La notizia è di quelle che non piacerà sicuramente all’ispettore Calcaterra (Marco Bocci), ma quello che riporta Felice Cavallaro sul Corriere della Sera di oggi ha del surreale. La TAODUE casa di produzione della fiction campione d’ascolti “Squadra Antimafia – Palermo Oggi” in onda su Canale 5, si sarebbe affidata al ‘giovane ed intraprendente’ Gaetano Lo Presti per il reclutamento di comparse, location, fornitura pasti durante le riprese della suddetta fiction.
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Il caso Pantani: storia di un campione annientato – Prima parte -
Il sabato, il giorno del blitz a Madonna di Campiglio, non erano ancora le otto e chiesi di andare in doccia, mi preparavo per un colloquio… Il tempo che mi aprissero e una volta in corridoio, nel tragitto per arrivare alla sala docce, dovevo passare anche davanti alla cella di quell’amico che, vedendomi, ancor prima di salutarmi, mi disse: “Hai sentito la tv? C’è stato un blitz dell’antidoping al Giro. Hanno fermato Pantani. Ripartiranno senza di lui”. Mi sono detto: “Ecco dove stava il trucco”. Ma per non far capire nulla a nessuno, fossero essi detenuti o guardie, dissi solo: “Mi dispiace, ma ora devo andare a prepararmi per il colloquio”. Del resto, se per qualche conoscente a Napoli non era troppo difficile truccare qualche partita di calcio, figurarsi quanto poteva essere semplice impedire al più forte di vincere… E queste, cara Tonina, credimi, non sono supposizioni.
A scriverlo alla madre del Pirata, il ciclista Marco Pantani, uno dei più grandi campioni che il ciclismo italiano abbia mai avuto, è stato Renato Vallanvasca di cui spesso si è scritto su Notte Criminale. È riportata nel libro Era mio figlio (Mondadori) che la donna ha scritto nel 2008 con il caporedattore di Bicisport, Enzo Vicennati. Perché il vero mistero, anzi, il vero delitto compiuto contro Pantani sembra più legato al siluramento della sua carriera.
Il Pirata, foto di Andrea Parisse
Certo, anche la sua morte, avvenuta per un’overdose da cocaina il 14 febbraio 2004 mentre il campione, 34 anni, si trovava in un residence di Rimini, presenta aspetti oscuri, mai chiariti, che potrebbero lasciar spazio a ricostruzioni differenti rispetto a quelle ufficiali. Ma quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio ha i contorni di un omicidio professionale. Un crimine che ha ucciso Pantani dal punto di vista sportivo e psicologico molto in anticipo rispetto a quel che avvenne nell’inverno di cinque anni più tardi.
Vicennati e la signora Pantani non sono gli unici a crederlo. Ne è convinto anche il giornalista francese Philippe Brunel, che sempre nel 2008 è arrivato nelle librerie italiane con il libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), un’inchiesta sugli strani “incidenti giudiziari” che hanno perseguitato Pantani a partire da quella tappa maledetta del Giro d’Italia. E dal lavoro del cronista sportivo d’Oltralpe, è arrivata nel 2011 un’omonima trasposizione a fumetti, sceneggiata e illustrata da Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo.
Ma cosa accadde il 5 giugno 1999? Ecco cosa scrisse nel 2001 lo stesso ciclista in una lettera ai genitori, alla sorella e a Christine, la sua ex compagna:
Sono stato di certo un pessimo bambino, un selvaggio e a volte furbo. Ma la bici mi ha portato a conoscere la legge del dare e del raccogliere. Sono diventato discretamente onesto. E la mia carriera è stata molto spezzettata dal mio poco feeling con la fortuna. Ma mi sono ritagliato con coraggio e sacrificio non tanto il denaro, ma un po’ di quella giusta gioia, anche questa però subito compressa nel mio personaggio che cresceva e convinceva.
