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Genova: anche le notti genovesi sono criminali: ieri cinque furti.
Ladri scatenati in citta’ e in periferia e notte ‘calda’ per polizia e carabinieri….continua a leggere Genova: anche le notti genovesi sono criminali: ieri cinque furti.
Roma: rubano gioielli per 50 mila euro ma cadono nella rete per l’Ipad. Tre arresti
Hanno aspettato due rappresentanti di gioielli nei pressi della loro auto parcheggiata sul Lungotevere dei Mellini, a Roma. Poi appena i due venditori di preziosi si sono avvicinati, i tre li hanno accerchiati…continua qui
Crime News – Bari: bloccata in stazione badante ladra di denaro e gioielli
Correggio: ruba gioielli di famiglia pur di avere un guardaroba alla moda
di Folletto
Mai come negli ultimi periodi l’economia è statasulla bocca di tutti tanto da aver perso il possessivo singolare diventando un mal comune che ci ha visto fare molti tagli. C’è chi ha rinunciato ai viaggi, chi alla palestra, chi alle cene, ma non tutti hanno rinunciato allo shopping e, pur di avere sempre un guardaroba alla moda, c’è chi ha preferito andare …
Omicidio Simmi: si lavora sull’ipotesi della droga sparita
Una serata con gli amici e la donna di un pregiudicato in galera. Una falsa accusa di stupro, la paura, la protezione di una grossa famiglia criminale del sud.
Una partita di droga non pagata o mal pagata. La gambizzazione davanti al suo negozio e la sua morte a Prati.
Ecco gli ingredienti che i carabinieri di Via Inselci stanno vagliando per cercare di capire e dare un volto ai colpevoli dell’uccisione di Flavio Simmi.
Ecco la pista che gli investigatori stanno seguendo per delineare i motivi che hanno portato indietro la capitale di 30 anni e più. Quello che balza agli occhi subito è l’escalation rapida e mortale degli avvenimenti e alcune domande che rimangono inevase. Andiamo con ordine. Continua a leggere
I delitti del Dams – Terza e ultima parte
Il 1983 è un anno maledetto. Lo è per Bologna e lo è soprattutto per la facoltà del Dams. Dopo il delitto di Angelo Fabbri, avvenuto tra il 30 e il 31 dicembre 1982, e quello di Francesca Alinovi, ritrovata il 15 giugno successivo, arriva un terzo caso. Anche questo, come per l’allievo di Umberto Eco, a oggi irrisolto.
È il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani (ma tutti la chiamano Lea), 28 anni, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, che si trova in via Serenari a Casalecchio di Reno, popoloso comune alle porte del capoluogo emiliano, dopo aver salutato un’amica che ha incrociato nel quartiere Mazzini. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito. Il quale, non vedendola rientrare, alle 21 scende a controllare, vede l’auto e appoggia una mano sul cofano.
È ancora tiepido e quella constatazione deve averlo inquietato perché, non essendoci le chiavi nel blocco di accensione, significa che sua moglie è già arrivata, le ha estratte e avrebbe dovuto salire. Però non l’ha fatto e allora l’uomo chiama i carabinieri, che non attendono le ventiquattr’ore dalla scomparsa e si mettono subito a cercare Lea. E proseguono. Ma senza capire cos’è accaduto.
La vita di Lea Polvani è irreprensibile. Se all’inizio si parla di una possibile crisi depressiva come causa della sparizione, subito dopo si lascia perdere perché la giovane donna non aveva problemi del genere. E non ha nemmeno una doppia vita. Con il marito è felice e la sua vita si divide tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi, al Dams di Bologna.
Le indagini hanno un nuovo inizio quattro giorni dopo la scomparsa, il 3 dicembre, quando il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna, una zona disabitata nel Comune di San Lazzaro di Savena. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: dei cancelli con catene e lucchetti sono posti all’ingresso perché lì ci vanno coppie clandestine, spacciatori e tossicodipendenti in cerca di tranquillità per farsi la loro dose.

Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. Accanto al corpo c’è una borsetta, che raccoglie per controllare se ci sono i documenti. E così è: nessun dubbio dunque sull’identità della vittima, Lea Polvani. Ma come c’è finita la ragazza in quella grotta dove mai avrebbe dovuto trovarsi? Com’è possibile che scompaia nel giro di qualche metro, già dentro il suo garage, qualche piano sotto casa sua? E parte l’appello a chiunque abbia visto qualcosa.

Intanto però c’è la grotta di cui occuparsi. Chi ha portato lì Lea Polvani, sapeva dove voleva condurla tanto che il lucchetto e il filo spinato che rendevano inaccessibile l’ingresso risultano tagliati da un tronchesi comprato da poco, con taglienti non usurati. Lo si capisce dal segno che lasciano, compatibile con l’utensile ritrovato nelle immediate vicinanze. Poi quale sia stata l’esatta dinamica dei fatti non è stato possibile ricostruirla. Sta di fatto che la ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al colpo.
