrà rivissuta sul set per una serie in due puntate prodotta per Sky. Un altro criminale leggendario esce di galera e scatta subito il «ciak si gira». Più ne hai combinate come bandito e maggiore è la corsa al film o fiction che sia. Questa volta tocca a Felice Maniero, il boss della mafia del Brenta, che ha finito di scontare la sua pena lunedì. Per rapine, omicidi, traffico di droga, estorsioni gli hanno dato 17 anni di galera, invece che l’ergastolo, grazie al suo pentimento, vero o presunto. In autunno inizieranno le riprese di «Faccia d’angelo», una fiction per «Sky», che si ispira ad «Una storia criminale» il libro scritto dallo stesso Maniero con il giornalista Andrea Pasqualetto.
Le due puntate sulla vita del boss andranno in onda il prossimo anno e saranno girate in Veneto e Croazia. Il regista e attore è Andrea Porporati: «Sarà una pellicola sull’ascesa di questo gangster imprenditore, che sfruttò la crescita del Nord Est per le sue scorribande, dalle rapine miliardarie e spettacolari, agli omicidi».Lo scorso anno ci avevano già pensato su «La7» Maurizio Iannelli e Paolo Fattori a mandare in onda un docufiction sulla vita di Felicetto per la serie «Città criminali». La scelta di attori e comparse era avvenuta nell’ex villa bunker di Maniero a Campolongo Maggiore, in provincia di Venezia. Gli aspiranti interpreti del boss dalla «faccia d’angelo», dei suoi spietati luogotenenti e delle pupe che lo circondavano arrivarono a frotte. Molti attratti dalla leggenda noir di Maniero. Qualcuno addirittura faceva notare «che quando c’era lui che controllava il territorio non avevamo così tanta delinquenza straniera».
Adesso ci riprova Sky a ripercorrere la storia del boss da quando aveva 18 anni attraverso i colpi più famosi. Oltre ai 17 omicidi compiuti dalla sua banda, la rapina miliardaria al Casinò di Venezia, con fuga in motoscafo, resta nella leggenda del crimine. Come il colpo all’aeroporto Marco Polo, del capoluogo veneto, per mettere le grinfie su 170 chili d’oro diretti a Francoforte. Maniero non aveva ancora trent’anni, ma la nuova fiction racconterà anche le rocambolesche evasioni dal carcere Due Palazzi di Padova e da Fossombrone. E nelle riprese non dovrebbe mancare la bella vita, in spregio al pericolo di venir riacciuffato. Maniero, durante la latitanza, utilizzò uno yacht, con il nome dell’amata madre Lucy. A bordo, fra Napoli e la Croazia organizzava feste con tante belle donne. Faccia d’angelo, prodotta da Goodtime, racconterà pure la collaborazione con la giustizia di Maniero, che gli ha permesso di tornare in libertà a 55 anni dopo aver seminato il terrore nel Nord Ets dal 1975 al ’95.
Oggi ha cambiato identità e vive in un luogo segreto dove venderebbe elettrodomestici. I parenti delle sue vittime, si sentiranno girare le budella in questi giorni. Ancor di più sapendo che è partita la corsa al film. Stessa storia per la pellicola che Michele Placido sta girando sulla vita di Renato Vallanzasca, uno dei banditi più terribili di Milano e dintorni. Le riprese de «Il fiore del male» sono iniziate in gennaio. Placido ha garantito che onorerà le vittime del Bel Renè, pure lui uscito da poco di galera. Non la pensa così Gabriella Vitali D’Andrea, la vedova di uno degli agenti di polizia freddati dalla banda Vallanzasca nel 1977, durante un inseguimento. «È un errore fare un film su un personaggio che dovrebbe pagare i suoi debiti circondato dal silenzio», ha denunciato la vedova.
Il filone banditesco tira come «Romanzo criminale» il film dedicato alla gang romana della Magliana e la «Uno bianca», una fiction sui veri poliziotti rapinatori e assassini di Bologna. Kim Rossi Stuart è l’attore che ha interpretato «il Freddo», uno dei capi della banda della Magliana e adesso veste i panni di Vallanzasca nel nuovo film. Con il vero Renè ha passato molto tempo, per immedesimarsi nei gesti e nel parlare. Poche, invece, le pellicole ispirate alle guardie più famose che davano la caccia ai ladri. La Rai ha iniziato ad aprile, a Belgrado, le riprese della serie «Il commissario Nardone». Sei puntate dedicate ad una leggenda della questura di Milano negli anni ’50 e ’60.