A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio benché duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera. Sono con la coscienza, per ciò che è Campiglio, pulito (e ciò fa male ancora di più). Sono tornato a casa e tutto ciò che era possibile è accaduto [...]. Con la grande sofferenza sono diventato un uomo, con tutte le innumerevoli convinzioni e speranze. E ho sempre giocato il medesimo gioco, rispettando tutte le regole del mio sport e della mia vita.
Ma sono passato dalla parte del torto con l’ingiustizia della falsità, della truffa che mi hanno fatto. Chi sia stato non si può sapere, però sono più sincero di quanto la mia faccia da ombroso faccia trasparire.
Prima di raccontare gli avvenimenti che quel giorno portarono Marco Pantani a essere escluso dal Giro d’Italia strappandogli una maglia rosa che sembrava non volersi togliere più e a essere messo sotto accusa da otto procure della Repubblica, torniamo a Vallanzasca.
Nel libro Il fiore del male (Tropea, 1999 e poi riedito ancora 2009) scritto con il giornalista Carlo Bonini, il bandito della Comasina dice che in quella tarda primavera “radio carcere” diceva che Marco Pantani alla fine del Giro non ci sarebbe mai arrivato. Sembrava impossibile. Eppure Vallanzasca fu invitato da un altro detenuto – di cui non rivelò mai l’identità, neanche di fronte ai magistrati – a puntare sull’uscita di scena del Pirata. Questo giro, diverso da quello ciclistico, aveva a che fare con le scommesse clandestine.
Omaggio a Pantani, foto di Ryoichi Tanaka
Poi però arrivò la notizia che Pantani era risultato positivo al test antidoping e che di conseguenza era stato espulso dalla competizione. Vallanzasca, anni dopo, scriverà la lettera riportata in apertura a questo post, e intanto la famiglia dei ciclista era venuta a sapere che Vittorio Savini, ai tempi presidente del club “Magico Pantani” di Cesenatico, disse di aver ricevuto alcune strane chiamate.
Scrivono Vicennati e la madre di Marco:
Raccontò di aver ricevuto una telefonata da un anonimo con accento meridionale. Lo sconosciuto gli aveva detto di stare buono e di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti la sua officina sarebbe saltata in aria. Gli fece sapere che era andava bene così, che Marco il Giro non avrebbe dovuto finirlo e che per questo erano disposti veramente a tutto. Anche a farlo fuori, gli era parso di capire. Ma nessuno ritenne di approfondire il discorso, né magistrati né stampa, perché la versione del Pantani dopato faceva comodo, semplicemente era la più facile da sostenere.

Dunque c’è l’ombra del racket delle scommesse clandestine. Ma c’è anche chi afferma che gli sponsor del Giro e soprattutto quelli degli altri ciclisti si sarebbero innervositi. Quel ragazzo romagnolo, classe 1970 e all’apparenza invincibile, stava salendo troppo spesso sul podio oscurando loghi e marchi non suoi. Insomma, Pantani non avrebbe rispettato un galateo non detto, una consuetudine tale per cui, se vuoi e ne sei capace, puoi vincere il Giro d’Italia, ma devi farlo alternando il passo con gli altri. I riflettori, invece, erano costantemente puntati su di lui, su quella testa calva e lucida di sudore o avvolta nella bandana che alternava e che era diventata una caratteristica del suo essere il Pirata del ciclismo.
Forse queste ombre sono dovute a delle casualità. Forse l’arrivo dei medici sportivi, la mattina del 5 giugno 1999, non ha niente a che vedere con il fastidio montante intorno alla figura di Marco Pantani. E nemmeno con gli affaracci illegali che circondano il mondo dello sport. Fatto sta che la scientificità non fu proprio rispettata quando vennero prelevati campioni biologici al ciclista. E vedremo perché, nel dettaglio.
Intanto, ecco come stava gareggiando Marco Pantani, in quel lontano 1999, prima dello stop. «Quel meraviglioso show», dissero i commentatori a pochi metri dal traguardo.