Inoltre qualcuno le ha sparato con una pistola calibro 6.75. È una rivoltella piccola, che avrebbe effetti mortali solo se il colpo venisse sparato a contatto in zone vitali, come accaduto a Lea, raggiunta al cuore. Inoltre, quel tipo di arma ha una storia strana. Dello stesso calibro sarebbe stato il proiettile sparato solo una volta per uccidere, a Roma, qualche anno prima. Vittima sempre una donna. E solo in un altro caso una perquisizione ha portato al ritrovamento di una pistola che spara quel genere di proiettili.
Siamo alla metà degli anni Settanta e tra Milano e Torino si sta dando la caccia agli appartenenti alle Brigate Rosse. Così, a casa di una coppia di presunti terroristi, si trova del materiale propagandistico appartenente alle Br e una 6.75. Che – dice la coppia e come verrà ricostruito nel corso dell’istruttoria e del processo per il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio, avvenuto il 15 aprile 1975 – è stata data loro da un ex appartenente a Potere Operaio che, terminata l’esperienza di quell’organizzazione, è rimasto un cane sciolto (e ambiguo) nel mondo dell’estrema sinistra.
Tornando però alla fine del 1983 e alla morte di Lea Polvani, gli investigatori escludono anche in questo caso la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e, a parte la verifica del guardiacaccia, non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Che abbia subito una violenza sessuale e che sia stata uccisa forse perché aveva tentato di opporvisi? Forse, ma vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro. Lo conferma l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza.
E probabilmente è stata uccisa lì, a giudicare dalle tracce ematiche rinvenute, dove poi sono stati abbandonati anche gli oggetti che aveva con sé. Oltre alla borsa, un piccolo contenitore dentro cui si era portata al lavoro il pranzo, e un sacchetto dentro cui c’erano le uova che aveva comprato forse sulla via del ritorno. Poi ci sono i segni di pneumatici, ma nessuno di questi elementi consente di arrivare a un’identificazione e nemmeno a una pista su cui indagare.
Ma allora che è successo? C’era qualcuno che l’attendeva o che l’ha seguita, ha aspettato che Lea parcheggiasse ed estraesse le chiavi per portarsela infine via? Perché condurla proprio alla Croara, una zona lontana da casa sua e con una fama dubbia? Dagli interrogatori che vengono condotti nei giorni successivi al ritrovamento del corpo sembra emergere un cambiamento nell’umore di Lea, come se qualcosa la preoccupasse. E allora, esclusa la pista passionale e quella del maniaco, si guarda al suo lavoro come disegnatrice di gioielli.
Dall’ipotesi che si formula, è possibile che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava, non lontana da via Mirasole e da via del Riccio, i luoghi che hanno visto la fine di Angelo Fabbri e di Francesca Alinovi (stanno tutti all’interno di un’area di un chilometro quadrati circa). E allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno, tanto che il proprietario del laboratorio dice di aver temuto in quel periodo un assalto. Ma senza trasformare Lea in una complice, è possibile anche che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.
Intanto arrivano le prime testimonianze. Chi abita in via Serenari dice agli investigatori di aver visto nei giorni precedenti la scomparsa una Fiat 128 di colore scuro. Avrebbe stazionato da quelle parti a più riprese e all’interno ci sarebbero stati tre uomini. A quel punto salta fuori in un altro quartiere alla periferia di Bologna, al Pilastro un’auto dello stesso tipo rubata qualche tempo prima. Qualcuno l’ha bruciata e i carabinieri ricevono alcune telefonate anonime in base alle quali sempre un veicolo di quel modello sarebbe stato notato anche dalle parti della Croara. Viene fornito anche un numero di targa da cui risulta che la vettura appartiene al proprietario di un locale da ballo. E l’anonimo ben informato aggiunge: se volete trovare il movente, guardare alla gioielleria.
La catena dell’indagine sembra prendere quindi corpo, per quanto l’uomo, trasformato intanto in indiziato mentre continua a proclamarsi estraneo alla vicenda. Ma per due anni si concluderà poco altro. Una svolta sembra arrivare solo nel 1985 quando, per l’omicidio di Lea Polvani, viene arrestato uno spacciatore, che dice di voler confessare i nomi dei veri assassini. Sarebbero tre pregiudicati del Pilastri: Angelo Alboino, già in carcere in Germania, dove ha trascorso dodici anni, Moreno Pesci e Carmelo Lopes. Ma l’impianto accusatorio non regge. Il “pentito” confonde la Croara con un’altra zona, il Farneto, il luogo in cui viene trovato il cadavere di Angelo Fabbri.