24 agosto 2010
Fonte Il Giornale
Placido “Vallanzasca a Venezia? Io dico no”
Il bandito: non mi fanno vedere il film su di me, vado al Lido. Il regista Michele Placido: non lo voglio
Renato Vallanzasca sotto i riflettori della Mostra di Venezia. Una sua personale decisione, dovuta al desiderio di vedere, finalmente, il film di cui è protagonista, l’opera cui ha collaborato, in veste di consulente di produzione, la moglie Antonella D’Agostino.
Kim Rossi Stuart nei panni di Vallanzasca nel film di Michele Placido
Ogni giorno sul set, attenta a controllare il modo in cui veniva raccontata la vicenda del suo uomo, anche perché alla base del lavoro, oltre al volume del giornalista Carlo Bonini, Il fiore del male, c’è il suo, intitolato Lettere a Renato. Dal punto di vista pubblicitario è un colpo grosso che darebbe al film di Michele Placido, Vallanzasca – Gli angeli del male, protagonista Kim Rossi Stuart, una visibilità mille volte maggiore di quella normalmente riservata a un film della rassegna. Ma è proprio questo genere di attenzione a provocare la decisa opposizione del regista: «Far venire Vallanzasca a Venezia sarebbe controproducente. Se devo essere sincero, desidererei che stavolta il film restasse fuori dalle beghe. Anzi, dico fermamente che non vorrei Vallanzasca a Venezia».
Il fatto è che la mossa di «René», come lo chiamavano all’epoca d’oro della sua ascesa criminale, nasce da una delusione. Sia Vallanzasca che la sua compagna (sullo schermo l’interpreta l’attrice spagnola Paz Vega) avrebbero chiesto a più riprese, da un mese a questa parte, di vedere la pellicola, ma non ci sono ancora riusciti. In più, raccontano i bene informati, ci sarebbe stato il dispiacere di ascoltare da Michele Placido, in occasione dell’anteprima di venti minuti a Lipari durante la convention della major Fox (produttrice dell’opera con Elide Melli) delle dichiarazioni che sottolineavano la volontà forte di prendere le distanze dal personaggio.
René se la sarebbe presa e avrebbe deciso di chiedere al giudice un permesso speciale per assistere alla proiezione veneziana. Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto. Quante possibilità ci sono che l’autorizzazione venga accordata? A quanto pare, molte, perché Vallanzasca, condannato a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione, ha il permesso di lavorare fuori dalle mura del carcere di Opera con l’obbligo di rientro, ma anche con la possibilità di ottenere, occasionalmente, delle uscite serali. Insomma, la sua apparizione non sarebbe eccezionale: per andare da Milano a Venezia ci vogliono tre ore e, stando attenti ai tempi, ci sarebbe tutto il modo di partire e di rientrare. Certo, da un punto di vista mediatico, la sua presenza sarebbe clamorosa e finirebbe di sicuro per ravvivare le polemiche dei parenti delle vittime, fin dall’inizio decisamente contrari all’operazione.
L’ufficio stampa della Fox replica che no, la presenza del protagonista della storia non è affatto prevista alla kermesse veneziana.
Ma, anche all’interno del gruppo che ha realizzato la pellicola, le posizioni sono diverse. Da una parte, la fermezza di Placido, dall’altra i toni più concilianti di Kim Rossi Stuart: «Non ho la più pallida idea di come andranno le cose – dice al telefono -, l’idea che Renato Vallanzasca venga o non venga al festival non mi fa né piacere né dispiacere. Che poi uno, dopo quarant’anni di carcere, voglia farsi una gita a Venezia, non mi sembra, insomma… Comunque non è un argomento che posso affrontare adesso». Sembra che anche Elide Melli non sia contraria alla proiezione del film per Vallanzasca. Il fatto è che in carcere non ha potuto portarglielo e quindi per l’interessato non resta che l’idea di quella gita.
Una Venezia andata e ritorno, per guardare se stesso negli occhi, nella magia del grande schermo ma anche, forse, con il rimpianto per una vita sballata: «Il film – dice il regista – racconta la storia di un’educazione alla rovescia, la vicenda di un bravo ragazzo che a un certo punto sceglie di saltare sul bancone con un’arma in mano, di mettersi a fare rapine. Il racconto segue il percorso di un criminale, descrive i pensieri nella sua testa, la sua vita di allora ma anche quella di adesso, in galera». Una cosa è certa, ripete Placido: «Non sento di comprendere l’etica criminale, io la condanno e la condanna è tutta nel mio film».
10/08/2010
Fonte: Fulvia Caprara per “La Stampa“

















