Donato Agnoletto: «Lui ora può godersi il suo tesoro Io ferito mai risarcito: gli faccio causa»
Donato Agnoletto, vigilante sequestrato: lo Stato non lo ha mai pagato
VENEZIA — «Non è possibile che le cose vadano così. Adesso gli faccio causa». C’è amarezza nelle parole di Donato Agnoletto. Vigilante mestrino, 59 anni, la sera del 14 febbraio 1988 fu «prelevato» da casa con la moglie incinta e la figlioletta da una pattuglia di uomini della mala del Brenta, tutti vestiti con delle divise della Guardia di Finanza. Li portarono in un casolare, volevano svaligiare un caveau: Agnoletto reagì e ricevette tre proiettili (uno al femore sinistro, uno nella mandibola, l’ultimo dal gluteo sinistro al polmone). Il tribunale gli ha concesso una provvisionale di un milione di euro come risarcimento danni. «Ma finora non ho visto un soldo». Agnoletto, che effetto le fa sapere che Maniero è libero? «Rabbia, tanta rabbia. Anche se più che con lui, ce l’ho con chi l’ha permesso».
Che cosa si ricorda di Maniero? «Lui era nel casolare che mi aspettava. Da un certo punto di vista capisco che chi si è pentito abbia degli sconti di pena. Ma con 7 omicidi alle spalle, pensare che è diventato un libero cittadino, ha un’attività imprenditoriale (nel settore dei casalinghi, ndr)…».Ormai è un’altra persona, si dice. Ha un altro nome. «Mah, il falso nome mi pare una burla, se sanno dove sei ti prendono. Mi dà fastidio che ora si potrà godere tutti i soldi che si è messo via». Veramente i giudici dicono di avergli sequestrato tutto. «Lo sanno anche i bambini che Maniero è miliardario. Tutti i soldi, gli immobili, sono della madre, che ha fatto da prestanome. L’hanno detto molti suoi ex sodali in aula. La stessa madre, quando i giudici le hanno chiesto le origini di quella fortuna, si è avvalsa della facoltà di non rispondere».
A proposito di soldi. Che ne è del risarcimento concessole dal tribunale? «Per quello che ho subito nessuno ha pagato nulla. Sto aspettando un indennizzo del fondo di garanzia per le vittime di terrorismo e mafia, formato con i soldi di tutti i cittadini. Ma ora che Maniero è libero contatterò il mio avvocato Claudio Beltrame per avviare un causa civile per i danni che mi ha fatto».
Lei voleva creare un comitato delle «vittime della mala del Brenta». «Abbiamo già contattato il militare che perse un occhio nell’assalto al treno a Vigonza e i parenti della ragazza che morì. Altri non si sono mai fatti vivi».
A.Zo.
24 agosto 2010
Fonte: Corriere del Veneto
Il Messaggero di mercoledì 16 febbraio 1977 continua sulla cattura di Vallanzasca
Il Messaggero di mercoledì 16 febbraio 1977: Preso Vallanzasca con tutta la banda
Oggi si legge ieri: il bel Renè legato con freddi bracciali insieme alla sua banda 16/02/1977
L’ESCLUSIVA INTERVISTA A RADIO POPOLARE AL RE DELL’EVASIONE (1987)
due giornalisti di Radio Popolare 1987
http://www.radiopopolare.it/fileadmin/trasmissioni/maliberaveramente/vallanzaska.mp3
Fonte: Eco di Bergamo
Renato Vallanzasca evade dal carcere e da latitante concede un’intervista esclusiva a Umberto Gay. Prima di lasciare Radio Popolare Vallanzasca sottrae la patente a un redattore, la vicenda viene ripresa in uno spot
Fonte: Radio Popolare
per il materiale fotografico, si ringrazia la redazione de Il Giorno