Da notare poi che il fratello di Alboino verrà indicato a torto come l’autore di un altro delitto con cui non c’entrava nulla: è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, quando vengono uccisi tre giovani carabinieri da quelli che si saprà solo anni dopo essere i banditi della Uno bianca, autori di altri 99 omicidi e di 103 azioni criminali da Emilia, Romagna e Marche. Anche nel caso delle accuse per i fatti del Pilastro, il fratello di Alboino riuscirà a dimostrare la propria estraneità, ma ancora una volta, in assenza di piste solide, si va a pescare nel mondo della criminalità più o meno piccola della periferia nord di Bologna.
Gli indiziati per l’omicidio di Lea Polvani intanto a processo ci sono finiti, ma l’accusa non regge ai tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione finirà per assolverli in via definitiva. E a quel punto non si sa più da che parte guardare. Le tracce sul corpo e sugli oggetti della ragazza riconducono solo a lei, la motivazione dell’ipotetica rapina, seppur plausibile, non trova alcun riscontro e non ci sono più sospettati sul cui passato e sul cui operato scavare. Così le indagini di arenano e, come per Angelo Fabbri, non verrà mai scritto il nome di un colpevole sul fascicolo aperto con la sparizione e l’uccisione di Lea Polvani.
Moreno Pesci e Carmelo Lopes al processo per il delitto Polvani
Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensò che ci fosse un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. Accadde in luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, quando Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, venne uccisa in Calabria mentre faceva la stagione in un albergo del crotonese. Ma questo caso venne risolto. Oltre a esserci come unico legame l’appartenenza alla facoltà emiliana, nel 1988 si giunse a una condanna: quella del direttore dell’hotel, finito al gabbio per omicidio colposo. Fu il frutto, appurò la giustizia, di un tentativo di stupro: la ragazza, cercando di divincolarsi, era caduta fratturandosi il cranio. La pubblica accusa avrebbe voluto un capo d’imputazione e una sentenza più gravi, ma il colpevole alla fine fu condannato a cinque anni di carcere, di cui due condonati.
E allora cosa restò dell’ipotesi di un serial killer che si aggirava per l’università di Bologna? Nulla, se non le suggestioni letterarie ben raccontate da Carlo Lucarelli nel romanzo Almost Blue (Einaudi, 1997), divenuto poi anche un celebre film diretto da Alex Infascelli (e interpretato da Rolando Ravello, che darà il volto a un’altra storia che racconteremo in futuro, quella di Marco Pantani). Scrive Lucarelli a proposito del suo assassino seriale che colpisce a Bologna:
Improvvisamente sento la pelle del viso, mi si è screpolata in miliardi e miliardi di sottilissime crepe. La sento che mi si spacca e staccandosi a scaglie mi scivola lungo le ossa, lasciandomi il teschio nudo e lucido. Gli occhi, senza più palpebre, mi rotolano in avanti e si fermano incastrati sul bordo delle orbite. Lei continua a fissarmi, seduta accanto al tavolo e mi chiedo come mai non se ne accorga. Sono solo a mezzo metro.
Dice perché mi guardi così?
Da dentro la testa, qualcosa mi spinge in avanti le ossa del viso [...]. Possibile che non se ne accorga?
Dice perché mi guardi così?
Dice perché mi guardi così?
Dice mio Dio, perché mi guardi così?
A guardare era una vittima. E a essere guardato era l’Iguana, un omicida che assumeva le sembianze delle sue prede, come un camaleonte, e così scompariva alla vista. È quello che accadeva – e che accade ancora – a Bologna. Una città che nel giro di trent’anni ha perso 100 mila abitanti, falciati dalla speculazione edilizia, dal caro vita e da una qualità della città sempre più scadente. Un fenomeno, questo, che ha riempito di “forestieri” le case lasciate vuote, persone da cui guardarsi ma da spennare, come gli studenti fuori sede. Persone che non sempre hanno contratti regolari, che non vengono registrare da nessuna parte perché negli alberghi e negli archivi della questura non ci sono. Persone che arrivano a Bologna, la mordono per quello che possono o che devono avere, e se ne vanno. Portando con sé il loro anonimato, ma anche la rabbia verso una città che si diceva accogliente, ma che si è rivelata «una grassa signora dai fianchi un po’ molli». E dai modi di una tenutaria, che incassa e che niente vuole sentire.
LINK AI POST PRECEDENTI:
Bologna, i delitti del Dams – Prima parte -
Bologna, i delitti del Dams – Seconda parte
MCT: Moda Cultura Tendenza
Per inaugurare la nuova rubrica MCT, Notte Criminale non poteva affidarsi ad un giorno qualsiasi. D’obbligo scegliere un giorno rivoluzionario, questo. Il 10 gennaio di quaranta anni fa dall’Hotel Ritz parigino, Coco Chanel si congedava dal mondo e, con lo stile e la dignità che l’hanno sempre contraddistinta, consegnava definitivamente alla storia i suoi 88 anni con queste parole: «Ecco, così si muore». Per una volta, però, Mademoiselle si sbagliava. La storia che lei stessa ha contribuito a redigere e innovare oltre l’universo della moda, le cui trame altro non erano che pagine sulle quali scrivere dell’essenza della donna, opere da indossare per rivoluzionare il concetto di femminilità, infatti, non ne se dimentica e quattro decenni dopo, continua a farle onore.
Come tradizione francese vuole, Gabrielle Bonheur Chanel, ardita rivoluzionaria del costume femminile dell’era moderna, slegò la donna dai corsetti e cercandola nei vestiti, ne accarezzava diritti e dignità con tailleur. Portò la lunghezza delle gonne sotto il ginocchio, abbassò il punto vita e, mentre si appropriava dei pantaloni maschili, sdoganava il guardaroba “femmina” e l’abbronzatura con il suo essere un tantino impertinente, un pizzico ribelle e quel tanto che basta trasgressiva.
Incoronata regina del genre pauvre (povertà di lusso), trasformò gli accessori in gioielli e viceversa fino a poter vantare il primato di rivoluzionaria anche nel linguaggio. E’ per lei, infatti, che si conia per la prima volta la parola “stilista”: il singolare femminile che etichetta, ancora oggi, di un “plurale” maschile.
E se Notte Criminale racconta di come rivoluzioni tragiche di dolore e sangue hanno macchiato indelebilmente storia e storie, non può far a meno di raccontare il contesto storico culturale in cui tutto ciò avveniva “cambiando abito”.
MCT racconterà di moda, cultura e tendenze che hanno avvolto l’Italia degli anni ’70 e ’80 certi di non fare un torto a nessun stilista made in Italy dedicando questo primo post all’imperatrice di uno stile che nel ’900, prendendo ispirazione dall’evoluzione del genere umano, ha consegnato ai posteri massime di moda e di savoir vivre valide nella Belle Epoque, la Dolce Vita romana e nell’odierno quadrilatero della moda milanese.
Chanel era scollegata dalle tendenze e dalle mode del momento tanto che il semiologo francese Jean-Marie Floch individuò l’estraneità temporale di Coco nella capacità che la stilista aveva di assemblare alla moda femminile, elementi opposti della moda maschile. Il risultato dell’originale bricolage è, per assurdo, una femminilità accentuata. L’anno della sua morte coincide, tanto per il costume, quanto per la società, con quello della nascita di uno stile più trasgressivo portavoce della geniale protagonista della moda del XX secolo.
Coco Chanel non ha esattamente un “dopo” in quanto continua a non tramontare una sola stagione, ma di certo un dopo fatto anche di altro esiste, si afferma e trova delle spiegazioni sociologiche paradossalmente ancora più lontane nel tempo ma, mai più attuali ed interessanti.
Quando nel 1895 l’industria della moda era solo un cenno di quella mastodontica macchina che è diventata, il sociologo tedesco Georg Simmel ne faceva un saggio affermando che la moda permette di conciliare due tendenze psicologiche opposte che convivono in ogni individuo: la tendenza ad uniformarsi e quella a distinguersi, ovvero l’essere per se e l’essere per gli altri, legando, quindi, la suddivisione della società in classi. Aderendo ad una moda, infatti, l’individuo, da un lato, rafforza il sentimento di appartenenza alla propria classe e, dall’altro, si distingue dalle classi più basse. «La variabilità della vita storica dipende dalla classe media – continua Simmel- e per questo la storia dei movimenti sociali e culturali ha assunto un “tempo” completamente diverso da quando il tiers état ha preso il potere. Da allora la moda, la forma dei cambiamenti e dei contrasti della vita, si è maggiormente estesa ed è soggetta ad una stimolazione più intensa; i frequenti mutamenti della moda sono un’immane schiavitù per l’individuo e, nella stessa misura, uno dei complementi necessari della cresciuta libertà politica e sociale».
Fonte L’Unità
In Italia, il 18 settembre del 1970, entrava in vigore la legge sul divorzio, sintomo di un evidente e profondo cambiamento culturale che la moda (dal latino modus-i, ovvero maniera, norma, regola, tempo, melodia, ritmo) sottolinea con gli eccessi di fusioni, contrasti, colori fortissimi, fiori giganti o asimmetrie. La parola d’ordine di quegli anni era “Osare, Osare, Osare!!!” Negli anni ’80, la moda fu caratterizzata dal culto del successo e dell’efficienza a sottolineare sempre il nesso con la società e le sue evoluzioni. L’importanza della haute couture francese venne ridotta e ogni nazione sviluppò uno stile differente. E’ in questi anni che l’Italia conferisce a Milano il titolo di capitale della moda.
Marina Angelo











